attualità, politica italiana

"La fine del Nirvana", di Massimo Giannini

«NON tirerò a campare», aveva promesso Monti il 26 aprile, con una sorprendente parafrasi del vecchio motto andreottiano. Da allora è passato poco più di un mese. E il presidente del Consiglio, in effetti, ha dato al Paese e al Palazzo l’impressione di una preoccupante deriva dorotea. Fiaccato dalla dolorosa polemica sulla riforma del mercato del lavoro, bersagliato dalla velenosa Vandea fiscale cavalcata dai populisti di ogni colore, logorato dallo speculare ritorno di fiamma dei partiti, il premier ha rischiato un pericoloso galleggiamento.

Per questo, da giorni, si aspettava un colpo d’ala, che riportasse il «governo di impegno nazionale» all’altezza del suo compito e l’Italia in sicurezza sui mercati internazionali. Proprio nella settimana in cui è risuonata l’eco sinistra delle elezioni anticipate, quel colpo d’alaè finalmente arrivato. Il varo della «spending review» messa a punto dal ministro Giarda, e la nomina di Enrico Bondi come commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa pubblica, segnano una svolta radicale nel cammino del risanamento e nel destino del governo. Cambia la quantità dei sacrifici finanziari che saranno richiesti agli italiani di qui al 2013. Cambia la qualità dei rapporti politici che accompagneranno la strana maggioranza fino al termine della legislatura.

Dal punto di vista economico, l’operazione di taglio della spesa corrente «comprimibile», cioè quella che non riguarda pensioni, stipendi e costo degli interessi sul debito, sancisce un’inversione di rotta attesa da anni. Dopo una manovra fin troppo infarcita di aumenti di imposta, il Professore trova il coraggio di compiere l’atto più politico che esista: incidere con il bisturi sul corpo amorfo della spesa improduttiva, nella quale si annidano non solo gli sprechi, ma anche e soprattutto le rendite di sottogoverno e le clientele partitiche ed elettorali.

Una missione che tentò meritoriamente, e purtroppo inutilmente, Tommaso Padoa-Schioppa, e che ora torna d’attualità con un obiettivo arduo ma ambizioso: risparmiare 4,2 miliardi in soli sette mesi.

Si poteva osare di più? È possibile.

Nel lungo periodo, la spesa «non incomprimibile» è cifrata da Monti in 295 miliardi. Nel breve, è stimata in 80 miliardi. I tagli potenziali, dunque, sono tanti. Ma l’importante è cominciare, e non rassegnarsi all’inerzia degli inasprimenti fiscali, né cedere al ricatto conservativo delle amministrazioni. E a questa impresentabile destra italiana, che ora si indigna per la nomina di Bondi sostenendo che non serve il «tecnico dei tecnici» per ridurre i costi del Leviatano statale, bisognerà pur chiedere dov’era e cosa faceva, mentre governava il Paese per quasi undici anni sugli ultimi diciotto, e la spesa corrente cresceva indisturbata del 34 per cento.

Il grande risanatore dei crack Ferruzzie Parmalat avrà un compito difficile,e quasi proibitivo. Ma se c’è una chance di farcela, Bondi è l’uomo giusto. Competenza e coraggio non gli mancano. Per piegare le resistenze partitocratiche e burocratiche avrà bisogno di un sostegno granitico del governo che lo ha nominato, e di un appoggio politico delle parti sociali e delle forze più responsabili presenti in Parlamento. La stessa cosa vale per gli altri «consulenti» scelti dal premier, da Francesco Giavazzi che dovrà monitorarei tagli degli aiuti alle imprese, a Giuliano Amato che dovrà occuparsi del finanziamento ai partiti. È nell’interesse dell’Italia e dei contribuenti, che la «spending review» abbia successo. Solo così sarà possibile scongiurare l’aumento di due punti dell’Iva, già programmato per ottobre, e magari trovare risorse aggiuntive da restituire alle famiglie.

Dal punto di vista politico, la svolta di Monti è ancora più netta. La revisione dei criteri di spesa, per il premier, è l’occasione per regolare qualche conto sospeso con chi, nelle piazze o nelle aule di Montecitorio, in questi giorni ha irresponsabilmente gettato benzina sul fuoco della protesta anti-tasse. Il decreto Salva-Italia è troppo sbilanciato dal lato delle imposte, che assorbono i due terzi dell’intera manovra correttiva. La pressione fiscale è a livelli eccezionalmente alti, e crescerà ancora l’anno prossimo fino al livello record del 45,4 per cento del Pil. Ma in questo clima di perdurante instabilità finanziaria in Europa, e di destabilizzante tensione sociale in Italia, quello che sta facendo la destra è vergognoso, oltre che pericoloso.

La Lega di Maroni, il barbaro sognante che si spaccia «moderato», sobilla i comuni a non pagare l’Imu.

Il Pdl di Alfano, il segretario di Berlusconi che si proclama «responsabile», propone a chi ha pagamenti in sospeso dalla Pubblica Amministrazione di compensarli non versando le imposte fino ad esaurimento del suo credito. Mancava solo Giulio Tremonti, l’ex ministro dei condoni e dei tagli lineari, a lamentare «tasse e aumenti» e a evocare «un buco da 20 miliardi». Parole usate come pietre, in un discorso pubblico già fin troppo esasperato, da chi ha governato in questi ultimi tre anni e mezzo, e ha portato il Paese a un passo dalla bancarotta etica, politica ed economica. Guido Carli,a suo tempo, li avrebbe definiti «atti sediziosi». Oggi, più prosaicamente, possiamo definirli penosi esercizi di bassa demagogia, in cui si mescolano cinismo, opportunismo e «peggiorismo». Monti finalmente sbatte in faccia a questa sciagurata destra forzaleghista tutto il peso delle sue responsabilità storiche. Marca una cesura definitiva con Berlusconi, smascherando le sue nefandezze sui campi che gli sono da sempre più cari. Sulle tasse, gli ricorda le disinvolte campagnea favore dell’evasione e l’allegra cancellazione dell’Ici che oggi rende necessaria le reintroduzione dell’Imu.

Sulla giustizia, gli ricorda la «corruzione dilagante», cioè la vera «tassa occulta» che soffoca l’economia.

Sulle televisioni, gli ricorda lo scempio della Rai, del tutto priva di «logiche di trasparenza, merito e indipendenza dalla politica».

Anche solo per questa operazione-verità, gli italiani devono essere grati al Professore. Comunque vada, avrà avuto il merito di aver spazzato via il bugiardo «Nirvana» nel quale ci ha trascinato, per troppi anni, il Cavaliere.

La Repubblica 1 maggio 2012

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“Mister Forbici, da Parmalat ai ministeri”, di ETTORE LIVINI

NON c’è due senza tre. E così dopo aver risanato Montedison e salvato Parmalat, Enrico Bondi – all’alba dei 77 anni – affronta la più impossible delle sue mission: far quadrare i conti della Governo Spa. Obiettivo: ridurre di 5 miliardi le spese dei ministeri per risparmiare agli italiani un altro aumento dell’Iva.

IL METODO? Lo stesso che ha funzionato a Foro Buonaparte e Collecchio, trasformandolo in una sorta di Croce Rossa in servizio permanente per i casi più disperati dell’industria italiana: poche parole («non ho niente da dire», sono le uniche che ha rivolto ai giornalisti in cinquant’anni di carriera)e molti fatti. Conditi da uno stile di vita riservato e monacale al cui confronto persino il sobrio Mario Monti rischia di passare per un Fabrizio Corona della politica. All’Italia, del resto, le chiacchiere non servono. «Ringrazio per la fiducia, cercherò di essere incisivo», ha promesso ieri Bondi. Nessuno ne dubita. Le forbici della spending review – assicura chi ha lavorato con lui – non potevano finire in mani più esperte. Il compito, ovviamente, è titanico. Ma per il super-risanatore è una sorta di déjà vu.

Montedison e Parmalat erano una versione bonsai del Belpaese di oggi: sane, ma zavorrate dai debiti e sull’orlo del crac. Situazioni da brividi che “Il dottore” – come l’hanno sempre chiamato tutti i suoi collaboratori – ha aggredito a modo suo: zero proclami, maniche rimboccate e poi via di bisturi senza guardare in faccia nessuno. Particolare che ha già fatto scattare qualche campanello d’allarme nei corridoi dei ministeri capitolini.

Poco male. Molti nemici, molto onore. E il manager-contadino (nel week-end innesta rosee coltiva ulivi nella tenuta “Il matto”) nonè tipo da impressionarsi facilmente. Quando nel 1993 Enrico Cuccia gli ha affidato le redini di una Montedison disastrata dalla gestione Ferruzzi, il benvenuto di Guido Rossi – allora presidente di Foro Buonaparte – è stato gelido: «Bondi? È la brutta copia di un cattivo esempio», l’ha fulminato ricordando il legame con il mentore Cesare Romiti. Il seguito è storia.

Il dottor mani di forbice ha tirato dritto per la sua strada dribblando i sarcasmi del professore. Ha venduto le controllate in crisi, tagliato i costi, messo all’asta quadri e yacht della famiglia di Ravenna, riposizionato la società sull’energia. Uscendo di scena nel 2001 quando il fior fiore della finanza italiana (ed europea) si è dato battaglia a colpi di Opa miliardarie per comprare la Montedison risorta dalle sue ceneri. Bondi tace, ma i numeri parlano per lui: l'”artista delle ristrutturazioni” – copyright The Economist – è arrivato in società con il titolo a 10 lire e se ne è andato con le azioni a quota 5.500 dopo che l’azienda è finita ai francesi di Edf.

Il copione è andato in scena in fotocopia due anni più tardi quando – dopo un rapido passaggio in Telecom Italia, Lucchini e Premafin – Bondi è sbarcato in Emilia per salvare Parmalat.

Missione forse più disperata della spending review romana.

«È il commissario delle banche!», si sono lamentati i puristi del mercato. Lui ha fatto orecchie da mercante, ha dedicato un paio di settimane a pagare in contanti (all’alba) le autobotti di latte all’ingresso della fabbrica di Collecchio per non interrompere forniture e produzione. Ha isolato il bubbone – i 14 miliardi di buco dei Tanzi – dall’industria, convinto il Parlamento ad approvare una legge (la Marzano) su misura per salvare la società e limato il limabile per far quadrare i conti. Poi, alla faccia dell’uomo delle banche, è partito all’assalto degli istituti di credito con una serie di cause miliardarie da cui ha incassato 2,3 miliardi, girati a stretto giro di posta ai risparmiatori travolti dal crac. Risultato finale: Parmalat c’è ancora, non è stato perso un posto di lavoro e i bond-people di Collecchio hanno recuperato fino al 60% del loro capitale quando i francesi di Lactalis hanno messo sul piatto 6 miliardi per scalare la società.

Ai grandi numeri – è la lezione di Bondi – si arriva anche con piccoli risparmi. E il buon esempio deve arrivare dall’alto. Lui stesso è una sorta di manuale vivente dell’arte della spending review. In Telecom ha rinunciato all’auto blu per una Punto bianca. Per il Governo lavorerà gratis («spero di convincerlo a prendere un rimborso spese di 150mila euro l’anno», ha fatto sapere ieri il premier). A Collecchio, dove ha assunto il figlio di Mario Monti, guadagnava tra 320mila e 550mila euro l’anno, un decimo delle buste paga di molti ad delle aziende pubbliche quotate. Tempera le matite con cui scrive fino a ridurle a moncherini di tre centimetri. E le eleganti cartellette in cuoio verde nella sala dei cda della società emiliana sono le stesse fatte fare dai Tanzi per la vecchia Parmalat Finanziaria. Riciclate dal super-risanatore cancellando con il raschietto quella parola (Finanziaria) sparita oggi dalla ragione sociale. «Meglio un ducato in borsa che dieci spesi male», ripete spesso lui, citando il suo corregionale Francesco Guicciardini.

Dopo l’ultima assemblea Parmalat, quella dell’addio, ha salutato tutti con un discorso asciutto – «lascio un’azienda migliore di quello che ho trovato» – uscendo di scena al volante di una piccola Panda grigia, rigorosamente energy-saving.

L’uomo, ovviamente, ha i suoi difetti. Un carattere molto ruvido (resta da vedere se è un lato negativo), la nomea di risanatore implacabile incapace di far crescere le aziende salvate. Alla Roma dei tecnici, però, basta e avanza il suo lavoro di forbici.

Sperando che l’Italia Spa si salvi come è successo a Parmalat e Montedison. Evitando, se possibile, scalate francesi.

La Repubblica 1 maggio 2012