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Arriva Concita De Gregorio alla direzione dell’Unità. Il commiato di Antonio Padellaro

Concita De Gregorio è il nuovo direttore de l’Unità e firmerà il giornale da lunedì 25 agosto. L’ha nominata ieri il Consiglio di amministrazione di Nuova Iniziativa Editoriale (Nie). Secondo l’azienda l’avvicendamento con Padellaro «è ritenuto funzionale al progetto di sviluppo e di innovazione de l’unità soprattutto in direzione della multimedialità». Quello della De Gregorio è uno dei rarissimi casi in cui una donna prende il timone di un quotidiano nazionale. I precedenti sono davvero pochi: il più recente riguarda il Secolo d’Italia attualmente diretto da Flavia Perina; più indietro negli anni va ricordato il tentativo di Pialuisa Bianco di risollevare le sorti dell’Indipendente (1994) e, in tempi ormai remoti, va ricordata l’esperienza di Matilde Serao al Mattino.

La De Gregorio, toscana di Pisa, classe ‘63, è una giornalista di lungo corso di Repubblica dove è approdata nel 1990, dopo otto anni al Tirreno. È proprio nel giornale fondato da Eugenio Scalfari che diventa una firma di primo piano: si occupa di cronaca politica e interna, spazia nel costume e commenta grandi fatti ed eventi italiani. Mamma di tre figli, nel 2002 ha pubblicato Non lavate questo sangue, diario dei giorni del G8 a Genovà, nel 2006 Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto, mentre per settembre è prevista l’uscita del suo ultimo lavoro dal titolo Malamore.

Il buon lavoro alla De Gregorio arriva dalla Fnsi che chiede che «l’Unità continui ad essere voce di quel mondo del lavoro che, nella vita pubblica italiana di questi anni, ha sofferto e continua a soffrire di una grave sottorappresentazione». «Un ringraziamento particolare – conclude la nota – va alla redazione e alla sua rappresentanza sindacale, che in mesi di notevole incertezza hanno continuato ad esigere, con grande lucidità e determinazione, una soluzione proprietaria capace di mantenere saldo il legame della testata con la sua storia e con i suoi lettori. Analogo ringraziamento merita il direttore uscente, Antonio Padellaro, che si è battuto con energia perché l’Unità continuasse ad essere voce autonoma e non omologata nel panorama dell’informazione». Auguri alla De Gregorio li formula anche Stampa romana: «Il sindacato si aspetta da lei una particolare attenzione al rispetto di quelle regole, soprattutto contrattuali, che servono a tutelare i soggetti più deboli».

Messaggi di augurio alla De Gregorio e di ringraziamento a Padellaro sono arrivati dal mondo della politica: da Pollastrini a Gentiloni, da Di Pietro a Capezzone. «Dal comunicato della proprietà – spiega invece Marco Travaglio – non riesco a capire quali siano le ragioni per le quali Padellaro debba andar via. La parola multimedialità non mi dice niente e, anzi, mi fa venire l’orticaria. Sostanzialmente non viene spiegato nulla, fermo restando che la scelta rientra nelle prerogative dell’editore». «È preoccupante che il disegno avviato tre anni fa con la cacciata di Colombo e rimasto incompiuto per la continuità garantita dalla direzione Padellaro, venga ora completato. Il problema non riguarda Concita De Gregorio, che è un’ottima giornalista e che mi auguro faccia benissimo, ma quello di capire i motivi per cui Padellaro debba andar via».

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Grazie Unità, di Antonio Padellaro
Scrivo il mio ultimo articolo da direttore de l’Unità.

Da lunedì prossimo – così ha deciso la proprietà e così annuncia il comunicato dell’azienda – a dirigere questo giornale sarà Concita De Gregorio a cui rivolgo auguri sinceri di buon lavoro. Scrivo il mio articolo più difficile perché difficile è separare l’emozione che provo rivolgendomi per l’ultima volta a voi cari lettori dalla riflessione necessaria, nell’atto del commiato, su questi miei sette anni e mezzo qui a l’Unità.

* * *

Mi considero un giornalista fortunato. Ho lavorato in grandi testate e con grandi direttori da cui ho cercato di imparare tutto ciò che l’amore per questo mestiere, da solo, non poteva insegnarmi. Ma è stato l’ultimo mio direttore, Furio Colombo, a farmi comprendere quale e quanta straordinaria energia possa scaturire dall’eccellente uso della parola scritta quando essa si sposa alla limpida passione civile, al coraggio delle proprie idee, alla difesa delle ragioni dei lettori sopra ogni altra cosa.

Risorta il 28 marzo 2001 dalle proprie ceneri quando per tutti era ormai spacciata, l’Unità di questi anni è stata, ed è, assai più di un semplice quotidiano, frutto del contributo di molti. L’intuizione di Alessandro Dalai. Il coraggio di un pugno di imprenditori capitanati da Marialina Marcucci e Giancarlo Giglio. La dedizione dell’amministratore delegato Giorgio Poidomani. Intorno, un quadro economico precario caratterizzato dalla scarsezza di introiti pubblicitari, vera pietra al collo per un quotidiano costretto ogni giorno a misurarsi con dei colossi editoriali. Ma, sopra tutto, l’orgoglio e la tenacia di una redazione impegnata ogni giorno a difendere la storia e il prestigio del proprio giornale. Sì, il giornale fondato da Antonio Gramsci la cui direzione ha rappresentato per chi scrive un punto d’arrivo. Un privilegio. L’ho condiviso con tanti. Vorrei citarli tutti. Li rappresentano al meglio Pietro Spataro, vicedirettore vicario, e Rinaldo Gianola, vicedirettore a Milano. Con Luca Landò e Paolo Branca. Grandi professionisti e uomini veri.

Il risultato di questa felice combinazione umana e professionale è il giornale «politico» più venduto in Europa. Una media giornaliera di 48mila copie certificate nei primi sette mesi del 2008 (certo, meno delle 60mila vendute nel 2002; certo, più delle zero copie da cui eravamo ripartiti). Una platea giornaliera di 274mila lettori effettivi (dati Audipress 2008). Un giornale dalla forte identità e dall’innegabile peso politico. l’Unità si può amare o avversare ma tutti sanno che giornale è, quali idee esprime, quali valori difende, contro cosa e contro chi irriducibilmente si batte. È strano che, oggi, nel gran discutere che si fa sull’assenza di opinione pubblica in Italia e sul «vuoto di senso e di memoria» giustamente denunciato da eminenti leader democratici si dimentichi quanta opinione di un pubblico affezionato e appassionato abbia intorno a sé il giornale che state sfogliando.

Chi fa quotidianamente l’Unità, chi la impagina, chi la pubblica sa bene chi sono i suoi lettori.

Sono quelli che incontra alle Feste che io continuerò a chiamare dell’Unità. Quelli che ci stringono la mano e ci chiedono di andare avanti, di non lasciarli soli e di continuare a scrivere ciò che scriviamo.

Sono convinto che l’Unità che verrà sarà almeno altrettanto forte e almeno altrettanto apprezzata. Lo auguro di cuore ai colleghi e ai tanti amici che lascio e con i quali ho condiviso una straordinaria esperienza. E lo auguro a Renato Soru che ha il merito di aver creduto nel valore e nelle potenzialità di un giornale difficile e però unico.

Ma io ancora per un giorno sono il direttore di questa Unità, e ancora per un giorno ne canterò le lodi.

* * *

Tre fotografie porterò con me.

Nella prima, c’è il premier più ricco e più potente che mostra al suo pubblico e alle sue tv un giornale dalla inconfondibile striscia rossa e lo indica come il “nemico”. Un giornale perciò da «dismettere», come ha chiesto e preteso nella sua prima dichiarazione dopo il trionfo elettorale dello scorso 13 aprile. Che il premier più ricco e più potente, sul cui impero dell’informazione non tramonta mai il sole, non sia riuscito a domare questo piccolo grande giornale è motivo di orgoglio per tutti coloro che, ancora, sono riusciti a non farsi dismettere.

Ai tanti smemorati (anche nel campo a noi vicino) vorrei rammentare l’insostituibile funzione che l’Unità ha avuto, appena rinata, negli anni più duri dell’opposizione al secondo governo Berlusconi. Su queste colonne si è ritrovato un gruppo di firme coraggiose e autorevoli, provenienti dalle più diverse culture politiche. Dalle sponde più moderate a quelle più di sinistra ma che su questioni fondamentali, come la difesa della legalità e della Costituzione, hanno saputo parlare lo stesso linguaggio del lettorato ed elettorato riferimento naturale dell’Unità: quello dei Democratici di sinistra prima e del Pd poi. Il nome che li rappresenta tutti è quello di Paolo Sylos Labini, un grande uomo libero che aveva fatto suo, e nostro, il manifesto di Daniel Defoe: «Ho visto gente mettersi in combutta per distruggere la proprietà, corrompere le leggi, invadere il governo, traviare le persone e, per dirla in breve, schiavizzare e intrappolare la nazione; e allora ho gridato: “Al Fuoco”». Erede di questa cultura libera e liberale non a caso Marco Travaglio, con noi fin dall’inizio, è diventato un beniamino dei lettori.

Nell’aprile del 2006 pensammo che il fuoco fosse domato e la battaglia vinta. Salutando la vittoria di Romano Prodi titolammo: «Berlusconi addio». Ci sbagliavamo. Ma nessuno in quel momento poteva immaginare con quale grado di autolesionismo si sarebbe gettata alle ortiche l’occasione storica di sottrarre il nostro paese al dominio di una satrapia e restituirlo al novero delle democrazie occidentali. Per questo obiettivo continuerò, continueremo a fare i giornalisti.

l’Unità di questi anni ha cercato di mantenere un difficile punto di equilibrio nell’agitato mare del centrosinistra e ora del Pd. Rispetto e considerazione per l’appartenenza politica della maggior parte dei nostri lettori. Senza indulgenze o ammiccamenti. In piena libertà di stampa. Sempre pronti a castigare ridendo i nostri cari leader. Lo Staino quotidiano e il molto irriverente M sono lì a dimostrarlo.

* * *

La seconda istantanea è la prima pagina dell’Unità listata a lutto, con una moltitudine di nomi e di storie. I nomi e le storie dell’immensa e continua strage sul lavoro, vergogna nazionale.

Solo chi non ha mai letto veramente l’Unità può sostenere che il nostro sia stato, e sia il giornale di un antiberlusconismo pregiudiziale e fine a se stesso. Il pregiudizio è di chi ha preferito non vedere i danni prodotti dalla cultura padronale e reazionaria scaturita dai governi della destra. A questi attacchi, spesso di stampo fascista e razzista l’Unità, giornale del lavoro, dei diritti civili e dei diritti di libertà ha risposto, ogni giorno, colpo su colpo.

* * *

La terza immagine che porto con me è quella di Ingrid Betancourt finalmente libera. E non dimenticherò quanto mi hanno detto poche settimane fa a Roma la madre e la sorella della donna che l’Unità, raccogliendo migliaia di firme, ha proposto per il Nobel per la pace: «Grazie al vostro grande giornale».

Finisce qui. Il direttore di questo grande giornale si congeda. Grazie Unità.

L’Unità, 23 Agosto 2008

3 Commenti

  1. Annamaria dice

    Belle queste considerazioni sulle donne. Considerazioni che tenacemente ed in forme diverse mi tiro dietro da decine di anni, sempre sperando vivamente che un giorno non lontano ci si occupi di “persone” e non di “quote”.
    Temo tuttavia, data la considerazione per le donne (nemmeno tanto strisciante) da parte del primo ministro classificabile come “da bar”, che quel giorno sia ancora lontano.

    Allora torno al post di Manuela che dopo il benvenuto a Concita De Gregorio, pubblica l’addio di Padellaro.
    E’ stata un’Unità che ho molto amato: sanguigna spesso, come le Feste dell’Unità (anche a me piace questo nome) a cui si riferisce nell’articolo di commiato il Direttore, ma anche attenta a non distrarsi da una linea morale e di denuncia che è ormai inusuale.
    Una specie di baluardo da difendere come un fortino in un vecchio film western, perchè è ancora un indicatore per tanti lettori, che in questo giornale trovano spunti di riflessione e di progressione chiari ed espliciti.
    Grazie a Padellaro “De Foe”: speriamo che Concita, oltre al formato, non cambi troppo la linea.
    In attesa di rinnovare il mio abbonamento online, me lo compro cartaceo.
    Non si sa mai…

  2. patrizia dice

    I dati riportati da Daniela sono davvero molto esplicativi a conferma del fatto che spesso si confonde presenza femminile con l’opportunità offerta alle donne di esprimere le proprie competenze professionali e di essere valutate per il proprio merito.
    Allego un articolo di Lidia Ravera pubblicato sull’Unità del 23 Agosto che in modo molto chiaro analizza la questione partendo dai risultati delle atlete alle Olimpiadi di Pechino.

    “Dove la migliore vince davvero”.
    L’Italia, paese martoriato da un vastissimo campionario di crisi (da quella economica a quella politica passando per quella della voglia di lavorare e dei valori condivisi), si sta, tutto sommato, facendo onore sul palcoscenico mondiale dello sport.
    Dal televisore, sempre acceso ma muto, vedo giubilare o, brevemente, disperarsi, le belle facce pulite e i corpi magnificamente espressivi degli atleti e delle atlete. È uno spettacolo consolante. È consolante vedere la Pellegrini (oro nei 200 stile libero) che si bacia la medaglia. La Vezzali (oro nel fioretto) che guarda il suo bambino mentre le manda baci immortalati dalle telecamere. La Quintavalle che nessuno se l’aspettava (oro nel judo), nemmeno lei. La Cainero (oro nel tiro a volo) che vuole dividere il premio coi compagni della squadra. È consolante che le ragazze d’Italia abbiano conquistato 4 medaglie d’oro e i maschietti 3. Corrado Sannucci su “La Repubblica” parlava di “un ribaltamento epocale”. Ora le percentuali si sono riequilibrate: su 25 medaglie, 10 le hanno conquistate le donne e 15 gli uomini. Ma le donne hanno un oro in più. Come dire: l’eccellenza è femmina, e l’equilibrio di genere è rispettato. Metà donne e metà uomini, sul podio. Come dovrebbe essere ovunque: in Parlamento, al Governo, ai vertici delle aziende, degli enti pubblici, delle televisioni e dei giornali. Come potrebbe essere se il merito valesse anche quando in gioco sono la competenza professionale, la qualità intellettuale, il talento artistico, la creatività, l’intuizione scientifica, la preparazione culturale.
    Purtroppo non è così. Nella vita vera, fuori dalla simulazione di realtà che contraddistingue i giochi tutti, anche quelli olimpici, le ragazze non godono il privilegio di una gara pulita, dove ciascuno parte senza vantaggi pregressi e può contare solo su sé stesso e le regole sono uguali per tutti e se bari sei squalificato e se sei più forte, se hai lavorato più duro, se sei più dotata, vinci. Ma se non vinci, va bene lo stesso, perché ha vinto una più brava di te. E allora non c’è umiliazione, c’è ammirazione. Non ha vinto una che è andata a letto con l’onorevole Porcello, col Potente Arrapato di turno e ne ha tratto gli ovvii vantaggi. Ha vinto una che è più veloce di te e tu devi soltanto ricominciare ad allenarti, e la prossima volta andrà meglio. È questo il bello del sport. Ed è per questo che milioni di italiani restano inchiodati allo schermo televisivo per ore a godersi mondiali, europei, campionati nazionali, olimpiadi, incontri di boxe, di biliardo, gare di golf, maratone… e tutto lo sport che passa il palinsesto e che è parecchio, ogni anno di più. Davanti allo spettacolo dello sport si ridiventa bambini perché si può di nuovo credere alla più bella delle fandonie: “vince il migliore”. Nella ruvida realtà non è così. Vince il più furbo, quello che ha capito come si gioca: allineati e coperti, obbedienti, al servizio di chi conta, senza recare disturbo, meglio se un tantino mediocri, abili nell’uniformarsi, come camaleonti, al colore dominante.
    Se si ha un corpo di donna, poi, l’affare si complica: finchè si è giovani è d’obbligo offrirlo, innanzitutto, al desiderio maschile. Meglio se qualificato a imprimere una svolta decisiva alla carriera di Bella Ragazza (consultare l’elenco delle intercettazioni telefoniche per credere). Quando non si è più giovani, poiché è sul corpo-oggetto-di-desiderio che si viene discriminate, si può anche scomparire, dato che abbastanza raramente, le “nate in un corpo di donna”, riescono a raggiungere, usando altri attributi, posizioni di rilievo nel nostro paese (in altri paesi europei la situazione è meno avvilente, per esempio la Spagna, o la Scandinavia).
    Alle Olimpiadi, femmine e maschi non gareggiano insieme, perché i maschi hanno gambe più lunghe, muscoli diversi, un’altra conformazione. Ma le medaglie hanno lo stesso peso. È una sorta di rispetto della differenza sessuale. Ciascun genere ha i suoi record. Alle Olimpiadi essere una donna non è un handicap, essere un uomo non è un vantaggio. Per eccellere ci vuole talento, volontà, sacrificio. E l’umiltà di sottoporsi, ogni volta, per ogni prestazione, ad un esame. Quest’anno, per la prima volta, le ragazze stanno andando meglio dei ragazzi. A Londra, nel 2012, questa tendenza sarà confermata. Non ho dubbi. Sono più abituate a soffrire, le femmine della specie, a impegnarsi, a investire 100 per avere 10, a sgobbare. E, quando i giochi sono puliti, è come avere in mano una carta in più.
    http://www.lidiaravera.it

  3. Daniela dice

    Che Concita De Gregorio sia diventata direttore di un importante quotidiano fa piacere soprattutto a chi da tempo insiste sulle mancate pari opportunità nelle nomine. Tanto per saperne di più di donne e giornali, numeri e percentuali meglio spiegano il difetto di democrazia.

    In Italia ci sono più di 5.000 giornaliste professioniste iscritte all’Albo e negli ultimi dieci anni è aumentata la loro presenza in video, nelle conduzioni dei Tg o come inviate di guerra. Ma non facciamoci ingannare da questo aumento quantitativo delle donne in tv, perché ad esso non corrisponde un aumento qualitativo. Vari studi hanno infatti dimostrato che l’aumento della presenza femminile in tv non è sempre conseguenza diretta di un riconoscimento di merito, ma è spesso dovuto a precise richieste di “audience”, il metro di valore, purtroppo, della televisione moderna. Basti pensare che la percentuale delle conduttrici dei Tg è del 59%, mentre quella dei servizi firmati da giornaliste donne è solo del 23%. Perché, verrebbe da pensare, anche l’occhio vuole la sua parte; per lo meno quello maschile.

    Varie statistiche hanno dimostrato che in più della metà dei casi le donne riescono meglio degli uomini, tanto da porre un limite al numero di donne che, nonostante il superamento dei test di ammissione, potevano accedere alla più prestigiosa scuola di giornalismo italiana. Più la carica diventa prestigiosa, meno troveremo una cospicua presenza femminile.

    Qui di seguito le tabelle sui dati nazionali e locali,

    PRESENZA DELLE DONNE NELLE TESTATE NAZIONALI:

    DIRETTRICI QUOTIDIANI 2%

    DIRETTRICI AGENZIE DI STAMPA 5,9%

    DIRETTRICI TESTATE RADIOFONICHE 4,8%

    DIRETTRICI TESTATE TELEVISIVE 8,5%

    DIRETTRICI STAMPA PERIODICA 42%
    (I “FEMMINILI”)

    CONDUTTRICI TG 59%

    GIORNALISTE TG 53%

    SERVIZI TG FIRMATI DA GIORNALISTE 23%

    GIORNALISTE QUOTIDIANI 20%

    GIORNALISTE RADIO E TV PRIVATE 36%

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