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Invertire la rotta. Rapporto Censis: le famiglie preoccupate per la minaccia della crisi economica

Una famiglia su due si sente gravemente minacciata dalla crisi economica. È quanto emerge dal rapporto annuale del Censis, pubblicato questa mattina e diretto dal sociologo Giuseppe De Rita.
Il 48,8% del campione intervistato si dichiara “a rischio default”. Tra le famiglie preoccupate per la propria situazione economica, spiccano i 2,8 milioni (circa l’11,8%) che hanno investimenti in prodotti rischiosi, come azioni o Fondi di quote comuni; di queste, 1,7 milioni vi hanno collocato più della metà dei propri risparmi. Altra massiccia voce dell’analisi è quella composta dalle famiglie impegnate nel pagamento del mutuo dell’abitazione in cui vivono, circa 2 milioni, fra cui oltre 250mila dichiarano di non riuscire a rispettare le scadenze di pagamento o di avere enormi difficoltà a pagare le rate. Vanno poi aggiunti i 3,1 milioni di famiglie (12,8%) che risultano indebitate per l’acquisto di beni al consumo. Infine 3 milioni e 873 mila famiglie (16%) non possiedono risparmio accumulato in alcuna forma e “potrebbero trovarsi nella condizione di non saper fronteggiare eventuali spese impreviste o forti rincari di beni di primaria necessità”.

Inoltre sembra che gli italiani credano poco alla favoletta del governo secondo cui la crisi non toccherà le loro tasche. Dal Rapporto emerge, infatti, la preoccupazione delle famiglie, interpellate nel mese di ottobre 2008. Il 71,7% degli italiani pensa che il terremoto in corso possa avere delle ripercussioni dirette sulla propria vita , mentre solo il 28,3% dichiara di poterne uscire indenne. Secondo Censis questo sentimento di incertezza colpisce trasversalmente uomini e donne, giovani e anziani, al nord e al sud, ma ha un maggiore impatto sulle fasce sociali più deboli, come le famiglie a basso reddito e con figli. Risulta preoccupato l’81,3% delle famiglie con livello economico basso, contro il 66,2 % delle famiglie con livello medio.

Non tutti i mali vengono, però, per nuocere e dietro ogni crisi si nasconde un’opportunità di rivalsa. Se nel 2007, infatti, il centro studi aveva definito l’Italia come “una mucillagine”, “un insieme di singoli organismi elementari che vivono uno accanto all’altro senza forza e futuro”, oggi questa mucillagine potrebbe scuotersi, motivata dal “proliferare di tante piccole e medie paure collettive” e dal “panico diffuso da un’implosione finanziaria internazionale senza ravvicinati precedenti”.

Per il Censis ci sarebbero le basi per “una seconda metamorfosi”, una replica del miracolo italiano realizzatosi nel trentennio 1945-1975. Una visione certamente controcorrente, che muove da un’idea romantica di italiani. Infatti, il centro studi, pur non negando le fragilità che pervadono il nostro paese, riscontrate già nel rapporto del 2007, afferma che la crisi spinge ad una “reazione adattativa”, possibile grazie a quelle “capacità e furbizie che ci contraddistinguono da decenni e secoli”. “Le difficoltà che abbiamo di fronte possono adeguatamente sfidarci” scongiurando “l’implosione che un anno fa sentivamo vicina”. La prospettata metamorfosi è “forse già silenziosamente in marcia, sommersa come tutti i processi innovativi che in Italia contano”. Peccato che questo governo non abbia varato misure atte a sostenere le innovazioni. E l’ultima finanziaria ne è una prova.

De Rita e colleghi chiedono che si conceda “spazio ai reagenti chimici capaci di trasmutazione, sfuggendo alla prigionia dei caratteri storici e/o originari della società. Lo studio evidenzia come possibili agenti della metamorfosi “ il ruolo degli immigrati”, “l’azione delle minoranze vitali”, “la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio”, “l’affermazione di una propensione ad una temperata e misurata gestione dei consumi e dei comportamenti”. Da inserire fra gli agenti positivi anche una caratteristica “strutturale”, quella che il Censis definisce “l’aciclicità del sistema economico italiano”.

Buono anche il giudizio sulle imprese. Il rapporto mette in risalto un sistema produttivo “in fase avanzata di trasformazione e di riorganizzazione”. Il fatturato dell’industria è cresciuto del 2,6% nei primi otto mesi dell’anno e, senza dimenticare “gli sprazzi di vitalità” manifestati dal terziario. È inoltre visto positivamente un altro agente chimico, una “nuova frugalità, fatta di consumi funzionali conditi con qualche sfizio”, già “anticipata da scelte spontanee delle famiglie”.

La parte finale del rapporto è un vero e proprio appello a tutte le classi dirigenti, dalla politica all’impresa , affinché non cedano alla tentazione de “l’accorciamento dei raggi delle decisioni”, ma piuttosto si aprano al confronto, permettendo “alla dinamica economica e sociale di respirare a pieni polmoni”, consentendole di “affermarsi e dare frutto”.
Il Censis conclude: “Diamo spazio alla metamorfosi, garantendole più soggetti, più tempo, più dinamica di mercato: non un potere accentrato e solo, ma un potere accompagnato dalla ricchezza delle relazioni”.

All’interno del Partito Democratico, lo studio ha costituito un ulteriore occasione per rinnovare le rinnovare l’impegno a sostenere le categorie maggiormente danneggiate dalla crisi. Sergio D’Antoni, responsabile Mezzogiorno del governo ombra del PD: “Il rapporto del Censis mette nero su bianco la necessità di varare riforme strutturali a tutela dei precari, dei redditi medio-bassi e delle aree deboli del paese. Serve un’inversione di rotta della politica arrogante e sperequativa dell’esecutivo Berlusconi, che finora ha portato a un immenso spreco risorse o, peggio, al trasferimento di miliardi di euro dalle fasce sociali deboli a quelle forti. Sul tavolo abbiamo ora il decreto anticrisi, una delle ultime possibilità per tornare sul giusto binario della cooperazione”. Poi, sposando le posizioni assunte dal rapporto Censis, in merito alla collaborazione di tutte le forze sociali, ha affermato: “Nei momenti più difficili, i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Occorre tornare a quello spirito di concertazione e coinvolgere attivamente il Parlamento e le parti sociali”. D’Antoni ha concluso il suo intervento con un monito al Presidente del Consiglio: “Il Cavaliere può decidere oggi di aprire una nuova stagione politica oppure ostinarsi nella devastante logica dell’unilateralismo. In questo caso si assumerà ogni responsabilità sulle conseguenze sociali ed economiche derivanti da una impostazione politica fondata sul conflitto e la contrapposizione”.

I.G. da www.partitodemocratico.it

4 Commenti

  1. «Decrescita. Un’occasione che non si deve perdere»
    di Loretta Napoleoni
    Il movimento della decrescita è entrato in rotta di collisione con il verbo economico tradizionale, che incita gli abitanti del villaggio globale a consumare per uscire dalla crisi. Eppure la decrescita sembra essere la risposta istintiva di un’economia al collasso, che si riassesta attraverso i meccanismi classici della domanda e dell’offerta. A conferma i dati della disoccupazione, in netto aumento dovunque. Il Financial Times ha addirittura iniziato una prassi nuova: ogni sabato elenca i posti di lavoro «svaniti» durante la settimana. Nella City di Londra siamo ormai a quota 100 mila. La decrescita non è però circoscritta al settore finanziario – che ha perso negli ultimi due mesi 1.300 miliardi di dollari – ma coinvolge tutti, anche i settori più disparati: questa settimana a New York l’editoria ha tagliato il 25% dei posti di lavoro e Honda ha annunciato il ritiro dalla Formula Uno. Queste notizie apocalittiche ci devono far riflettere sul fallimento delle politiche anti-congiunturali dei governi: non è servito a nulla pompare più di 2 mila miliardi di dollari nel settore bancario internazionale.
    E se la contrazione dell’economia fosse semplicemente un processo di assestamento necessario, che riporta l’economia ai valori reali, quelli veri, non più inflazionati dalla zavorra dei derivati e dalla bolla finanziaria? Più che di decrescita bisognerebbe parlare di economia sostenibile, senza sprechi. Latouche, il suo inventore, ce lo accenna quando scrive che il capitalismo non può convivere con una contrazione permanente dell’economia. Ma questo è vero per qualsiasi sistema economico, incluso quello marxista. La crisi del credito è dunque un’occasione da non perdere per rilanciare attraverso la decrescita una visione dell’economia sostenibile, che sfrutti e consumi le risorse ad un ritmo inferiore al loro rinnovamento. Un principio applicabile anche alle banche, poiché l’eccessivo indebitamento distrugge più denaro di quanto viene creato. Ed ecco un esempio illuminante: la simbiosi tra credito cooperativo e settore agricolo sostenibile. Il primo raccoglie il denaro tra i consumatori e lo investe nel secondo, che produce per la comunità in base ai bisogni di questa. Niente sprechi quindi; banca, produttore e consumatore sono a tutti gli effetti soci in affari. Peccato che la cooperazione economica piaccia poco ai nostri politici.
    da unita.it

  2. Il decalogo anti-crisi del Pd di Modena
    Garantire il credito alle piccole e medie imprese, contenere rette e tariffe, investire sulle energie rinnovabili, sull’internazionalizzazione e la cooperazione tra università e imprese
    Di fronte alla crisi che colpisce anche a Modena le imprese, i consumi delle famiglie e l’occupazione di migliaia di lavoratori, le politiche del governo si rivelano ancora una volta insufficienti e inadeguate, con misure dell’ordine dello 0,3 per cento del Pil contro il 7 per cento di altri grandi Paesi. Mentre i governi di Stati Uniti e Cina puntano su politiche espansive in Italia si attua una manovra deflattiva che non difende i redditi medio-bassi e non rilancia la domanda.
    La solidità del tessuto produttivo modenese sembra in grado di resistere meglio di altre aree del Paese, tuttavia anche nella nostra provincia cominciano a farsi sentire i contraccolpi della crisi come dimostra l’aumento esponenziale delle ore di cassa integrazione negli ultimi tre mesi.
    Alla crisi economica e ai modi per contrastarla anche in sede locale è dedicato l’ordine del giorno approvato giovedì 4 dicembre dalla segreteria del Partito democratico di Modena che contiene dieci proposte per rilanciare l’economia, favorire l’innovazione, difendere l’occupazione. Ecco di seguito il decalogo anti-crisi.
    1) Consolidare il rapporto banca-impresa, sostenendo in modo efficiente l’utilizzo del sistema della garanzia pubblica ed introducendo strumenti finanziari innovativi per sostenere la crescita delle imprese, con particolare attenzione a quelle piccole e medie che operano sul nostro territorio (cooperative, artigiani, pmi, industrie) e sono la vera forza della nostra economia. Il Pd considera in questo senso positivo, e da rilanciare, l’impegno della Regione, che ha già destinato 50 milioni di euro a sostegno del credito agevolato a favore delle imprese, e le azioni della Provincia e dei Comuni modenesi volte a facilitare l’accesso a finanziamenti agevolati destinati alle imprese che fanno innovazione tecnologica, organizzativa e commerciale e per le nuove imprese. Rafforzare le sinergie tra Provincia e Comuni modenesi, a partire già dalla predisposizione dei bilanci previsionali per il 2009, tese a razionalizzare e rafforzare le risorse e gli interventi nel settore. Questo anche con la collaborazione della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura.
    2) Contenere le tariffe dei servizi comunali quanto più possibile per l’anno 2009 – e comunque al di sotto dell’inflazione reale – al fine di non aggravare di ulteriori costi i bilanci di famiglie e imprese. E’ quanto stanno facendo diversi Comuni – tra questi si segnala quello di Modena, che ha raggiunto un’importante intesa con le parti sociali – e quanto intendiamo chiedere a tutti i nostri amministratori.
    3) Favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese in forma singola e aggregata, come opportunamente stanno facendo la Camera di Commercio di Modena e la Regione. La globalizzazione, checché ne dica Tremonti, è una grande opportunità per le economie – come quella modenese – che sanno innovare e competere sui mercati internazionali. Ad esempio nel settore della meccanica: dobbiamo ringraziare il boom cinese se le nostre aziende aumentano l’export di macchine al ritmo del 30-40 per cento in un anno.
    4) Promuovere il risparmio energetico e la produzione di fonti rinnovabili e naturali, avviando le imprese lungo la strada della green economy, ovvero di un’economia che unisca sviluppo, lavoro e ambiente. Le nostre piccole e medie imprese hanno l’intelligenza, le competenze e la flessibilità per investire nel campo delle energie rinnovabili e delle nuove tecnologie ambientali. Senza dimenticare, cosa che il Pd ha sostenuto, che la nostra regione è stata la prima ad adottare la certificazione energetica degli edifici. Apprezzabile, da questo punto di vista, la strada tracciata dalla Provincia di Modena, che sta programmando i suoi interventi sulla base delle direttive regionali di utilizzo dei fondi strutturali per lo sviluppo di aree produttive industriali e artigianali ecologicamente attrezzate. Ora più che mai occorre spingere con forza in questa direzione.
    5) Promuovere e consolidare filiere efficienti, che minimizzino i costi, valorizzino la specializzazione dei segmenti e assicurino prodotti di qualità con un rapporto virtuoso con il territorio, con particolare riferimento al comparto agricolo a agroalimentare di qualità, da valorizzare, nella nostra provincia.
    6) Favorire una stretta cooperazione tra imprese, Università e centri/laboratori di ricerca per lo sviluppo condiviso di nuovi progetti e tecnologie nella ricerca industriale, nella formazione, nell’innovazione e nello sviluppo pre-competitivo. Valorizzare i centri per il trasferimento tecnologico: il Pd ritiene che la definizione di un progetto di tecnopolo modenese tra Regione, Provincia, Università, Camera di Commercio, Comune, Democenter-Sipe e rappresentanze economiche, interpreti bene questa esigenza.
    7) Promuovere modalità innovative nell’operato degli Enti Locali e della Pubblica Amministrazione per assicurare più efficienza e maggiore semplificazione. In questo senso rilanciamo i processi di aggregazione amministrativa già positivamente avviati in questi anni tra i nostri Comuni (Unioni di Comuni), puntando a completare, già per il 2009, l’intera riorganizzazione provinciale e a trasferire nuove funzioni e competenze ai soggetti di area vasta. Al tempo stesso intendiamo procedere nel quadro di semplificazione istituzionale avviato dalla riforma regionale per ridurre enti ed agenzie.
    8) Valorizzare e diffondere buone pratiche di responsabilità sociale d’impresa nel tessuto produttivo, come elemento di innovazione e competitività del sistema imprenditoriale e fattore fondante di una economia che mette al centro dei suoi interessi la persona e la sostenibilità ambientale e sociale del territorio.
    9) Assicurare una migliore mobilità, sostenibile ed integrata, al fine di garantire una risposta al tema degli spostamenti dei cittadini e delle merci, sostenendo il trasporto pubblico locale, valorizzando il nuovo servizio ferroviario (Alta Capacità e tratta Bologna – Verona) e realizzando le infrastrutture programmate (asse Campogalliano-Cittanova-Marzaglia-Sassuolo; Pedemontana; Cispadana, assi di penetrazione della montagna, ecc.). Più in generale occorre modificare il patto di stabilità interno e rimettere i Comuni nelle condizioni di investire in opere pubbliche legate al territorio. E’ questo un modo rapido ed efficace per contrastare il crollo della domanda e riattivare il circolo virtuoso investimenti-domanda-consumo-occupazione.
    10) Proporre azioni concrete per limitare i contraccolpi della crisi sui lavoratori, assicurando i fondi per la cassa integrazione, gli interventi a sostegno dei lavoratori precari e le misure di sostegno delle famiglie. Importante, ad esempio, l’accordo raggiunto tra Regione e istituti di credito per consentire alle aziende di far fronte ai pagamenti a breve e garantire la cassa integrazione.

  3. L’ “Indagine sulla qualità della vita” di Italia Oggi
    In Italia si vive peggio che nel 2007. Sono 55 le province italiane che rientrano nella categorie “scarsa” o “insufficiente”. Crollo del NordOvest

    MILANO – In Italia nel 2008 si vive peggio che nel 2007. E’ il principale dato che emerge dall’ “Indagine sulla qualità della vita nelle province italiane” firmata da Italia Oggi, giunta alla sua decima edizione e realizzata da Augusto Merlini e da Alessandro Polli del Dipartimento di Teoria economica e metodi quantitativi dell’Università La Sapienza di Roma.
    IN 55 PROVINCE QUALITA’ DELLA VITA SCARSA O INSUFFICIENTE – In marcato arretramento rispetto al 2007 il numero di province in cui la qualità della vita è buona o almeno sufficiente e un parziale peggioramento nei grandi centri urbani del nord. Sono questi i principali risultati dell’indagine. Davanti a tutti Siena, dove si sta meglio, mentre quella di Agrigento è la provincia dove si vive peggio. A determinare le posizioni è una valutazione complessiva su diverse voci, tra cui Affari e lavoro, ambiente, criminalità, disagio sociale e personale, servizi, tempo libero e tenore di vita.
    Dopo un triennio durante il quale si erano manifestati chiari segnali di deterioramento – 54 le province in cui qualità della vita era risultata scarsa o insufficiente nel 2005, contro le 48 del 2004 e le 46 del 2003 – e la parziale inversione di tendenza del biennio 2006-2007, con 45 province nel 2006 e 46 province nel 2007, quest’anno in ben 55 la qualità della vita è risultata scarsa o insufficiente, il peggiore dato degli ultimi 6 anni.
    CROLLO DEL NORD-OVEST Nella classifica del 2008 si trovano nei gruppi 3 (scarsa qualità della vita) e 4 (insufficiente qualità della vita) ben 12 province del nord ovest, contro le 3 dello scorso anno, di nuovo nessuna provincia del nord est, 9 province del centro contro le 7 del 2007 e 34 province del sud, contro le 36 della passata edizione dell’indagine. Segno che, a fronte di una sostanziale stabilità della situazione sul versante della qualità della vita nel nord est, centro e Mezzogiorno, assistiamo quest’anno ad un vero e proprio crollo del nord ovest. La spaccatura tra Italia centro settentrionale e Italia meridionale non si attenua, e si accompagna ad una nuova frattura, tra nord ovest e nord est del Paese.
    MALE ANCHE LE GRANDI CITTA’ – Se si esamina il quadro relativo ai grandi centri urbani, la situazione non cambia, anche se offre un quadro più frastagliato: qualità della vita in lieve peggioramento nei centri urbani dell’Italia settentrionale, netto miglioramento per la capitale e una situazione essenzialmente statica per Napoli. Torino, rispetto allo scorso anno, cede invece 12 posizioni e scivola al 50esimo posto nella classifica generale, evidenziando del resto una debolezza che, come si è detto in precedenza, caratterizza tutto il nord ovest, quindi anche i grandi sistemi urbani. Milano si attesta sulle stesse posizioni dello scorso anno, passando dal 29° al 31° posto nella classifica generale. Roma guadagna ben 29 posizioni in classifica e passa dal 58° al 29° posto, in controtendenza rispetto alle passate edizioni dell’indagine. Napoli si mantiene su posizioni di coda, passando dal 102° al 101° posto.
    CRIMINALITÀ – È Bologna la provincia meno sicura, agli antipodi c’è invece Matera. Genova conta il maggior numero di borseggi, Modena e Savona il maggior numero di furti d’auto e in appartamento. A Napoli si concentrano le rapine, a Isernia le truffe, a Crotone gli omicidi, a Bologna le violenze sessuali su maggiori di 14 anni a Rimini su minori di 14 anni.
    DISAGIO SOCIALE – È una piaga che colpisce in primo luogo le province di Avellino, Caserta e Trapani. Trieste e Gorizia sono invece i territori in cui il problema si sente meno. Gli infortuni sul lavoro capitano soprattutto a Rimini, i suicidi o tentativi di suicidio si concentrano a Vercelli e Trieste. Il più alto tasso di disoccupazione si ha a Palermo, il più alto numero di minori denunciati a Messina.
    SERVIZI – La provincia di Aosta è quella che ne offre di più ai cittadini. Fanalino di coda Prato. Siracusa è la provincia che mette a disposizione più insegnanti, Grosseto più medici ospedalieri, Crotone più posti letto nei centri di cura.
    TEMPO LIBERO – In cima alla classifica c’è Firenze, che è la provincia che conta anche il maggior numero di associazioni. Ancona è al primo posto per l’offerta di palestre, Sondrio per le sale cinematografiche, Parma per le librerie.
    TENORE DI VITA – Il più alto è a Milano (qui le pensioni medie sono le più alte di Italia, come anche i depositi bancari pro capite), il più basso ad Agrigento. Il prezzo al metro quadro per gli appartamenti si registra a Napoli. Le spese più alte per i consumi si hanno a Belluno.
    LAVORO – La disoccupazione si fa sentire soprattutto ad Agrigento; i fallimenti di imprese sono più frequenti a La Spezia. Parma brilla per il suo tasso di occupazione (72,4%). Grosseto conta il maggior numero di imprese registrate. Ecco uno stralcio della classifica, con le prime e ultime posizioni e alcune tra le principali province.

    da corriere.it del 7.12.2008

  4. La redazione dice

    Sull’argomento segnaliamo l’intervista di Mario Calabresi a Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’ economia nel 2001, apparsa su Repubblica sabato 6 dicembre.

    Troppi sprechi e disuguaglianze difficile tornare alla crescita globale La recessione americana durerà almeno un altro anno, Barack Obama eredita una situazione «orrenda» e ogni sua decisione sarà in ritardo di almeno otto mesi. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’ economia nel 2001, è pessimista, è convinto che il modo in cui si sono mossi Bush e Paulson sia stato confuso e deludente e pensa che dopo questa crisi è difficile immaginare il ritorno ad una forte crescita globale.
    Quanto durerà questa recessione? «La crisi probabilmente durerà un paio d’ anni, poichè come ha decretato l’ Nber – l’ organismo che analizza i cicli economici – siamo in recessione già da dodici mesi e ci resteremo almeno per un altro anno. Ma non è questo il punto cruciale».
    E qual è? «Per me oggi l’ interrogativo fondamentale è come sarà il mondo quando usciamo da questa crisi: tornerà ad una forte crescita o andremo su una strada in cui c’ è meno espansione dei consumi? E quale sarà il motore globale? La ragione per cui me lo chiedo è che l’ economia Americana è stata sostenuta da una serie di bolle, da quella di internet alle case, e sono state proprio queste a sostenere la crescita mondiale».
    Pensa che l’ America possa tornare a trainare l’ economia mondiale senza creare una nuova bolla? «No, penso di no, ma d’ altra parte non vogliamo avere un’ altra bolla. Ed è per questo che sono pessimista sulla possibilità di un ritorno ad una crescita robusta globale, a meno che non ci siano riforme profonde e serie. Dobbiamo fare grandi interventi nell’ architettura finanziaria globale altrimenti finiremo per avere un lungo periodo di crescita debole».
    In assenza di consumi paragonabili a quelli di questi anni, come si può sostenere la crescita? «Prima di tutto c’ è bisogno di enormi investimenti nelle tecnologie, in particolare in quelle “verdi”: dobbiamo ridisegnare la nostra economia in modo che rispetti di più l’ ambiente, e questo potrebbe aiutare la crescita. Poi si potrebbe lavorare sulle enormi disuguaglianze che esistono: i ricchi hanno più soldi di quelli che possono spendere, mentre quelli che non hanno abbastanza sono i più colpiti dalla crisi. Se avessimo più eguaglianza si darebbe la possibilità di consumare a chi ne ha bisogno».
    Sta funzionando il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari? «No, dobbiamo stabilire degli obiettivi precisi per come usiamo questi soldi. Fino ad adesso ne abbiamo già spesi la metà in malo modo e il piano per resuscitare l’ industria finanziaria non sta funzionando bene».
    Cosa si deve fare, pensa che vada esteso anche ai proprietari di case che rischiano la bancarotta? «Esatto, avremmo dovuto cominciare da lì, dando i soldi ai proprietari delle case e chiaramente dobbiamo farlo ora se vogliamo fare dei passi verso la ripresa».
    Cosa pensa degli uomini scelti da Obama? «Penso che siano persone con dei curriculum imponenti, c’ è gente come Volker che ha una profonda conoscenza delle regole ma ci sono altri nella squadra che hanno spinto molto per la deregulation, ora speriamo che abbiano capito il problema».
    Cosa devono fare adesso? «Non esiste la bacchetta magica, ma prima di tutto è necessario uno stimolo forte all’ economia e quello ora è il punto chiave, ma ci sono altri problemi che vanno affrontati: prima di tutto bisogna frenare i pignoramenti delle case, poi riscrivere il nostro sistema di regole e riprogettare il piano di salvataggio. Dati gli errori fatti finora, Obama si trova una situazione molto difficile che nella migliore delle ipotesi non si risolverà prima di un anno».
    Come siamo arrivati fino a questo punto? «Bush e Greenspan hanno amministrato l’ economia in modo terribile, ma anche l’ azione del ministro del Tesoro Paulson è stata veramente deludente. Obama sta ereditando una situazione orrenda e quello che dovrà fare andava fatto otto mesi fa, un anno fa».
    Pensa che questa crisi potrà cambiare il modo di consumare e di indebitarsi degli americani? «Si. In parte non avranno scelta. Prendevano prestiti sui valori delle case in crescita e oggi non possono più farlo. Credevano che i loro fondi pensione fossero coperti dai valori delle azioni in ascesa, ma la Borsa è scesa. La realtà dei loro conti da una parte e le precauzioni delle banche dall’ altra cambieranno lo stile di vita di molti americani».
    Nel 1930, nel mezzo della Grande Depressione, Keynes scrisse un piccolo saggio (ripubblicato oggi con il titolo “Revisiting Keynes” e commentato dai migliori economisti mondiali) in cui immaginava il mondo che avrebbero trovato i suoi nipoti cent’ anni dopo: mise in guardia dal pessimismo e immaginò un futuro di abbondanza e progresso tecnologico. Dove siamo oggi? «La cosa che Keynes non aveva previsto erano le restrizioni imposte dall’ ambiente del nostro pianeta, il fatto che non possiamo consumare nel modo in cui lo abbiamo fatto finora. Abbiamo due strade: potremmo avere alti livelli di incremento di efficienza così che i consumi salgono e le emissioni scendono, oppure dovremmo rassegnarci a ridurre i nostri consumi».
    Facendo lo stesso gioco di Keynes, lei come immagina il mondo dei suoi nipoti? Direi che sono ottimista. Ho scritto nel mio commento a Keynes che il simbolo del consumo eccessivo è l’ epidemia di obesità in America, che gli eccessi stanno distruggendo la qualità e la lunghezza della vita. Penso che questo cambierà, che la gente comincerà a scegliere in modo responsabile guardando ai limiti dell’ ambiente. Il problema del clima sarà come una sveglia che porterà le persone a esaminare più a fondo valori e priorità e penso che da questo uscirà un nuovo stile di vita».

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