partito democratico

«Questione morale: non difendiamo l’indifendibile», di Walter Veltroni

Caro direttore,
se il Presidente della Repubblica denuncia il preoccupante impoverimento culturale e morale della politica, non solo nel Mezzogiorno, tutti i partiti devono sentirsi chiamati in causa.
E ciascuno è chiamato a guardarsi in casa, senza nulla concedere alla pratica, anch’essa una forma di malcostume politico, di mostrarsi severi con gli altri per poter essere più indulgenti con se stessi, perché il problema purtroppo riguarda sia centrodestra che centrosinistra, come anche la vicenda dell’Abruzzo dimostra.
Il Partito democratico non ha alcuna intenzione di essere indulgente con se stesso. Come ha scritto giustamente Pierluigi Battista, ne va della nostra ambizione di rappresentare un fattore di cambiamento, di rinnovamento culturale e morale del Paese, oltre che di alternativa credibile alla destra. Ha ragione dunque Oscar Luigi Scalfaro, quando ci chiede di riuscire dove la maggior parte dei partiti della Prima Repubblica fallì: saper selezionare i propri dirigenti e i propri rappresentanti sulla base della loro capacità politica e insieme, indissolubilmente, della loro moralità e trasparenza, ben al di là degli stessi vincoli di legge e senza delegare questa fondamentale funzione al pur essenziale controllo di legalità da parte della magistratura.
Mentre ci poniamo questo obiettivo, non ci sfugge quanto sia impervia la strada per raggiungerlo. Non è facile coniugare la capacità di rappresentanza della società italiana, una rappresentanza che vogliamo ampia e aperta, per così dire «in presa diretta », senza i filtri dirigisti di burocrazie e apparati, con l’accortezza di non assorbire e poi addensare anche le tossine che nella società italiana circolano e, in particolare in alcune aree del Paese, rischiano di rappresentare un fattore condizionante, se non addirittura dominante.
Il Pd, il centrosinistra hanno una lunga positiva tradizione di governo delle città e del territorio. Ma in qualche caso, troppi per me, ci sono esperienze politiche e amministrative che hanno visto appannarsi i fattori che le avevano portate ad affermarsi nelle loro comunità: la trasparenza morale, la competenza professionale, il riformismo innovatore. In molte realtà, questi fattori si sono consolidati in un rapporto forte e maturo con la società civile.
In altre invece, certamente meno delle prime ma sempre troppe, la trasparenza è diventata opacità e uso del potere per alimentare il consenso, la competenza si è rovesciata in professionismo politico, non di rado cinico e arrogante, il riformismo innovatore si è spento in una gestione del potere fine a se stessa.
Il Pd può uscire più forte e più credibile da questo passaggio critico. Ma potremo farlo solo se sapremo rifuggire dalla tentazione di chiuderci a difesa dell’indifendibile e se sapremo invece nutrire il coraggio di scommettere in modo ancora più deciso sull’innovazione.
L’innovazione è anzitutto politica. L’abbiamo chiamata «vocazione maggioritaria ». Che non è vacua ricerca della solitudine o presunzione di autosufficienza, ma ambizione di cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella società italiana. Questa visione è del tutto compatibile con la ricerca e la paziente costruzione di alleanze programmatiche chiare. È invece del tutto alternativa all’illusione di compensare con alleanze eterogenee e disinvolte, l’incrinarsi della propria credibilità politica, o la minorità del proprio consenso elettorale.
La seconda dimensione dell’innovazione è programmatica. Noi ci candidiamo a governare, il Paese come il più piccolo dei comuni italiani, non per gestire l’esistente, ma per rappresentare il bisogno e la domanda di cambiamento che la società italiana esprime. La tensione riformatrice, insieme alla vicinanza quotidiana alle persone, è la condizione indispensabile per il successo delle nostre esperienze amministrative e di governo, ma anche il migliore antidoto alla riduzione della politica ad una lotta senza scrupoli per un potere che diventa fine a se stesso.
La terza dimensione dell’innovazione è quella della nostra classe dirigente diffusa, nazionale e locale. Noi scommettiamo sulla democrazia e siamo forse gli unici a farlo. La nostra vita interna è ancora molto diversa da come la vorremmo, ma se ci guardiamo intorno vediamo quasi solo partiti che nascono e muoiono per un gesto sovrano, sia esso l’annuncio dal predellino di una macchina o una lacrima che scioglie il partito in un applauso. O, all’opposto, microformazioni personali, piccole imprese politiche a conduzione familiare.
Si vedono ormai partiti che non hanno vita democratica, in cui dirigenti e candidati vengono scelti da una persona. E su questo non ascolto nessuna delle parole severe che commentano la vita democratica, questa sì indiscutibile, del Pd.
Noi scommettiamo sulla democrazia, la democrazia diretta dei nostri elettori, gli unici titolari della decisione sulle prime cariche di partito e sulle candidature, attraverso le primarie, da coniugare con la democrazia degli iscritti, il nostro vasto volontariato politico, che può e vuole rappresentare una delle strutture portanti della nostra vita civile. Da questo grande popolo dovrà emergere in tempi rapidi una nuova classe dirigente.
Ma se la democrazia è libertà, è partecipazione, è rinnovamento, è anche autorità.
Non a caso, insieme ad uno statuto che delinea un modello di democrazia interna che non ha precedenti nella storia dei partiti politici italiani, l’Assemblea costituente ha approvato un rigoroso codice etico e previsto un’apposita magistratura interna incaricata di applicarlo e farlo rispettare. Non saranno norme che resteranno sulla carta, ma il nostro contributo a quel rinnovamento dell’etica pubblica che è indispensabile al futuro della nostra democrazia.

Corriere della Sera

1 Commento

  1. Intervista all’ex presidente della Corte costituzionale: non c’è stato alcun ricambio generazionale
    «Corruzione a sinistra, cacicchi scatenati».
    Zagrebelsky: se ne sentono di tutti i colori. La colpa? Il Pd centrale è debolissimo
    ROMA – «Questa è qualcosa di più di un’ intervista, è uno sfogo». A parlare così è Gustavo Zagrebelsky, uno dei più importanti costituzionalisti italiani, ex presidente della Corte Costituzionale, opinionista influente, capofila della scuola piemontese cui hanno fatto riferimento personaggi come Giancarlo Caselli e Luciano Violante, e un’ intera generazione di magistrati «democratici». Fumo negli occhi per il centrodestra che lo ha sempre temuto come il padre nobile di Mani Pulite e, negli anni, come la punta di diamante giuridica contro le cosiddette leggi ad personam e i provvedimenti sulla giustizia dei governi Berlusconi succedutisi dal 1994. Ebbene,con il suo consueto rigore more geometrico Zagrebelsky prende oggi pubblicamente atto che un’ enorme «questione morale sta corrodendo il centrosinistra». E che quello che Gerhard Ritter aveva definito «il volto demoniaco del potere» ormai è diventa l’ altra faccia della politica del Partito democratico. Secondo l’ analisi di Zagrebelsky il Pd «a livello centrale è debolissimo e quindi a livello locale i cacicchi si sono scatenati». Dalla Campania all’Abruzzo, da Firenze a Genova. Oggi la questione morale si è spostata a sinistra? «Sì. Per un motivo antropologico e per uno politico». Prima l’antropologia… «E’ una questione di antropologia, ma pur sempre antropologia politica. Le leggi della politica sono ineluttabili: la politica corrompe. Ha un effetto progressivamente corrosivo, permea il tessuto connettivo e stabilisce delle relazioni basate sul potere. Nel caso meno peggiore si tratta di relazioni non trasparenti, di dipendenze, di clientele. Siamo un popolo di clienti delle persone che contano. Nel peggiore dei casi, invece, si tratta di vere e proprie relazioni criminali e di malavita». Anche nel Pd? «Sì. Nella sinistra, il neonato Pd è la causa della questione morale che constatiamo. Per due motivi». Il primo? «Il mancato ricambio generazionale che era la speranza e la scommessa dei democratici. Non che a sinistra ci siano necessariamente gli uomini migliori, ma si poteva sperare in un rinnovamento che avrebbe invertito l’ inesorabile avanzata degli effetti della legge della corruzione». Il secondo? «La debolezza del partito, dell’organizzazione del partito, la mancanza di comuni linee di condotta…». Rina Gagliardi su «Liberazione« ieri sottolineava che l’ esplosione della questione morale comporta il rischio di implosione per il Pd. Manca il centralismo democratico? «Certamente non bisogna invocare il centralismo democratico che era anch’esso una degenerazione, ma al centro del Pd oggi come oggi non c’è nulla e così a livello locale i cacicchi si sono scatenati». Anche D’Alema aveva definito questa tipologia di politici locali il «partito dei cacicchi». Lei quando parla di caciccato pensa alla Campania del presidente Antonio Bassolino? «Non conosco direttamente le varie situazioni: certo è che se ne sentono dire di tutti i colori». Proprio ieri il capo dello Stato, parlando a Napoli, ha fatto un forte appello all’ autocritica delle forze politiche in particolare del Mezzogiorno. Condivide le parole di Napolitano? «Completamente. Anche perché si stanno avvicinando le elezioni amministrative e quello che si vede e si sente ha effetti devastanti sulla tenuta democratica del Paese». Ci spieghi… «La gente si sente strumentalizzata, usata per giochi di potere. C’è un drammatico bisogno di ricambio degli amministratori. Molti cittadini hanno veramente creduto nella possibilità di un cambiamento con il governo della sinistra. E invece, le ferree regole descritte da Ritter ne Il volto demoniaco del potere hanno avuto il sopravvento e si è instaurato il caciccato». E nel centrodestra ci sono i cacicchi? «Il centrodestra ha un leader, Berlusconi, che ha dimostrato di avere le capacità e le possibilità, anche materiali, di tenere insieme i suoi. Noi constatiamo che a destra il sistema di potere funziona meglio e quindi è meno visibile. Non che questo sia un vantaggio, ma gli effetti degenerativi non sono sotto gli occhi di tutti in maniera così eclatante».
    M.Antonietta Calabrò, Corriere della Sera, 3 dicembre 2008

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