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“Tregua”, di Emilio Vettori

“Adesso una tregua vera, soccorsi alle popolazioni e la ripresa subito del negoziato di pace. E l’Italia faccia la sua parte”.
Piero Fassino, ministro degli Esteri governo ombra del Pd

E’ tregua nei territori. Sette giorni per far tacere le armi e riprendere fiato. Ieri, per la seconda notte non si è sparato da entrambe le parti e Israele ha iniziato un ritiro graduale verso i confini, che secondo il premier israeliano Olmert deve avvenire il “prima possibile”. Un tregua fragile, come un vaso di coccio tra vasi di ferro, che per il momento viene però rispettata. Non sono bastati infatti i razzi lanciati ieri dalla Striscia ne la risposta dell’esercito di Israele a far saltare il cessate il fuoco che ormai serve ad entrambe le parti, dopo 22 giorni di guerra. Olmert però considera lo stop al lancio di razzi la condizione minima per il rispetto della tregua. Hamas vuole invece il ritiro completo dalla Striscia entro una settimana. Colonne di Tank sono state viste dirigersi verso i confini, tanto che Hamas ha già annunciato la sua vittoria, anche se più di mille morti civili sono comunque un prezzo troppo alto.

Sulle notizie del ritiro delle truppe israeliane è intervenuto Piero Fassino, ministro degli Esteri del governo ombra del Pd: “Dopo le decisioni israeliane di unilaterale cessate il fuoco e l’annuncio odierno di sospensione delle attivita’ militari di Hamas serve adesso una tregua vera, duratura e sicura. La comunità internazionale metta in campo tutte le misure e le risorse necessarie per garantire il rispetto della tregua e vari subito un vasto programma di aiuti umanitari per le popolazioni civili. Contemporaneamente occorre non dilazionare a un tempo indefinito la ripresa di un percorso negoziale di pace. E’ responsabilità dei tanti capi di governo, riunitisi oggi, usare tutta la loro influenza politica per promuovere subito la ripresa del processo di pace. Chiediamo al governo italiano di assumere, insieme a partner europei, tutte le responsabilità necessarie a contribuire concretamente alla tregua, all’azione umanitaria e al processo di pace”.

Il ritiro di Israele avviene a poche ore dal vertice di Sharm el Sheikh. La diplomazia internazionale ha saputo, come non avveniva dai tempi del Libano, fare pressione sul governo di Gerusalemme. Se la risoluzione 1860 della Nazioni Unite appariva debole, l’iniziativa diplomatica franco – egiziana e il summit tenutosi ieri in Egitto con Ban Ki Moon e i principali leader europei hanno portato all’incontro in serata di Gerusalemme tra il premier israeliano Olmert e la delegazione europa. Ma se Israele non ha mai avuto intenzione di “riconquistare la Striscia di Gaza”, ha detto ieri Olmert davanti ai leader europei, bensì garantire la sicurezza dello Stato di Israele, ad Hamas ancora non mancano ancora i razzi né gli uomini pronti a lanciarli, e la vittoria sull’organizzazione palestinese pare un’impresa troppo grande, anche per l’esercito di Tel Aviv.

Il governo centrista di Olmert respira ed esce rafforzato rispetto al periodo precedente il conflitto, in previsione delle elezioni anticipate di febbraio, dopo i contrasti che ci sono stati tra il premier, il minsitro degli Esteri Livni e il ministro della difesa Barak. In attesa che a Washington si compia il passaggio di consegne, l’opinione pubblica israeliana si è sentita con le spalle al muro in questi 22 giorni di guerra e “abbandonata” dalla comunità internazionale. Gli israeliani si sono per questo compattati difendendo le operazioni a Gaza, come l’unico modo per impedire il lancio di razzi. Colpisce però la tempistica di un conflitto che pare aver raggiunto una tregua stabile proprio il giorno prima dell’investitura di Obama a prossimo Presidente americano, che ha accolto benevolmente la tregua.

Nel conflitto sembra aver ritrovato il suo ruolo anche la diplomazia europea. Se Sarkozy ha avuto un ruolo importante, l’Europa ha però saputo, seppur faticosamente, costruire un fronte unico, proprio quando era fondamentale farlo, cioè con gli Stati Uniti in piena transizione. Una buona notizia per il nuovo Presidente americano, che potrà contare sull’Europa nei momenti di crisi, e concentrarsi meglio su ciò che non va dentro i confini. E senza Mubarak, capace di organizzare il consenso dei paesi arabi moderati e fare pressioni su Hamas, forse la tregua non si sarebbe raggiunta. Una fonte diplomatica egiziana ha fatto sapere che giovedì prossimo il Cairo ospiterà un incontro tra rappresentanti israeliani e palestinesi allo scopo di “prendere le disposizioni necessarie al fine di consolidare il cessate il fuoco e stabilire misure per porre fine al blocco di Gaza”.

Sono serviti più di mille morti ,la distruzione delle infrastrutture palestines ie la Striscia di Gaza sull’orlo del collasso per arrivare ad una tregua stabile. In realtà resta ancora molto da fare per arrivare ad una pace duratura. Il cessate il fuoco appare come la condizione necessaria a qualsiasi dialogo, ma la costruzione dello Stato palestinese ha bisogno di più tempo e soprattutto di interlocutori capaci di spingere in questa direzione. Indeboliti dal conflitto escono Abu Mazen, al Fatah e l’Autorità nazionale palestinese. Se Israele voleva garantire la sicurezza, la delegittimazione di al Fatah sembra impedire una soluzione di lungo periodo e da questo punto di vista Olmert e Hamas non sembrano assicurare le adeguate condizioni. Servirà invece tenere gli occhi ben aperti e costruire il consenso internazionale intorno alla soluzione dei “due popoli, due stati”, dando voce alla diplomazia e costringendo le parti alle loro responsabilità, per evitare una ripresa dell’opzione militare, che di volta in volta allontana il processo di riconciliazione sempre di più. Aspettando che il treno di Obama arrivi finalmente a Washington.

PartitoDemocratico.it, 19 gennaio 2009

2 Commenti

  1. Amedeo dice

    Tregua:
    Che significato può avere questa parola dopo 1340 morti di cui 797 uomini, 125 donne e 418 bambini. Più di 5.000 persone ferite e oltre 4.000 case distrutte, scuole, cliniche, moschee, fabbriche, orti, giardini, aranceti, oliveti……..
    Che significato può avere la parola tregua dopo 22 giorni di guerra atroce?
    Esattamente non lo sappiamo. Non sappiamo se partiranno questi benedetti colloqui con Israele da una parte e Hamas dall’altra. Non sappiamo chi potrà “influenzare” positivamente il processo di pace, non sappiamo quanto durerà sopratutto questa tregua.
    Ciò che ci rimane e su cui dobbiamo riflettere è la volontà sempre più agita che non si vuole passare attraverso il dialogo per raggiungere la pace. E’ la sconfitta dei moderati da ambedue le parti, è l’inerzia dell’Onu, è l’accettazione che il più forte può violare qualsiasi trattato, regola o convenzione.

  2. La redazione dice

    Segnaliamo questo interessante articolo di David Grossman apparso oggi su La Repubblica

    Israele parli anche con Hamas

    Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un’unica torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l’un l’altro, malgrado la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi – il nostro doppio, la nostra tragedia – e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo all’esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe ricordare che anche quest’ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.

    Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all’occasione, può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.

    Allo stesso modo il successo dell’operazione non ha risolto le cause che l’hanno scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all’occupazione e alle colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L’offensiva di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci garantiscono che un’altra generazione di palestinesi crescerà nell’odio e nella sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi palestinesi.

    Ma quando l’operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c’è qualcosa di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma che, di volta in volta, ci consuma.

    È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È indubbio che la popolazione di Gaza sia stata “strozzata” da Israele ma aveva a sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire, quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.

    Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività – con attentati suicidi e lanci di Qassam – Israele rimane molto più forte di loro e ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e responsabilmente, afferrato questo punto critico.

    Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro, con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci impongono?

    Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà, quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci serve veramente per condurre un’esistenza normale in questa regione, quando ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano, forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l’opinione pubblica israeliana all’arroganza e al compiacimento nell’uso delle armi. Chi ci insegna, da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati.

    Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest’ultimo round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per creare, in questa realtà opaca e sorda, un’alternativa, che, nel turbine della guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la possibilità di esprimerci.

    Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle prime, questa sembra un’opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza, nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva, insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo annientati.

    Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall’esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare. Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.

    Traduzione di A. Shomroni

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