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“Walchiria, Marisa e le altre: la Resistenza delle donne”, di Gabriella Gallozzi

Persino Al Jazeera l’ha raccontata. Un bel documentario sulla resistenza italiana dando voce alle donne, trasmesso per il mondo arabo qualche anno fa. E da noi? Ci si ricorda giusto per le feste comandate. E il punto è sempre quello, ieri come oggi: «Il maschilismo… Altroché se c’era. Seppure noi rischiavamo la vita come i nostri compagni, dovevamo sempre dimostrare di essere più capaci degli uomini». Oggi Walchiria Terradura, medaglia d’argento al valor militare, ha 85 anni e ancora il piglio della combattente. Gli occhi verdi si accendono di una luce ancora più viva quando segue il filo della memoria. Ricordi di partigiana, di «ragazza col fucile» che durante la resistenza sui monti del Burano ha comandato una squadra di sette uomini (Il Settebello) che faceva parte della brigata Garibaldi-Pesaro. «Quando mi hanno scelto a capo della squadra – racconta – Gildo, uno dei compagni, per solennizzare l’avvenimento, mi regalò una pistola dicendo: “Ti avrei dovuto offrire dei fiori, ma vista la situazione… A primavera coglierò per te i più belli”».
Walchiria non è che una delle protagoniste, come tante altre partigiane, staffette e contadine, di questa pagina di storia, la resistenza, che, nonostante la «sordina» della storiografia ufficiale, oggi è noto: non si sarebbe potuta compiere senza l’intervento delle donne. E i numeri parlano chiaro: 35.000 partigiane nelle formazioni combattenti, 20.000 staffette, 70.000 organizzate in gruppi di difesa. 638 le donne fucilate o cadute in combattimento, 1750 le ferite, 4633 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 1890 le deportate in Germania. Cifre che «raccontano» per difetto. Perché come spiega la stessa Terradura, «quella delle donne è stata una partecipazione diffusa, spontanea. La contadina che ci dava un piatto di minestra, o ci faceva nascondere in casa rischiava la vita proprio come noi».
Eppure questa è stata una memoria taciuta a lungo. «E quante sono ancora oggi le donne della resistenza rimaste nell’ombra?», commenta Teresa Vergalli, classe 1927, della provincia di Reggio Emilia e autrice del libro Storie di una staffetta partigiana. «A parte i nomi celebri di coloro che dopo la guerra hanno incrociato la strada della politica, tante partigiane sono state zitte. In certi casi sono stati gli stessi mariti che non avevano piacere se ne parlasse. C’era addirittura una sorta di vergogna, soprattutto per quelle poverette che sono state torturate….». Invece dell’indignazione contro i torturatori la «vergogna». Alle donne, infatti, scrive Teresa, nome di battaglia Annuska, «venivano riservate cose terribili. Di cui i particolari li abbiamo saputi a guerra finita». Tanto che lei teneva sempre con sè una piccola pistola «con la quale mi illudevo mi sarei potuta tirare un colpo alla testa nel momento mi avessero catturata o torturata». La paura di essere prese era costante. Eppure per molte la scelta di stare contro il nazifascismo era «naturale». Come racconta Luciana Baglioni Romoli, partigiana romana «bambina». Il suo primo atto di «ribellione» fu alle elementari quando la sua maestra, «ligia alle leggi razziali», legò per le treccine ad una finestra della classe una ragazzina ebrea. Per Luciana fui istintivo «scagliarsi contro l’insegnante» e guidare la «rivolta». Il risultato fu l’espulsione da scuola e da lì, negli anni successivi, il suo sostegno alla resistenza romana: «in bicicletta – racconta – a portare messaggi o a buttare i chiodi a tre punte per le strade per far scoppiare le ruote dei nazisti».
Un po’ come è accaduto alla più «nota» Marisa Rodano, che scelse la strada del Pci: «Non sono discesa da una tradizione familiare – racconta -, anzi mio padre aveva fatto la marcia su Roma. Ho cominciato all’università, dopo aver visto cacciare due studenti colpevoli di essere ebrei. Con alcuni compagni abbiamo costituito un piccolo gruppo, nel 1943 sono stata arrestata per la pubblicazione di un foglio comunista, si chiamava Pugno Chiuso, era il primo numero e sarebbe rimasto l’unico. Il 25 luglio sono uscita dal carcere e di lì a poco sono entrata nella Resistenza». Sono tanti i ricordi delle donne. E pieni di coraggio. «Nell’aprile 1945 ero incinta, il mio compagno era appena stato ammazzato dai fascisti – racconta Lina Fibbi, tra le fondatrici dei Gruppi di Difesa delle donne, sindacalista e poi parlamentare del Pci. «Longo mi incaricò di smistare a Milano l’ordine di insurrezione generale del Cln. Io andai: in bicicletta, con il pancione e con una grande paura». Ma erano scelte. Come conclude Teresa Vergalli: «Ora si guarda con una certa comprensione ai ragazzi di Salò, perché anche loro sarebbero stati in buona fede. Ma anche noi partigiani eravamo ragazzi, e stavamo dalla parte giusta! Quella della pace. Ed è una differenza che non bisogna mai dimenticare».
La storia delle partigiane l’ha raccontata da cineasta anche Liliana Cavani, classe 1933: il suo viaggio nella liberazione al femminile l’ha comppiuto nel ‘64 con Le donne della resistenza, straordinario documentario realizzato per la Rai. «Le donne nella resistenza hanno avuto un ruolo fondamentale – racconta Cavani -, erano contadine, operaie, borghesi che sceglievano la lotta in piena coscienza: non solo contro il fascismo e gli occupanti nazisti, ma anche per rivendicare il diritto alla loro partecipazione attiva nella società che si sarebbe costruita».

Le combattenti italiane, testimonianza da salvare
Voci di donne dalla resistenza. Partigiane, combattenti, ragazze armate: testimonianze da salvare, subito perché sono le ultime protagoniste di una stagione di libertà. Come Steven Spielberg ha raccolto nella Shoah foundation le voci degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz, ecco l’archivio audiovisivo con i racconti delle partigiane di tutta Italia. Il progetto si chiama «Voci di donne dalla resistenza» in via di realizzazione con l’Associazione culturale Antonello Branca.

35mila partigiane, 683 le fucilate: tutti i numeri di un’epopea
Delle donne partigiane di tutta Italia delle quali la storiografia ufficiale poco o niente si è occupata. Eppure i numeri parlano chiaro: 35.000 partigiane nelle formazioni combattenti, 20.000 staffette, 70.000 organizzate in gruppi di difesa. 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le ferite, 4633 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 1890 le deportate in Germania.

Da Cavani a Sangiovanni i documentari d’autore
Un flusso di conoscenze per tenere insieme la memoria di ieri e di oggi. Per esempio: dal documentario di Liliana Cavani, «Donne nella resistenza» del ’64 a «Staffette» di Paola Sangiovanni del 2006. Quest’ultimo mette insieme i racconti di quattro staffette piemontesi (Claudia Balbo, Anna Cherchi, Marisa Ombra e Nicoletta Soave) a confronto con una memoria che non è quella immutata delle diciottenni di allora, ma di donne ormai anziane.

L’Unità, 22 gennaio 2009

2 Commenti

  1. L’Unità di oggi (23 gennaio) torna sul tema
    “Arrigo Boldrini, la Resistenza che non odiava il nemico”
    di Bruno Gravagnuolo
    Non è una lite di paese quella a Ravenna sulla memoria di Arrigo Bodrini. Né la foto ingiallita della solita rissa di provincia tra fascisti e antifascisti. È la solita storia italiana: la destra italiana che non si riconosce nella Resistenza da cui viene la Repubblica. E che perciò si rifiuta di rendere onore a uno dei capi militari di quella stagione. Uno dei più intelligenti e moderati. Unanimemente riconosciuto come tale dagli Alleati nel 1945, dai monarchici, dai cattolici, dai liberali, e naturalmente dalle popolazioni che subirono la ferocia nazifascista nel ravennate, tra l’8 settembre 1943 e il 4 dicembre 1944, data della liberazione di Ravenna.
    E così dopo le gazzarre a Ravenna per l’inaugurazione di un busto a Boldrini nel palazzo Comunale, e l’annuncio del sindaco di volergli intitolare una via, arriva l’ennesima guerriglia ideologica del Pdl e dei casiniani locali contro Bulow – nome di battaglia di Boldrini – in occasione delle celebrazioni di sabato a Ravenna, a un anno dalla scomparsa del leggendario comandante, presidente dell’Anpi fino al 1994. Capi di imputazione: aver coperto i crimini partigiani nella zona, essere stato uno stalinista, un feroce regolatore di conti e insomma uomo di divisione e di guerra civile. Non degno di incarnare spirito civico e memoria democratica in questa Italia. Accuse false e rilanciate in questi anni dai libri di Giampaolo Pansa e prima ancora dall’opera di uno storico free-lancer riminese, Gianfranco Stella. Autore nel 1991 di un libro – Ravennati contro – che accusava Boldrini di aver comandato o secondato l’eccidio di Codevigo nel maggio 1945, dove furono uccisi 107 fascisti in fuga (di cui 70 ravennati) catturati da uomini della 28ma Brigata Garibaldi (comandata da Boldrini) e della divisione Cremona aggregata (inquadrate nell’VIII armata inglese del generale Mc Creerly). In realtà svariati processi hanno fatto luce sui fatti, escludendo ogni resposabilità di Boldrini per quegli eccididi avvenuti nei dintorni di Padova, ancora in tempo di operazioni militari. Il tutto a pochi giorni dalla liberazione di Venezia e con i nazifascisti in fuga, dopo aver massacrato e fatto terra bruciata sia nel ravennate che in Veneto. Tra il primo e il 10 maggio vengono così catturati 120 sbandati, dalla 28ma e dalla «Cremona» fatta di militari. E fucilati a gruppi senza processo(ma molti furono i morti vittime di faide tra fascisti in lotta per il bottino requisito e detenuto). Boldrini in quel momento è in retrovia, e ha assunto un ruolo di rappresentanza politica e militare della Resistenza. Partecipa in tale veste a incontri con i vertici dell’Italia liberata, dopo essere stato decorato con la medagli d’oro dal generale Mc Creely il 4 febbrario 1945.
    Va a Roma, poi ad Adria, incontra Umberto di Savoia, gira da nord a sud. Difficile che avesse potuto comandare un tale eccidio, sfuggito al controllo in zone ancora di completa anarchia. E del resto una sentenza del 1954 lo scagiona interamente, come pure lo scagiona la causa vinta contro Sgarbi e Cossiga, che lo avevavano chiamato in causa ai primi degli anni 90. Mentre un altra sentenza, relativa alle accuse di Stella, pur riconoscendo a quest’ultimo il diritto storiografico di accusare Boldrini, non entra nel merito né avalla in alcun modo le sue tesi. Dunque, il solito polverone. Che tenta invano di nascondere l’essenziale. Primo: Boldrini-Bulow fu un uomo equilibrato e ragionevole. Teorizzò la discesa in pianura dei partgiani e il loro inserimento in città: tra braccianti e contadini. Realtà che voleva unificare senza settarismo e senza vendette, capaci di incrinare il consenso alla Resistenza. Volle poi l’unità con gli Alleati ed era contrario ad alzate di testa insurrezionali. Anche perché capiva che le rese dei conti dopo la fine del fascismo non potevano che essere tragiche e incontrollate. Non fu mai un antifascista cieco, e sostenne sempre che la libertà doveva valere anche per i fascisti. Non a caso era amico di infanzia di Benigno Zaccagnini, e persino Casini si è smarcato dalla faziosità degli Udc di Ravenna. Di più. Lo stesso Pansa non ha mai osato di fatto attaccare frontalmente Bulow. Ha sempre e solo scritto: «Quelli di Bulow». Non può inveire di più.

  2. La redazione dice

    Segnaliamo questo preoccupante articolo di Francesco Alberti apparso oggi sul Corriere della Sera.

    Ravenna, lite sul compagno Bulow. Il Pdl: un sanguinario

    «Eroe partigiano». «No, partigiano assassino». Siamo ancora fermi qui, a Ravenna: a sessant’anni fa. Parli di Arrigo Boldrini, il mitico Bulow della Resistenza comunista, ricoperto di medaglie dagli americani e di onori dal Pci di Togliatti, ed è come salire sulla macchina del tempo e sprofondare nella solita Italia: rossi contro neri, muro contro muro, sordi contro sordi. Sabato prossimo sarà un anno da quando Boldrini, plurisenatore, plurideputato, membro dell’Assemblea costituente, una sorta di Maradona per l’Anpi, ha lasciato questa terra. In piazza Del Popolo, per ricordarlo, arriveranno Veltroni, il Pd, i sindacati, Rifondazione, i dipietristi e un rosario di sigle. Ma quelli del centrodestra, no. Non sono stati invitati, ma se anche lo fossero stati, non ci sarebbero andati. Così come hanno fatto un bel po’ di gazzarra all’inaugurazione in dicembre di un busto di Bulow nel palazzo comunale di Ravenna. Per non parlare poi delle urla scandalizzate che si alzarono mesi addietro, sempre dal Pdl, alla notizia che il sindaco pd Fabrizio Matteucci aveva l’intenzione (poi rientrata) di intitolare una piazza al capo partigiano.
    Memoria condivisa? Rappacificazione? Con buona pace di Napolitano, Violante, Fini e di tutti coloro che, dalle più prestigiose tribune, non perdono occasione per lanciare vigorosi appelli alle italiche coscienze, qui a Ravenna, e non è colpa del Sangiovese, i veleni del dopoguerra sono duri da smaltire. Avrà probabilmente ragione Maurizio Gasparri, presidente dei senatori pdl, che predica pazienza, pazienza storica, «perché in certe realtà locali, e la Romagna è una di queste, le ferite di quegli anni sono state così laceranti da richiedere ben più di 60 anni per rimarginarsi, forse ci vorrà qualche secolo». O l’altro capogruppo di An, Italo Bocchino, che rilancia le ragioni della memoria condivisa, ma che poi riconosce che «in certe situazioni manca la cultura del confronto». Certo fa impressione la siderale distanza tra i due fronti. «Eroe, monumento della Resistenza, uno dei padri della democrazia» per il sindaco Matteucci, l’intero Pd, la sinistra e laici sparsi. «Figura molto controversa, che voleva sostituire una dittatura con un’altra e autore di sanguinosi eccessi » per i capi locali del Pdl, la cui foga anti-Boldrini ha il suo ideologo nello storico Gianfranco Stella, uno che tanto per il sottile non va, che ha accusato Bulow di essere «il boia dell’eccidio di Codevigo» (1945, 120 morti accertati), che ha duellato a colpi di querele con l’Anpi e sui cui lavori Giampaolo Pansa ha ricostruito nel suo discusso «Sangue dei vinti» episodi tutt’altro che edificanti per la causa partigiana, poi riportati nel capitolo «Quelli di Bulow».
    Tale è la centrifuga delle polemiche da aver coinvolto perfino la truppa dell’Udc, ex democristiani, gente mite, che si fa fatica a tacciare di fascismo più o meno strisciante. A differenza del Pdl, i casiniani locali erano stati invitati alla manifestazione di sabato prossimo. Ma hanno preferito opporre un cortese e fermo «no, grazie », sostenendo che «la figura di Boldrini, più che unire, tende a dividere» e comunque censurando il Dna della manifestazione, ritenuta «eccessivamente propagandistica». Posizione, ci mancherebbe, più che legittima. Ma che fa a pugni con il pensiero del grande capo dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Purtroppo sabato sono impegnato — afferma —, ma non ho alcuna esitazione nel dire che partecipo simbolicamente alla manifestazione di Ravenna nel ricordo di un uomo, Arrigo Boldrini, che ha combattuto nel nome dell’antifascismo, uno dei valori costituenti della nostra Repubblica. Spero che la decisione dell’Udc locale sia frutto di malintesi e che tutto si possa chiarire». Sicuramente non entro sabato. «La sinistra può cambiare mille abiti, ma resta comunque stalinista, non ce la fanno ad ammettere che di nefandezze ne sono state fatte a destra come a sinistra» ringhia il leader locale di FI, Eugenio Costa. «Ricordare Bulow — tuona l’Anpi — significa opporsi a chi tenta di smantellare la Costituzione e la Resistenza, equiparando i partigiani ai repubblichini ». Questa è la foto. D’epoca.

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