partito democratico

Presentazione di una mozione al decreto anticrisi- Intervento dell’On. Baretta

Signor Presidente,

è una buona cosa che il susseguirsi irregolare del calendario dei lavori parlamentari ci consenta di ritornare a parlare delle difficoltà economiche e sociali del nostro Paese anche dopo che la discussione sul decreto anti crisi si è conclusa in entrambi i rami del Parlamento.
Il rischio che corriamo, infatti, è che, a causa del succedersi pressante dell’ordine del giorno della Camera, procediamo spediti, di provvedimento in provvedimento, finendo per accantonare, via via, argomenti che mantengono, invece, una priorità straordinaria.
La crisi economica che stiamo attraversando è, certamente, in questa fase storica, la priorità del Paese. Essa colpisce ogni giorno di più le famiglie. i lavoratori e le imprese che sono costretti a misurarsi con una emergenza che non ha precedenti recenti.
Temiamo, purtroppo, che questa…priorità ci accompagnerà almeno per tutto il 2009 e, da non escludere, per buona parte del 2010.
Per fronteggiarla servono coraggio, determinazione e fiducia nelle persone e nel futuro.

Non torno, in questa occasione, sull’analisi della crisi se non per dire che si avverte la necessità che su questa analisi resti viva la discussione politica e sociale.
Infatti, sono già troppi i segnali tesi a rimuovere le cause che ci hanno portato alle difficoltà attuali e sono troppe le tentazioni, non tanto a guardare oltre, il che è giusto, ma a farlo senza correggere i clamorosi errori che hanno portato l’economia globale ad accartocciarsi su stessa, lasciando dietro di sé la scia di problemi che ormai avvertiamo nella quotidianità delle nostre vite.
Ed il punto essenziale che non va dimenticato è che gli effetti finanziari della crisi sono già un esito di una errata distribuzione del reddito che ha indotto, per anni, milioni di famiglie e di persone, a partire dagli Stati Uniti d’America, ma ben presto anche nel resto del mondo, ad indebitarsi per mantenere gli stili di vita, i consumi ed il bene primario dell’abitazione.
Si è, cioè, in tutto l’occidente sviluppato, finanziato il debito. Abbiamo vissuto, diciamolo con sincerità, in una disuguaglianza crescente, ma, in ogni caso, al di sopra delle possibilità che il nostro grado di sviluppo consentiva.
La responsabilità della finanza si inserisce in questo disequilibrio, in quanto, anziché mitigare questi fenomeni li ha esaltati. La crisi dei mutui sub prime ha rappresentato l’innesco di una miscela esplosiva accumulata per anni.

Tutto ciò pesa sul nostro destino. Abbiamo visto, infatti, come la impetuosità di questa crisi ha travolto i consolidati sistemi di regolazione dei mercati finanziari e produttivi, con quale rapidità ritorna a mordere la disoccupazione e si diffonde l’indigenza. A tutto ciò bisogna reagire!
La crisi rimette in discussione i parametri, ma anche i luoghi comuni della costruzione e della gestione della economia e della società.
Sicché, la urgente e necessaria risposta alla emergenza non deve essere fine a se stessa, ma inquadrata in una visione strategica che ci assicuri un’ottica di prospettiva.
E’ bene non dimenticarlo, perché dalla crisi non possiamo uscirne bene se non apportiamo correttivi strutturali a questo stato di cose.
In tal senso molti, e noi tra questi, parliamo della crisi anche come una opportunità. Dobbiamo saper cogliere la complessità di questa situazione per costruire un futuro migliore. Le regole del gioco vanno riscritte.
Fortunatamente, cresce la coscienza che la economica non è un ambito neutro, a sé stante e cresce la percezione che le risposte coinvolgono l’insieme del modello economico e sociale.
Basti pensare all’intreccio sempre più stringente tra crisi economica e vincoli ambientali. E’ proprio il dibattito sugli aiuti al settore automobilistico, che coinvolge la discussione dei governi di tutti i grandi Stati che sta rendendo concreto agli occhi di milioni di consumatori il fatto che esiste un rapporto diretto tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale e che trovare il bandolo di questa trascurata ed imbrigliata matassa è decisivo per decidere la qualità della uscita dalla crisi, con provvedimenti che sono, al tempo stesso, non anti, ma pro impresa. Mi auguro che questa strada sia seguita nelle prossime ore anche dal nostro Paese.
Basti pensare ai disequilibri territoriali tra aree sviluppate ed aree depresse. La distorsione operata dal Governo, in questi mesi, dei fondi Fass è una occasione sprecata che allontana la possibilità di rispondere alla esigenza inderogabile di unificare il nostro Paese, condizione decisiva per vincere la sfida competitiva che dopo la crisi ripartirà e non ammetterà convogli in ritardo. E’ esattamente quello che sta facendo il governo tedesco che sta, dichiaratamente, gestendo le difficoltà per rafforzare l’intero apparato industriale per portarlo ad essere, dopo la crisi, uno tra i più robusti del pianeta.
Penso, a questo proposito, alla nostra piccola e media impresa, ai distretti industriali del Nord e del Centro Italia, strutture portanti del nostro apparato industriale soggiogati dalle strettoie di un credito esoso.
Penso alla riconversione della edilizia esistente privata e pubblica. E, per fortuna che abbiamo recuperato su nostra iniziativa, la norma incentivo del 55% che il Governo aveva abolito.
Penso, da ultimo, ma non ultimi, ai lavoratori, siano essi dipendenti o precari, autonomi o imprenditori, esposti alle intemperie, soprattutto quelli privi di strumenti di protezione sociale.
Esiste, insomma, la esigenza di una strategia di respiro in grado di guardare oltre la crisi. Questa strategia il nostro Governo non ce l’ha.

Dedichiamo tutte le nostre migliori energie a definire questa strategia; non rinchiudiamoci nelle posizioni di parte.
Ciò che con questa mozione chiediamo al Governo è di assumere la gravità della crisi in tutta la sua portata e di reagire, di non sfuggire alla sfida che abbiamo di fronte. La crisi non è una condanna diabolica, il mostro dei videogiochi al quale soccombere. Sottovalutarlo o esaltarlo ha lo stesso effetto: una colpevole impotenza.
Ci ha sorpreso, davvero e molto, ascoltare le dichiarazioni che solo l’altro ieri il ministro Tremonti ha rilasciato nelle quali riduce la crisi ad un fatto di ordinaria amministrazione, di scarso peso e significato.
Sappiamo bene che il nostro Paese, anche per i suoi ritardi, può avere un impatto meno traumatico di altri. Ma sappiamo anche quali sono i dati che ogni giorno ci vengono scodellati e che l’on. Veltroni ha illustrato in quest’aula in occasione della dichiarazione di voto sul decreto anti crisi, sulla caduta di produzione industriale, sulla crescita della cassa integrazione e della disoccupazione, sulla crisi dei consumi.
E’ a questa realtà che bisogna rispondere adesso, non domani, non tra un anno.
La crisi del 1921, l’unico parametro che abbiamo, è durata cinque anni. E’ da presumere che la rapidità dei fenomeni contemporanei renda tutto più accelerato. Da qui la valutazione che questa crisi può durare due anni, ma da qui anche la urgenza di intervenire subito. Non c’è tempo per due tempi.
Ecco perché uniamo, nella nostra valutazione, la prospettiva strutturale, alla quale ho, sia pur brevemente accennato, alla emergenza che ci attanaglia e rispetto alla quale i provvedimenti finora approntati ci sembrano inadeguati ed insufficienti.
La nostra mozione ha questo scopo, signor Presidente, quello di invitare il Governo ad andare oltre le divisioni politiche, a non sottovalutare la posta in gioco e ad adottare nuovi ed efficaci provvedimenti in grado di costruire un ponte che consenta al Paese, i consumatori, ai lavoratori e alle imprese di attraversare questo tratto burrascoso di mare ed arrivare rinnovati alla sponda della ripresa.
Sulla stessa impostazione si muovono le mozioni Borghesi ed altri e Vietti ed altri sulle quali annuncio, pertanto, il nostro voto favorevole; mentre deludente ci è apparsa la mozione di maggioranza che non coglie questa necessità di operare un salto di qualità.

Per fare questo salto, il nostro Paese deve seguire la traccia che la Unione Europea ha prospettato nell’intervento anti crisi raccomandato agli Stati membri. Cito la UE non perché quanto stanno facendo l’America e la Cina non costituisca un riferimento, ma per evitare di controbattere alla obiezione sulla sproporzione delle diverse dimensioni tra noi e quei Paesi. Ma, con la Francia, la Spagna, la Germania e l’Inghilterra dobbiamo pur confrontarci. Essi sono i nostri patners ed i nostri competitors. Con loro costruiamo il futuro della Comunità nella quale i nostri figli vivranno la loro vita.
Ebbene, la Commissione Europea ha raccomandato si mettere in circolo almeno un punto e mezzo di Pil e di adottare criteri specifici di tipo sociale, industriale e fiscale.
Riprendiamo quel piano, vediamone le possibilità di applicazione in Italia, ma non arrendiamoci alle difficoltà interne, che pure ben conosciamo.
Queste difficoltà attengono alla dimensione del debito pubblico. Non ci stanchiamo di ripetere che la strada del risanamento del debito è un obiettivo che non solo condividiamo, ma che è stato il perno della politica economica del Governo Prodi; tant’è che questo è l’unico aspetto che il Governo Berlusconi ha confermato.
Ma non ci stanchiamo di ripetere che le modalità di questo rientro consentono una gestione flessibile del percorso. Anzi, solo una gestione dinamica può far sperare di mantenere l’obiettivo. Una gestione rigida che prevede solo tagli e tagli e non è in grado di allargare e restringere i cordoni della borsa sulla base delle necessità, non raggiungerà l’obiettivo e alla fine il danno sarà ancora maggiore.
Mario Monti ha dichiarato recentemente che sarebbe sciocco non essere rigoroso, ma che sarebbe ancora più sciocco non immettere liquidità in un sistema bloccato.
La risposta che ci viene data dal governo è semplice ed apparentemente disarmante: non ci sono soldi.
E’ una risposta sbagliata, sia sul piano contabile, sia su quello politico. Sul piano contabile non possiamo dimenticare lo spreco dell’abolizione dell’Ici, ma, si dirà, acqua passata non macina; ebbene non sono, però, passati i 5 miliardi di euro che possiamo calcolare per il 2009 tra i risparmi degli interessi derivanti dalla stessa riduzione del deficit, cifra che andrà stimata anche per il 2010.
Sul piano politico replichiamo che se si concerta un obiettivo, parte delle risorse che sono derivate dai tagli effettuati possono essere ad esso indirizzate.
Inoltre, come ha dimostrato la discussione sul patto di stabilità degli Enti locali, svolta qui alla camera nei giorni scorsi e qualche strascico lo ha lasciato, se si decide di allentare i criteri almeno per i comuni virtuosi si può determinare un processo positivo sia sugli investimenti, che sui pagamenti degli arretrati verso le imprese creditrici.
Le possibilità, dunque, di affrontare la crisi con un piano più robusto di quello prospettato finora dal governo c’è. E’ una questione di scelta politica.

In quest’ottica, è nostra opinione che il provvedimento anti crisi 185, sia insufficiente. Ecco perché insistiamo a proporre gli indirizzi minimi necessari
Nel dibattito parlamentare il Partito Democratico non si è limitato a denunciare la inadeguatezza della linea del governo, ma ha formulato controproposte.
Sono tre i capitoli sui quali si sviluppa la nostra proposta e che, in questa occasione, riproponiamo all’attenzione del Parlamento e del Governo.
Il primo riguarda il sostegno al reddito. La nostra proposta consiste nell’affiancare, da subito, al bonus (che pur andava rimodulato a favore dei pensionati e delle famiglie ed ampliato ai lavoratori autonomi tra i quali, lo sappiamo bene, si annoverano tanti giovani precari), affiancare al bonus, dicevo, un incremento del 20% degli assegni famigliari, per arrivare ad avviare, nella prossima finanziaria, la dote fiscale per i figli.
Il secondo riguarda gli ammortizzatori sociali attraverso la istituzione di un fondo unico che consenta di estendere a tutti, ripeto, a tutti la cassa integrazione e l’indennità di mobilità e di disoccupazione, migliorando, innanzi tutto, quelle destinate ai precari.
Il terzo riguarda l’impresa. E’ urgente migliorare la norma relativa al pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione; irrobustire di più i confidi, estendere alla ricerca ed, in particolare, al Sud, il credito di imposta; migliorare il massimo scoperto.
L’insieme di questi provvedimenti, assolutamente necessari e minimali, comportano, voglio ricordarlo, una spesa di circa 2 miliardi e mezzo, che possono essere recuperati attraverso un calcolo scrupoloso del previsto miglioramento degli interessi sul debito a cui ho già fatto riferimento e che possono, in parte, essere ben utilizzati per aiutare le persone, le famiglie, le imprese in difficoltà.

Non ci sfugge, signor Presidente, la complessità e la difficoltà di questa fase, ma vediamo, finalmente, la politica tornare in gioco, diventare nuovamente protagonista dei destini collettivi.
A noi guardano con trepidazione ed attesa milioni di persone, famiglie, imprese. A loro dobbiamo dare le risposte giuste ed urgenti.
Nessuno possa dire, di fronte alle proprie fatiche quotidiane, alle sofferenze patite ed alle speranze inevase, nessuno possa dire di essere stato abbandonato, da solo, al suo destino dai propri rappresentanti, dalle proprie Istituzioni.
Sono le ragioni della responsabilità, Signor Presidente e non le ragioni di parte a chiedere al Governo ed al Parlamento di non rinunciare ad essere, nella crisi, un punto di riferimento per tutti i nostri concittadini.

1 Commento

  1. redazione dice

    Ecco il testo della mozione:

    Mozione 1-00081
    presentata da
    PIER PAOLO BARETTA
    testo di
    mercoledì 10 dicembre 2008, seduta n.101

    La Camera,

    premesso che:
    la crisi economica globale sta assumendo proporzioni storiche. Indotta da un’iniqua distribuzione del reddito, ha portato larghi strati della popolazione a basso e medio reddito ad indebitarsi per sostenere il tenore di vita e il bene primario della casa. La crisi ha subito in seguito un pesante aggravamento a causa di atteggiamenti, in molti casi irresponsabili, di una finanza di speculazione che ha prodotto le pesanti e crescenti turbolenze sui mercati finanziari. La crisi americana dei mutui sub-prime ha costituito l’innesco che ha provocato un generale e rapidissimo deterioramento delle prospettive di crescita dell’economia;

    in tale quadro, la crisi finanziaria globale ha investito alcune delle più grandi istituzioni finanziarie americane ed europee, per fronteggiare la quale Governi e autorità monetarie hanno assunto ampie iniziative, quali, ad esempio, massicce iniezioni di liquidità, riduzioni dei tassi di interesse, ricapitalizzazione delle banche con fondi pubblici;

    data la dimensione e la diffusione dei soggetti coinvolti, la crisi sta generando una mancanza di fiducia, di cui si avvertono gli effetti: le condizioni di credito sono diventate sensibilmente più strette, si riducono i piani di investimento, i consumi si indeboliscono, sulle prospettive pesa una forte incertezza, con molte delle economie dell’Unione europea in recessione o sull’orlo della recessione;

    previsioni negative sono previste da tutti i principali organismi internazionali: l’Ocse, nell’Economic outlook di novembre 2008, prevede per l’Italia, nel 2009, un tasso di crescita negativo del prodotto interno lordo reale dell’1 per cento, sensibilmente inferiore alla previsione formulata a giugno 2008 (+0,9 per cento);

    peraltro, per il 2009 l’indicatore di crescita negativa, che nell’anno 2008 caratterizzava soltanto la situazione italiana, è ora riscontrabile in quasi tutte le economie avanzate: sempre l’Ocse stima una crescita di -0,6 per cento per l’area euro nel 2009;

    segnali di ripresa sono previsti solo a partire dalla fine del 2010: in sostanza, la stabilizzazione dell’economia mondiale e la sua uscita dagli squilibri macroeconomici e macrofinanziari rischia di determinarsi attraverso una lunga e pericolosa crisi recessiva;

    per scongiurare questo scenario, è opinione ormai dominante che sia necessario non soltanto l’intervento delle politiche monetarie e delle banche centrali nazionali, ma anche di adeguate politiche fiscali di segno anticiclico;

    molti Paesi hanno già deciso, o stanno decidendo, di muoversi in questa direzione, mettendo in campo pacchetti di stimolo fiscale volti al sostegno temporaneo della domanda interna di consumi e di investimenti pubblici: fra essi, ad esempio, la Cina e la nuova amministrazione Usa;

    l’Unione europea ha una duplice responsabilità in merito: da un lato deve evitare che la crisi recessiva si estenda e si approfondisca all’interno dei Paesi membri, con le sue deleterie conseguenze in termini di distruzione di posti di lavoro; dall’altro lato non può non fornire il suo contributo al processo di riaggiustamento mondiale, nell’ambito di una cooperazione internazionale al cui interno la stessa Unione europea è chiamata oggi ad esercitare un ruolo potenzialmente nuovo e di grande impegno;

    per rispondere a questa situazione, la Commissione europea ha presentato il 26 novembre 2007 «Il piano europeo di ripresa economica». Esso identifica un insieme di misure volte al sostegno dell’economia reale e si fonda su due pilastri:

    a) nell’immediato, un significativo rafforzamento del potere d’acquisto delle famiglie, attraverso la tempestiva adozione di un pacchetto fiscale dell’ammontare di 200 miliardi di euro (1,5 del prodotto interno lordo dell’Unione europea), 170 dei quali dovrebbero essere implementati dai Paesi membri e 30 dalla Commissione europea;

    b) nel lungo periodo, il rafforzamento della competitività europea, grazie alla convergenza dei Governi su una serie di priorità comuni di azioni volte a favorire lo smart investment, nell’ambito della strategia di Lisbona;

    la Commissione europea, nel proporre che gli Stati membri prevedano, nei bilanci nazionali per il 2009, incentivi finanziari pari complessivamente a 170 miliardi di euro, richiede che essi siano tempestivi (per poter sostenere rapidamente l’attività economica durante la fase di rallentamento della domanda), temporanei (per scongiurare un deterioramento permanente delle posizioni di bilancio), mirati ad aumento dell’occupazione, sostegno ad imprese e famiglie vittime di restrizioni creditizie, coordinati (così da moltiplicare l’impatto positivo e garantire la sostenibilità di bilancio a lungo termine) e che combinino strumenti di reddito e di spesa, mediante possibili interventi concernenti:

    a) la spesa pubblica con impatto sulla domanda a breve termine;

    b) garanzie e prestiti agevolati;

    c) incentivi fiscali opportunamente strutturati;

    d) la riduzione delle imposte e dei contributi sociali versati dai datori di lavoro al fine di contribuire al mantenimento e alla creazione dei posti di lavoro;

    e) riduzioni temporanee dell’aliquota iva standard, per incentivare i consumi;

    ad avviso della Commissione europea, la concomitanza eccezionale della crisi finanziaria e della recessione giustifica un’espansione di bilancio coordinata nell’Unione europea tale da causare in alcuni Stati membri un superamento del valore di riferimento del disavanzo (3 per cento del prodotto interno lordo);

    il piano invita, inoltre, gli Stati membri ad incrementare gli investimenti in infrastrutture, nell’efficienza energetica degli edifici, nonché in materia di istruzione e di ricerca e sviluppo, al fine di stimolare la crescita la produttività. A proposito di infrastrutture, già il libro bianco di Jacques Delors prevedeva di creare un nuovo circuito di finanziamento dei progetti infrastrutturali di dimensione europea, tramite l’emissione di titoli pubblici dell’Unione europea (eurobonds), i quali avrebbero oggi, fra l’altro, il vantaggio di offrire sui mercati opportunità di investimento a lungo termine, aventi caratteristiche di basso rischio e di connessione all’economia reale, offendo così anche su questo versante un contributo alla costruzione di una nuova fase dell’economia mondiale non più dominata da spinte aventi prevalente natura speculativa e finanziaria;

    i principali Paesi europei stanno operando in linea con il piano della Commissione europea. In Germania il Governo ha presentato nei mesi di ottobre e novembre 2008 una serie di misure rivolte a contrastare gli impatti negativi sull’economia legati alla crisi: tali misure sono, in particolare, rivolte ad incentivare gli investimenti, a ridurre il carico fiscale e contributivo sulle famiglie attraverso agevolazioni fiscali e sussidi per i figli a carico e la riduzione dei contributi sociali per le indennità di disoccupazione a favore delle famiglie e delle imprese. Nel Regno Unito il pre-budget report presentato il 24 novembre 2008 prevede un pacchetto di misure volto a sostenere, in particolare, i redditi, i consumi e gli investimenti. Il 28 novembre 2008 la Spagna ha approvato in Consiglio dei ministri un piano per stimolare l’economia e l’occupazione, con misure già operanti nel 2008, come gli sgravi fiscali per le famiglie e le imprese per un totale di 16,5 miliardi di euro (deduzione sull’irpef di 400 euro a famiglia, maggiori deduzioni per figli a carico e la riduzione dell’ires), le misure per sostenere l’occupazione (deduzioni per le imprese che assumono disoccupati con figli a carico o lavoratrici e aumento dell’indennità di disoccupazione per coloro che intraprendono un’attività propria), la creazione di un fondo di 8 miliardi da destinare alla realizzazione di opere pubbliche e di un fondo di 3 miliardi per sostenere settori strategici dell’economia, una moratoria temporanea sul 50 per cento delle rate per i mutui contratti dai soggetti con redditi più bassi o disoccupati e l’introduzione di ulteriori deduzioni per i redditi fino a 33.000 euro. In Francia il Governo ha annunciato diversi provvedimenti di sostegno all’economia reale, che prevedono la costituzione di una linea di credito di 22 miliardi per agevolare il finanziamento delle piccole e medie imprese, 100.000 contratti sovvenzionati aggiuntivi per impieghi presso enti locali e associazioni culturali e umanitarie, la realizzazione di 30.000 alloggi che era stata messa a rischio dalla crisi del settore immobiliare: un piano di interventi dall’ammontare di 175 miliardi in tre anni;

    a fronte di questo massiccio intervento pubblico dei partner europei, il Governo italiano ha presentato un decreto-legge, il n. 185 del 2008, che, a parere dei firmatari del presente atto di indirizzo, solo sulla carta prevede il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e non è in linea con le indicazioni della Commissione europea, perché non restituisce alla scuola le risorse tagliate nei mesi passati, rende inefficaci proprio quelle misure fiscali che maggiori effetti hanno sulla ricerca, sull’ambiente, sulla crescita e sull’occupazione, come la detrazione delle spese per la riqualificazione energetica degli edifici e il credito d’imposta per la ricerca, riprogramma le risorse del quadro strategico nazionale per interventi infrastrutturali, senza prevedere nessun finanziamento addizionale e addirittura ciò avviene dopo l’improprio utilizzo nei mesi passati delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate per misure di dubbia utilità sociale ed economica;

    le risorse del citato decreto-legge sono scarse e addirittura va segnalato come l’intervento di sostegno all’economia perseguito dal provvedimento rechi effetti migliorativi sui saldi di finanza pubblica, sia con riferimento al saldo netto da finanziare, che in termini di indebitamento netto e di fabbisogno, con evidenti effetti prociclici, contrariamente a quanto previsto dalle più elementari regole di politica economica: l’Italia è l’unico Paese europeo a rinunciare all’apporto delle politiche di bilancio al fine di attutire le conseguenze della crisi in atto;

    il bonus per le famiglie, date le condizioni attuali ed attese dell’economia, è una misura utile ma assolutamente insufficiente, mentre sarebbe stato necessario un intervento di portata ben più ampia, sia per importo medio, sia per numero di famiglie interessate,
    impegna il Governo:

    coerentemente con le indicazioni della Commissione europea e con le azioni intraprese dalle principali economie europee, a rimodulare il percorso di raggiungimento del pareggio del bilancio, destinando le risorse liberate a misure di riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione, attraverso l’innalzamento delle detrazioni fiscali, riduzione che tenga conto della presenza dei figli e che riconosca benefici anche agli incapienti e alle categorie sociali svantaggiate;

    a procedere, in attesa della definitiva riforma degli ammortizzatori sociali, che li trasformi in uno strumento universalistico, ad un’estensione consistente degli ammortizzatori sociali a sostegno di tutte le persone che perdono il lavoro o che sono sospese dal lavoro, a prescindere dalle dimensioni dell’impresa, dalla forma contrattuale, dal settore di appartenenza;

    a prevedere tempi certi e rapidi per i pagamenti dovuti dalla pubblica amministrazione alle imprese;

    a presentare nelle sedi competenti misure finalizzate a creare un nuovo circuito di finanziamento dei progetti infrastrutturali di dimensione europea tramite l’emissione di titoli pubblici dell’Unione europea (eurobonds).

    (1-00081)
    «Baretta, Fluvi, Lulli, Damiano, Bersani, Letta, Colaninno, Ventura, Quartiani, Giachetti, Boccia, Calvisi, Capodicasa, Cesario, Duilio, Genovese, Marchi, Cesare Marini, Misiani, Nannicini, Andrea Orlando, Rubinato, Vannucci, Carella, Causi, Ceccuzzi, D’Antoni, De Micheli, Fogliardi, Gasbarra, Graziano, Losacco, Marchignoli, Pizzetti, Ria, Sposetti, Strizzolo, Benamati, Calearo Ciman, Fadda, Froner, Marchioni, Peluffo, Portas, Sanga, Scarpetti, Federico Testa, Vico, Zunino, Bellanova, Berretta, Bobba, Boccuzzi, Codurelli, Gatti, Gnecchi, Madia, Mattesini, Miglioli, Mosca, Rampi, Santagata, Schirru».

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