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«Il valzer della paura», di Barbara Spinelli

Anche se il silenzio è vasto, sulle misure di sicurezza adottate in fretta da Berlusconi, c’è stato chi ha provato sgomento grande, apprendendo che il ministro dell’Interno Maroni aveva messo all’ordine del giorno, come provvedimento risolutivo, le impronte digitali imposte ai bambini Rom: hanno protestato insegnanti impegnati in difficili tentativi di inserzione, e pensatori, storici, politici d’opposizione. Ma le parole più nette, più indipendenti, meno nebbiose son venute dall’interno della Chiesa. Aveva cominciato l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, denunciando gli sgomberi dei campi Rom in aprile («Si è scesi sotto il rispetto dei diritti umani»). Poi hanno parlato sacerdoti, vescovi, la Fondazione Migrantes. Infine è giunto l’editoriale di Famiglia Cristiana: un periodico che vende più copie di tutti i giornali (3 milioni di lettori) ed è presente in ogni chiesa.
L’editoriale del direttore, Antonio Sciortino, non usa eufemismi. Parla di «misure indecenti», di un governo per cui «la dignità dell’uomo vale zero». Enumera verità giuridiche elementari: l’accattonaggio non è reato, la patria potestà tolta quando i genitori Rom sono poveri o in condizioni difficili viola la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, firmata dall’Italia. Ma soprattutto, ricorda il male scuro dell’Italia, tra i più scuri in Europa. L’Italia porta nel proprio bagaglio il fascismo con le leggi razziali e tuttavia questa «tragica responsabilità» finge di non averla: «Non ce ne siamo vergognati abbastanza». Anche questo crea sgomento: questo passato che non solo non passa, ma sembra dissolto in un acido, come se le revisioni di Fini a Fiuggi non si fossero limitate ad affrancare Alleanza nazionale ma fossero andate oltre, consegnando al nulla tutto un brano di storia nazionale. Il periodico obbedisce al motto del fondatore, Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente».
Tuttavia l’ossessione dello straniero sospetto sin dalla nascita non è solo italiana. In questi giorni si discute di schedatura dell’infanzia in Francia («progetto Edvige»), anche se l’elaborazione di identikit – il profiling – non riguarda le etnie. Ma anche qui si pensa agli stranieri, e il significato è lo stesso: si predispongono liste di sospetti, in nome di uno stato d’emergenza infinita. Il modello d’integrazione del dopoguerra, chiamato in Francia protezionista, viene sostituito da un modello repressivo, dal populismo penale, da un inarrestabile proliferare di reati, dal profiling del diverso. Muta il mondo che abitiamo sempre meno generosamente, meno umanamente: una sorta di catastrofismo antropologico s’insedia negli spiriti e nei governi, che giudica l’uomo malvagio, incendiario. Che abolisce la fiducia: quest’apertura all’altro che scommette sul mutare della persona e non sugli immoti dati del suo corpo e della sua genetica.
Questa politica della sfiducia è iniziata prima dell’11 settembre, ma dopo il 2001 ha impastato sicurezza interna e antiterrorismo, importando dalla guerra le parole, le pratiche, le norme d’eccezione. Un libro uscito quest’anno in Francia, a cura di Laurent Mucchielli, descrive la frenesia della sicurezza impadronitasi dei governanti come dei giornali e spiega bene, in un saggio di Mathieu Rigouste, la militarizzazione delle menti. Anche qui riaffiorano automatismi, si son disperse vergogne o memorie. Rigouste, in un libro d’imminente uscita (L’ennemi intérieur, La Découverte) ricorda che linguaggio e azioni sono radicati nelle repressioni coloniali. Si parla di «contro-insurrezione», di «zone grigie dove s’annidano minacce di guerriglia», di «guerre di bassa intensità permanente» nelle banlieue. Ci sono consiglieri governativi (il colonnello de Richoufftz, il generale Henry Paris) che si fanno forti delle esperienze in Bosnia, Kosovo, perfino in Algeria.
A forza d’impastare il civile e il militare sono tanti i confini che sbiadiscono: tra ordine e emergenza, pace e guerra, e anche tra l’età maggiorenne (in cui diveniamo imputabili, incarcerabili) e quella minorenne, da tutelare e correggere con l’integrazione. Il bambino e l’adolescente diventano incubo, primo anello di catene devianti. Il XX secolo fu marchiato dalla foto del bambino con le braccia alzate, nel ghetto di Varsavia sopraffatto. Quell’immagine rivive: a Guantanamo, in Palestina, in Europa stessa. Chi ha contemplato il tremendo nel prodigioso film di Ari Folman (Waltz With Bachir), ricorderà la scena in cui l’autore, ebreo israeliano, racconta i palestinesi massacrati a Sabra e Chatila e vacilla perché quel che ha visto e quel di cui s’è reso complice gli fa venire in mente il bambino di Varsavia.
Chi difende le leggi Berlusconi difende cause apparentemente buone, e accusa i cristiani dissidenti di cecità: «Voi non andate nelle terre di desolazione e ignorate l’angoscia di tanti italiani», lamentano. Dicono che la legge è fatta per dare ai bambini un’identità che non hanno, per verificare se vanno a scuola, hanno case decenti, son sfruttati. Ma i bambini sfruttati e non scolarizzati in Italia sono ben più numerosi dei Rom, e questo conferma la discriminazione negativa di un’etnia (sono selettivi anche alcuni termini: commissario per la questione Rom, emergenza-Rom). Conferma una visione del male che non insorge perché società e istituzioni barcollano, o l’integrazione fallisce. Il male comincia nel genetico, nel corpo del bambino. Tanto più se diverso: Rom, musulmano, povero.
Sono anni che la delinquenza minorenne ossessiona, e un primo bilancio può esser fatto delle risposte date fin qui in Europa. I più repressivi sono stati i governi inglesi, poi il francese e l’italiano; mentre a Nord è sopravvissuto il modello integrativo. I risultati non confortano i fautori di ghetti. Con le repressioni inglesi, la delinquenza minorile è spettacolarmente aumentata: la sua parte nel crimine globale raggiunge percentuali senza eguali in Europa (20 per cento). Mentre in Norvegia, dove son preservate istituzioni solidali, i minorenni sono meno del 5 per cento della criminalità globale. Molte misure tecnologiche presentate come miracoli sono inefficaci. E in nome delle vittime o delle paure singole, è l’idea di una società coesa che si sfalda, è la sfiducia nelle istituzioni collettive che si attizza. Le impronte digitali, infine, accendono risentimento. Pierre Piazza, autore in Francia di una storia della carta d’identità, evoca afghani in cerca d’asilo che si son bruciati le dita, per protestare contro la schedatura.
I tempi d’azione affrettati e concitati, il rifiuto dei vecchi modi – più lenti – di curare le radici del male anziché estirparle: tutto questo mostra che insicurezza e paura sono spesso considerate una soluzione, più che un problema. Son usate e alimentate come uno strumento utile al potere. Sono la fuga nella politica delle emozioni, dell’annuncio declamatorio, del culto totemico di cifre continuamente contraffatte. A partire dal momento in cui, se un bambino ruba una bici, conta più la bici che la storia del bambino, il salto qualitativo è fatto: il salto nei nuovi reati (di accattonaggio o clandestinità); il salto nel sequestro del corpo, tramite biometria. L’habeas corpus, che è la facoltà di disporre del proprio corpo senza che esso sia manomesso o derubato, si perde.
I cittadini alle prese con lo spavento sono comprensibili. Ma la civiltà ha sue ragioni, che l’individuo impaurito non conosce o sottovaluta. Sono ragioni che riguardano anche lui. Il pastore Martin Niemoeller lo rammenta, in una poesia scritta a Sachsenhausen e Dachau, oggi esposta in un manifesto nelle vie di Roma. All’inizio deportano gli zingari, e tu taci. Poi gli ebrei, i sindacalisti, e sempre taci. Alla fine vengono per prender te. Non c’è più nessuno per protestare.

La Stampa

1 Commento

  1. Sull’argomento vi propongo l’intervento di Gianni Pittella, eurodeputato PD, Presidente della delegazione italiana nel Gruppo PSE al Parlamento europeo, al convegno “Migranti come noi. Accoglienza, integrazione e sicurezza nell’esperienza dei parlamentari eletti all’estero” (Roma, 1 luglio 2008).

    “Molti si chiedono perché di fronte ad uno dei frutti migliori della globalizzazione, una più accentuata mobilità delle persone, sia cresciuto e continui a crescere un sentimento di ostilità, di paura, di solitudine. E anch’io non mi do pace quando leggo i recenti responsi di Eurobarometro secondo cui solo una percentuale molto bassa, anche tra noi italiani, ritiene giusto e doveroso favorire l’integrazione dei migranti, offrire loro una condizione di vita dignitosa, una casa, una istruzione,una sicurezza sociale e sanitaria, momenti di partecipazione e di coinvolgimento nelle scelte, il diritto di voto, insomma quel complesso di diritti sui quali si è sviluppata la lunga teoria di battaglie affinché questi diritti fossero riconosciuti ai nostri connazionali all’estero.
    Per usare una frase più solenne, è sorprendente che il terzo millennio, che avrebbe dovuto albeggiare all’insegna di un nuovo alfabeto dei diritti di cittadinanza, conosca invece l’abisso dell’involuzione culturale e ponga finanche le forze più progressiste su un versante difensivo, quasi a rincorrere quelle culture di destra che, con toni più o meno beceri o eleganti, stanno mettendo al centro della loro agenda non il prossimo, ma l’alienazione del prossimo, una forma di xenofobia accentuata e indifferente, che sostituisce la parola amico con nemico, e il primato della integrazione e della cittadinanza con quello della repressione, come se cittadinanza e legalità non fossero le due faccia di una stessa medaglia, i due pilastri di una risposta vera e non demagogica al tema della sicurezza delle persone nelle nostre città.
    Chiariamoci: credo che sarebbe un errore grave sottovalutare il senso di insicurezza di molti cittadini davanti all’immigrazione, che deriva senz’altro da episodi di criminalità diffusa, ma che è anche un senso di smarrimento davanti al degradarsi della situazione economica e sociale, incertezza sul futuro dei figli, la sensazione di essere indifesi e deboli, una sensazione che comprendo e che si alimenta di fatti reali e molto gravi.
    La politica ha il dovere di dare risposte, di cercare soluzioni. Ma l’errore sta precisamente nella risposta che il governo di centro destra ha scelto di dare al tema della sicurezza. Una risposta mediatica e demagogica, che nulla ha a che vedere con soluzioni efficaci, che sceglie di cavalcare gli istinti più bassi e le paure della gente, invece di governarli.
    Le medicine oggi propinate in dosi massicce dai governi e dalle forze di destra sono la vera malattia.
    Ricacciare l’integrazione dei migranti in fondo alla lista, affidarsi alle ronde fai da te per garantire la sicurezza delle città, creare muri invece di costruire ponti, cercare risposte nazionali a un fenomeno sovranazionale come quello migratorio, invece di cercare insieme con l’Europa strategie comuni di governo dei flussi: tutto questo non solo accredita l’idea di uno stato che si chiude in se stesso, di un Paese fondatore dell’Unione europea che sgrida l’Europa perché troppo permissiva e tollerante, che al contrario dei partner europei non si pone il problema del calo demografico delle nostre società e infligge un colpo pesante all’economia e all’impresa, oltre che alla civiltà dell’Italia.
    Tutto questo segna anche una regressione culturale e morale per un Paese come l’Italia e per la politica italiana, una perdita di memoria grave rispetto alla nostra storia di migranti. Lo ha descritto magistralmente Gian Antonio Stella nel suo bellissimo libro “L’Orda”, di qualche anno fà. Forse dovremmo ricordare alla nostra gente i tempi in cui passavamo le Alpi a centinaia ogni notte, o arrivavamo a decine di migliaia sulle coste del Maine con le carrette della mafia, o crepavamo come mosche sulle navi, o vendevamo per fame i nostri bambini.
    Forse faremmo oggi un servizio ai cittadini italiani, alla civiltà di questo Paese se ricordassimo che questo siamo stati, da questa storia veniamo. Invece di cavalcare il razzismo che monta, l’intolleranza che cresce, la presunzione di diversità che ci mette contro l’altro, forse dovremmo ricordare. Ricordare che in Germania vivevamo in venti per stanza come i cinesi a Prato; in America importavamo criminalità come gli albanesi in Puglia. Sulle alpi i trafficanti italiani di uomini lasciavano cadere la gente nei burroni dopo averle tolto tutto, senza pietà, come gli scafisti tunisini e turchi sulle coste di Lampedusa.
    Una forza reale di progresso non può che partire da qui; perché l’ondata di razzismo, l’aria di xenofobia che monta nasce in una società che ha rimosso parte del suo passato.
    Per questo le risposte del governo Berlusconi al tema della sicurezza cavalcano la paura, odorano di demagogia e non ci convincono.
    Non serve minacciare l’espulsione di tutti i cittadini rumeni in base al reddito; non serve – ed è stupido e miope – minacciare l’espulsione di massa di centinaia di lavoratori senza i quali molte imprese non funzionerebbero, senza i quali il nostro Paese non reggerebbe la prova di civiltà dell’assistenza di anziani e ammalati, del lavoro di cura dei figli e delle case.
    Mentre invece serve rafforzare la collaborazione con le polizie e le magistrature europee per stroncare le reti criminali e il traffico di persone. Serve rafforzare ed allargare lo Spazio Schengen, non smantellarlo. L’Italia si copre di ridicolo se minaccia di ridiscutere lo spazio di libera circolazione delle persone che rappresenta una delle maggiori conquiste del progetto europeo, che ha consentito a migliaia di giovani di muoversi, di crescere culturalmente, di lavorare e studiare in un Paese diverso, di conoscere gente nuova.
    Un Paese come l’Italia, che ha contribuito a fondare l’Unione europea, non può dimenticare che la libera circolazione è il cuore della cittadinanza europea.
    E ancora, è sbagliato stabilire che gli immigrati sono diversi davanti alla legge, che la legge non è uguale per tutti. Chi delinque va perseguito e punito, allo stesso modo, che sia italiano o straniero. Stabilire che essere migranti è un’aggravante è una ferita alla nostra civiltà giuridica che non possiamo accettare.
    Ed è sbagliato e non serve prolungare la detenzione amministrativa degli immigrati irregolari fino a 18 mesi nei cpt: ogni bravo poliziotto, ogni bravo magistrato sa che se una persona non si identifica in due o tre settimane, non si identifica più, ed è un inutile costo per lo stato trattenerla in un centro.
    Invece serve negoziare insieme all’Europa un partenariato saldo di cooperazione, sviluppo, riammissione, con i Paesi di origine e transito: per garantire l’identificazione e anche l’espulsione, ma garantire il rispetto dei diritti delle persone, in particolare delle persone più vulnerabili, innanzi tutti dei minori.
    Anche per questo in seno al Parlamento europeo il PD si è battuto, insieme al gruppo socialista e alle forze di progresso per migliorare la direttiva europea sui rimpatri; per tutelare le famiglie e i minori, per limitare e dare garanzie giuridica alla detenzione degli irregolari. Purtroppo il testo adottato dalla maggioranza di centro destra in seno al Parlamento, pur essendo i gran parte condivisibile, ha mantenuto misure inaccettabili per noi su questi punti e per questo non abbiamo ritenuto di appoggiarlo.
    Infine non serve e, anzi, è un segno di barbarie che il governo Berlusconi, a settant’anni dalle leggi razziali decida che la questione Rom si risolve prendendo le impronte digitali ai bambini. Questa procedura ha soltanto un nome: si chiama schedatura in base all’etnia, è un provvedimento discriminatorio barbaro e inutile, che non risolverà uno solo dei problemi. Non toglierà i bambini nomadi dalla strada e dall’accattonaggio, non li inserirà in percorsi scolastici, non li toglierà ad una vita di degrado e stenti.
    Porteremo la questione al più presto all’attenzione del Parlamento europeo per fermare un provvedimento inaccettabile che ci mette fuori dall’Europa, fuori dalla civiltà.
    La questione Rom è una grande questione europea; serve un sostegno forte dell’Europa, che il commissario europeo Spidla ha garantito il mese scorso, perché si persegua chi delinque ma, insieme, si aiutino enti locali, regionali, nazionali a definire politiche di scolarizzazione, integrazione, antidiscriminazione. Serve scambiare buone pratiche con altre realtà europee, non mettersi fuori dall’Europa.
    È evidente, insomma, che serve un progetto politico alternativo e forte, fondato sulle persone e sui loro diritti, che metta al centro la sicurezza e i diritti come facce della stessa medaglia.
    Un progetto e una sfida che il PD deve raccogliere, perché questa è la frontiera oggi per un grande partito riformista che ha l’ambizione, come noi l’abbiamo, di svolgere una funzione nazionale nel nostro Paese e di svolgere un ruolo di progresso in Europa.
    E per l’Europa la sfida di progresso è oggi la ratifica del Trattato di Lisbona, cui l’Italia dovrebbe contribuire con forza, mentre invece assistiamo allo spettacolo di un partito di governo apertamente euroscettico che si rallegra del no irlandese al referendum. Dobbiamo anche qui andare in contro tendenza, non cavalcare la diffidenza dei cittadini verso l’Europa, ma comunicare il valore aggiunto del trattato e dell’Europa che esso disegna per le persone.
    Perché il trattato sancisce per la prima volta che i cittadini europei sono titolari dei diritti riuniti nella Carta europea, inclusi tutti i diritti sociali, e che le istituzioni li devono rispettare in modo vincolante.
    Perché eleva il Parlamento europeo, l’unico organo eletto dai cittadini, a vero e pieno legislatore al pari dei governi dei Paesi membri.
    Perché elimina la necessità dell’unanimità per ogni decisione europea, in materie sensibili, rendendo più trasparente e più veloce l’adozione delle leggi.
    Perché dà a un milione di cittadini la possibilità di inviare una petizione alle istituzioni europee per sollecitare una legge in materie di loro interesse.
    Perché dà per la prima volta ai parlamenti nazionali un ruolo forte di controllo del processo legislativo europeo e la possibilità di fermare provvedimenti europei se essi prevaricano le competenze nazionali.
    Si tratta di una grande battaglia democratica che deve impegnare la famiglie progressiste europee, a partire dal Partito del Socialismo europeo, in vista della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo il prossimo anno.
    La sfida delle elezioni europee sarà decisiva per le forze di progresso. Decisiva sarà la capacità di fare proposte forti e comuni a tutti i partiti progressisti nazionali sui grandi temi che investono il ruolo dell’Europa: dalla necessità di un governo dell’economia e della finanza mondiale per tutelare la qualità del lavoro e della vita dei cittadini europei, al governo dell’immigrazione, alla necessità dell’Europa come attore globale nella risoluzione dei conflitti.
    Si dice giustamente che le grandi famiglie europee vanno rinnovate e aperte. Io aggiungo “a partire dal loro inestimabile patrimonio di pensiero, di lotte e di conquiste”. Noi del Pd vogliamo e lavoriamo per costruire un più ampio arco di forze socialiste, riformiste, liberal democratiche.
    Ma, ed è questa la mia considerazione conclusiva, su quali punti cardinali, è declinabile il manifesto di un nuovo riformismo europeo? Certo non a prescindere dalla costruzione di una moderna cultura della cittadinanza e della declinazione dei suoi diritti.
    Purtroppo ci si infervora sui nomi dei contenitori, e poco sui contenuti. Ma questo è il segno di una caduta di spessore della politica che noi dobbiamo contrastare senza timidezze e conformismi.
    Anche da ciò passa la possibilità di tornare a vincere.

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