comunicati stampa

On. Ghizzoni: “Maggioranza rimanda a settembre finanziaria”

“La commissione Cultura della Camera ha approvato a maggioranza il parere alla manovra finanziaria pur mettendo in discussione il merito di molte proposte del governo e confermando la validità delle osservazioni espresse dal Pd nel corso del dibattito parlamentare”. Lo rende noto il capogruppo del Pd della VII Commissione di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, al termine della seduta che ha approvato a maggioranza il parere sul decreto economico.

“Le condizioni che la commissione ha posto al Governo come irrinunciabili per l’espressione del parere favorevole – prosegue la deputata del Pd – contrastano con l’indirizzo della manovra finanziaria e, per la prima volta, prendono atto dei drastici tagli al mondo della cultura italiana, dalla scuola, alle università, alla ricerca”.

“Sembra quasi – aggiunge – che i deputati di maggioranza con l’introduzione di ben 9 condizioni e 18 punti si siano voluti lavare la coscienza perché consapevoli di votare un provvedimento dannoso per il Paese. Nel merito, hanno ribadito il rischio che la tanto sbandierata noma sui libri di testo online possa avere effetti negativi sulla qualità dei processi formativi e venir meno all’intento di sgravare dai bilanci familiari il costo dei libri. Così come si sono accorti di come sia improprio inserire la possibilità di trasformare le università in fondazioni nel decreto fiscale tanto che hanno proposto di trasferire la materia ad un regolamento apposito. E hanno anche criticato il taglio al fondo ordinario dell’università, e quello del personale amministrativo scolastico (il personale Ata), il blocco del turnover per il reclutamento dei ricercatori. Per quanto riguarda la scuola la maggioranza ha snocciolato ben 11 punti correttivi della norma che il governo ha introdotto per riformare la scuola, a fronte di tagli di risorse e posti di lavoro assolutamente insopportabili per il sistema scolastico. Fortissima è stata la critica dell’intervento sull’editoria soprattutto per quanto riguarda la riduzione dei contributi diretti al settore”.

“Insomma – conclude – nella maggioranza sono sempre in più a tapparsi il naso prima di votare i provvedimenti del governo. Per pulirsi veramente la coscienza la maggioranza potrebbe sottoscrivere e votare i nostro emendamenti correttivi per scongiurare la cura da cavallo che Tremonti, con la complicità della Gelmini, vuole imporre al sistema scolastico e universitario italiano”.

Roma, 9 luglio 2008

1 Commento

  1. A questo indirizzo trovate il resoconto della seduta a cui faccio riferimento nel comunicato stampa.
    http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/bollet/scommfr.asp?annomese=200807&commiss=07

    Durante la seduta io e altri colleghi del gruppo Pd abbiamo presentato un parere sulla Finanziaria, che ovviamente è stato respinto, ma che contiene la nostra posizione sui tagli che colpiscono la cultura, la scuola, i beni culturali.
    Il parere approvato in Commissione contiene, a leggerlo attentamente, alcune critiche alle scelte di Tremonti simili alle nostre.
    E’ evidente il forte imbarazzo di chi, nella maggioranza, deve sostenere i tagli drammatici imposti da Tremonti.

    “DL 112/08: Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria (C. 1386 Governo)

    PROPOSTA DI PARERE ALTERNATIVO PRESENTATO DAI DEPUTATI GHIZZONI, COSCIA, LEVI, GIULIETTI, DE PASQUALE, MAZZARELLA, BACHELET, GINEFRA

    La VII Commissione
    esaminato per le parti di competenza il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112,
    premesso che:
    la scelta del Governo di utilizzare un decreto-legge per realizzare buona parte della manovra di finanza pubblica per il 2009-2011 è da stigmatizzare, poiché le dimensioni e la rilevanza sociale ed economica delle misure previste non possono essere affrontate nei tempi ristretti di conversione del decreto. Il Parlamento, ed in particolare l’opposizione, sono di fatto estromessi dalla possibilità di svolgere il proprio ruolo;
    nel merito, la manovra di finanza pubblica proposta dal Governo è sbagliata e non affronta le reali emergenze del Paese, cioè il recupero del potere d’acquisto dei redditi fissi e la competitività delle imprese. Nel provvedimento non si evince una sola misura in favore di salari e pensioni. La carta prepagata per i pensionati, ad esempio, è demagogica e di scarso impatto redistributivo, mentre il Governo Prodi aveva stanziato oltre 1,1 miliardi di euro per concedere la cosiddetta «quattordicesima», ossia un beneficio compreso tra 336 e 504 euro annui in favore dei pensionati ultrasessantaquattrenni con redditi bassi (oltre 3 milioni), che proprio in questi giorni è percepita dai fruitori;
    i vantaggi per i cittadini sono fittizi. Infatti la tanto reclamata Robin Tax avrebbe esiti negativi per le famiglie, come indirettamente confermano le modifiche annunciate oggi dal ministro Tremonti. L’aggravio fiscale sui petrolieri e l’ampliamento della base imponibile delle banche (interessi passivi deducibili al 95 per cento e stretta sulla svalutazione dei crediti), data la scarsa concorrenza di questi mercati, sarà in realtà scaricato – non si sa in quale misura – sul costo finale pagato dagli utenti dei prodotti energetici e dei servizi bancari. Inoltre si sottolinea che soltanto un quarto del maggior gettito finirà davvero a sostegno dei più bisognosi.
    i veri vantaggi provengono dalle misure del Governo Prodi: oltre alla già richiamata quattordicesima per i pensionati, si ricorda che il «piano casa» è interamente finanziato con le risorse stanziate dal precedente Governo: 550 milioni per il programma straordinario triennale di edilizia residenziale pubblica e 100 milioni per valorizzare il patrimonio del demanio e mettere a disposizione alloggi derivano dal DL 159/2007 collegato alla finanziaria 2008, 60 milioni di euro per l’edilizia residenziale pubblica sovvenzionata provengono dalla finanziaria 2007.
    la manovra definita dal Governo Berlusconi non aiuta la crescita e viene pagata da consumi e servizi essenziali. Il risanamento della finanza pubblica, che va proseguito con rigore, è conseguito facendo leva solo sul mantenimento dell’attuale pressione tasse (al contrario di quanto annunciato in campagna elettorale)
    e sui tagli generalizzati di tutte le poste di bilancio e non, invece, dove esistono sprechi e inefficienza. L’azione di risanamento della spesa pubblica attuata del Governo Prodi ha consentito il ritiro della procedura di infrazione per deficit eccessivo da parte della Commissione Europea, aperta dopo al termine del quinquennio del precedente Governo Berlusconi. Ciononostante il Governo Prodi ha accompagnato tale azione con un piano di redistribuzione delle risorse e di sostegno alla crescita del Paese, mentre nel provvedimento in parola non è previsto alcun intervento allo sviluppo dell’economia. Puntare sulle riforme strutturali (dalle liberalizzazioni alla riforma delle pubbliche amministrazioni), sugli investimenti nelle infrastrutture, sull’incremento del potere d’acquisto delle famiglie e sulla riduzione di tasse per le imprese consentirebbe invece di innalzare la crescita potenziale dell’economia italiana e facilitare gli sforzi di aggiustamento della finanza pubblica;
    l’intervento previsto sulla finanza degli enti territoriali colpisce, invece, alla cieca e pesantemente (18 miliardi di euro in 3 anni) Regioni, Province e Comuni e determina non le condizioni per eliminare gli sprechi, ma per tagliare diritti: dai posti negli asili nido, alle mense nelle scuole primarie ed elementari, dal trasporto pubblico locale, all’assistenza per gli anziani non autosufficienti. Il rischio è che per la scuola, la sanità e l’assistenza si impoverisca la qualità offerta e per i cittadini aumentino le rette;
    gli interventi di riduzione della spesa sanitaria (9 miliardi in 3 anni includendo la mancata copertura del ticket abolito nel 2007), in realtà sono in larga misura aumenti di entrate. Le Regioni, infatti, per compensare almeno una parte dei tagli al Fondo Sanitario Nazionale saranno costrette a reintrodurre i ticket sulle prestazioni e/o sui farmaci. Si deve ricordare che il Patto per la Sanità del 2007 già prevedeva la stabilizzazione della spesa sanitaria in rapporto al Pil;
    dalla manovra del Governo è pesantemente colpito il Mezzogiorno. Dopo il taglio di quasi 2 miliardi di euro dedicati alle infrastrutture stradali di Sicilia e Calabria, dopo il sostanziale svuotamento del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese private delle Regioni Meridionali, ora si revoca la programmazione dei fondi per le aree sottoutilizzate, così passando da una quadro di certezza a uno di incertezza;
    per quanto riguarda le entrate, la manovra del Governo demolisce l’impianto normativo di contrasto al riciclaggio di denaro sporco, all’evasione fiscale e al lavoro nero. L’allentamento del contrasto all’evasione e al lavoro nero sottrae al Bilancio dello Stato le risorse necessarie per finanziare la riduzione delle imposte sui redditi da lavoro e da pensione stabilite dalla finanziaria 2008;
    il servizio Bilancio della Camera ha rilevato i «profili problematici» alle coperture e all’impalcatura contabile del decreto in parola ed ha segnalato come il livello di debito-Pil sia atteso a livelli inferiori rispetto all’obiettivo programmatico del DPEF, che peraltro non ascrive alla manovra «alcun effetto di incremento della crescita». I tecnici della Bilancio hanno anche evidenziato che nella manovra è presente solo l’indicazione degli effetti riguardanti il saldo netto da finanziare, mentre mancano i calcoli per il fabbisogno e l’indebitamento netto. La copertura inoltre viene calcolata soloper il triennio 2009-2011, «a fronte di oneri che hanno, per un verso la durata superiore al triennio e, per un altro verso, natura permanente»;
    il provvedimento in esame, oltre a presentarsi estremamente disorganico, privo di qualsiasi omogeneità di materia è, per di più, in contrasto, in molte sue parti, con l’articolo 77 della Costituzione anche alla luce della più recente giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008);
    sempre in palese contrasto risultano le disposizioni con le quali il Governo si autoconferisce il potere di delegificazione, per il tramite delle previsioni di cui
    all’articolo 17, commi 2 e 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, come, ad esempio, nel caso degli articoli 44 e 64;
    Considerato che, per le materie di propria competenza, il decreto legge in esame prevede:
    all’articolo 15, per conseguire il condivisibile obiettivo di contenere il costo dei libri scolastici, si introduce uno strumento inadeguato e sbagliato in radice. Ci si riferisce alla disposizione che i libri di testo siano prodotti e adottati «in versione on-line scaricabile da internet». Tale previsione contrasta con alcuni elementi quali: i costi aggiuntivi per le famiglie (per la postazione PC e connessione internet, cartucce toner, carta, rilegatura; la natura specifica che debbono avere i libri destinati ad un uso multimediale; le ragioni delle imprese editoriali che non potrebbero mantenere inalterati i costi e i prezzi di vendita nel caso perdessero una quota rilevante delle loro vendite; la tutela dei diritti degli autori dei libri di testo;
    all’artrticolo 44, attraverso il riferimento alle somme stanziate nel Bilancio dello Stato come limite massimo di spesa, la cancellazione della natura soggettiva dei diritti ai contributi diretti da parte delle imprese. Questo, sommato ai pesantissimi tagli previsti, comporta il sicuro fallimento di un numero estremamente ampio di imprese editrici di quotidiani e periodici, con un danno evidente al pluralismi dell’informazione e dunque della democrazia italiana;
    all’articolo 16, la facoltà per le università pubbliche di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Si tratta di una scelta che corrisponde ad una radicale riforma di sistema che merita, per la sua complessità, una discussione adeguata, un confronto con l’esperienza delle fondazioni culturali, una approfondita fase di consultazione con i soggetti interessati e una chiarezza normativa, nell’ambito della copertura finanziaria e degli esiti scientifici e didattici nonché sui rischi di frammentazione del sistema universitario nazionale. Stigmatizziamo pertanto l’inserimento di tale norma in un vettore normativo d’urgenza, che rende impossibile il necessario approfondimento ed esautora la commissione di merito dall’esame del provvedimento. Le norme previste all’articolo 16 presentano gravi sviste, lacune e incongruenze tecniche, a testimonianza della ingiustificata fretta con cui sono state predisposte. Gli artt. 66 e 69 prevedono inoltre: un ingiustificato e irrazionale blocco del turn over; una iniqua rimodulazione degli scatti stipendiali che penalizza soprattutto coloro che assolvono al proprio dovere con professionalità e competenza, contraddicendo palesemente il principio tanto caro al ministro Gelmini di valorizzazione del merito; una insostenibile decurtazione del Fondo di funzionamento ordinario (superiore a 1,4 miliardi entro il 2013) che, unita alla possibile trasformazione in fondazioni avrà come effetto certo un insostenibile aumento delle tasse per gli studenti e un prevedibile dissesto delle finanze di quasi tutti gli Atenei, come peraltro paventato sia dagli organi di rappresentanza studenteschi che dagli organi di governo delle università.
    Stigmatizziamo con forza l’approccio generale degli interventi finanziari sull’università sia ispirato – soprattutto in questo settore strategico di crescita per il Paese – ad una ideologica prevenzione verso il sistema pubblico dell’istruzione superiore percepita nel DPEF come mero elemento della manomorta pubblica da smantellare L’università italiana e il sistema della ricerca hanno piuttosto bisogno di cambiamenti che vadano nella direzione di dare risposte cogenti in merito: ad un nuovo sistema di governance, ad un’autonomia responsabile basata sulla valutazione e sulla valorizzazione del merito, a un piano di assunzioni che privilegi l’immissione in ruolo di giovani ricercatori, a risorse appropriate e programmate, ad un regime fiscale incentivante per le erogazioni liberali, al potenziamento delle eccellenze come volano per l’innalzamento qualitativo dell’intero sistema su tutto il territorio nazionale;
    all’articolo 64, relativo a disposizioni in materia di organizzazione scolastica, si prevede un piano di riduzione della spesa pari a 7 miliardi 832 milioni di euro entro il 2012, e di tagli indiscriminati agli organici del personale di ben 87.000 posti di docenti e di 43.000 posti di operatori ATA. Tale piano, per il quale non è prevista alcuna seria verifica di sostenibilità da parte delle istituzioni scolastiche, non solo compromette i livelli minimi di funzionalità delle scuole ma disattende il programma di assunzioni avviato dal precedente Governo, che aveva autorizzato l’immissione in ruolo di 150.000 docenti e di 30.000 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliare (ATA) nel triennio 2007-2009. Il Governo, in modo irresponsabile, non affronta l’annoso problema del precariato e si limita a ridurre i posti in organico. Si ricorda inoltre che ai suddetti tagli si aggiungono quelli previsti per le Regioni e gli Enti locali, aggravando ulteriormente la situazione e mettendo in discussione servizi e interventi fondamentali per garantire il diritto allo studio e alle pari opportunità per i bambini e i ragazzi con disabilità e/o in una condizione di svantaggio economico e sociale. Si stigmatizzano inoltre le norme ai commi 3 e 4 dell’articolo 64, che esautorano il Parlamento dalle proprie funzioni legislative, poiché prevedono un piano programmatico del Governo per la revisione dell’attuale assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico e successivi regolamenti di delegificazione, sui quali la Commissione non è chiamata ad esprimere alcun parere. Si sottolinea che tali regolamenti possono modificare le disposizioni legislative vigenti, sovvertendo la gerarchia delle fonti del diritto;
    all’articolo 26 l’imprecisione della norma non consente di sapere se gli Istituti culturali pubblici saranno inclusi nella prevista soppressione degli enti pubblici non economici con una dotazione organica inferiore alle 50 unità. Tale incertezza impedisce ai suddetti istituti culturali di attendere alla propria attività con la dovuta serenità;
    la totale assenza di interventi a favore dei beni culturali e in specifico del settore dello spettacolo e del cinema. Tale assenza si fa ancora più grave se comparata ai tagli prodotti con le misure di abolizione dell’ICI. Con il disegno di legge n. 1185 il Governo ha soppresso due importanti interventi previsti dalla finanziaria 2008, quali il credito d’imposta a favore degli investimenti nella filiera del cinema (-16,7 milioni per il 2008 e 66,8 per il 2009 e il 2010) e il contributo straordinario (di 2 milioni per il 2008, 8 milioni per il 2009 e 10 milioni per il 2010) alle sale cinematografiche;
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