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A retromarcia

La prima manovra economica del governo Berlusconi IV verrà ricordata come l’unico piano finanziario triennale approvato in 9 minuti dal Consiglio dei ministri, come la manovra degli spot, degli slogan e della propaganda, come la manovra dei tagli, delle promesse mancate. La manovra della lotta contro i più poveri e i deboli della società, la manovra delle irregolarità, la manovra che ha svuotato il Parlamento di ogni suo ruolo. La manovra della penalizzazione degli enti locali e del Mezzogiorno, della mancata lotta alla crisi economica e sociale dell’Italia e degli italiani.

La manovra degli slogan. Robin Hood Tax e Social card sono gli emblemi di una politica degli annunci ingannevoli di redistribuzione economica dietro i quali ci sono solo aiuti mal celati ai poteri forti, dai petrolieri alle banche alle assicurazioni, che inevitabilmente ricadranno sulle spalle dei consumatori. Da quando il ministro Tremonti ha iniziato ad evocare l’eroe di Nottingham (sarà un caso?) il prezzo della benzina è schizzato a livelli record. Quanto alla social card, essa si limiterà allo sconto del 10% su alcuni prodotti alimentari e bollette.

La manovra depressiva. A fronte dell’evocazione di grandi crisi economiche come quella drammatica del 1929, Tremonti non mette in campo alcuno strumento strutturale che si proponga di contrastare questo trend. Significativa la sensibile riduzione degli investimenti, che rappresentano invece un’efficace contromisura contro le crisi economiche.

La manovra delle irregolarità. Come già successo durante le altre esperienze di governo del duo Berlusconi-Tremonti, assistiamo ad un tragico “abbassamento delle asticelle” nei confronti delle irregolarità nel mondo del lavoro e della finanza. La guerra dichiarata dal governo Prodi all’evasione e all’elusione fiscale è soltanto uno sbiadito ricordo, così come l’impegno messo in campo dal ministro Damiano per combattere il lavoro nero, una delle cause principali che alimentano giorno dopo giorno la tragica catena delle “morti bianche”. Un bel favore agli evasori, per esempio, lo si è dato sopprimendo l’obbligo di tenere un conto corrente per l’esercizio delle attività, o elevando da 5mila a 12.500 euro il limite da cui scatta il divieto per l’uso di contante e titoli al portatore.

La manovra delle promesse mancate. In tutta la manovra non è prevista alcuna misura che vada a contrastare la progressiva erosione del potere d’acquisto degli italiani né un adeguamento degli stipendi, dei salari e delle pensioni di tutti quei cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese.

La manovra delle tasse. Il paradosso più grande di una destra che per due anni di governo Prodi non ha fatto altro che gridare al furto nei confronti degli italiani da parte dello Stato, che ha promesso in campagna elettorale l’abbassamento di tre punti della pressione fiscale e poi, una volta al governo, ha deciso che le tasse non verranno ridotte fino al 2013, ma che, al contrario aumenteranno nel 2010. Per i fondi immobiliari si dovrà pagare il 20% di ritenuta sui proventi derivanti dalla partecipazione e su quelli “familiari” per i quali è stata introdotta una patrimoniale dell’1%. Quanto a banche e assicurazioni. l’imposta dello 0,20% delle riserve matematiche dei rami vita sarà aumentata allo 0,39 per il 2008.

La manovra anti-precari. Con una norma – poi leggermente modificata ma non stralciata, nonostante il parere di incostituzionalità espresso dai tecnici della Camera – il governo evidenzia la sua avversione verso i giovani precari, che, grazie a questo intervento, perderanno uno dei pochi diritti che avevano: quello di essere assunti dall’azienda contro la quale abbiano vinto una causa in tribunale. Il governo incentiva anche in altre maniere la diffusione dei contratti a termine, per esempio rendendoli possibili per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo, anche riferite all’attività ordinaria del datore di lavoro.

La manovra contro il lavoratori. Se non fosse stato per l’intervento del PD, nella Finanziaria sarebbero state inserite le seguenti misure: cancellazione delle sanzioni per i datori di lavoro che non rispettano le norme sul riposo settimanale dei dipendenti. Soppressione dell’obbligo per le imprese di comunicare l’assunzione il giorno prima dell’inizio del lavoro. Quanto agli statali, la crociata del ministro Brunetta ha portato al paradosso che per malattie serie e disabilità un lavoratore non possa assentarsi per ricevere le cure appropriate.

La manovra dei tagli. I tagli alla spesa pubblica, grande cavallo di battaglia di Tremonti, sono stati fatti in modo frettoloso e indiscriminato, andando a minare le basi del nostro stato sociale. I tagli a settori vitali come la Scuola e alla Sanità pubblica faranno sentire il loro peso quando, in autunno, le famiglie ripartiranno dopo le vacanze estive. Per quanto riguarda la salute, esce rafforzato dalla Finanziaria il principio per il quale per avere delle cure appropriate si dovrà sborsare sempre più denaro. E’ prevista la razionalizzazione (diminuzione) dei posti letto negli ospedali pubblici. Le Asl non rimborseranno più a piè di lista.

La manovra dei paradossi sulla sicurezza. Incredibile. La destra ha fatto della sicurezza un punto focale della campagna elettorale, ha contribuito a creare e a diffondere la paura tra i cittadini, che poi ha cavalcato, ha approvato in tempo record un “pacchetto sicurezza” fornito di misure tra a cavallo tra demagogia e xenofobia, ha spedito l’esercito nelle strade della nostre città e poi che ha fatto? Taglia i fondi alle forze dell’ordine (3,2 miliardi) con il risultato di vedere diminuire commissariati, volanti e agenti.

La manovra delle marce indietro. Una significativa marcia indietro il governo l’ha fatta: ha tolto dal maxiemendamento, grazie alla pressione del PD, uno scellerato provvedimento con il quale annullava l’assegno sociale a chi non avesse avuto un lavoro con una retribuzione di almeno 400 euro mensili, trasformando uno strumento tradizionalmente assistenziale in previdenziale.

La manovra contro gli Enti locali. Il governo affama gli enti locali, i Comuni in particolare. Alla faccia del federalismo solidale. L’abolizione dell’Ici – altra misura che andrà a favorire i ceti più agiati della popolazione a discapito di quelli meno abbienti – toglie dalle casse delle amministrazione comunale un importo che dovrà essere rimborsato dallo Stato, che inevitabilmente andrà a ricadere sui contribuenti. I Comuni perdono inoltre una fonte certa di entrate, e quindi la gestione dei servizi essenziali ai cittadini sarà enormemente più complicata. In generale, i tagli per Regioni, Comuni e Province fino al 2011 saranno di 9 miliardi di euro (4 alle Regioni).

La manovra contro il Sud e contro…il Nord. Il Sud è chiamato a pagare un prezzo altissimo perché sono state sottratte risorse consistenti. Si sono eliminati i fondi europei destinati a importanti infrastrutture. Ma anche il Nord non starà zitto perché non si accontenta certo di un dito medio alzato contro l’inno nazionale. Qualcosa dovranno raccontare agli elettori, tutti gli amministratori locali chiamati da Tremonti a contribuire alla manovra con pesanti tagli.

La manovra contro la cultura e l’istruzione pubblica. Solo grazie all’intervento del Partito Democratico è stato ripristinato il credito d’imposta per gli investimenti cinematografici, prima tagliato. L’obbligo scolastico, portato negli scorsi anni a 16 anni, potrà invece assolversi anche nei percorsi di formazione professionale, riportandolo di fatto a 14. Le università pubbliche potranno trasformarsi in fondazioni di diritto privato. I docenti della scuola primaria e secondaria passeranno da 868.542 del 2008-2009 a 781.201 nel 2011-2012.

La manovra contro i consumatori. Di liberalizzazioni contro monopoli e poteri forti neanche l’ombra. In compenso il governo ha deciso di togliere la possibilità ai consumatori di portare avanti cause collettive contro le aziende (class action). E’ rinviata al primo gennaio (?) l’entrata in vigore della disciplina introdotta con la Finanziaria 2008 del governo Prodi.

La manovra contro l’ambiente. Nella finanziaria il governo non ha stanziato un solo centesimo di euro, dei 37 miliardi previsti, per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, mentre siamo in un drammatico ritardo in confronto agli altri Paesi Europei.

La manovra contro il Parlamento e contro la Costituzione. Per finire non si può non fare cenno all’atteggiamento tenuto dalla maggioranza e dal governo che, a colpi di fiducia, ha espropriato il Parlamento di qualsiasi ruolo e prerogativa. Deprecabile, inoltre, il tentativo di Tremonti – che ha provocato il richiamo del capo dello Stato – di presentare la manovra senza indicare la sua copertura finanziaria.

Il Partito Democratico si è opposto con fermezza al varo di un così grave pacchetto di misure economiche che non affrontano i problemi del Paese e dei cittadini e che, al contrario, sembra condurre tutti dentro un vortice dal quale sarà difficile uscire.

Per dire NO a tutto questo il PD ha indetto la petizione Salva l’Italia, con la quale ci si propone di raccogliere cinque milioni di firme, che faranno da base alla grande mobilitazione del 25 ottobre.

Il Partito Democratico si è opposto con fermezza al varo di un così grave pacchetto di misure economiche che non affrontano i problemi del Paese e dei cittadini e che, al contrario, sembra condurre tutti dentro un vortice dal quale sarà difficile uscire.

Per dire NO a tutto questo il PD ha indetto la petizione Salva l’Italia, con la quale ci si propone di raccogliere cinque milioni di firme, che faranno da base alla grande mobilitazione del 25 ottobre.

3 Commenti

  1. Andrea dice

    Un giornale che non “ubbidisce” al premier è un fatto raro…………

    Famiglia cristiana, critiche al governo e al «premier spazzino»

    Nessuna attenuante. “Famiglia cristiana”, il settimanale dei Paolini sferza duramente il governo e con bruciante ironia attacca il «presidente spazzino» e le misure sulla sicurezza, possibile causa di una «guerra tra poveri» nel «paese marciapiede».
    In un editoriale, di cui è stata data un’anticipazione, il settimanale passa in rassegna tutti i provvedimenti adottati dal governo e dai sindaci, in particolare quello capitolino, Gianni Alemanno e li contesta uno per uno: i militari in strada, «neanche fossimo in Angola», i sindaci sceriffi «luci e ombre, ma bene decoro e lotta prostituzione», le norme anti elemosina.

    «Il cardinal Martino ha posto un dubbio atroce: la proibizione dell’accattonaggio serve a nascondere la povertà del Paese e l’incapacità dei governanti a trovare risposte efficaci, abituati come sono alla ‘politica del rattoppo’, o a quella dei lustrini? La verità – scrive Famiglia Cristiana – è che ‘il Paese da marciapiede’ i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del ‘Presidente spazzino’, l’inutile ‘gioco dei soldatini’ nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato)».

    Un richiamo preciso è stato indirizzato poi al sindaco di Roma Alemanno per la vicenda «cassonetti». Secondo il settimanale cattolico, «c’è il rischio di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le ‘buffonate’, che servono solo a riempire pagine di giornali». Infine una sottolineatura sulla situazione economica: «Troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?».

    E Alemanno cerca di difendersi facendo passi indietro: «Voglio rassicurare il direttore e la redazione di Famiglia Cristiana: le ordinanze antidegrado che ci apprestiamo a emanare sono tutte finalizzate alla lotta contro il racket e lo sfruttamento e non hanno nulla a che fare con la guerra ‘ai poveri’ costretti per fame a rovistare nei cassonetti». E aggiunge, con tentativi di arrampicata sugli specchi: «Stiamo parlando, infatti, di provvedimenti diretti ad evitare che riciclatori abusivi frughino nei secchioni dell’immondizia per trovare oggetti da rivendere, lasciando la spazzatura in mezzo alla strada e creando quindi concreti rischi igienico sanitari. Si tratta di un problema molto sentito nella periferia di Roma che ha trovato anche eco in una mozione approvata dal Consiglio Comunale».

    Secondo Alemanno a dimostrazione che le ordinanze antidegrado non sono rivolte contro i poveri, «c’è il fatto che sin dall’inizio – ha spiegato – ci siamo impegnati a confrontare questi testi con le organizzazioni di volontariato, cattoliche e non, che sono impegnate in prima linea nella lotta contro la povertà urbana. Quindi, invito gli amici di Famiglia Cristiana a non basarsi sui titoli di giornali per censurare questa o quella iniziativa, ma a prendere concretamente visione delle nostre ordinanze quando il testo sarà definitivamente predisposto e quando avverrà il confronto con il mondo del volontariato».

    Mentre con molta meno diplomazia replica il Pdl: «Famiglia Cristiana? Vittima di un colpo di calore», dice Isabella Bertolini, deputata del Pdl. «L’esecutivo ha varato norme che comprendono l’uso dei militari, che stanno facendo egregiamente il loro dovere. Si sono quindi liberati poliziotti e carabinieri, che oggi possono essere impiegati per svolgere le loro normali funzioni. I cittadini apprezzano».

  2. Redazione dice

    Tagli. Se la cultura diventa inutile
    di Vittorio Emiliani L’Unità

    Arte e Cultura, cronache di una disfatta totale: l’Italia precipita ancor più lontano dagli altri Paesi avanzati dove quelle due voci sono considerate un investimento sociale, e non un costo (da tagliare). La scure «rivoluzionaria» – ieri l’hanno detto in coppia Gianni Letta e Giulio Tremonti – calata sulla spesa pubblica si è infatti abbattuta più pesantemente del temuto anche sul ministero per i Beni e le Attività Culturali.
    Al “MiBac” sono stati tolti – secondo le cifre fornite dalla Uil Beni Culturali – 355, 369 e 552 milioni di euro rispettivamente nel 2009, 2010 e 2011. Il totale sottratto sale così, nel triennio, a un miliardo 276 milioni. Un terzo delle cifre tagliate è stato amputato alla voce Tutela e valorizzazione: nel prossimo triennio il MiBAC e le sue Soprintendenze si limiteranno a pagare gli stipendi e poco più, secondo la logica dell’ente inutile “perfetto” che si mangia in costo del personale tutto ciò che incassa e/o riceve. Saranno quindi possibili chiusure o drastiche riduzioni di orario in musei e aree archeologiche e pertanto la stessa voce “turismo culturale” ne sarà colpita al cuore, con minor capacità di attrazione dell’Italia, minori entrate dirette e soprattutto minor indotto turistico-culturale. Un bel contributo alla rianimazione della nostra indebolita economia. Non basta: i tagli hanno spazzato via i 45 milioni preventivati in tre annualità dal ministro Rutelli per l’abbattimento di altri “ecomostri”, ma se uno spulcia i singoli capitoli, vede, per esempio, che viene ridotta pure la spesa ordinaria destinata al comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio: ladri e rapinatori dell’arte e dell’archeologia – tombaroli in testa – facciano dunque festa. Questo ministero viveva già al limite: i tagli, tutt’altro che lievi, decisi dal Berlusconi IV lo mettono su una strada. O lo conducono alla chiusura. Cosa potranno fare le Soprintendenze che già nel recente passato verso metà anno non avevano più fondi per i telefoni, per i francobolli, per pagare le imprese di pulizia (bagni dei musei inclusi)? Quali missioni sul posto potranno organizzare quelle Soprintendenze ai Beni architettonici nelle quali ogni tecnico si ritrova alle prese con un migliaio di pratiche delicate all’anno? Le amputazioni vanno a minare l’attuazione stessa del Codice per il paesaggio, reso ben più stringente e severo, dalla gestione Rutelli-Settis, ragion per cui il saccheggio del nostro paesaggio riprenderà con grande vigore. La scure (“rivoluzionaria”, beninteso) di questo governo, che considera la cultura un optional e che ha affidato la custodia dei Beni culturali ad un personaggio come Sandro Bondi, senza alcun peso specifico (infatti le sue deboli proteste hanno contato meno di zero), si abbatte su settori già più che “francescani”, come gli archivi e le biblioteche, l’Istituto centrale per il catalogo, la Scuola Archeologica Italiana di Atene che partirà, nel triennio prossimo, con 157.000 euro in meno di finanziamento statale e arriverà con 307.000, in meno naturalmente. Poi ci sono le somme e i contributi previsti per una miriade di associazioni, istituzioni e fondazioni che, con qualche eccezione, certo, rappresentano il sistema capillare della ricerca culturale, la storia stessa del nostro Paese: le antiche Accademie locali, le Deputazioni di storia patria (già vedo Bossi sorridere contento), le Fondazioni politiche (Sturzo, Turati, Nenni, Gramsci, ecc.) e quelle musicali, ecc. Anche in questo caso, spesso, verrà meno l’ossigeno. Tanto più che enti locali e Regioni, anch’esse mutilate, non potranno subentrare in nulla. Ma passiamo al tanto discusso e però fondamentale Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus). Il taglio per le Fondazioni lirico-sinfoniche parte dai 51,7 milioni dell’anno prossimo e arriva, in progressione, agli oltre 101 del 2011. Il fondo per le attività musicali perde inizialmente 15,2 milioni e arriva a 29,8 milioni, mentre l’altro per le attività teatrali di prosa da va da 17,7 a ben 34,6 milioni. Ma ci saranno riduzioni di contributi anche per la già deperente danza classica. Tornando agli ex Enti lirici e sinfonici, è vero che devono essere riformati nel senso di una maggiore snellezza gestionale e di minori bardature burocratiche. Vi sono Enti infatti che registrano incidenze assurde del personale sui costi totali: l’Opera di Roma col record del 70,9 per cento, seguita dal Massimo di Palermo col 67,3 e dal Carlo Felice di Genova col 66,7, fino a scendere all’incidenza minima (encomiabile) del Regio di Torino: 42,3 per cento. Ma non sarà il drastico e per niente finalizzato taglio delle risorse a curare le situazioni più malate. Così si ammazzano il melodramma, la musica, il balletto, punto e basta. O si mettono le Fondazioni musicali di fronte ad un bivio: ridurre le produzioni ed abbassarne il livello (sovente già scaduto), oppure portare il prezzo dei biglietti a quote inarrivabili dai più, a cominciare da giovani e giovanissimi. Significa inoltre sterilizzare la spesa per la didattica artistica e musicale, negando, per decenni, al Paese di uscire dal gorgo di ignoranza e di maleducazione nel quale è precipitato rispetto all’Europa, ex Paese dell’Arte, della Musica e del Bel Canto. Il Consiglio Superiore dei Beni culturali, all’unanimità, aveva espresso, il 16 scorso, la più viva preoccupazione per una «temuta deriva che rischia di annichilire la tutela e il governo del patrimonio culturale e paesaggistico» invitando a «considerare la spesa per la cultura nel suo pieno valore economico per l’impatto generale che essa ha sul sistema economico e sociale del Paese, dall’industria del turismo al cosiddetto Made in Italy, all’immagine complessiva della Nazione». Tremonti ha accelerato la macellazione della cultura. Parole al vento, dunque. Come le patetiche proteste del ministro Bondi. Il quale (al pari della collega dell’Ambiente, Prestigiacomo, per i Parchi Nazionali) ha già una sua idea: assumere, magari a New York, un super-direttore dei musei statali con più “polpa” e affidarne la gestione a società private. Il trionfo del privato sul pubblico. La fine della cultura come valore fondamentale per tutti. Specie per chi ha minor reddito e minori chances di partenza. Un futuro radioso.

  3. Redazione dice

    A chi non è andato in vacanza o comunque continua a visitare il sito, proponiamo due articoli di approfondimento

    Il Bel Paese senza soldi
    Salvatore Settis – La Repubblica
    Nonostante i meritori tentativi del ministro Bondi, la manovra finanziaria d´estate si chiude con tagli assai pesanti ai Beni culturali. Un miliardo di euro in meno nel prossimo triennio peserà sull´Amministrazione come un macigno, riducendone drasticamente la funzionalità: e ciò all´indomani di una riforma del Codice che le assegnava nuovi e più impegnativi compiti nella difesa del paesaggio. Cresce a ogni giorno che passa l´età media dei funzionari (oltre i 55 anni), e senza soldi di turnover non se ne parla. Il già ridicolo finanziamento della Cultura (0,28% del Pil, ai livelli più bassi d´Europa) è stato ulteriormente falcidiato.

    Eppure, chi trova questa situazione preoccupante viene accusato di “statalismo”. Interessante rimbrotto, che si può interpretare in due soli modi: o nel senso che proteggere beni culturali e paesaggio è di per sé deplorevole, e dunque sarebbe meglio distruggere e svendere ogni cosa a man salva; o nel senso che la necessaria tutela del nostro patrimonio culturale e paesaggistico può farsi lo stesso, anche se i finanziamenti dello Stato si riducono in modo così massiccio. Nessuno è tanto cinico (o barbaro) da sostenere la prima di queste due tesi. Molti invece i sostenitori della seconda, che tuttavia puntano su quattro diverse strategie. Vediamole.

    Secondo alcuni, come l´onorevole Aprea, il Ministero avrebbe «accumulato qualcosa come 4.000 miliardi di vecchie lire di residui passivi», e perciò basta pescare in questo salvadanaio e «rimodulare i meccanismi di spesa», e il gioco è fatto: i tagli della manovra d´estate sarebbero solo un invito alla virtù. Peccato che le cose non stiano così: questa cifra è aggregata su più anni, per giunta considerando “residui passivi” le somme già spese ma non liquidate, dunque dà un´idea distorta della realtà (sarebbe giusto che fosse lo stesso Ministero a chiarirlo).

    Seconda teoria: se lo Stato si dilegua, arriveranno i privati a gestire musei e parchi archeologici. Ma quali privati? La favoletta secondo cui in America i musei vanno a gonfie vele perché privati ha già fatto il suo tempo, ma giova ripetere perché: nessun museo d´America ha il bilancio in attivo (il Getty, che è il più ricco, copre con gli introiti meno del 10% delle spese), ma tutti possono contare su beni patrimoniali investiti (endowment). Sono donazioni di uno o più mecenati, il cui frutto è obbligatoriamente investito in attività culturali, a fondo perduto: nulla di comparabile con l´assetto dei musei italiani, che di endowment non ne hanno proprio.

    Ma perché tanti generosi donatori in America, in Italia quasi nessuno? Facile: in quel grande Paese vige un sistema fiscale efficiente, che prevede fra l´altro la detassazione totale delle quote di reddito che vengano donate a musei, teatri, università, istituti di ricerca. In tal modo, gli Usa e i singoli Stati federati rinunciano a introiti significativi, e i cittadini-donatori stabiliscono un legame di fidelizzazione con le istituzioni che sostengono. Donazioni private sì, ma rese possibili dalla lungimiranza dello Stato.

    Perché invece di parlare di un inesistente modello americano di gestione redditizia dei musei non si adotta il concreto modello americano di un sistema fiscale efficiente? Forse perché il fisco italiano (che il governo sia di destra o di sinistra) non rinuncia a un centesimo di tasse, né può farlo, dato lo stratosferico livello dell´evasione fiscale nell´infelice Penisola. L´adozione del “modello americano” comporterebbe in primis la lotta all´evasione fiscale, perciò non se ne parla.
    Meglio qualche chiacchiera a vuoto sul “museo come azienda”, che non tocca gli interessi di nessuno (salvo che dei musei).

    Terza strategia per sostituire lo Stato in ritirata: le Fondazioni museali a partecipazione mista, pubblico-privata. Buona idea, se funziona. Ma funziona? A dieci anni dalla legge in merito (Veltroni-Melandri, con regolamento Urbani), c´è una sola fondazione nata intorno a un museo statale (l´Egizio di Torino), un´altra (Aquileia) sta nascendo. Il freno principale è precisamente la difficoltà di trovare capitali di provenienza non pubblica: se a Torino si è potuto contare su due grandi fondazioni bancarie, in quasi tutte le città italiane non è così. Il meccanismo è forse efficace, ma di lentissimo rodaggio.

    Un´Italia che si converte in massa alle Fondazioni per colmare i tagli che devasteranno il Ministero non è plausibile, si accettano scommesse.
    Quarta ipotesi, la devoluzione dei beni culturali alle Regioni, che l´infelice riforma del Titolo V della Costituzione tortuosamente sembra consentire. Proposte in tal senso sono state avanzate dalla Toscana nel 2003, da Lombardia e Veneto nel 2007, dal Piemonte un mese fa: cioè sempre da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento.

    Verrebbe così a crearsi per i beni culturali una situazione simile a quella della sanità, dove dal 2001 (secondo “Cittadinanza Attiva”) «una distorsione del concetto di federalismo declina il diritto costituzionale alla salute in 21 modalità diverse».
    Con due aggravanti: primo, mentre i malati possono spostarsi – quando possono– – da una regione all´altra (nel 2007 lo ha fatto il 51% dei cittadini, e il dato è in salita), monumenti e paesaggi sono inchiodati in situ.
    Secondo, le regioni più povere avrebbero ben poco da destinare alla tutela: in regime di “federalismo fiscale”, solo sette regioni sarebbero autosufficienti, nessuna al Sud; e al Sud va solo il 5% delle contribuzioni liberali delle Fondazioni bancarie.

    Ma la devoluzione dei Beni culturali comporterebbe un risparmio di spesa a parità di servizi? C´è da dubitarne: la sanità “federale” non solo è distribuita in modo diseguale, costa anche di più: «nel ´98 costava 55 miliardi, oggi ne brucia il doppio» (G. Trovati, Il Sole, 4 agosto). Che cosa accadrebbe ai beni culturali? E al paesaggio? La risposta è chiara: o il moltiplicarsi della spesa, o un drammatico affievolirsi della tutela.
    Insomma: se lo Stato dovesse dileguarsi, il rimedio per i Beni culturali è ancora da trovare. Sandro Bondi ha scritto (Il Giornale, 3 agosto) che la tutela «è un formidabile generatore di senso comunitario, di creatività, di crescita civile e produttiva», e che perciò «non dev´essere compresso il finanziamento alla cultura, all´istruzione e alla ricerca».

    «Un Paese come l´Italia che non scommette sulla cultura e l´istruzione è un Paese che non ha futuro». Non si può che essere d´accordo con lui. Ma basterà «incoraggiare l´intervento dei privati e delle autonomie locali» per tappare l´enorme buco di bilancio creato dalla manovra d´estate?

    Intanto, i nostri vicini di casa ci giudicano. La Süddeutsche Zeitung del 5 agosto commenta questi tagli col titolo «La minacciata liquidazione della tutela dei beni culturali assesta il colpo di grazia alla cultura italiana e devasta i tesori più preziosi d´Europa». La situazione, scrive Volker Breidecker, «non è drammatica, è catastrofica», e l´Europa non può disinteressarsene, dato che l´Italia è «culla della classicità, luogo d´origine del Rinascimento e della civiltà comunale, civiltà a cui si devono quasi tutte le idee-guida della politica e della vita pubblica, e per questa ragione sede di un patrimonio archeologico, architettonico, paesaggistico e artistico senza paragoni sulla Terra».

    Che cosa accadrebbe, si chiede Breidecker, in caso di devoluzione? La privatizzazione, come quella dei templi di Agrigento, progettata dalla Sicilia? O la vendita del patrimonio culturale pubblico, come a Verona va facendo il Comune?

    Consigliamo la lettura di questo articolo al presidente Berlusconi e al ministro Tremonti. Vi troveranno un giudizio durissimo, ma che tradisce a ogni parola un amore senza riserve per l´Italia, per la sua tradizione e per il suo futuro. Anche questo amore, condiviso da tanti in Europa e fuori (anche in Italia? anche in Parlamento?), è un asset su cui contare. I tagli alla Cultura non solo mettono a repentaglio il futuro del nostro patrimonio, ma costituiscono un immediato, grave danno d´immagine per il Paese. Chi saprà correggerlo? E come?

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