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«Dàgli al negro». E la spiaggia si scatena. Scene di razzismo a Porto San Giorgio e Pedaso. Bagnanti contro gli ambulanti: «Ha ragione Maroni»

Scene di razzismo in riva all’Adriatico. Venditori ambulanti, naturalmente di colore, costretti a fuggire, altri fermati dai bagnanti e consegnati alle forze dell’ordine. E a chi cerca di salvarli arrivano insulti: «Vattene, qui comandiamo noi». La cura xenofoba della destra sta producendo i suoi effetti. Anche in spiaggia.
«Fuori, qui comandiamo noi». Caccia al «nero» sulle spiagge

«MARONI HA FATTO LA LEGGE, QUINDI…» Scene di (già ordinario?) razzismo sul litorale delle Marche, dove il vento della nuova destra gonfia le vele dei peggiori istinti. Ambulanti segnalati e consegnati ai carabinieri, altri costretti a scappare. E ai villeggianti con un briciolo di senso umano urlano: «Non vi sta bene? Cambiate Paese»
«Devono tornare a casa loro… adesso comandiamo noi». Noi, i leghisti di Bergamo, di Verona in vacanza a Pedaso, borgo marinaro dove il fiume Aso dai Sibillini sfocia nel mare Adriatico, nel tratto tra Porto San Giorgio e San Benedetto del Tronto, nelle Marche. «Andate via voi, ma non vedete, è un essere umano che male vi ha fatto?», gridano i bagnanti del luogo e i turisti napoletani e pugliesi. Un folto capannello mi impedisce di vedere. Mi avvicino. Dentro quel cerchio umano, sul marciapiede che guarda il mare, c’è un ragazzo di colore, rannicchiato, il viso coperto dalle mani, come fanno i bambini quando vengono sgridati. Il sole a picco fa luccicare la sua pelle nera, come la vergogna delle parole udite. Un vigile, in piedi, gli blocca le spalle con le mani. «Cosa sta accadendo?» chiedo a un signore che indicando con il dito il «negro» risponde con tono carico di odio: «Non è in regola, non ci deve stare nel nostro Paese, deve tornarsene in Senegal». Mentre una signora mi spiega che è stato proprio lui a chiamare il vigile che lo rincorreva bestemmiando. Non si fa attendere la rivendicazione orgogliosa del signore in costume e marsupio blu sulla pancia, per la nobile impresa compiuta e per la sua appartenenza a quel Nord Italia che mostra i muscoli: «Sì, li ho chiamati io i vigili, ha qualcosa da ridire?», «No, mi complimento di cuore per il suo coraggio, certa che ne avrebbe altrettanto nel chiamare i vigili se un fuoristrada parcheggia sullo scivolo per handicappati o la capitaneria se un motoscafo si fosse avvicinato alla riva a motore acceso…». «Ma che c’entra? Quelli non sono fatti miei, invece questi qua – indicando di nuovo il “negro” con il dito – non hanno il diritto di venire a casa nostra. E poi Maroni ha fatto una legge? Allora, adesso comandiamo noi e se non vi va bene cambiate Paese». Mi torna in mente Sogno di un Valzer di Brancati, 1938: «Non è il fine che distingue i barbari dagli uomini civili, i santi dai delinquenti, ma i mezzi che si adoperano per raggiungere questo fine… dimmi che mezzi adoperi e ti dirò chi sei». Chiedo ai vigili perché lo tengano lì braccato. Risposta: «Aspettiamo i carabinieri per arrestarlo» mentre mi invitano dapprima a non impicciarmi, poi a fornire i documenti. Mentre la folla rimane divisa: da una parte i turisti del nord continuano a inveire contro quel ragazzo che la sola resistenza che oppone sono lacrime; dall’altra quelli del sud, che chiedono semplicemente rispetto umano. «Come ti chiami?» chiedo al ragazzo straniero mentre il vigile mi ripete che devo allontanarmi ed estrae la macchina fotografica per identificarmi. «Sono vigili stagionali», mi spiega invitandomi alla comprensione il vicesindaco di Pedaso, Barbara Toce, che si sta dando un gran da fare per risolvere al più presto la situazione. «Inesperti – rispondo – ma non incapaci di tradurre in azione l’aria che tira nel Paese». Intanto sento una voce flebile: «Mi chiamo Amid. Ho sete, mi prendi una bottiglia d’acqua?», lo vedo che tira fuori dalla tasca un euro e lo dà alla mia amica Donatella, atterrita, al mio fianco. Dignità in risposta a chi lo tratta come un topo che ha osato uscire dalla fogna per invadere la civiltà del lungomare di Pedaso. Dove un viale si chiama «Sacco e Vanzetti», e ogni sottopasso porta il nome di un cantante che ha fatto la storia della canzone impegnata come Gaber. O De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori» si legge sulla targa affissa a pochi passi da Amid. Svuotata come se quella scena avesse sventrato gli uomini di tutte le loro attese rendendo la vita buia e il loro futuro incerto, ho telefonato a Don Franco Monterubbianesi, fondatore della Comunità di Capodarco e presidente di «Noi Ragazzi del Mondo». «La crisi è morale e culturale – dice – Il “come” vengono trattati oggi gli immigrati da noi è lo stesso “come” hanno sfruttato e sfruttano i popoli del Terzo Mondo senza rispetto per il loro sviluppo. Una legge disumana non sarà mai una legge giusta e, dunque, capace di risolvere il problema».

* * *

Ore 11 di un altro giorno. Chalet Barracuda a Porto San Giorgio dove spesso i gestori Sandro, Magda e Paola invitano a mangiare alla loro tavola i senegalesi, i pakistani che percorrono la spiaggia con i loro borsoni pesanti quanto la loro fame. Gli uomini della Capitaneria di Porto, rincorrono tre senegalesi che vendono collanine e pupazzetti di pelouche. Uno, vistosi perso, si tuffa in mare, perde la sacca, le collanine galleggiano e i pupazzetti anche. Elisa, 15 anni, corre a recuperarli, spera di poterglieli restituire. Ma il ragazzo non sa nuotare, torna indietro e lo arrestano. Intanto la caccia al nero continua. Arrivano i rinforzi: carabinieri e Guardia di Finanza. I bagnanti assistono sconcertati: «Sembra che stiano inseguendo delinquenti incalliti, spacciatori. Certo, sono irregolari, devono essere espulsi, ma come lo fanno è da brivido». E la spiaggia si trasforma presto in un’arena dove c’è chi dà voce alla sensibilità ferita, chi resta indifferente, e chi, come i turisti del nord «dito medio alzato» alla Bossi, gode mentre quegli «sporchi negri» vengono ammanettati. Non sanno che qui con gli «sporchi negri» si condivide il pane e anche i sorrisi, nelle scuole come nelle fabbriche, e che le persone sanno, come scrive Cheikh Tidiane Gaye in Mery principessa albina che «chi ignora il rispetto dei cuori altrui, s’investe della propria autorità ma non di quella del suo popolo e di conseguenza svalorizza la sua terra».

2 Commenti

  1. Daniela dice

    Sui diritti di tutti ricchi, poveri, bianchi, neri,rom e non comunitari, i nostri alleati più vicini sono, non a caso, i cattolici impegnati tutti i giorni nel confronto e nell’accoglienza dell’altro.
    Riporto una intervista apparsa su L’Unità di Don Vittorio Nozza direttore di Caritas Italiana

    Ha appena terminato di scrivere l’editoriale per il mensile Italia Caritas, don Vittorio Nozza, direttore di Caritas italiana, coscienza lucida, puntuale come la sua penna che con severità, spirito critico, forte senso di appartenenza, non smette di evidenziare le debolezze di una politica forte e inefficace. Una politica – quella di Maroni & co. – che «mette radici»: come per le scene di «caccia al nero» viste negli ultimi giorni sulle spiagge e raccontate da l’Unità.

    Don Nozza, sembra che non siamo più esseri umani, liberi, uguali. Persone che costruiscono il futuro della stessa terra…
    «È il risultato del carosello mediatico subito dai cittadini. Della battaglia messa in atto in alcune città ai lavavetri, all’accattonaggio, la cacciata dalle spiagge, accolta da una sorta di silenzio consenso, come se fosse diventato improvvisamente normale interdire ai poveri, agli extracomunitari, città che passano per essere un patrimonio dell’umanità, ma finiscono per esserlo solo per quella parte che se lo può permettere: amministratori, cittadini benpensanti. Le battaglie contro i poveracci trovano ampia soddisfazione. Non stupisce che si tenti di nascondere agli occhi del paese una parte di vita che non piace, ma che continua ad esistere, e per farlo si ricorra a complesse architetture per la grande spettacolarità ma dalla dubbia tenuta in tempi medio-lunghi. Molti cittadini interpellati dai tg, senza alcun imbarazzo, paiono unanimi nel bollare i mendicanti come un fastidio. Fastidio, infatti, è stata la parola più gettonata, quasi fosse un termine neutrale e di galateo e non contenesse una sottile, perversa e inconfessabile carica di violenza. Non fosse altro perché sotto quello straccio di vestito, c’è una persona che vale più dei marciapiedi e del giusto decoro delle nostre spiagge e delle nostre città… ».

    Vede delle responsabilità chiare?
    «Intristisco poichè il mondo politico per mitigare le frustrazioni di un popolo che vede riflesse nei poveri le proprie paure, predica federalismo contro la crisi economica e pratica metodi che ci rende tutti più sbrigativi, più superficiali e spietati. Stupisce anche l’enfasi con cui tali decisioni vengono cucinate e servite agli italiani. Rovistare in un cassonetto, tentare di vendere bigiotteria sulle spiagge in cambio di un pezzo di pane, non è certamente un divertimento per un povero o un per extracomunitario».

    Condiviso anche da politici che si dicono cristiani…
    «Essere cristiano non è una proclamazione ma una testimonianza, uno stile di vita, un modo di stare nel mondo: è la partecipazione solidale, costruire insieme, non gestire separatamente le questioni. Occorre coniugare con una serie di politiche l’una strettamente legata all’altra: l’accordo con gli stati di provenienza, l’accompagnamento di questi disperati a partire dal loro stato di appartenenza al territorio di arrivo, con una politica dell’investimento nell’integrazione. Lavorare molto su quei 3 milioni e mezzo di regolari che vivono inseriti nelle scuole, nelle case, nelle fabbriche perché sempre più questo zoccolo duro diventi capace di legarsi, favorito anche dalla struttura del nostro territorio, fatto di comuni piccoli e medi, che si presta all’integrazione. Solo un territorio solidale è sicuro, diversamente un territorio presidiato non è sicuro, per chi arriva e per chi ci vive. È scontato che là dove c’è violenza vada perseguita. Noi siamo per l’impasto tra legalità e accoglienza, non si può disgiungere la legalità dalla giustizia, dall’ accoglienza. Il problema è che questa politica separa».

    Dalla sua storia che coniuga esperienza cristiana e laica quali consigli a chi governa?
    «Che se investiamo soltanto nel contrasto il rischio è togliere sicurezza a tutti, anche a noi stessi diventando anziani, malati, senza riferimenti, senza servizi domiciliari, senza opportunità. Solo garantendo un pezzo di amicizia, la gente si sente parte, altrimenti è insicura e dà sfogo agli istinti peggiori. Chi è chiamato a governare non può prescindere dall’ascolto. Quando ero direttore della Caritas della mia città, Bergamo,20 anni fa, c’era un campo rom dove accadeva di tutto, il problema è stato risolto solo quando il sindaco ha inviato una presenza del territorio».

    La “disgregazione delle coscienze” per dirla con Gramsci, a cui assistiamo, è il frutto del linguaggio, anche dei gesti?
    «Sì. Il linguaggio utilizzato in questi ultimi mesi rischia di montare molto l’immaginario, di distorcere la mentalità. Così si finisce con il considerare il venditore di bigiotteria, di pupazzetti di pelouche sulle spiagge un nemico, chi espone il piattino un sovvertitore della serenità. Assistiamo ad un linguaggio che fa paura in quanto disgrega, appunto. Da quando opero nell’ambito Caritas, ormai da 25 anni, non mi era mai accaduto di ricevere lettere in cui ci accusano di essere responsabili della venuta di queste persone che non verrebbero se noi non ce ne occupassimo. Anche gli operatori se lo sentono ripetere. Allora, il pericolo è che questo modo di pensare monti dentro quella ordinarietà che solitamente è capace di sopportare alcune fatiche. E che non si accetti più di sopportare o di portare alcune fatiche come il legare il diverso con la bellezza dell’altra persona, con la possibilità di comprendere e costruire insieme futuri diversi da quelli conosciuti».

    di Sandra Amurri

  2. Redazione dice

    Sempre in tema di diritti, proponiamo un articoli di Adriano Prosperi

    RIFLESSIONE. ADRIANO PROSPERI: LO STATO DEI DIRITTI IN ITALIA
    Qui si commenta una non notizia, un silenzio. Si dice: cane che morde uomo non fa notizia. E’ la massima fondamentale del mondo dell’informazione: quel
    che e’ abituale, ripetitivo, fissato nelle regole della natura e non vietato dalla legge non fa notizia. Applichiamo la regola a un fatto dei nostri
    giorni. Un fatto a tutti gli effetti grave – una tentata strage – che pero’ non ha fatto notizia. Ecco il fatto: nella tarda serata di lunedi’ 29 luglio
    anonimi attentatori a bordo di un “quad” hannolanciato una bottiglia molotov contro roulottes in sosta nell’area industriale di un piccolo centro
    toscano. L’atto criminale e’ rimasto solo potenzialmente assassino perche’la molotov non e’ scoppiata. Un caso fortunato, che non riduce la
    responsabilita’ di chi ha tentato di uccidere. Eppure la notizia, emersa per un attimo nella cronaca (ad esempio, su “Repubblica” del 30 luglio, cronaca
    di Firenze, p. 7), e’ affondata immediatamente nel silenzio.
    Chi scrive queste righe ha tentato di capire meglio i fatti e soprattutto i silenzi attraverso un contatto diretto con gli abitanti di un luogo che gli
    e’ per ragioni biografiche specialmente familiare. Ma si e’ dovuto arrendere davanti a gente distratta, disinformata, simpatizzante piu’ o meno
    apertamente per gli attentatori. Molti affermavano di non sapere, pochi ammettevano che si era trattato di cosa spiacevole, ma minimizzando: una ragazzata, un gesto innocuo, che aveva fatto pochi danni (appena una
    carrozzeria ammaccata). Il resto, il pericolo corso da una famiglia, lo spavento di bambini e adulti, la loro rapida decisione di fuggire dal luogo
    dell’aggressione, non sembrava suscitare nessuna partecipazione. Bilancio: solidarieta’ evidente con gli autori dell’attentato, ostilita’ verso chi ne
    era stato minacciato. Quasi un clima mafioso. Ma a differenza dei casi di mafia, in questo caso omerta’ e silenzio locali hanno avuto un riscontro
    nazionale. Il silenzio e’ rapidamente calato sul caso. E le indagini ufficiali, che di norma qualcuno deve pur svolgere, non avranno vita facile.
    L’enigma ha una soluzione facilissima. Nel luogo dell’attentato era in sosta per la notte una carovana di automobili e roulottes di nomadi sinti. Solo
    per caso non ci sono stati dei morti: nelle roulottes c’erano dei bambini. E ancora una volta, come accadde anni fa al criminale che, non lontano da quel
    piccolo centro toscano, pose in mano a una piccola mendicante zingara una bambola carica di esplosivo, i potenziali assassini sono stati coperti dalla
    solidarieta’ collettiva.
    Chi conosce la banalita’ del male, la quotidiana serpeggiante avanzata della barbarie che precede e sostiene le modificazioni profonde dei rapporti
    sociali, tenga d’occhio l’episodio. O meglio: annoti il silenzio che ha inghiottito quella che solo per caso e’ stata una mancata tragedia. Ne e’
    stata teatro una regione – la Toscana – che e’ d’obbligo definire “civile”.
    Non si sa bene perche’. “Civile” appartiene all’esercizio dei diritti e dei doveri di cittadinanza. Da quando la specie umana ha riconosciuto in documenti solenni che non deve esistere nessuna differenza di dignita’ e di
    diritti tra i suoi membri, la civilta’ si definisce dall’assenza di razzismi e dalla lotta contro le discriminazioni di ogni genere. E la cultura che si
    studia e si insegna ha la sua misura fondamentale nell’educare ai valori della cittadinanza attiva.
    Certo, la Toscana ha un patrimonio grande di cultura. La sua economia ne vive: cultura di terre incise dal lavoro come da un sapiente bulino, disegnate nelle opere di una grandissima tradizione pittorica. Bellezze naturali e bellezze d’arte vi sono inestricabilmente legate. Anche patiscono
    insieme le minacce del mercato. Per esporre meglio la merce si affaccia periodicamente nelle opinioni locali la proposta di eliminare dalla vista
    dei clienti le presenze sgradevoli: i “vu cumpra’”, i mendicanti, gli storpi e naturalmente gli zingari. “Corruptio optimi pessima”, diceva la massima
    antica: la caduta e’ tanto piu’ pericolosa quanto piu’ dall’alto si precipita. Gli abitanti della regione che vanta tra i suoi titoli di nobilta’ la prima abolizione legale della pena di morte oggi ospitano e nascondono un virus antico e pericoloso. Non sono i soli. E non bastera’ il voto di condotta restaurato nelle scuole a educare i futuri cittadini se chi getta una bottiglia molotov contro gli zingari viene impunemente vissuto dalla collettivita’ come “uno di noi”: noi in lotta contro loro – i diversi, i senza diritti.
    Un’ultima osservazione: l’ostilita’ nei confronti dei nomadi, degli zingari, e’ antica e diffusa, in Toscana come in tutta Italia. Ma nessuno aveva mai
    pensato di ricorrere alle molotov contro di loro. E’ un salto di qualita’ senza precedenti, il gradino piu’ alto toccato da aggressioni e tentativi di
    linciaggio che non fanno nemmeno piu’ notizia. E una cosa e’ evidente: non ci saremmo mai arrivati senza la campagna di diffamazione e di criminalizzazione condotta da partiti politici di governo e senza la recente legittimazione giuridica della discriminazione nei confronti delle presenze
    “aliene” – zingari, immigrati clandestini, esclusi dalla comunita’ “extracomunitari”). Il cattivo esempio viene da chi ha la responsabilita’
    di governare gli umori collettivi e non sa rinunziare a eccitarli. Se quella molotov fosse esplosa, oggi saremmo qui a contare le prime vittime di una
    campagna irresponsabile alimentata dall’alto. Chi favoleggia di proteste in difesa dei diritti di liberta’ in Cina cominci a prendere sul serio quel che
    si dice nel mondo sulla situazione dei diritti umani in Italia.

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