università | ricerca

Decreto legge Università: On. Ghizzoni, “governo chiude ogni possibilità di riforma condivisa”

“Giudichiamo offensivo che il ministro Vito usi come motivazione della richiesta di fiducia sul decreto università una sostanziale condivisione del provvedimento. In realtà, al Senato sono stati accolti solo pochi emendamenti formali e qui non è stato possibile alcun confronto di merito.
Il tempo a disposizione ci sarebbe stato, ma il governo ha scelto un’altra strada”. Lo afferma la capogruppo in commissione Cultura del Pd, Manuela Ghizzoni.
“Abbiamo comunque chiesto – ha proseguito la Ghizzoni – di illustrare in aula i nostri emendamenti perché fossero chiare e note le nostre proposte che migliorerebbero il provvedimento, che così com’è rischia invece di non raggiungere neanche gli obiettivi che si propone, anzi addirittura di  produrre un effetto contrario”.
“Su diritto allo studio, sblocco del turn over per i ricercatori, ripristinodi finanziamenti tagliati con la manovra – conclude la deputata Pd – avevamo presentato proposte concrete che avrebbero potuto portare a una convergenza.
Purtroppo, maggioranza e governo dimostrano di voler mettere una pietra tombale su una riforma condivisa che restituisca all’università il ruolo di volano dell’innovazione e del progresso sociale ed economico del nostro paese”.

5 Commenti

  1. Patrizia dice

    Leggendo questo articolo della Stampa del 6 gennaio ho finalmente capito a cosa si riferisce l’On.Ghizzoni quando parla di peer review!

    “Cerchiamo rivoluzionari veri”
    di Marco Pivato
    Prendete bene gli appunti!». Parola di Leslie Sage, astronomo all’Università del Maryland e redattore capo di «Nature»: è arrivato in Italia, ospite dell’Università Milano Bicocca e dell’astrofisico Guido Chincarini, e spiega come il sistema «peer review» – la validazione degli articoli scientifici da parte di revisori esterni – è lo strumento-chiave e universale: è il varco da passare se si vuole fare lo scienziato.
    Professore, quali sono i consigli per pubblicare su «Nature»?
    «L’articolo deve possedere un elemento fondamentale: l’apporto di un vero cambiamento nel proprio campo. Questo è riconoscibile solo se il ricercatore si chiede: “Il mio articolo avanzerà il grado di conoscenza dei colleghi? Integrerà parti mancanti? Risponde a una o più domande che altri gruppi si stanno ponendo?”».
    Voi revisori volete stupirvi?
    «Ogni disciplina ha esigenze diverse, ma in tutte vale la capacità dell’autore di stupire e far pensare al revisore: “Non ci avevo pensato!”. Secondo aspetto: il ricercatore deve spiegare il perché. Deve esplicitare movente e intenzioni».
    Quali sono le ingenuità più frequenti dei giovani ricercatori?
    «La più frequente è dimenticare di spiegare approfonditamente il campo di pertinenza della propria ricerca e le relazioni con le altre scienze: bisogna contestualizzare, argomentare ciò di cui si scrive, evidenziando le applicazioni. È tipico, invece, dare per scontato che il revisore conosca ogni aspetto. Si devono fornire informazioni complete: non si deve prendere per sprovveduti i revisori, ma nemmeno pensare che conoscano tutti gli studi. Se non si tiene conto di questo, il revisore non saprà riconoscere e valutare il valore scientifico dell’articolo».
    E poi ci sono i furbi: come si capisce se c’è malafede?
    «Il sospetto nasce quando l’autore tralascia volutamente di citare altri autori che hanno contribuito, con ricerche precedenti, ad arrivare al proprio articolo. È un aspetto etico che i revisori hanno a cuore, ma purtroppo è un’astuzia che ricorre nel 15-20% dei “papers”. Si pensa di risultare più eclatanti. In realtà, per noi, è facile accorgerci delle omissioni, sia per esperienza sia perché abbiamo software appositi».
    Anche «Nature», però, ha preso abbagli: voi, per esempio, rifiutaste di pubblicare l’articolo che poi valse il Nobel a Kary Mullis.
    «E’ normale, data la mole di materiale trattata. Ma è sempre più difficile imbrogliare. I nostri software rivelano i “copia-incolla” da altri documenti. Ma, soprattutto, la scienza è “autogarante”: se qualcuno pubblica dati falsi, è difficile che qualche altro scienziato non se ne accorga. Successe nel 2002 a Jan Schön dei Bell Laboratories, proiettato verso il Nobel con una serie di articoli sui transistor molecolari pubblicati da noi. Colleghi dell’Università di Princeton e della Cornell si accorsero che i transistor di Schön non potevano essere realizzati. Lo spiegarono, rendendolo vittima dei suoi stessi raggiri».
    Non c’è nessun punto debole nel sistema di «peer review»?
    «Ciò che temiamo di più è imbatterci in autori o in revisori che tengono nascosti potenziali contratti o interessi che hanno con terzi. E’ una possibilità, per fortuna, rara: accade nel 5% degli articoli».
    Lei legge articoli da tutto il mondo: che differenze ci sono tra le comunità di scienziati, dall’Europa all’America e all’Asia?
    «Non sono rilevanti. Il modo di scrivere la scienza non è quello dei romanzi: segue regole universali. Inoltre, va globalizzandosi. Quando mi arriva una proposta, non mi chiedo chi sia l’autore né da dove provenga. E’ possibile che riceva un articolo da Harvard assieme a quello di un neo-laureato di una remota università del Sud dell’Italia e che rigetti quello del senior di Harvard».
    Qual è il livello degli articoli italiani che le vengono inviati?
    «Gli italiani sono ottimi scienziati. L’Institute for Scientific Information, che costituisce il riferimento per l’individuazione dei criteri di adeguatezza formale delle riviste scientifiche rispetto agli standard internazionali, dice che l’Italia ha una frequenza di citazione dei propri studi superiore alla media europea. Considerando anche le altre riviste, oltre a “Nature”, l’Italia è il sesto produttore, per quantità, di articoli: il vostro Paese è nel G7 della letteratura scientifica. Da voi, quindi, l’eccellenza c’è, ma non è adeguatamente sovvenzionata e valorizzata».
    Da quale scienza si aspetta le maggiori innovazioni?
    «La biologia e la genetica. Se non altro perché è lì che ora si investe di più. Ma non si può scommettere da dove arriverà la prossima rivoluzione. Alla fine del XIX secolo sembrava che la fisica non avesse più niente da dire, ma poi sono arrivati Bohr, Einstein e Heisenberg. Sarei tentato di dire che sarà la conferma dell’esistenza della materia oscura a costituire la prossima rivoluzione. Ma nella mia carriera di astrofisico ho imparato che l’Universo è troppo complicato: meglio puntare i telescopi non per trovare giustificazione a ciò che ci aspettiamo, ma per trovare ciò che non ci aspettiamo».

  2. Angela dice

    Continua l’arroganza di questo Governo che si beffa della democrazia e della Costituzione.
    Un giorno non lontano pagheremo a caro prezzo la nostra indifferenza.

  3. Redazione dice

    Pubblichiamo l’intervento dell’On. Ghizzoni in merito alla discussione del disegno di legge: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca (Approvato dal Senato), per il quale il Governo ha deciso di apporre la fiducia

    Signor Presidente, Ministro Gelmini – è un piacere averla qui, capita di rado – sottosegretario Pizza (che invece è sempre con noi, qui e in Commissione), onorevoli colleghi, non più tardi di tre settimane fa, il 15 dicembre scorso, si è svolta in quest’Aula (analogamente deserta) la discussione sulle linee generali sul provvedimento in esame. In quella occasione noi auspicammo che il decreto-legge non fosse blindato, come si usa dire, contrariamente invece a quanto era stato lasciato intendere durante i lavori in Commissione.
    A me dispiace contraddire il Ministro Vito, però in realtà i lavori di Commissione sono stati assolutamente affrettati e inadeguati (vedo che la collega Aprea fa cenno di assenso e ciò mi conforta nella mia lettura). Sono stati inadeguati, infatti non abbiamo potuto svolgere nemmeno un’audizione, nonostante le modifiche apportate al testo dal Senato. Sono stati affrettati per i tempi compressi dovuti alla decisione della conferenza dei presidenti di gruppo di far approdare il provvedimento in Aula il 15 dicembre. Avevamo veramente poco tempo e abbiamo lavorato in sessioni molto ravvicinate.
    Se poi dobbiamo fornire la cronaca esatta degli eventi in Commissione – mi rivolgo in particolar modo alla collega Aprea – dobbiamo farlo con precisione. La fase emendativa è vero che è saltata, ma (e lei lo sa molto bene) è saltata dopo le vibranti proteste dei rappresentanti del centrodestra: voglio ricordare Emerenzio Barbieri, Paola Goisis, Fabio Granata e le loro critiche che rimangono agli atti dei lavori della Commissione. La stessa maggioranza ha richiesto tempo – e noi abbiamo convenuto con loro – per verificare la disponibilità del Governo a modificare il testo. È per questo motivo che abbiamo ritirato in quelle due sedute molto convulse i nostri emendamenti. Poi questa disponibilità del Governo non c’è stata e questa è storia che rimane scritta agli atti.
    Ritorno al 15 dicembre: in quell’occasione facemmo anche notare – lo feci notare io – che tecnicamente la data entro la quale convertire il decreto, cioè il 9 gennaio, che allora non era prossimo, avrebbe consentito tutto lo spazio per una discussione serena e con tempi distesi in Aula. Più di tre settimane, infatti, avevamo a disposizione; una sola è stata poi occupata da una intensa attività, tanto che abbiamo potuto convertire tre decreti-legge ed abbiamo proceduto all’approvazione definitiva della legge finanziaria. Poi ci sono state due settimane di riposo per arrivare ad oggi con la richiesta dell’ennesima fiducia, l’ottava alla Camera dall’avvio della legislatura, che è stata posta adducendo diverse giustificazioni: ormai il 9 gennaio è prossimo e non ci si può permettere di lasciar decadere il decreto, eventualità questa che non rientra nelle nostre intenzioni; dico ciò per rassicurare quanti a diverso titolo sono coinvolti da questo provvedimento.
    Il Ministro Vito prima ha anche aggiunto che in fin dei conti il testo è stato condiviso al Senato. Ma quando mai? Quando mai il testo è stato condiviso al Senato? Solo perché sono stati accolti un paio di emendamenti formali, uno solo sostanziale. Qui non si tratta di condivisione, ma di normale prassi e di discussione parlamentare. Noi comunque, qui alla Camera, non abbiamo avuto una discussione né in Commissione né in Aula.
    Voglio anche aggiungere che un’attenta analisi dei tempi a disposizione ed anche una valutazione di carattere politico mi porta a dire che le motivazioni addotte dalla Ministro Vito non ci soddisfano assolutamente. Signor Presidente, non voglio apparire demagogicamente come la stacanovista dei lavori e dell’attività parlamentare, ma tra il 19 e il 23 dicembre si sarebbe potuta svolgere la discussione sul provvedimento, con la sua auspicabile approvazione con modifiche, e oggi al Senato avrebbe potuto tranquillamente iniziare la terza e definitiva lettura del provvedimento. Insomma entro il 9 gennaio, come previsto, il decreto-legge avrebbe potuto essere approvato, magari con un testo migliorato rispetto a quello attuale e più condiviso, tanto o poco sarebbe dipeso naturalmente dalla volontà del Governo e della maggioranza di voler dialogare con noi dell’opposizione. Soprattutto si sarebbe consentito al Parlamento di svolgere la propria funzione.
    Ho delineato uno scenario assolutamente realistico, a condizione però che la maggioranza nella settimana di Natale avesse assicurato la propria presenza in Aula; in altra parole, fosse stata in grado di garantire il numero legale, esercizio al quale attende ormai da mesi con qualche patente difficoltà, questo va detto a coloro che ci stanno ascoltando. Tutto questo per dire che, se si fosse voluto, tempo per discutere il provvedimento ce ne sarebbe stato d’avanzo, ma il problema sta proprio qui: nel fatto che non si vuole discutere, nel fatto che il Governo esautora il Parlamento dalle proprie prerogative, non gli riconosce quella centralità di ogni momento del dibattito evocata dal Presidente Fini nel suo bilancio di fine anno.
    Lo abbiamo detto, lo ribadiamo e mai ci stancheremo di farlo: il ricorso massiccio alla decretazione d’urgenza, che in questa legislatura sta pericolosamente diventando il veicolo normativo di carattere ordinario, e la reiterata richiesta della fiducia procurano un evidente squilibrio tra i poteri costituzionali: in altre parole mettono in crisi il nostro ordinamento.
    Non so se sia chiaro per coloro che ci ascoltano da casa e che leggeranno i resoconti di seduta, quindi, a rischio di essere un po’ pedante, signor Presidente, mi faccia ricordare che, attraverso la fiducia, si pone una pietra tombale sul dibattito parlamentare e sulla discussione degli emendamenti proposti, sulla possibilità di modificare il testo per migliorarlo e per rendere comprensibili norme scritte male e in fretta – su questo punto ritornerò – e si trasforma la Camera in un mero votificio, di ratifica dei provvedimenti di iniziativa del Governo, si mette a rischio la nostra democrazia.
    Per il decreto-legge in parola, è mancato qualsiasi atteggiamento di ascolto da parte del Governo, tuttavia, con senso di responsabilità, non abbiamo fatto mancare le nostre proposte sotto forma di emendamenti, anche se certamente non si può dire che il loro numero abbia assunto il carattere ostruzionistico: ne abbiamo presentati una sessantina. In questo avvio di legislatura, il Governo si deve assumere la responsabilità di essersi chiuso a qualsiasi confronto aperto e costruttivo sui temi della conoscenza, come testimoniano gli interventi governativi su questi ambiti attraverso tre decreti-legge, presentati tutti alla Camera e sui quali è stata posta la questione di fiducia. In altre parole, all’opposizione (che – lo ricordo – è essenziale in ogni sistema democratico, come ha ricordato peraltro il Capo dello Stato) e ai deputati di maggioranza è stato consentito di svolgere un mero esercizio di stile. Signor Presidente, mi faccia ricordare brevemente i tre decreti-legge: il primo è stato il decreto-legge n. 112 del 2008, noto come manovra d’estate, che ha posto una gravissima ipoteca su formazione e ricerca, con il pesante taglio delle risorse, necessarie invece per la tenuta del sistema pubblico di istruzione universitaria, e le basi di un progressivo disimpegno dello Stato da una sua funzione precipua. Poi, vi è stato il decreto-legge cosiddetto Gelmini, con l’introduzione di una regressiva novità: il maestro unico nella scuola primaria e la riduzione del tempo scuola; una novità voluta esclusivamente per far cassa, a danno del sistema scolastico, avulsa da qualsiasi valutazione culturale, pedagogica ed educativa e da qualsiasi analisi del sistema vigente e dei livelli di apprendimento raggiunti dagli alunni, che – lo voglio ripetere – sono molto buoni, tra i primi d’Europa, e continuano a migliorare, anche in quegli ambiti in cui si registrano tradizionalmente difficoltà.
    Il 9 dicembre, infatti, sono stati presentati i risultati IEA TIMSS 2007 – il Ministro sa esattamente a cosa mi sto riferendo – sulla valutazione degli apprendimenti in matematica e scienze, condotta in circa sessanta Paesi. Quella che esce da questi dati è una scuola primaria in ottima forma. Anche sulle competenze di scienze e matematica, migliorano le competenze dei nostri studenti di nove anni, in analogia con gli eccellenti risultati nell’apprendimento della lettura riconosciuti dai dati IEA PIRLS di qualche anno fa, del 2006. Sono dati internazionali che avevamo utilizzato inascoltati per contrastare nel merito la proposta del ritorno al maestro unico e del taglio del tempo scuola nella scuola primaria. Ora questi recenti dati IEA TIMSS ci confermano che eravamo nel giusto nel difendere un sistema educativo pienamente in grado di raggiungere gli obiettivi di istruzione ed educativi fissati. Mi chiedo come lei, signor Ministro, possa ignorare questi dati, che contraddicono le sue scelte di intervento a gamba tesa nella scuola primaria e, soprattutto, mi domando come mai gli ottimi risultati IEA TIMSS che dovrebbero inorgoglire tutta la nazione, sono passati pressocché sotto silenzio, ed è anche per questo motivo che ho dedicato ad essi un po’ del tempo a mia disposizione.
    Il terzo decreto-legge è quello in parola, il n. 180 del 2008, che, strada facendo, è diventato un piccolo omnibus sulla materia universitaria, poiché al Senato si è arricchito di ben cinque articoli, cinque norme connesse in qualche modo alla materia originaria, pur non essendo materie immediatamente correlate alle principali finalità del provvedimento, tanto per non tradire quella tradizionale eterogeneità dei contenuti che fino ad ora ha caratterizzato i decreti-legge. Sono parole mie, ma in realtà le ho desunte dalla relazione del Comitato per la legislazione. Se dovessi sinteticamente definire questo decreto-legge, direi che è velleitario, demagogico, centralistico, come testimoniano i molti decreti non regolamentari disseminati nel provvedimento, che sottraggono un controllo da parte del Parlamento, incapace di responsabilizzare gli atenei, nonché promotore di nuove procedure burocratiche, piuttosto che generatore di una vera cultura della valutazione. Del resto, signor Ministro, lei appena insediata ha bloccato l’avvio dell’Agenzia nazionale di valutazione. Poi, nelle linee guida, che ancora aspettiamo ci vengano illustrate in Commissione, benché lo avessimo chiesto, mi pare che abbia cambiato idea e aspettiamo pertanto fiduciosi.
    Come abbiamo spiegato in sede di discussione sulle linee generali e come stiamo facendo e faremo oggi nell’illustrazione degli emendamenti, il decreto-legge n. 180 del 2008 è modesto nei contenuti e imperfetto nella redazione del testo. A questo proposito, è chiarissimo il parere espresso dal Comitato per la legislazione, che suggerisce alcune modifiche necessarie per chiarire la volontà del legislatore e la corretta applicazione delle norme. Nel parere del Comitato per la legislazione, ad esempio, si legge che: «nel procedere a numerose modifiche della disciplina vigente, il provvedimento in esame non effettua un adeguato coordinamento con le preesistenti fonti normative». Ancora: «il decreto-legge modifica anche disposizioni di recente approvazione, in particolare l’articolo 1 (…) del decreto-legge n. 112 del 2008, circostanza che, come rilevato già in altre occasioni analoghe, costituisce una modalità di produzione legislativa non pienamente conforme alle esigenze di stabilità, certezza e semplificazione della legislazione». A questo proposito, allora, varrebbe forse la pena che il Ministro per la semplificazione normativa, Calderoli, dedicasse almeno una parte delle sue attenzioni non solo alla devoluzione, ma all’adozione di nuove norme ben scritte, comprensibili e applicabili.
    Il Comitato per la legislazione, inoltre, osserva: «il provvedimento, inoltre, adotta espressioni imprecise ovvero dal significato tecnico-giuridico di non immediata comprensione». Sarebbe utile qui ricordarle, ma non lo faccio per economia di tempo e rimando al testo del parere del Comitato. Inoltre, il Comitato per la legislazione rileva che «il preambolo del decreto, in modo inusuale, non evidenzia il carattere straordinario delle circostanze di necessità ed urgenza che giustificano l’adozione del decreto-legge, come invece richiede articolo 15, comma 1, della legge n. 400 del 1988 (…) ». Forse, le circostanze di necessità ed urgenza sono apparse labili agli stessi estensori del decreto-legge per dichiararle nel preambolo.
    Con riferimento all’articolo 1, comma 7, il Comitato osserva che esso reca una nuova disciplina di portata generale sulla valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori e, a fronte di ciò, sostiene che – cito – « (…) dovrebbe procedersi ad inserire la disposizione in oggetto in un quadro normativo organico (…) ». Mi pare quindi che se ne possa dedurre un giudizio sulla natura tampone del presente provvedimento e l’università non ha proprio bisogno di misure tampone.
    Alcuni nostri emendamenti recepiscono le osservazioni del Comitato per la legislazione e i rilievi del Servizio studi; eppure, questi sforzi a vantaggio dell’efficacia del testo e per la chiarezza della sua formulazione sono destinati a restare lettera morta, ovviamente a causa dell’arroganza del Governo. A questo punto, non resta che affidare l’interpretazione autentica delle norme all’approvazione di ordini del giorno, ma è a tutti chiaro quanto sia deprimente questa strada, data la funzione legislativa del Parlamento.
    Vengo all’emendamento a mia firma, che propone, per le risorse aggiuntive in favore del diritto allo studio, una copertura diversa e certamente più idonea rispetto all’uso dei fondi per le aree sottoutilizzate, che il Governo, dall’inizio della legislatura, ha utilizzato come un banale bancomat a disposizione della spesa corrente, dimenticando che la procedura di spesa, estremamente complessa, richiede un ammontare di risorse di tre volte superiore all’onere richiesto; infatti, rispetto ai 135 milioni di euro necessari, è stata prevista, con la correzione introdotta dal Senato, una disponibilità di 405 milioni di euro. In sede di discussione generale ho avuto modo di argomentare le critiche a questa scelta, che sottrae risorse per interventi strutturali alle aree sottoutilizzate, prevalentemente meridionali, e che rende, peraltro, più difficile accedere ai cofinanziamenti europei.
    Per brevità, aggiungo che l’incongrua copertura individuata dal Governo non è comunque sfuggita al Comitato per la legislazione, che rileva come – cito – «all’articolo 3, comma 3, il decreto-legge in esame dispone una deroga implicita alla disciplina che fissa la destinazione esclusiva del Fondo per le aree sottoutilizzate (…), al fine di utilizzarne le risorse per obiettivi ulteriori». Pertanto, un ripensamento su questo specifico aspetto sarebbe stato più che opportuno, anche per le evidenti iniquità di cui si fa promotore il provvedimento. Le colleghe Madia e Picierno affronteranno poi nel dettaglio le altre criticità contenute in queste norme, che sono state esplicitate in appositi emendamenti
    Mi limito, quindi, a dire che l’integrazione delle risorse al diritto allo studio per il solo 2009 non è assolutamente sufficiente. Essa non rappresenta una panacea per gli studenti capaci, meritevoli e privi di mezzi, i quali devono, invece, avere certezza delle risorse su base pluriennale, poiché il loro bisogno si estende per l’intero ciclo di studi, cioè almeno tre anni. Non è responsabile creare un’aspettativa assegnando, nel 2009, una borsa a coloro che con maggiori difficoltà materiali vogliano investire sulla propria istruzione e, nel 2010, negare quella stessa borsa a coloro che si sono impegnati seriamente negli studi, perché non sono state allocate le necessarie risorse. L’integrazione del fondo deve essere permanente, se non vogliamo promulgare una norma demagogica e propagandistica. E se davvero si volesse dare impulso al diritto allo studio, come dimostra un recente studio di Maria Cecilia Guerra e Paolo Silvestri, la politica dovrebbe rimuovere altri aspetti critici del sistema, quali il suo pessimo assetto istituzionale, i difetti della sua attuazione, nonché la cattiva individuazione del bisogno sociale a cui il programma deve rispondere. Il Governo e la maggioranza sono interessati a lavorare su questi temi (noi, per inciso, lo siamo) oppure pensano di affrontare il diritto allo studio con i prestiti d’onore, come farebbe, in qualche modo, pensare l’esplicito riferimento all’articolo 16 della legge n. 390 del 1991 contenuto nella norma? Vedremo in sede di esame degli ordini del giorno quali siano le reali intenzioni del Governo.
    Resto nell’ambito delle risorse per richiamare un paio di emendamenti a mia firma che propongono di ripristinare le risorse decurtate dal Fondo di finanziamento ordinario secondo le previsioni del decreto-legge n. 93 del 2008, il cosiddetto «decreto taglia-ICI». I previsti tagli di 474 milioni di euro dal Fondo di finanziamento ordinario a partire dal 2010, unitamente a quelli definiti dal decreto legge n. 112 del 2008, conseguentemente al blocco del turnover, rappresentano una misura draconiana applicata in modo generalizzato a tutto il sistema, senza criteri di valutazione, e soprattutto inferta a un sistema che – lo stesso Ministro Gelmini lo ricorderà, perché ce lo ha detto in audizione in Commissione – è sotto finanziato. Questi tagli vanno pertanto azzerati, perché sono quanto di più lontano si possa immaginare da interventi di razionalizzazione della spesa e quanto di più prossimo ad una cronaca di una morte annunciata di tutti gli atenei, anche di quelli che adesso vengono definiti virtuosi, poiché la diminuzione del Fondo di finanziamento ordinario, determinata dal decreto-legge n. 93 del 2008, incide per ben il 46 per cento delle spese di funzionamento degli atenei, data l’incomprimibilità degli oneri stipendiali.
    Siamo all’asfissia del sistema, non al suo miglioramento. Peraltro, in questo stato di sotto finanziamento conclamato del sistema nazionale, perde efficacia e valore anche la ripartizione del 7 per cento del Fondo di finanziamento ordinario secondo criteri di premialità dei risultati conseguiti dagli atenei, come previsto dall’articolo 2 del decreto. Si tratta di una norma apprezzabile per il principio che la ispira; del resto, finanziare le università in base al merito è un punto del nostro decalogo, la cui validità è, però, depressa dal fatto che non vengono utilizzate risorse aggiuntive, bensì quelle già presenti nelle poste di bilancio. Di fatto – è bene che si sappia – si utilizzano i 550 milioni di euro per ogni anno del triennio 2008-2010 già previsti dal Patto per l’università Mussi-Padoa Schioppa, presente nella finanziaria del 2008.
    Senza alcuno sforzo per recuperare ulteriori risorse al Fondo di finanziamento ordinario, anzi, dopo avere abbondantemente fatto cassa alle spalle del sistema universitario con l’articolo 2, il Ministro Gelmini impegna i finanziamenti del Patto per l’università per finalità analoghe o, quanto meno, simili a quelle originarie, che, ripeto, condividiamo, ma dimentica di chiarire se l’assegnazione delle risorse possa essere effettuata indipendentemente dalla presentazione del piano programmatico previsto dal citato Patto per l’università. Si tratta di un piano volto, tra l’altro, ad elevare la qualità del sistema universitario e il livello di efficienza degli atenei, a rafforzare i meccanismi di incentivazione per un uso appropriato ed efficace delle risorse, con contenimento dei costi del personale a vantaggio della ricerca e della didattica, e ad accelerare il riequilibrio finanziario tra gli atenei sulla base di parametri vincolanti. Il Servizio studi e il Comitato per la legislazione non hanno mancato di rilevare questa incongruenza; sarà, ancora una volta, un ordine del giorno a chiarire la norma?
    Infine, per restare sempre nel merito dell’articolo 2, e quindi del riparto del 7 per cento del Fondo di finanziamento ordinario, proponiamo diversi emendamenti per chiarire i criteri da utilizzare, in particolare quelli relativi all’offerta formativa, espressi in forma generica.
    Valutare è prassi che condividiamo e siamo consapevoli che essa richieda procedure valide e non ammetta improvvisazione, a partire dall’individuazione degli oggetti della valutazione stessa.
    Per questo motivo, se riteniamo apprezzabile che alla qualità della ricerca scientifica si sia abbinata, almeno per quello che riusciamo a capire dal testo, che è formulato in modo impreciso, quella della didattica, nell’ottica di un approccio multidimensionale, attento alle diverse funzioni dell’università, fa quasi sorridere invece il termine ottimistico definito per il primo riparto entro la data del 31 dicembre 2008, che è data già passata, mentre ci vede fortemente critici il fatto che il riparto avvenga con l’ennesimo decreto ministeriale non regolamentare, quindi sottratto al parere delle Commissioni parlamentari: per un’attività governativa così delicata è grave che non si preveda un più incisivo indirizzo del Parlamento.
    Mi preme comunque sottolineare un aspetto, da noi già reso noto durante l’affrettatissimo esame del provvedimento in Commissione, ripetuto in sede di discussione generale in Aula, e che ribadisco ora. Mi riferisco agli emendamenti citati sul diritto allo studio, sul ripristino delle risorse decurtate dal Fondo di finanziamento ordinario con il decreto-legge n. 93 del 2008, sulla rimozione del blocco del turnover per i ricercatori e sul trattamento «draconiano» riservato alle università che superano il 90 per cento del Fondo di finanziamento ordinario per le spese di personale: l’attenzione del Governo a tali emendamenti, alcuni dei quali saranno illustrati da altri colleghi, avrebbe indotto il Partito Democratico a riconsiderare la propria proposizione rispetto al decreto-legge, e conseguentemente a rivalutare il proprio orientamento di voto. Ma su tutta la linea è arrivato un netto rifiuto, peraltro non argomentato. È questa, evidentemente, la disponibilità al dialogo mostrata dal Governo; questo, purtroppo, è lo stile con cui connota i rapporti istituzionali.
    Vorrei concludere con una notazione che potrei definire a margine dei contenuti del provvedimento, ma che è ispirata da una parte del titolo del provvedimento stesso, quella che fa pomposamente riferimento alla valorizzazione del merito, che è un tema particolarmente caro al Ministro, e sono felice che sia presente ad ascoltare le mie considerazioni. Non ho intenzione di affrontare il tema se le misure poste in questa decretazione d’urgenza siano davvero in grado di valorizzare il merito; certo non sarà il sorteggio a farlo, di questo siamo tutti convinti, e nemmeno la prevista relazione tra gli aumenti stipendiali e la produzione scientifica, perché viene legata a criteri quantitativi piuttosto che alla valutazione della qualità intrinseca dei testi prodotti.
    Voglio invece parlare, e spero di farlo in pochissimo tempo, del bando FIRB «futuro in Ricerca», licenziato in sordina dal Ministro il 19 dicembre scorso. In questo bando il Ministro ha fatto confluire, credo non senza qualche forzatura della norma, i 50 milioni destinati a progetti di ricerca presentati da giovani ricercatori, vale dire le risorse a tal fine previste dalla legge finanziaria 2008 in virtù dell’emendamento del senatore Marino (infatti tutta questa materia è nota sotto il nome di emendamento Marino).
    Ciò che però il Ministro ha dimenticato di fare è di applicare i criteri di meritocrazia e di trasparenza indicati nell’emendamento citato, nell’emendamento Marino, nel quale si fa esplicito riferimento al criterio di selezione dei progetti mediante peer review, la cosiddetta valutazione tra pari, che punta ad una selezione anonima e indipendente sul merito scientifico del progetto. Il Ministro Gelmini ignora l’anonimato della valutazione e i referenti internazionali, preferendogli una Commissione di esperti di nomina ministeriale, cioè la Commissione FIRB, che assegnerà i fondi valutando la documentazione o procedendo ad apposite audizioni. Si tratta di una scelta politica molto chiara, e anch’io voglio essere chiara nel dirlo: come ha sottolineato il senatore Marino, essa indica che «il futuro della ricerca nel nostro Paese sono i baroni, gli amici degli amici e i loro metodi discrezionali contrapposti alla metodologia internazionale del peer review». Oltre ad annunciare quindi un’apposita interrogazione su questa vicenda, mi limito ad aggiungere – ed ho concluso – che evidentemente al
    Ministro Gelmini la valorizzazione del merito piace a parole, gradisce assai meno metterla in pratica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

I commenti sono chiusi.