cose che scrivo, interventi

Intervento alla Camera di Walter Veltroni per la dichiarazione di voto sul Decreto Anticrisi

Signor Presidente, ieri questa Camera ha votato per la decima volta la fiducia al Governo, un Governo che ha varato trenta decreti-legge contro i diciotto che, nello stesso periodo, aveva varato il Governo Prodi. La decima questione fiducia è stata posta dal Governo in presenza di 115 emendamenti, 63 della maggioranza e 28 dell’opposizione. Dunque, è evidente che la questione di fiducia è stata posta per affrontare il problema che gli interventi che abbiamo ascoltato in quest’Aula hanno squadernato, ossia il problema delle divisioni interne alla maggioranza.
Presidente Fini, lei ha correttamente richiamato la centralità del Parlamento e il suo ruolo, non presentandosi – evidentemente per le ragioni numeriche alle quali ho appena fatto riferimento – quelle condizioni istituzionali minime per le quali si possa impedire al Parlamento di votare un provvedimento di questa importanza, in un momento così drammatico per la storia del nostro Paese.
La cosa ancora più paradossale dal punto di vista politico è il fatto che questa maggioranza gode di un ampio consenso parlamentare. La maggioranza precedente, quella che governò tra il 2006 e il 2008, aveva margini più esigui e, dunque, era più spiegabile che ricorresse alla voto di fiducia, ma questa maggioranza potrebbe approvare i provvedimenti – tanto più in presenza di un’opposizione (parlo per tutte le opposizioni) assolutamente responsabile, specie su materie come questa – con le proprie forze.
Invece, quello che sta emergendo con grande chiarezza è il fatto che, molto prima di quanto si potesse immaginare, stanno manifestandosi all’interno della maggioranza delle profonde divisioni.
So benissimo che si potrebbe obiettare che analoghe divisioni esistono nelle opposizioni, ma questo è più naturale: quando una forza perde le elezioni è persino ovvio, naturale e fisiologico che discuta, che si confronti e che ricerchi le vie per poter vincere le successive. Ma chi ha vinto le elezioni con il consenso che ha avuto lo schieramento del Popolo della Libertà e la sua alleanza, dopo pochi mesi, appare diviso sulle questioni fondamentali del Paese: la giustizia, l’immigrazione, la vicenda Alitalia. Abbiamo ascoltato il rappresentante del Movimento per l’Autonomia annunciare che non parteciperà al voto e dire che questo provvedimento disattende il programma di Governo. Abbiamo ascoltato la rappresentante della Lega dire che ci sono punti di questo provvedimento sui quali non sono assolutamente d’accordo e nutrire l’intervento di una esplicita polemica nei confronti del Popolo della Libertà.
Ma le persone che ci ascoltano in questo momento credo guardino a tutto questo come a qualcosa che probabilmente riguarda più noi che loro, perché le persone che ci ascoltano, gli italiani che in questo momento possono sentire le nostre parole, sono attraversate in questo momento da una drammatica emergenza sociale, la cui sottovalutazione, durata per troppi mesi, è del tutto inaccettabile e insopportabile. Lo sanno quegli imprenditori, piccoli e medi, del nostro Paese, che in questo momento stanno decidendo se andare avanti o meno e che si trovano spesso costretti a dover rinunciare all’apporto dei loro collaboratori, che spesso sono cresciuti e hanno fatto la loro azienda insieme a loro. Lo sanno le famiglie degli italiani, che devono decidere se poter reggere il livello di vita che hanno avuto fin qui o non selezionare, come stanno facendo, gli acquisti e le spese da fare. Lo sanno quegli operai e quei lavoratori che stanno perdendo il lavoro, spesso persone di cinquant’anni che perdono il lavoro nel momento in cui la loro vita si è consolidata, hanno contratto dei mutui, hanno degli impegni con il resto della famiglia e si trovano nella condizione drammatica di non poter garantire alla loro famiglia un futuro e una sicurezza. I dati sono di fronte a noi.
Oggi mi sarei aspettato la presenza del Presidente del Consiglio o del Ministro dell’economia e delle finanze (pur ringraziando i Ministri presenti): sarebbe stato un minimo atto di responsabilità e di rispetto nei confronti di un Parlamento al quale viene chiesto di votare questo provvedimento in questo modo.

(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro)

Il Presidente del Consiglio disse che questa crisi finanziaria non avrebbe avuto effetto sull’economia reale. Ecco i dati: la produzione industriale a novembre è calata del 12,7 per cento e del 46 per cento nel settore dell’auto, tre imprese su quattro faticano ad avere linee di credito, 60 mila esercizi commerciali hanno chiuso, a dicembre il numero delle ore di cassa integrazione è cresciuto del 526 per cento. Ci sono migliaia di persone a casa per una settimana o per due mesi, che prenderanno il 20 per cento in meno di un salario che è già del tutto inadeguato. C’è una riduzione dei consumi ancora oggi dimostrata dall’ISTAT, ci sono 7 milioni di dipendenti privati e 2 milioni di precari nel nostro Paese, che se perdono il lavoro sono a zero euro.
Vorrei richiamare l’attenzione di tutti noi sui precari (lo ha fatto prima l’onorevole Casini). Il Presidente del Consiglio in campagna elettorale disse che i precari non erano il problema principale di questo Paese. Per 2 milioni di persone, che hanno ormai trentacinque o quarant’anni, che hanno fatto decine di contratti, c’era la prospettiva della stabilizzazione del lavoro, che teneva in vita un’aspettativa di vita molto complicata, perché vivere con 700-800 euro al mese con contratti di sei mesi, interrotti magari da pause di tre, non è facile. Ma adesso la prospettiva non è più la stabilizzazione del lavoro, ma la perdita dello stesso, visto che le imprese tagliano per primi proprio i precari.
La social card, una delle misure di questo provvedimento, appare per quella che è: una gigantesca presa in giro dei pensionati e degli anziani di questo Paese.

 (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro)

Per 200 mila anziani, come dicono oggi i giornali, non c’è una possibilità, senza considerare l’umiliazione che è racchiusa nelle pratiche burocratiche e nella stessa concezione di uno strumento che sarebbe stato molto più facilmente sostituibile con un piccolo intervento a sostegno delle pensioni più deboli.
Questo Governo ha sprecato dei soldi: li ha buttati con il provvedimento sull’ICI, che ha consentito di non pagare l’ICI a persone che avrebbero potuto permetterselo; li ha buttati con l’Alitalia, che il Financial Times ha definito ieri «l’inglorioso imbroglio» e che ci è valso sui giornali francesi dei titoli ironici rivolti al Presidente del Consiglio, che lo ringraziavano per aver praticamente regalato ad Air France ciò che prima Air France avrebbe dovuto acquistare accollandosi dei debiti che invece gli italiani devono pagare.

(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati dei gruppi Unione di Centro e Italia dei Valori)

Il quadro generale del nostro Paese è questo. Basta leggere l’articolo di Luca Ricolfi, un osservatore tradizionalmente non attento alle questioni se non a quelle dell’obiettiva valutazione dei fatti: è aumentato ancora di altri due giorni il tax freedom day, le tasse nel 2009 aumentano invece che diminuire, la criminalità ha raggiunto i massimi storici e gli sbarchi degli immigrati sono raddoppiati. Questa è la differenza tra le promesse e la realtà di questo Paese. Avremmo bisogno di un grande piano: in Germania hanno investito ora 50 miliardi per i prossimi due anni, 31 li hanno investiti nello scorso autunno, hanno creato un fondo di 100 miliardi per le imprese; in Francia 24 miliardi di euro; in Gran Bretagna 20 miliardi di euro. È necessario un disegno complessivo, per un Paese che si trova nel paradosso di avere il debito pubblico più alto e i rendimenti dei BOT più bassi. L’OCSE ci ha assegnato la maglia nera d’Europa.
Questa crisi è una crisi che non è certo attribuibile alla responsabilità di questo Governo per la sua natura e dimensione globale, ma alla responsabilità di questo Governo è attribuibile il fatto di non avere un’idea per portare il Paese fuori dalla crisi stessa e farlo ripartire e rinascere.

(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)

Come ha detto il Presidente Napolitano, la crisi può essere una grande occasione: un’occasione di sviluppo e di giustizia sociale. Di qui – e concludo – le proposte del PD: estendere gli ammortizzatori sociali, prima con un fondo e poi con un sussidio unico di disoccupazione che consenta di fronteggiare la disoccupazione quando questa riguarda lavoratori o lavoratori precari che hanno perduto il lavoro; sostenere i redditi, attraverso la dote fiscale e l’aumento degli assegni familiari; aiutare le imprese. È stato approvato un ordine del giorno in quest’Aula: la pubblica amministrazione paghi i debiti che ha nei confronti delle piccole e medie imprese, le aiuti in un momento di particolare difficoltà, e si favoriscano le imprese per l’accesso al credito.
Un’ultima cosa. Quando questa crisi cominciò, a me come leader del maggiore partito di opposizione capitò di dire ciò che hanno detto i miei colleghi, leader dell’opposizione, indipendentemente dagli schieramenti, in tutti i Paesi europei, e cioè la disponibilità, da parte dell’opposizione, a concorrere per affrontare una crisi che riguarda milioni di italiani, e lo abbiamo fatto con le nostre proposte.
La risposta del Presidente del Consiglio fu in tre parole, che nella storia di questo Paese hanno un significato che fa gelare il sangue nelle vene. La risposta fu: me ne frego. In fondo è proprio questa, proprio in fondo questa, la differenza più chiara e più netta, la profonda differenza che esiste tra noi

(Prolungati applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro e Italia dei Valori – Congratulazioni – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

15 gennaio 2009

5 Commenti

  1. Giorgio Milano dice

    Tutela Azionisti vecchia Alitalia.

    La soluzione: warrant ( a titolo gratuito) con sconto del 99,9% sul titolo azionario Ansaldo, già adesso quotato alla borsa valori di Milano (se Cai-Alitalia non ci vuole o non può andare in borsa subito) Questa soluzione è totalmente gratuita per tutte le parti in causa, perché è remunerata dal mercato al momento della conversione che può avvenire non simultaneamente da parte dei possessori di queste opzioni,per non turbare l’andamento del titolo Ansaldo o creare danno a nessuno. Una vecchia azione Alitalia x 1 warrant gratuito con sconto alla conversione del 99.9% (praticamente un concambio paritario). Questa opzione coprirebbe e tutelerebbe al massimo, tutti i tipi di azionisti della vecchia Alitalia. Da quelli che hanno creduto alle promesse elettorali a quelli che sono degli ex dipendenti Alitalia (ora forse Cai) e che hanno questi titoli azionari in carico nel proprio dossier titoli di risparmio a 5-6 euro e oltre, anche in relazione allo sciagurato piano Cimoli che costrinse le persone a convertire le proprie spettanze e retribuzioni in azioni, con l’obbligo di non poter vendere per anni. Questa brutta manleva da parte della vecchia Alitalia, portò cittadini italiani che non hanno colpa (ancora in questo momento) a dare in garanzia-pegno i propri titoli a fronte di un mutuo bancario sulla prima casa in giro per l’Italia. Insomma una tragedia collettiva. La soluzione che propongo, permetterebbe a molto breve tempo e all’abbisogna per alcune persone, la possibilità di avere un sollievo economico, rientrando in parte o in toto del maltolto, che rappresenta una vita di sacrifici e duro lavoro. Tutto questo anche in relazione alla grave situazione economica generale, che eventualmente in caso di un apocalisse per gli azionisti di Alitalia, porterebbe alla già disperazione,anche nella consapevolezza che quasi nessuno avrebbe la possibilità di rientrare o ammortizzare un colpo durissimo di questo tipo.. Credo che sia inutile sovraccaricare poi le strutture di solidarietà dello Stato o le gentili associazioni di volontariato sul territorio. Questa soluzione è applicabile immediatamente, mediante un decreto attuativo da parte del Presidente del Consiglio già previsto in relazione allo sviluppo del comma Tutela degli Azionisti, legge 166 già in vigore oppure tramite un emendamento proposto ed approvato alla prossima conversione di un decreto o di una legge sempre in materia finanziaria. Tutto questo senza aspettare il 31 Maggio o prima e/o anche gravare sui fondi dormienti o altri possibili stanziamenti del caso. Gli obbligazionisti sarebbero rimborsati in totalmente A parte Ansaldo, ci sono altre società più adatte al salvataggio degli az, attraverso società in cui lo Stato ha partecipazioni dirette come ad esempio Eni, Enel e Finmeccanica che si prestano a tale soluzione anche se per applicarla in concreto la società scelta dovrebbe fare un aumento di capitale con motivazione ben più robusta di quella per permettere allo Stato di dare i diritti agli AZA per indennizzarli. Ma è una cosa superabile se l’aumento di capitale è senza sovrapprezzo. Gli altri azionisti non ci rimetterebbero niente.

    Per fare un esempio concreto della Giorgio-Kafka’s Solution! ho scelto tuttavia una società di fantasia che chiamerò ALFA, con dati inventati, poiché lo scopo è quello di far capire come di concreto funziona la soluzione, e i dati inventanti che userò si possono sostituire con quelli concreti di una delle tre società di cui sopra. Ovviamente i dati sono SEMPLIFICATI AL MASSIMO.

    Dati necessari (inventati ma fungibili) per l’applicazione della Giorgio-Kafka’s Solution!

    1 – Valore nominale azioni ALFA = 1 euro 2 – Numero azioni in circolazione = 1.000.000.000 3 – Capitale Sociale = 1.000.000.000 di euro 4 – Quota diretta dello Stato = 50% (500.000.000 azioni) 5 – Flottante in Borsa = 50% (500.000.000 azioni) 6 – Prezzo di Borsa = 5 euro 7 – Capitalizzazione = 5.000.000.000 di euro 8 – Il capitale Sociale viene varato al prezzo di 1 euro (perciò, senza sovrapprezzo) 9 – Il rapporto di conversione è 1-1 10 – Lo Stato ha nel proprio bilancio le azioni Alfa iscritte al valore nominale (1 euro per azione) perciò, stante la quotazione in borsa di 5 euro, possiede 4 euro per azione di plusvalenza inespressa.

    Ecco i calcoli:

    A – Lo Stato, al varo dell’aumento di capitale, riceverà 1 diritto di conversione per ogni sua azione: cioè riceverà 500.000.000 diritti. B – Conseguentemente a tutto quanto sopra, il valore di ogni diritto sarà di 2 euro (calcolo facile!) C – Lo Stato pertanto avrà in mano la cifra potenziale di 1.000.000.000 di euro da usare (in parte…perché ne bastano 600.000.000) per indennizzare le 600.000.000 azioni AZA dei privati che, per comodità di calcolo, supponiamo voglia indennizzare a 1 euro per azione. D – Lo Stato regalerà 1 diritto ALFA del valore di 2 euro ogni 2 azioni AZA E – L’azionista AZA potrà “monetizzare” il diritto vendendolo in borsa oppure convertendolo e pagando le azioni ALFA a 1 euro che in borsa varranno 3 euro (calcolo facile!) F – Lo Stato potrà vendersi i restanti diritti oppure convertirli in tutto o in parte. G – Il governo non dovrà spendere soldi (e, con la nuova legge, giustificarne le fonti di copertura) perché anche il nuovo valore della partecipazione in ALFA, nonostante la diminuita partecipazione percentuale, sarà superiore a quello iscritto in bilancio.

    Adeguando i dati alla realtà di Eni, Enel e Finmeccanica vi accorgerete che ciò è fattibile per tutte e tre le società. Per l’esattezza si prestano meglio data la differenza capitale sociale- capitalizzazione: con conseguente maggior plusvalenza inespressa della quota statale prima ENI, poi Enel, poi Finmeccanica.

    In sintesi: basta un qualsiasi aumento di capitale di una società a partecipazione diretta dello Stato (preferibilmente quotata in Borsa…ma anche da quotare!) che generi un valore di 600 milioni di euro di diritti per poter indennizzare gli AZA.

    Insomma se si vuole fare bene, lo si può fare con az. Grazie per l’attenzione.
    Buona Giornata

    [email protected]

  2. Durante la discussione sul Decreto Anticrisi, il Governo è stato battuto su un ordine del Giono presentato dal PD, perché la lega si è astenuta. Alla notizia non è stata data molta risonanza (soprattuto ai TG) perché avrebbe palesato la fibrillazione all’interno della maggioranza…
    Per sapere di più, posto un articolo apparso venerdì 16 sull’Unità.
    «Guerriglia Lega. Si astiene e il governo va sotto», di BIANCA DI GIOVANNI
    “La Lega fa lo sgambetto: si astiene e fa andare sotto il governo su un ordine del giorno del Pd sul patto di stabilità dei Comuni. Sindaci in rivolta in Veneto: oggi a Treviso proteste davanti alla prefettura.
    La ferita di «Roma furbona» brucia ancora troppo, per di più dopo lo schiaffo di Malpensa. La Lega sceglie di non votare, e fa andare sotto il governo su un ordine del giorno del Pd che impegna il governo a consentire margini di spesa più ampi a tutti i Comuni, non solo al Campidoglio. Il Parlamento è in subbuglio, mentre a nord parecchi sindaci (di tutti i colori) si preparano alla protesta. Oggi tutti quelli della Provincia di Treviso consegneranno le fasce tricolori al prefetto. «Basta misure ad personam», dichiara il sindaco di Ponzano Veneto (Pd) Claudio Niero. La Lega difende i sindaci ribelli: ma fare gli incendiari in piazza e i conformisti nel palazzo è una strada molto stretta.
    Il nord si fa sentire
    Ma protesta anche il sud. L’Mpa si dichiara contrario al decreto anticrisi e non lo vota. Alla fine Giulio Tremonti incassa il primo sì (ora il testo passa al Senato)con 283 voti favorevoli, 237 contrari e 2 astenuti, ma il Paese è diviso e scontento. La Lega vota «in virtù del patto di maggioranza – dichiara Manuela Dal Lago in Aula – Ma diciamo chiaramente che non ci fermeremo». L’Mpa si astiene. A questo punto Walter Veltroni ha buon gioco nel dire che «la fiducia è stata messa per affrontare i problemi interni alla maggioranza». La decima blindatura in pochi mesi: proprio per tenere assieme una coalizione dilaniata. «Il governo non ha un’idea che sia una per portare il paese fuori dalla crisi- continua Veltroni – Quando è iniziata la crisi economica e finanziaria, come hanno fatto altri miei colleghi europei dell’opposizione di tutti gli schieramenti, ho proposto al governo la collaborazione del Pd. Berlusconi ha risposto con tre parole, “me ne frego”» . E nell’aula parte l’applauso.
    L’ordine del giorno su cui cade il governo mette la Lega di fronte alle sue contraddizioni. Il testo impegna «a valutare la possibilità di escludere dai saldi utili del patto di stabilità interno degli enti locali i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali». In sostanza, si chiede che i Comuni possano spendere oltre il limite previsto dal patto, a condizione che si tratti di risorse disponibili in cassa e su obiettivi regolarmente deliberati. La proposta è presentata da un numeroso gruppo di deputati d’opposizione. Paola De Micheli, prima firmataria, spiega che questa misura potrebbe sbloccare investimenti per 30 miliardi, pari a 2 punti di Pil. Il governo nega il consenso, ma la Lega non può bocciarlo.
    L’ultimo incidente politico
    I leghisti rischiano di perdere terreno anche sul tema per loro privilegiato: il federalismo fiscale. In Veneto si è già verificata una strana spaccatura, che di fatto isola il Carroccio. Circa 500 sindaci (quasi tutti) hanno appoggiato una delibera che chiede di anticipare in parte la riforma Calderoli. «Chiediamo che il 20% del gettito Irpef locale vada da subito direttamente ai Comuni – spiega Niero – Se aspettiamo i tempi del Calderoli dovremo aspettare 15 anni». La proposta è appoggiata dal centrosinistra (anche se non tutti concordano sulla quota del 20%, che costerebbe circa 7 miliardi) e dagli amministratori del Pdl. Ma è proprio la Lega che si oppone. Il Carroccio legge la mossa come un tentativo di depotenziare la «bandiera» leghista. Ma l’iniziativa si sta allargando a tutto il nord. La sostiene Sergio Chiamparino, la spinge Galan, che spariglia le carte in Regione.”

  3. Vi propongo il commento della collega Donata Lenzi sulla social card.
    “Social card: metteteli nella pensione!
    “Non posso che apprezzare qualsiasi trasferimento di risorse ai ceti meno abbienti, però è ora di chiarire una volta per tutte che l’operazione social card così come è è troppo complicata, costosa e poco dignitosa. Stanno venendo a galla tutta una serie di problemi nel quotidiano che contribuiscono a creare disagio a numerose persone. Come Partito Democratico vogliamo proporre al Governo di impegnarsi per trovare delle soluzioni più semplici e dignitose. Semplici, perché si potrebbe distribuire queste risorse facendole confluire nella pensione, nell’assegno sociale oppure in un bonus da incassare alle Poste, per poter avere in mano i due bigliettoni azzurri da 20 euro, invece che un bancomat. Voglio ricordare che la gestione e la pubblicità della social card, stando al decreto interministeriale del Fondo, è costata l’1,5% dell’operazione, vale a dire 7 e più milioni di euro che potevano essere distribuiti in altro modo. Perché non farla gestire ai comuni che la situazione dei loro cittadini la conoscono e non si fanno pagare come le poste?
    Da un lato si dà un bancomat, una carta prepagata del circuito Mastercard al pensionato che non sa cosa c’è dentro e per scoprirlo deve arrivare alle casse del supermercato, dall’altro si ritorna al contante fino a 12.500 euro per i pagamenti delle parcelle dei professionisti!
    Per giustificarla è stato tirato in ballo Ermanno Gorrieri defunto nel 2004 il sostenitore delle politiche per la lotta alla povertà che è tutt’altro dalla social card. Una carta per la spesa equivale al pacco di pasta portato dalle associazione di volontariato. Lasciamo questo compito alle associazioni. Lo Stato invece inizi a parlare e ad agire attraverso le pensioni, le leggi finanziarie, gli assegni sociali e i trasferimenti di risorse ha chi ne ha realmente bisogno”.

  4. da http://www.partitodemocratico.it
    “La crisi c’è.
    Il governo ignora quella del Paese, con un disegno di legge approvato a colpi di fiducia, e vede allargarsi invece quella nella maggioranza. Così una delle maggioranze più ampie che la storia italiana ricordi è andata sotto per la decima volta in pochi mesi su un Ordine del Giorno del PD, i sindaci del nord protestano, il presidente della Camera striglia il PDL, Confindustria dichiara che è una manovra inadueguata.
    Problemi interni che si riflettono sugli italiani come ha sottolineato il segretario del PD, Walter Veltroni, nella dichiarazione di voto sulla fiducia: “Ieri questa Camera ha votato per la decima volta la fiducia al Governo, un Governo che ha varato trenta decreti-legge contro i diciotto che, nello stesso periodo, aveva varato il Governo Prodi. La decima questione fiducia è stata posta dal Governo in presenza di 115 emendamenti, 63 della maggioranza e 28 dell’opposizione. Dunque, è evidente che la questione di fiducia è stata posta per affrontare il problema che gli interventi che abbiamo ascoltato in quest’Aula hanno squadernato, ossia il problema delle divisioni interne alla maggioranza.
    Presidente Fini, lei ha correttamente richiamato la centralità del Parlamento e il suo ruolo, non presentandosi – evidentemente per le ragioni numeriche alle quali ho appena fatto riferimento – quelle condizioni istituzionali minime per le quali si possa impedire al Parlamento di votare un provvedimento di questa importanza, in un momento così drammatico per la storia del nostro Paese”.
    Veltroni ha fatto notare come “la cosa ancora più paradossale dal punto di vista politico è il fatto che questa maggioranza gode di un ampio consenso parlamentare. La maggioranza precedente, quella che governò tra il 2006 e il 2008, aveva margini più esigui e, dunque, era più spiegabile che ricorresse alla voto di fiducia, ma questa maggioranza potrebbe approvare i provvedimenti – tanto più in presenza di un’opposizione (parlo per tutte le opposizioni) assolutamente responsabile, specie su materie come questa – con le proprie forze”.
    E ha ricordato le questioni che scavano un solco tra i partiti di destra: la giustizia, l’immigrazione, la vicenda Alitalia. Abbiamo ascoltato il rappresentante del Movimento per l’Autonomia annunciare che non parteciperà al voto e dire che questo provvedimento disattende il programma di Governo. Abbiamo ascoltato la rappresentante della Lega dire che ci sono punti di questo provvedimento sui quali non sono assolutamente d’accordo e nutrire l’intervento di una esplicita polemica nei confronti del Popolo della Libertà.
    Una crisi sottovalutata. E’ la crisi eocnomica: “Le persone che ci ascoltano in questo momento credo guardino a tutto questo come a qualcosa che probabilmente riguarda più noi che loro, perché le persone che ci ascoltano, gli italiani che in questo momento possono sentire le nostre parole, sono attraversate in questo momento da una drammatica emergenza sociale, la cui sottovalutazione, durata per troppi mesi, è del tutto inaccettabile e insopportabile. Lo sanno quegli imprenditori, piccoli e medi, del nostro Paese, che in questo momento stanno decidendo se andare avanti o meno e che si trovano spesso costretti a dover rinunciare all’apporto dei loro collaboratori, che spesso sono cresciuti e hanno fatto la loro azienda insieme a loro. Lo sanno le famiglie degli italiani, che devono decidere se poter reggere il livello di vita che hanno avuto fin qui o non selezionare, come stanno facendo, gli acquisti e le spese da fare. Lo sanno quegli operai e quei lavoratori che stanno perdendo il lavoro, spesso persone di cinquant’anni che perdono il lavoro nel momento in cui la loro vita si è consolidata, hanno contratto dei mutui, hanno degli impegni con il resto della famiglia e si trovano nella condizione drammatica di non poter garantire alla loro famiglia un futuro e una sicurezza.
    I numeri della crisi. “Il Presidente del Consiglio disse che questa crisi finanziaria non avrebbe avuto effetto sull’economia reale. Ecco i dati: la produzione industriale a novembre è calata del 12,7 per cento e del 46 per cento nel settore dell’auto, tre imprese su quattro faticano ad avere linee di credito, 60 mila esercizi commerciali hanno chiuso, a dicembre il numero delle ore di cassa integrazione è cresciuto del 526 per cento. Ci sono migliaia di persone a casa per una settimana o per due mesi, che prenderanno il 20 per cento in meno di un salario che è già del tutto inadeguato. C’è una riduzione dei consumi ancora oggi dimostrata dall’ISTAT, ci sono 7 milioni di dipendenti privati e 2 milioni di precari nel nostro Paese, che se perdono il lavoro sono a zero euro”.
    Poi ha richiamato l’attenzione sui precari. E anche se né Tremonti né Silvio Berlusconi erano a Montecitorio ha ricordato come “il Presidente del Consiglio in campagna elettorale disse che i precari non erano il problema principale di questo Paese. Per 2 milioni di persone, che hanno ormai trentacinque o quarant’anni, che hanno fatto decine di contratti, c’era la prospettiva della stabilizzazione del lavoro, che teneva in vita un’aspettativa di vita molto complicata, perché vivere con 700-800 euro al mese con contratti di sei mesi, interrotti magari da pause di tre, non è facile. Ma adesso la prospettiva non è più la stabilizzazione del lavoro, ma la perdita dello stesso, visto che le imprese tagliano per primi proprio i precari”.
    E anche a chi non ha letto i quotidiani il segretario del PD ha ricordato come “la social card, una delle misure di questo provvedimento, appare per quella che è: una gigantesca presa in giro dei pensionati e degli anziani di questo Paese. Per 200 mila anziani non c’è una possibilità, senza considerare l’umiliazione che è racchiusa nelle pratiche burocratiche e nella stessa concezione di uno strumento che sarebbe stato molto più facilmente sostituibile con un piccolo intervento a sostegno delle pensioni più deboli”.
    Un governo sprecone che aumenta le tasse. Soldi gettati fuori dalla finestra come se la crisi non esistesse: “Li ha buttati con il provvedimento sull’ICI, che ha consentito di non pagare l’ICI a persone che avrebbero potuto permetterselo; li ha buttati con l’Alitalia, che il Financial Times ha definito ieri «l’inglorioso imbroglio» e che ci è valso sui giornali francesi dei titoli ironici rivolti al Presidente del Consiglio, che lo ringraziavano per aver praticamente regalato ad Air France ciò che prima Air France avrebbe dovuto acquistare accollandosi dei debiti che invece gli italiani devono pagare. Il quadro generale del nostro Paese è questo. Basta leggere l’articolo di Luca Ricolfi, un osservatore tradizionalmente non attento alle questioni se non a quelle dell’obiettiva valutazione dei fatti: è aumentato ancora di altri due giorni il tax freedom day, le tasse nel 2009 aumentano invece che diminuire, la criminalità ha raggiunto i massimi storici e gli sbarchi degli immigrati sono raddoppiati. Questa è la differenza tra le promesse e la realtà di questo Paese. Avremmo bisogno di un grande piano: in Germania hanno investito ora 50 miliardi per i prossimi due anni, 31 li hanno investiti nello scorso autunno, hanno creato un fondo di 100 miliardi per le imprese; in Francia 24 miliardi di euro; in Gran Bretagna 20 miliardi di euro. È necessario un disegno complessivo, per un Paese che si trova nel paradosso di avere il debito pubblico più alto e i rendimenti dei BOT più bassi. L’OCSE ci ha assegnato la maglia nera d’Europa”.
    Certo la crisi non è certo attribuibile alla responsabilità del governo per la sua natura e dimensione globale, ma non c’è un’idea per portare il Paese fuori dalla crisi stessa e farlo ripartire e rinascere.
    Le proposte del PD: estendere gli ammortizzatori sociali, prima con un fondo e poi con un sussidio unico di disoccupazione che consenta di fronteggiare la disoccupazione quando questa riguarda lavoratori o lavoratori precari che hanno perduto il lavoro; sostenere i redditi, attraverso la dote fiscale e l’aumento degli assegni familiari; aiutare le imprese. È stato approvato un ordine del giorno in quest’Aula: la pubblica amministrazione paghi i debiti che ha nei confronti delle piccole e medie imprese, le aiuti in un momento di particolare difficoltà, e si favoriscano le imprese per l’accesso al credito”.
    Me ne frego. Tre parole che raggelano il sangue. Infine Veltroni ha ricordato perché non c’è stato dialogo: “Quando questa crisi cominciò, a me come leader del maggiore partito di opposizione capitò di dire ciò che hanno detto i miei colleghi, leader dell’opposizione, indipendentemente dagli schieramenti, in tutti i Paesi europei, e cioè la disponibilità, da parte dell’opposizione, a concorrere per affrontare una crisi che riguarda milioni di italiani, e lo abbiamo fatto con le nostre proposte. La risposta del Presidente del Consiglio fu in tre parole, che nella storia di questo Paese hanno un significato che fa gelare il sangue nelle vene. La risposta fu: me ne frego. In fondo è proprio questa, proprio in fondo questa, la differenza più chiara e più netta, la profonda differenza che esiste tra noi”.
    Per Confindustria “in Italia occorre riallocare in fretta un ammontare di risorse ben maggiore dei circa 4 miliardi previsti dal decreto anti-crisi per il 2009. Adottando riforme strutturali che portino risparmi nei prossimi anni e accrescano la credibilità del Paese”.
    “Il Pil italiano crollerà del 2% nel 2009 prima di risalire di appena lo 0,5% nel 2010”. La previsione è della Banca d’Italia che segnala anche come “la dinamica del prodotto potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell’economia mondiale”. Dal Bollettino economico di via Nazionale emerge un quadro a tinte fosche: la recessione è destinata a continuare.”

  5. La redazione dice

    Di seguito riportiamo l’intervento di ieri alla Camera di Pier Luigi Bersani, ministro ombra dell’Economia

    Signor Presidente, colleghi, mi sembra che i fatti siano chiari. Dopo aver duramente lavorato, con esito nullo, in Commissione, le opposizioni hanno ridotto ad una trentina i propri emendamenti, per rendere più agevole ed essenziale il dibattito in Aula. Il Governo ha posto la questione di fiducia per coprire i problemi della maggioranza e il Presidente Fini si è espresso con parole istituzionalmente ineccepibili e, per ciò stesso, del tutto incomprensibili alle orecchie padronali del Presidente Berlusconi.
    (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)
    Abbiamo anche assistito ad un Governo che nel chiedere la fiducia ha dichiarato che l’Italia è il primo Paese ad affrontare provvedimenti sulla crisi. Come abbiamo detto ieri, siamo al surrealismo: ribadisco che siamo i primi e gli unici al mondo che hanno impedito al Parlamento di svolgere una discussione efficace sulle misure anticrisi, è questo l’unico nostro primato in questo momento.
    Ieri l’opposizione ha deciso di fare un Aventino alla rovescia: abbiamo parlato per tre ore da soli, e lo abbiamo fatto come atto di omaggio alla dignità di quest’Aula. Oggi, a beneficio di chi di voi non era presente e del Ministro Tremonti in particolare, per un atto che – credo – la cortesia pretenda, illustro in un breve riassunto gli argomenti che abbiamo esposto. Innanzitutto, signor Ministro ed esponenti della maggioranza, avevamo posto una domanda: quando a luglio noi abbiamo proposto, invece della seconda parte della manovra ICI, detrazioni fiscali per redditi medio-bassi; quando abbiamo proposto di parlare, invece che di straordinari, di cassa integrazione; quando abbiamo chiesto se ci convenisse spendere miliardi per Alitalia per disporre di servizi inferiori, minore concorrenza, minori collegamenti internazionali e meno occupazione, ci eravamo sbagliati? Credo sia legittimo porre questa domanda, a cui segue una lunga coda, non è mica finita!
    Mi rivolgo agli amici della Lega, sono del nord anch’io: questa Lega che è per la libertà di mercato deve spiegarmi perché in Commissione ha partecipato alla dichiarazione di inammissibilità di un nostro emendamento volto a ripristinare i poteri dell’Antitrust, che voi avete tolto; inammissibile per estraneità di materia, in un decreto-legge che parla anche di porno tax!
    (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)
    Dovete anche spiegarci perché mai avete votato contro un nostro emendamento per la liberalizzazione dei voli Milano-Roma. Se voi pensate di poter raccontare quello che volete al nord vi sbagliate.
    (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)
    Se fin qui non abbiamo sbagliato del tutto, può anche darsi che non ci sbagliamo nemmeno oggi. Vi abbiamo chiesto una manovra di un punto di PIL e abbiamo cercato di dimostrarne la sostenibilità, sulla base di un risanamento che esiste ed è solido (voi ve ne vantate e non riconoscete con una sola parola i meriti di lo ha procurato), ma non avete accettato questa proposta, così come non avete accettato alcun fondamentale emendamento dell’opposizione (nostro, dell’Unione di Centro o dell’Italia dei Valori): eccoci ora qui ad affrontare questo 2009 senza alcuna riduzione fiscale per i redditi medio-bassi, anzi con un aumento della pressione fiscale per quei redditi, perché – ci siamo capiti – non è che non alzate le tasse, qui l’IRPEF sta crescendo per l’andamento del fiscal drag e voi state sottraendo potere d’acquisto a chi in questo momento ne avrebbe più bisogno, anche ai fini dell’economia.
    Sul lavoro autonomo e professionale lanciate un messaggio: non abbassiamo le aliquote, ma allentiamo i controlli. In tal modo proponete uno scambio distruttivo, cioè invece di intervenire con misure positive e chiedere fedeltà fiscale – che è l’unico modo col quale si possono ridurre le aliquote – realizzate uno scambio distruttivo per il civismo in questo Paese.
    Ci avete anche proposto delle analisi attraverso dei comunicati del Governo e del Ministero dell’economia e delle finanze che, francamente, ci hanno messo in allarme. Ieri ho anticipato che assumeremo iniziative che diano priorità alla trasparenza dei dati, in termini di finanza pubblica e in termini di entrate fiscali. Ci avete detto in via ufficiale che il fabbisogno è cresciuto in virtù di misure di cui avevate garantito la copertura al Parlamento, e non ci avete detto niente di analitico e dettagliato sull’andamento delle entrate fiscali: non pensate che sia possibile discutere senza avere una base di dati condivisi!
    Sulle misure sociali, si è già detto del bonus famiglie – ne ha parlato Avvenire, al quale mi rimetto – e della social card. Vorrei che si sapessero le cifre: un milione 300 mila le utenze potenziali, 350 mila le carte attivate, 150 mila le carte respinte, disagi e umiliazioni di ogni genere agli sportelli, ai patronati e nei supermercati.
    (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)
    Volete darglieli sulle pensioni, questi benedetti 40 euro, così risparmierete dei soldi anche voi?
    Sugli ammortizzatori, non siamo a posto. Il Ministro dice: ho voluto mettere il registratore. Non ce n’è bisogno, ci siamo detti chiaramente che per noi si tratta di una priorità assoluta. Potete usare questi fondi o altri, purché funzioni. Quanto al Fondo sociale europeo, le regioni faranno quel che dovranno fare, ma ciò non sarà risolutivo. La norma sulla bilateralità, oltre a discriminare e a dividere piuttosto che ad allargare la platea, non reggerebbe ad un esame costituzionale, perché discriminatoria.
    (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)
    Attenzione, le chiacchiere valgono fino a domani mattina, i numeri sono i seguenti: un milione di giovani precari a rischio rinnovo, 500 mila lavoratori già in cassa integrazione straordinaria, ordinaria, in deroga e cassa edile. E siamo soltanto all’inizio. Volete attrezzarvi sul piano dei soldi e delle norme o continuiamo ad andare avanti a chiacchiere? Abbiamo passato il Natale con la storia della settimana corta, non possiamo andare avanti a spot! Abbiamo cominciato con Robin Hood, che doveva prendere e invece deve dare; c’erano poi gli 80 miliardi; prima si dice che bisogna lavorare di più e poi che bisogna lavorare meno. Si passa la giornata con degli spot, ma il giorno dopo non c’è niente di queste cose.
    Lo stesso vale per la piccola impresa. Ho detto ieri e lo ripeto qui, per informazione, perché è difficile leggere sui giornali le cose che sto per dire, che vorrei fosse chiaro che di tutte le cose di cui abbiamo chiacchierato in relazione all’accesso al credito per la piccola impresa, oggi non sta funzionando niente. Non so se mi spiego: tra decreti e regolamenti, da ottobre ad oggi, non c’è nulla di nulla.
    Vogliamo dire qualcosa alla nostra industria? La Iris ceramiche, sto parlando del meglio, liquida, perché non c’è prospettiva. Vogliamo dirgli che non è così? Guardate che se a catena viene fuori una cosa di questo genere, a cominciare dalle banche, noi abbiamo dei guai seri. Non sarà ora di sentire una parola forte sulle politiche industriali? Dite qualcosa a questa gente!
    Voi dite: acceleriamo, non c’è bisogno di manovra. Acceleriamo? Benissimo. Il FAS? Benissimo. Ma stiamo parlando o no di misure che devono diventare vere in 12-24 mesi? Si tratta di questo? Se è questo, fuori da un paniere di progetti locali e fuori da un’attivazione controllata di crediti di imposte, non può esserci una risposta. Inutile dire: acceleriamo il ponte sullo Stretto: lo accelereremo per vent’anni, sarà un’accelerata di vent’anni! Cerchiamo di capire che la crisi c’è, perché io ho l’impressione che ciò non sia stato ancora compreso!
    Fra l’ottimismo po’ poco vacuo, lasciatemelo dire, del Presidente del Consiglio, e, Ministro Tremonti, una sorta di pessimismo immaginifico che viene fuori dalle sue iniziative, noi siamo fermi, con l’idea che qualcun altro provvederà. Ma, attenzione, non possiamo permetterci una cosa di questo genere, dobbiamo fronteggiare la crisi, non risolverla, ma fronteggiarla. L’ho detto ieri, non siamo mica pagati per fare dei commenti o dire delle frasi celebri, noi siamo pagati per fare dei fatti.
    (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)
    Il Presidente Napolitano – voglio concludere con le sue parole – ha detto: «può venir fuori dalla crisi una società più giusta». Lo ricordava D’Antoni ieri nel suo intervento: ciò è verissimo, ma l’ombra di questa frase bellissima è che dalla crisi può anche venir fuori una società più divisa e più ingiusta.
    Se non facciamo niente, dal momento che l’acqua va in basso, la crisi verrà pagata, magari in silenzio, da milioni di persone, i più deboli. Attenzione, voi vi candidate a mettervi dalla parte delle retrovie, di quelli che vogliono stare al riparo, acquattarsi e aspettare che la crisi passi.
    Noi ci mettiamo dall’altra parte, discutiamo, confrontiamoci: possiamo far venir fuori un Paese più solidale o un Paese più diviso. Fin qui mi pare che siamo sulla cattiva strada e per questo noi vi neghiamo, ancora una volta, e con maggior convinzione la fiducia.
    (Prolungati applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)

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