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Dal Pd una parola chiara, di Ignazio Marino

“CARO direttore, in medicina è noto che di fronte ad una grave malattia la cosa da fare è affrontarla subito e intervenire con determinazione. Perché il male non si ferma da solo e, se trascurato, danneggerà l’intero organismo. È un criterio che andrebbe applicato alla nostra società e che si adatta in modo particolare alla situazione che sta vivendo il Partito democratico. La malattia in questione è l’indecisione, o meglio l’incertezza che si percepisce nel difendere senza indugio alcuni principi basilari, come la laicità dello Stato. Io, come tutti i democratici, credo in una società fortemente ancorata ai principi della libertà, del rispetto, dell’uguaglianza, del diritto. Sono elementi irrinunciabili in cui si riconoscono quasi tutti i cittadini italiani, a partire dagli oltre tre milioni che parteciparono entusiasticamente alle primarie del Pd nel 2007. Ma se il Pd si propone come sostenitore di queste istanze, è fondamentale che le sue azioni siano conseguenti e per questo deve trovare il passo giusto per operare scelte chiare, altrimenti le sue esitazioni diverranno la sua più grande debolezza. Prendere una posizione chiara su un tema specifico non significa negare le diversità o non ammettere il pluralismo e la libertà di coscienza, ci mancherebbe altro, significa però condividere i grandi principi e non avere alcuna esitazione nel momento in cui c’è bisogno di schierarsi dalla parte della libertà e dei diritti civili. Questo ragionamento oggi è valido per il testamento biologico, dato che il Pd si appresta al confronto con la destra nelle aule parlamentari. Ma si riproporrà domani sulle unioni civili, sulla ricerca sulle cellule staminali, sul destino degli embrioni abbandonati da anni a morire nei congelatori, sulle adozioni per i single e si potrebbe continuare. La necessità di prendere una posizione netta (qualunque essa sia) su tematiche delicate, che mettono in gioco non solo la politica ma anche la coscienza di ognuno, la cultura, la fede, sarà sempre più frequente. Attraversiamo un’epoca in cui la rapida, e storicamente inedita, evoluzione del progresso scientifico propone, forse impone, alla società, e a chi ricopre il ruolo di rappresentare l’orientamento popolare, interrogativi continui e molto complessi. Mi auguro che questo sia evidente ormai a tutti: non si tratta solo di arrivare ad una singola legge, speriamo condivisa ed efficace, sul testamento biologico; non si tratta solo di riflettere sulla drammatica e penosa vicenda di Eluana Englaro. Sul tavolo c’è la questione di come il mondo politico italiano affronterà i temi eticamente sensibili: avrà un atteggiamento laico, disposto ad ascoltare le ragioni della scienza, rivolto a ricercare le soluzioni migliori nell’interesse di tutti e soprattutto dei più deboli, oppure avrà un comportamento sottomesso all’ideologia degli schieramenti e alla logica dell’uno contro l’altro? E in che misura si terrà conto delle espressioni di alcuni vescovi, la cui complessa missione è di formare le coscienze e indicare l’etica cattolica ma non di scrivere le leggi di uno stato laico? Di fronte a questa situazione io sento la necessità di rivolgermi ai parlamentari del mio partito ma anche a tutti gli altri, a coloro che credono nella libertà come valore fondante della vita e della dignità degli esseri umani. Chiedo di affrontare il dibattito parlamentare sulle dichiarazioni anticipate di trattamento proprio seguendo questo spirito di libertà. A chi è credente, come me, e a chi non lo è, chiedo di ascoltare ciò che gli suggerisce la ragione e la coscienza e di valutare con sincerità, all’interno del suo animo, se è davvero convinto di fare approvare una legge in cui si decide di togliere all’individuo la libertà di poter scegliere. È bene ricordare che la legge proposta dalla destra va contro il principio della nostra Costituzione, la quale sancisce il diritto alla cura ma non il dovere alle terapie: la norma che saremo chiamati a votare, prevede infatti che idratazione e alimentazione artificiali siano sempre somministrate a qualunque paziente incapace di esprimere il proprio consenso. In questo modo sarà eliminato il ruolo del medico, che invece dovrebbe suggerire, in base alle sue conoscenze e alle indicazioni del paziente, quando somministrare o sospendere tali terapie, e sarà sottratta a ciascuno di noi la possibilità di indicare le proprie volontà. Oltretutto, si andrà contro l’orientamento della stragrande maggioranza degli italiani che, come confermato da un sondaggio pubblicato su questo giornale, in ottanta casi su cento affermano di voler decidere autonomamente o con l’ausilio di un familiare sulle terapie di fine vita. Più in generale, sono convinto che proprio su questi temi, sui diritti delle persone, sugli interrogativi che riguardano la vita e la morte e la loro relazione con le nostre radici cristiane e con il progresso della scienza, vada rafforzata l’identità del Pd. Un’identità che si costruisce coinvolgendo e ascoltando le tante persone che hanno aderito ad un progetto e con cui il legame si sta allentando. Non può crescere la forza e il radicamento di un partito nel tessuto sociale se sui grandi temi, invece di cercare il contributo dei suoi elettori, si vogliono più semplicemente individuare mediazioni attraverso la discussione, per quanto approfondita, all’interno della classe dirigente. L’attenzione alle sofferenze altrui, l’autonomia dell’individuo di fronte alla scelta delle cure mediche, il rispetto delle sentenze della magistratura, dovrebbero essere punti fermi per chi si riconosce nel Pd. La debolezza di identità si traduce in caduta di autorevolezza. È un fatto umano e diffuso in molti settori, dalla medicina alla musica, ma in politica è diverso: non si allontanano i pazienti o la possibilità di esibirsi in sale da concerto prestigiose, in politica chi perde autorevolezza paga con il calo dei consensi e della partecipazione”.

L’autore è chirurgo, senatore del Pd e Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Ssn

La Repubblica, 27 gennaio 2009

1 Commento

  1. Redazione dice

    Pubblichiamo il contributo di Umberto Veronesi sulle pagine del Corriere della Sera

    Testamento biologico legge incostituzionale

    Caro direttore, domani inizierà il dibattito in Parlamento sulle proposte di legge sul Testamento biologico, uno strumento di autodeterminazione del paziente per il quale mi batto da anni facendomi portavoce di migliaia di cittadini, di malati, dei loro familiari e di liberi movimenti di pensiero. Ho il dovere morale quindi di lanciare un allarme, perché, a un passo dall’ approvazione di una legge auspicata fortemente da chi crede nei diritti della persona – quelli che si rifanno alla «Dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino», che la Francia regalò al mondo nel 1789 e sono la pietra fondante della società moderne -, si profila il rischio che venga approvata una legge che invece calpesta e nega tali diritti, ripiombandoci culturalmente al potere assoluto dello Stato sulla vita dei suoi cittadini. Sappiano i parlamentari di entrambi gli schieramenti che sarebbero chiamati a votare una legge anti-costituzionale. Una legge che nega sé stessa, perché da un lato riconosce il diritto a veder rispettate le volontà della persona circa i trattamenti sanitari che possono essere messi in atto nel caso si perda la capacità di intendere e volere, ma dall’ altro esclude che fra tali trattamenti figurino la nutrizione e l’ idratazione artificiale, che sono le condizioni per mantenere in vita un corpo in stato vegetativo permanente. In sostanza il Testamento biologico, nato per poter rifiutare una vita artificiale, al contrario la imporrebbe per legge anche a chi, per sue convinzioni personali, non la vuole in nessun caso. Una legge dunque che viola lo spirito profondo della Costituzione italiana in tre suoi articoli: il 32 che definisce la tutela del salute come diritto fondamentale dell’ individuo e stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge, la quale comunque non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona; il 13, che dichiara che la libertà personale è inviolabile, non è ammessa alcuna forma di restrizione ed è punita ogni violenza fisica e morale; il 3, che stabilisce che tutti hanno pari dignità sociale senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. La spinta verso il Testamento biologico è nata in Europa e negli Stati Uniti dal timore di una parte della popolazione di essere mantenuta in una condizione di vita artificiale per anni o decenni, nel cosiddetto stato vegetativo permanente, senza pensiero, senza parola, senza capacità sensoriali, cioè senza vista e senza udito, senza percezione del dolore, della fame, della sete. Per secoli la gente ha avuto paura di morire, ma ora nasce una nuova paura perché le capacità di intervento della medicina moderna sono cresciute fino a raggiungere la possibilità di mantenerci tecnologicamente in vita all’ infinito. Più che vita, uno stato intermedio tra la vita e la morte. Ci pensi bene il Parlamento quindi ad approvare una legge che non tenga conto di questa paura e che neghi ai cittadini italiani la possibilità di poterla scacciare. Del resto, per l’ articolo 32, un malato ha il diritto di rifiutare l’ alimentazione forzata e, se informa il suo medico, la sua volontà deve essere rispettata. Se un malato decide di rinunciare a mangiare e bere, nessuno può cacciargli una siringa in vena per alimentarlo; sarebbe un atto «di violenza fisica e morale» e come tale perseguibile dalla legge. Chi vuole affossare il Testamento biologico sostiene che nutrizione e idratazione non sono cure ma «provvedimenti di sostegno», che combattono la disidratazione e di conseguenza sono un atto medico non terapeutico. Questa posizione è irrilevante per quanto riguarda la volontà espressa dal paziente, e ci metterebbe in difficoltà anche in altri casi. Per esempio per le trasfusioni di sangue, anch’ esse un atto medico non terapeutico. Noi oggi rispettiamo il rifiuto della trasfusione di sangue, anche in caso di gravissima emorragia, da parte di un gruppo religioso, i testimoni di Geova, la cui fede la proibisce, anche se può salvare la vita. Se vi è diritto a rifiutare la trasfusione, vi è diritto a rifiutare la nutrizione artificiale. La mia impressione è che comunque si stia combattendo una guerra delle parole. Il problema vero, che si presenta oggi sulle direttive anticipate, è che in una società multietnica e multiculturale è imprescindibile abbandonare gli integralismi, sia religiosi che scientifici, e abbracciare la libertà di pensiero, che può essere pensiero cattolico, musulmano, ebreo, ateo, o scientista. Nessuno chiede ai credenti di rinunciare a testimoniare la loro fede, ma tutti chiediamo loro di non imporre le loro scelte agli altri.

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