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"Dal bavaglio ai tribunali del popolo", di Stefano Menichini

La minaccia di Grillo ai giornalisti si fa dettagliata, ma chi per vent’anni ha riempito le piazze contro Berlusconi tace o minimizza. Forse oggi a Roma Renzi potrebbe dire qualcosa in merito. Non so che cosa di Beppe Grillo penserebbero oggi Indro Montanelli, che di Marco Travaglio è stato maestro, o Enzo Biagi, al cui ultimo programma si ispira la testata del Fatto. Di una cosa però sono certo: questi due grandi del giornalismo italiano si ribellerebbero all’ultima minaccia rivolta alla stampa da un capo partito che dichiara di puntare alla presa del potere totale.
Del preannuncio dell’istituzione di tribunali popolari per processare i giornalisti “avversari” (con molti dettagli sulla procedura adottata) possiamo decidere di ridere. A patto però di liquidare come pagliacciate anche tutte le altre cose che Grillo e Casaleggio vanno dicendo in questi giorni.
Oppure possiamo decidere di non ridere, memori dell’errore compiuto nel ’94 quando le sparate di Berlusconi ci sembravano così eccessive da non dover essere prese sul serio.
Per vent’anni la sinistra, i sindacati e le associazioni hanno riempito le piazze contro il pericolo che Berlusconi rappresentava per la libera informazione. Su quest’onda (e sull’oggettiva caduta di credibilità del nostro mestiere) hanno surfato alla grande Travaglio e i suoi colleghi. Neanche esisterebbe, il Fatto, senza questo clima di mobilitazione permanente.
Eppure sia ben chiaro: Berlusconi ne ha dette e fatte di tutti i colori, ma non s’è mai azzardato di allestire processi staliniani e carceri del popolo. Dov’è allora l’indignazione dei sindacati, oggi tanto solleciti ad allarmarsi perché Renzi vuole ridurre gli sprechi della Rai? Perché gli intransigenti del Fatto si scoprono giustificazionisti su ogni eccesso grillino? E gli accaniti intellò della società civile, riparati dietro Tsipras dopo essere stati rimbalzati dal M5S, hanno perso la voce, così alta e squillante in altre occasioni?
Stasera piazza del Popolo a Roma si riempirà per la più grande delle manifestazioni elettorali del Pd. Non sarebbe male se tra gli impegni assunti per riportare l’Italia al livello delle più forti democrazie europee ci fosse anche, di nuovo, la dura rivendicazione del diritto a scrivere, a fare informazione e a esprimere idee e opinioni senza essere minacciati e intimiditi come capita ormai quotidianamente.
Perché è chiaro che neanche questo, come altri buchi neri del caso Italia, smette di essere un problema ora che Berlusconi esce di scena. Capita, semplicemente, che il bavaglio si trasforma in gogna, e che chi s’atteggiava a vittima si candida a carnefice.

da Europa QUotidiano 22.05.14

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Il maxi-processo del giudice Grillo”, di FRANCESCO MERLO
MUORE miseramente nel blog-cestino di Grillo la carriera di una delle più valorose metafore italiane, il Processo, sia quello politico di Pasolini contro il Palazzo, sia quello sportivo di Sergio Zavoli alla tappa del Giro .
MESCOLANDO Alcatraz con lo sputo in faccia, Grillo annette a sé anche il “Processo del Lunedì” di Biscardi, che fu il primo festival nazionale del libero insulto e divenne l’anello di congiunzione tra il bar e il tribunale. E ricorrendo sia agli anonimi accusatori incappucciati del web sia alle celle segrete del castello di Lerici già destinate a Napolitano, a Renzi e al giornalista Tal dei Tali, Grillo riproduce pure il Tribunale del popolo delle Brigate rosse che uccisero Aldo Moro. Ebbene, l’esito comico della metafora pasoliniana, che riassume gli ultimi quarant’anni della cultura e della sottocultura italiane, gioiose, catartiche, popolaresche e sanguinarie, rende grottesco ma non divertente il Processo che ora Grillo ci promette. E’ vero che, chino sul plastico dove ha imprigionato i pupazzetti che riproducono in effigie i suoi nemici, più che ai terroristi che spararono alla nuca di Moro, Grillo fa pensare a certi bambini sadici che catturano e torturano le mosche e le lucertole. Ma è altrettanto vero che nella sua idea
di processo non c’è traccia, neppure sotto forma di orecchiata parodia, del confronto civile e solenne che, regolato dalla legge penale, in democrazia accerta la verità: «Alla fine gli iscritti certificati al M5S potranno votare per la colpevolezza o l’innocenza » scrive travestendo di procedura il suo ghigno.
Insomma questo processoburla di Grillo non è il cerchio di fuoco di Di Pietro che sognava il governo dei giudici, ma la goliardia del sorvegliare e punire, non il feticcio della legalità del giustizialismo ma il manifesto sciocco del tagliatore di teste da videogioco, la promessa di sostituire la civiltà del Diritto con l’allegra inciviltà dello scaracchio e del dileggio: «Il processo durerà il tempo necessario, almeno un anno, le liste saranno rese pubbliche quanto prima e l’ordine in cui saranno processati gli inquilini del castello sarà deciso in Rete ». È dunque garantito almeno un anno di bip, chip, play, pause, score, leaderboard, winner, loser, tie e si capisce che questa Procedura Penale è opera del Cordero di Settimo Vittone, il famoso giureconsulto informatico Gianroberto Casaleggio: cliccate, accusate, sparate, condannate, arrestate e vaffanculo.
Così il blog di Grillo somiglia a quel sinistro appartamento immaginato da Friedrich Dürrenmatt e messo in scena da Ettore Scola dove ogni sera una banda di pensionati frustrati processava qualcuno, e l’imputato innocente Alberto Sordi era convinto che fosse un divertente gioco, «la più bella serata della mia vita », fino a quando una risata epica di tre minuti non lo accompagnò… alla condanna.
Ammesso che quella di Grillo sia davvero arte comica diventata scienza politica, che ci siano dietro uno stile e una composizione da spettacolo iperbolico, di sicuro il contenuto delle sue immaginazioni è morale, e i commenti che le accompagnano traboccano indignazione etica contro i distruttori d’Italia, la casta, i giornalisti che disinformano, i ladri di Stato, i colpevoli di ogni genere: Grillo stana le serpi, scova le colpe e garantisce che il Processo «sarà uno sputo popolare». È infatti lui il giudice di specchiata moralità che, come è noto, deve avere la fedina pulita, altrimenti non si è ammessi nella categoria, e Dio sa quanto ci piacerebbe applicare stesso principio ai politici. Una volta al giudice era richiesto anche il certificato di buona condotta, ma Grillo ne sarebbe comunque esentato per meriti rivoluzionari. Pure Robespierre e Danton non tennero una buona condotta, ma tutto si può dire tranne che non fossero all’altezza morale dell’appuntamento che la storia aveva preso con loro. Non è così per Grillo.
Come si sa è stato condannato per l’omicidio colposo di tre persone che viaggiavano in auto con lui: Renzo Giberti, 45 anni, la moglie Rossana Quartapelle, 34, il figlio Francesco, 9. La Corte di Cassazione individuò «la colpa del Grillo nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto lo spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o, quanto meno, proseguire da solo». Nessuno pretende che a distanza di tanti anni Grillo si volti e si rivolti su quella colpa come su un letto di chiodi, ma la morte di tre persone causata da un comportamento colpevole può restare remota e vaga solo se l’omicida colposo non si avventa con furia sulle (presunte)
colpe degli altri con annunzi squillanti e gloriosi di processi sommari. Come si sa, Grillo riuscì ad aprire la portiera e a lanciarsi fuori mentre la Chevrolet precipitava in un burrone. È un omicida colposo ma non un assassino, come dice invece Silvio Berlusconi che non si dà pace perché si specchia in Grillo e lo vede uguale a sé: un pregiudicato che diventa suo giudice dimenticando che la via dei processi è stretta, buia e sporca.
E non è finita. Secondo Lello Liguori, l’ottantenne ex proprietario del Covo di Nord Est di Santa Margherita Ligure, il comico, negli anni in cuI si esibiva a pagamento, «si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero». E Pippo Baudo ha aggiunto a Daria Bignardi che faceva la cresta anche alla Rai. Calunnie? Di sicuro farsi pagare in nero è una pratica diffusa nel mondo dello spettacolo: «così fan tutti» diceva Craxi. Ma solo Grillo promette «verifiche fiscali per tutti prima di mandarli affanculo » con tanti bei processi popolari, come se fossimo nell’Egitto di Mubarak, come se fossimo nella Romania di Ceaucescu. Siamo invece in Italia dove abbiamo rispettato con discrezione la colpa di Grillo perché la sensibilità è, come la giustizia, una bilancia che pesa anche i colori e la luce. Ma in democrazia anche colpe molto più piccole dovrebbero gravare come sassi nella coscienza e nella carriera di un “giudice” che manda gli altri
a Processo.

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“Processeremo i politici” Grillo minaccia anche imprenditori e giornalisti. “La Rete giudicherà”. La Fnsi: questo è neofascismo E il leader cita Berlinguer: noi eredi della sua lezione, di TOMMASO CIRIACO e SIMONA POLI

Difficile concentrare una minaccia così intimidatoria in sole quarantadue righe. Eppure Beppe Grillo riesce nell’impresa, lanciando un «processo popolare» per «l’orrendo trio» composto da giornalisti, imprenditori e politici. Il resto sono insulti ai «pennivendoli di regime», alle «meretrici» della politica e agli industriali corrotti.
Simbolo del sinistro progetto è il plastico donato a Bruno Vespa. Un castello – quello di Lerici – e tante celle per rinchiudere quelli che il Fondatore del Movimento individua come nemici dei cittadini. Per Berlusconi c’è la copia di quella di Al Capone ad Alcatraz. Le segrete, insomma, sono il «simbolo di quello che succederà se il M5S andrà al governo ». Le liste di proscrizione del Capo supremo dei grillini saranno rese pubbliche dopo le Europee, promette il comico. Il giudizio durerà un anno, ci saranno «le prove e i testimoni di accusa». Non manca neanche il braccio operativo del popolo, un cittadino trasformato in inquisitore che «articolerà i capi di accusa ». Pollice verso o salvezza saranno decretati – chi l’avrebbe mai detto? – dalla Rete degli iscritti certificati al M5S.
Toccherà a Napolitano, Berlusconi, Monti e Renzi. Ma prima saranno giudicati i giornalisti. E la Federazione nazionale della stampa non gradisce. «I processi popolari – si indigna il segretario Franco Siddi – li fanno i regimi e le dittature di ogni colore e quella di Grillo appare proprio l’idea aggiornata di un neo-fascismo prossimo venturo, che riprende concetti e spunti delle adunate di Piazza Venezia convocate dal Duce per additare i colpevoli, come accadde poi per gli ebrei e per gli antifascisti ».
In un giorno già così teso torna a farsi sentire anche Gianroberto Casaleggio. Intervistato dal Fatto quotidiano, non esclude di diventare ministro: «Dipende dal Movimento, ma perché no?». E si spinge anche a prenotare
una poltrona ben precisa: «Dovendo scegliere, opterei per l’Innovazione. Grillo? Bisogna chiedere a lui, io lo vedrei bene ministro». Sponsorizzarsi al governo, però, può risultare sconveniente a tre giorni dal voto. E infatti poco dopo Casaleggio precisa: «Né il sottoscritto, né Grillo si candidano come ministri », la squadra di governo sarà decisa dagli iscritti al M5S. Matteo Renzi, intanto, mette in
chiaro: «Casaleggio un po’ mi inquieta… comunque i ministri per il momento li scelgo io».
E proprio nella città del premier, a sera, quattromila persone ascoltano il comizio di Beppe. Ogni volta che nomina Renzi arrivano i fischi. Di Battista prende in braccio Grillo sul palco. E il leader evoca Berlinguer: “Non siamo alla sua altezza, ma anche noi parliamo di questione morale”. La gente chiede di buttare tutti fuori, il Capo rivendica l’idea del plastico, anche se smussa un po’: «Niente di violento, l’informazione è molto aggressiva con me e con la mia famiglia. Noi siamo francescani, dovrebbe esserci Bergoglio qui sul palco». Poi insulta Renzi – «primo ministro del cazzo» – e attacca: «Eletto con i voti del sindaco, è andato da un’altra parte. Non lo faremo più succedere ». Infine, incitato dai suoi, non si contiene: «Vinceremo straordinariamente le Europee. Siamo oltre Hitler, siamo Charlie Chaplin. E nel Pd non sono più figli di operai, ma di massoni».

La Repubblica 22.05.14