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La politica dia “l’esempio”, di Serena Bortone

 

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anni fa a Cannes vinse il premio per la miglior regia un film dalle cupe atmosfere noir. Si intitolava “L’uomo che non c’era”. Il protagonista, un barbiere di provincia, così definiva la propria esistenza: “La vita mi ha servito delle mani perdenti, o magari non le ho sapute giocare, chissà… Ora volevo parlare, ma non avevo nessuno accanto a me: ero un fantasma, non vedevo nessuno, e nessuno vedeva me.”

Sono in molti in Italia a potersi riconoscere in questo ritratto. Hanno tra i venticinque e i quarantacinque anni. I più giovani vivono rassegnati nella precarietà lavorativa e esistenziale, altri, i più adulti, trascinano un quotidiano che non li appaga avendo da tempo rinunciato ad affermare i propri ideali, anche quelli professionali. Vivono senza vedere nessuno, e nessuno li vede. Come il barbiere raccontato dai fratelli Coen, sono la generazione che non c’è.

La loro condizione è prodotto di una stato di fatto certo oggettivo, descritto ampiamente da giornali e televisioni, nazionali e straniere, che da tempo rappresentano l’Italia come un paese stanco e disilluso, inesorabilmente avviato verso il declino. Un paese a bassa crescita economica, stretto nelle maglie di un pesante immobilismo sociale, frastornato da programmi televisivi mediocri e caciaroni che sospingono verso modelli effimeri di successo.

Un’Italia soffocante dove il talento di tanti è costantemente mortificato dall’avanzare di furbetti e raccomandati. Gli esempi negativi si moltiplicano e deprimono anche le menti più vivaci. Avviene nelle università dove le cattedre vengono tramandate di padre in figlio o assegnate a fidi sodali con meccanismi di cooptazione che non premiano i meritevoli, potenziali concorrenti, ma i mediocri fidati. Nelle aziende dove i padri mantengono al vertice figli svogliati o inadatti, mentre i creativi di nuove imprese si dibattono tra mille difficoltà burocratiche, scontando la concorrenza sleale data dal vantaggio dei vecchi potentati. Nei luoghi di lavoro pubblici e privati, dove le carriere sono legate all’appartenenza a partiti politici o a cordate di potere o di salotto.

Ma la depressione della “generazione che non c’è”, se è risultato di una situazione oggettiva, è conseguenza anche della cantilena mediatica sul declino italiano, che produce un pericoloso fenomeno di autoassoluzione. Perché io, giovane, dovrei impegnarmi nello studio o nel lavoro se – come ci ripetono giornali e tv – so già che gli incarichi migliori saranno assegnati non per merito, ma seguendo logiche clientelari o familistiche? Ecco farsi spazio una rinuncia volontaria, una depressione preventiva che azzera ogni talento, sterilizza ogni creatività rendendoci complici di un disfattismo insidioso. Il risultato è la rassegnazione ad una sconfitta che appare inesorabile. La percezione del sé supera la realtà dell’essere. Avviene per i singoli, avviene anche per le comunità. E’ come se tanti di noi si fossero ormai rinchiusi in un gigantesco luna park dove il gioco degli specchi deformanti- quello dei media – trasforma il reale fino a convincere che l’immagine deformata corrisponde a verità e rende inutile qualsiasi spinta verso il cambiamento.

Che fare? E’ ora di scardinare il cupo mito del declino italiano, la macchietta di un’Italia “triste, stanca e infelice”. Ma per raggiungere questo obiettivo è importante fare del Merito la questione cruciale, e quindi far emergere talenti, energie, individualità, aree di dinamismo e di impegno. Un coming out vitale che può rappresentare quell’esempio in grado di rafforzare il coraggio e la coscienza civile del paese. A loro una politica riformista e innovatrice come quella del partito democratico deve dedicare la sua attenzione, creando una sorta di controcopertina rispetto a quella promossa dai media. Non si tratta solo di premiare le capacità, ma di fare di quelle capacità la bandiera di un’Italia diversa, laboriosa, onesta, intelligente, probabilmente di un’Italia molto più vera di tante caricature, un’Italia che solo chiede di essere rappresentata e valorizzata.
La politica, che è guida e visione, dovrebbe anche fare un passo in più: divenire essa stessa esempio. Un grande vecchio dal pensiero giovane, Vittorio Foa, ha scritto nel suo ultimo saggio: “Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che vedo in giro, ossia sull’esaltazione dei valori: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa. La parola “esempio” non c’è più nella politica, mentre è una parola essenziale: l’esempio è la cosa più importante che si può chiedere a un politico.”

Non si tratta di uno stanco richiamo a un già visto e talvolta inquisitorio moralismo. È la necessità che tanti, e soprattutto i più giovani, hanno di seguire modelli di riferimento che prima di essere convincenti nelle parole e nelle idee devono essere credibili nei comportamenti. In questo la classe politica ha una grande responsabilità come generatrice di ottimismo sociale. Il Partito Democratico, fin dalla sua nascita, sembra essersi avviato proprio su questa strada: le stesse primarie sono state un”esempio” concreto di democrazia che ha fatto nascere fiducia e speranza in milioni di cittadini. Così come l’individuazione delle alleanze prima e del dialogo poi come cifra parlamentare, sono l’esempio fornito ad elettori disillusi che e’ possibile passare dalle parole ai fatti anche a costo di un prezzo politico – che certamente il Pd ha pagato nelle ultime elezioni- in coerenza con i suoi principi riformisti. I politici fanno quello che dicono, ecco le parole magiche che i quarantenni italiani hanno voglia di pronunciare, anzi di gridare.

Una politica che si sostanzi di “esempi”, infine, rende più seducenti i valori che quella politica intende proporre, alimentando la speranza nella loro realizzazione e allontanando un’idea utilitaristica e cinica della politica. Viviamo in un paese che sembra aver smarrito il senso di una visione comune, dove l’azione pubblica appare ridotta a elargizioni di mance monetarie sottoforma di abolizione di questa o quell’altra tassa o a una promessa di protezione fisica dal nemico di turno, reale o amplificato ad arte. A vincere non è più l’idea del bene collettivo, capace di essere di aiuto per tutti, ma il misero interesse individuale, che porta a votare chi più sembra garantire quell’egoistica piccola convenienza. Un’azione politica coerente e esemplare può scardinare anche questa percezione e riavviare il paese verso l’affermazione della “bella politica”.

Restituire fiducia in un sistema paese dove la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni non sia più considerata privilegio di pochi ma opportunità per tutti. Fornire modelli politici convincenti. Lo slancio riformista del Pd, se sarà in grado di parlare più forte anche di giornali e tv, può trascinare “la generazione che non c’è” fuori dal luna park descritto dai media e avviare il paese verso un progresso condiviso, libero e giusto.

Articolo pubblicato in MAGAZINE su www.partitodemocratico.it
il 4 giugno 2008