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La manovra triennale del Governo Berlusconi: prime valutazioni del Comitato economia e finanza del PD

Nonostante non siano ancora pubblicati i testi del disegno di legge e del decreto-legge con cui viene anticipata la manovra è, comunque, possibile esprimere un primo giudizio non analitico sulla base delle anticipazioni disponibili.

Non si affronta il problema del potere d’acquisto delle famiglie e dei pensionati. Nel merito, la manovra di finanza pubblica proposta dal Governo è sbagliata e non affronta le emergenze del Paese: il recupero del potere d’acquisto dei redditi fissi, la competitività delle imprese. Infatti, come avevamo già denunciato a proposito del decreto-legge n. 93 (ICI, straordinari, mutui), dai provvedimenti annunciati non si evince una sola misura in favore di salari e pensioni. Dalle informazioni disponibili emergono, invece, disposizioni demagogiche e di scarso impatto redistributivo. La carta prepagata per i pensionati, ad esempio. Mentre il Governo Prodi aveva stanziato oltre 1,1 miliardi di euro per concedere la cosiddetta “quattordicesima”, ossia un beneficio compreso tra 336 e 504 euro annui in favore dei pensionati ultrasessantaquattrenni con redditi bassi, Tremonti istituisce per i pensionati al minimo una carta prepagata per le spese di prima necessità, come gli alimentari e bollette. Si tratta evidentemente di una misura demagogica, paternalistica e compassionevole, assolutamente insufficiente per incidere sul potere d’acquisto delle pensioni. Peraltro si rivolgerà a una platea di 1,2 milioni di beneficiari (mentre quella della quattordicesima era di oltre 3 milioni) e varrà circa 400 euro l’anno, per un costo per la finanza pubblica di 500 milioni.

I vantaggi per i cittadini sono fittizi. Per il finanziamento dell’operazione viene istituito un Fondo speciale di solidarietà alimentato dalla Robin Tax, dalle somme riscosse in eccesso dagli agenti della riscossione, dalle somme versate dalle cooperative a mutualità prevalente, da trasferimenti provenienti dal bilancio dello Stato e da versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da società ed enti, in particolare del comparto energetico. Se dovesse essere confermato un aggravio fiscale sui petrolieri per almeno un miliardo, a cui sommare un altro miliardo derivante dall’ampliamento della base imponibile delle banche (interessi passivi deducibili al 95% e stretta sulla svalutazione dei crediti), ciò significherebbe che soltanto un quarto del maggior gettito finirà davvero a sostegno dei più bisognosi. Inoltre, si tratta di coperture transitorie e, di nuovo, demagogiche e velleitarie: il rischio è che, data la scarsa concorrenza nei mercati interessati dai provvedimenti, le maggiori imposte siano scaricate – non si sa in quale misura – sul costo finale pagato dagli utenti dei loro prodotti o servizi. Intanto, le banche incassano quello che veramente hanno a cuore: non si parla più di abolizione del massimo scoperto, l’entrata in vigore della class action viene rinviata al 1° gennaio 2009, sui mutui, come avevamo già sottolineato, si sigla una convenzione a tutto vantaggio degli intermediari finanziari. Quindi, nessun beneficio per il cittadino-consumatore.

I veri vantaggi provengono dalle misure del Governo Prodi. D’altro canto, alcune delle misure a cui il Governo dà grande enfasi non costituiscono un vantaggio supplementare. Il “piano casa” è interamente finanziato con le risorse stanziate dal Governo Prodi: 550 milioni per il programma straordinario triennale di edilizia residenziale pubblica e 100 milioni per valorizzare il patrimonio del demanio e mettere a disposizione alloggi derivano dal DL 159/2007 collegato alla finanziaria 2008, 60 milioni di euro per l’edilizia residenziale pubblica sovvenzionata provengono dalla finanziaria 2007. Le misure per lo sviluppo relative alle riforme delle Pubbliche Amministrazioni, alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali e alle semplificazioni per le imprese sono in larga misura tratte dai provvedimenti arenatisi in Parlamento nella scorsa legislatura. Quindi, non possiamo che essere favorevoli. Al contrario, gli interventi sul mercato del lavoro abrogano alcuni importanti punti della legge derivante dal Protocollo sul Welfare e aumentano la precarizzazione. Ma molte altre sono le misure populiste e demagogiche, come, ad esempio la previsione di una Banca per il Sud (un ennesimo, inutile e costoso carrozzone) o la tassazione ordinaria delle stock options (già di fatto realizzata nel 2007).

La manovra non aiuta la crescita e viene pagata da consumi e servizi essenziali. Ma siamo di fronte a una manovra sbagliata anche per la sua dimensione e, quindi, per i suoi effetti sulla crescita dell’economia, sui redditi delle famiglie, sulla domanda per le imprese. Una stangata di quasi un punto percentuale di Pil nel 2009 rischia di compromettere la possibile ripresa prevista per il prossimo anno, dopo il forte rallentamento in corso. Non si tratta di rinunciare al risanamento della finanza pubblica, che anzi va perseguito con rigore, come il programma del PD proponeva. Si tratta di scegliere una via pragmatica e non ideologica. L’obiettivo del pareggio di bilancio può essere conseguito facendo leva non solo sui tagli di spesa e gli aumenti di tasse, ma anche sulla crescita dell’economia. Infatti, puntare sulle riforme strutturali (dalle liberalizzazioni alla riforma delle pubbliche amministrazioni), sugli investimenti nelle infrastrutture, sull’incremento del potere d’acquisto delle famiglie e sulla riduzione di tasse per le imprese consente di innalzare la crescita potenziale dell’economia italiana e facilitare gli sforzi di aggiustamento della finanza pubblica. Siamo, invece, di fronte a una manovra concentrata su tagli di spesa. Non c’è dubbio che la spesa pubblica in Italia possa essere tagliata. Tuttavia, i tagli vanno fatti nei punti giusti, ossia dove esistono inefficienza, sprechi, corruzione. E la spesa, in Italia, va soprattutto riqualificata e redistribuita. Per tali ragioni, nel 2007, si avviò una completa spending review (il metodo Brown per davvero) e si intervenne, oltre che sui capitoli di spesa delle amministrazioni centrali, sulla finanza degli enti territoriali. In particolare, per gli enti territoriali, il Patto di Stabilità Interno del 2007 individuò un incisivo percorso di riduzione dei deficit di Comuni, Province e Regioni (circa 6 miliardi all’anno dal 2010). Un percorso dal quale sono arrivati primi importanti risultati (i dati Istat del 18 Giugno sul Conto Economico Consolidato della Pubblica Amministrazione evidenziano un miglioramento di circa 8 miliardi per l’indebitamento del 2007 rispetto al 2006). L’intervento deciso dal Governo Berlusconi non rafforza il percorso intrapreso. Colpisce, invece, alla cieca e pesantemente (18 miliardi di euro in 3 anni) Regioni, Province e Comuni e determina non solo le condizioni per eliminare gli sprechi, ma soprattutto le condizioni per tagliare diritti: dai posti negli asili nido, alle mense nelle scuole primarie ed elementari, dal trasporto pubblico locale, all’assistenza per gli anziani non autosufficienti. Il rischio è che per la scuola, la sanità e l’assistenza si impoverisca la qualità offerta e per i cittadini aumentino i costi. Colpisce alla cieca ma, nonostante gli annunci della vigilia, lascia intatte le Comunità montane e le Province metropolitane. Il taglio dei costi della politica scompare dall’agenda del Governo. Inoltre, gli interventi di riduzione della spesa sanitaria (9 miliardi in 3 anni includendo la mancata copertura del ticket abolito nel 2007), in realtà sono in larga misura aumenti di entrate. Le Regioni, infatti, per compensare almeno una parte dei tagli al Fondo Sanitario Nazionale saranno costrette a reintrodurre i ticket sulle prestazioni e/o sui farmaci. Si deve ricordare che il Patto per la Sanità del 2007 già prevedeva la stabilizzazione della spesa sanitaria in rapporto al Pil.

Si continua a colpire il Mezzogiorno. Oltre agli enti territoriali, è pesantemente colpito dalla manovra del Governo il Mezzogiorno. Dopo il taglio di quasi 2 miliardi di euro dedicati alle infrastrutture stradali di Sicilia e Calabria, dopo il sostanziale svuotamento del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese private delle Regioni Meridionali, ora si revoca la programmazione dei fondi per le aree sottoutilizzate, così passando da una quadro di certezza a uno di incertezza. La manovra, infatti, interviene pesantemente sulla struttura della programmazione nel Mezzogiorno, annullando delibere CIPE a valere sul Fondo Aree Sottoutilizzate adottate fino al 30 aprile 2008. Le risorse non ancora impegnate o programmate in Accordi di Programma quadro vengono poi destinate ad alcune finalità specifiche. Va sottolineato come in realtà tale provvedimento non comporta alcun incremento di risorse per il Mezzogiorno ma si limita ad indicare alcuni campi prioritari di carattere piuttosto generico. Rispetto ai tagli già operati, i provvedimenti non rappresentano nessuna compensazione in quanto non fanno altro che ripartire risorse già destinate al Sud. Inoltre, il provvedimento sembra intervenire sulla quota FAS del Quadro Strategico Nazionale, con esclusione della quota relativa ai programmi regionali. Tale interventi sembrano presupporre però anche una conseguenza rimodulazione dei Fondi europei. Cosa peraltro che richiederebbe una rinegoziazione dei Piani operativi approvati dalla Commissione. Anche in questo caso non si tratta di risorse nuove ma di una rimodulazione di quelle esistenti. In particolare, il dubbio che sorge è che siano messe in discussione le principali innovazioni introdotte dal Governo Prodi: la certezza della programmazione finanziaria congiunta tra fondi nazionali e fondi comunitari; il grande programma di bonifica e reindustrializzazione delle aree compromesse da inquinamento; Industria 2015; gli indicatori di premialità per le Regioni, ossia le risorse condizionate al raggiungimento di determinati obiettivi di servizio (servizio idrico, anziani, rifiuti).

Dietro la semplificazione si nasconde la fine della lotta all’evasione. Per quanto riguarda le entrate, la manovra del Governo demolisce l’impianto normativo di contrasto al riciclaggio di denaro sporco, all’evasione fiscale e al lavoro nero. In particolare, si innalza da 5000 a 12500 euro il limite per l’emissione di assegni non trasferibili, si elimina la responsabilità solidale del committente con l’appaltatore ed il subappaltatore, si elimina l’elenco clienti-fornitori e la trasmissione telematica dei corrispettivi. Si determinano le condizioni per un allargamento dell’evasione e dell’economia sommersa con immediati effetti sia sul gettito che, ancora più grave, sulla sicurezza sul lavoro. L’allentamento del contrasto all’evasione e al lavoro nero sottrae al Bilancio dello Stato le risorse necessarie per finanziare la riduzione delle imposte sui redditi da lavoro e da pensione stabilite dalla finanziaria 2008. In sintesi, il Governo Berlusconi per portare avanti il risanamento della finanza pubblica, prospetta per Regioni, Province, Comuni, Servizio sanitario nazionale, tagli brutali e alla cieca di diritti invece che interventi mirati di risparmio e di riqualificazione. Per la competitività delle imprese, punta sulla precarizzazione del lavoro e sull’evasione fiscale, invece che sulle riforme e la riduzione di imposte. Per le famiglie, dà l’elemosina per i più poveri, invece di riduzioni di imposte generalizzate per aumentare il potere d’acquisto dei redditi bassi e medi.

3 Commenti

  1. Sull’argomento, pubblichiamo la dichiarazione di Maria Cecilia Guerra, coordinatrice del Forum provinciale “Diritti di cittadinanza” del Partito Democratico di Modena: «La manovra appena licenziata dal governo Berlusconi riconferma una concezione del welfare come insieme di piccoli favori distribuiti a questa o quella categoria sociale per ottenerne il consenso. Un welfare improntato al più assoluto paternalismo: ai pensionati poveri verrà dato qualche soldo in più, sotto forma di un buono spesa da esibire nei negozi, quasi fossero incapaci di decidere da soli quali sono le loro esigenze prioritarie.
    Nonostante la sua prospettiva triennale questa manovra non contiene nessun segnale della volontà di mettere in piedi politiche di lungo periodo in grado di dare sicurezza alle famiglie italiane: la sicurezza di potere fare figli e avere asili nido e scuole materne a cui affidarli quando si va al lavoro, la sicurezza di un sostegno economico e di assistenza per i non autosufficienti, la sicurezza di avere sostegni adeguati quando si perda il lavoro. Al contrario, tagliando risorse agli enti locali, rischia di compromettere l’offerta di questi servizi anche nelle città e nei paesi che, come quelli della nostra provincia, si sono fatti carico negli anni, di queste esigenze e diritti dei propri cittadini.»

  2. da unita.it
    Le magie di Tremonti: inflazione programmata all’1,7%, di m.fr.
    «Giulio Tremonti si dimostra una vecchia volpe. Dopo essersi paragonato a Robin Hood e aver spacciato come grande novità l’elemosina elargita ai pensionati tramite “Carta della povertà”, nel testo del Documento di programmazione economica e finanziaria (Dfef) ha inserito un dato palesemente irreale.
    Alla voce inflazione programmata infatti si legge: per l’anno in corso 1,7%. E addirittura si scande all’1,5% negli anni seguenti. Perché un così abnorme taglio rispetto al dato reale che ora viaggia oltre il 3,6%?
    La risposta è semplice: è su quella cifra che dal 1993 (accordo sulla concertazione Ciampi-sindacati) che si basano gli aumenti salariali nei contratti di lavoro.
    In un solo colpo dunque Tremonti risparmia soldi per il prossimo rinnovo del contratto degli Statali (la disponibilità a rinnovarli aveva già sorpreso i sindacati, ora se ne capisce il motivo) e ne fa risparmiare alle aziende. In più segue alla lettera i dettami della Banca centrale europea che chiede di evitare una spirale aumenti salariali- aumenti dell’inflazione.
    Damiano: così si taglia il potere d’acquisto dei salari Il tasso di inflazione programmata al 1,7% fissato dal governo «è una percentuale abbondantemente al di sotto dell’inflazione rilevata dall’Istat,ormai superiore al 3%, che è a sua volta inferiore alla crescita del costo dei beni di prima necessità delle famiglie: dai consumi alimentari,ai trasporti,all’energia»: lo afferma il capogruppo del Pd in commissione Lavoro alla Camera Cesare Damiano, sottolineando come si tratti di una scelta «paradossale». «È evidente che in questo modo mentre si dice di voler dare qualcosa ai lavoratori, e lo si fa in modo diseguale con una misura come quella della detassazione degli straordinari, si fissa un tasso di inflazione così basso – spiega Damiano – da non essere altro che la programmazione della perdita d’acquisto delle retribuzioni». «Tutto questo – conclude l’ex ministro del Lavoro – non mancherà di influenzare negativamente l’apertura del dialogo tra le parti sociali per la riforma del modello contrattuale che il governo con le sue scelte corre il rischio di far fallire».
    La Cgil: dalla finanza alle previsioni creative I sindacati hanno già denunciato il trucco. Per Agostino Megale, neo segretario confederale della Cgil «il dato è inaccettabile, si tratta di un trucco per controllare la spesa sociale».
    Per il segretario generale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda, «siamo passati dalla finanza creativa alle previsioni creative». Il dato sull’inflazione programmata all’1,7% «è fantasioso» e «se sarà confermato, certamente allontana la possibilità di un accordo» sulla riforma del modello contrattuale. «Normalmente l’inflazione programmata che ha lo scopo di contenere la spinta inflazionistica viene sottostimata, ma qui siamo davvero ben oltre la tradizione», ha detto Podda, ricordando che l’inflazione sulla spesa di tutti i giorni a maggio è salita al 5,4%, contro il 3,6% del tasso generale. «Quella all’1,7% è un’inflazione fantasiosa, non è credibile», ha aggiunto ed «è evidente l’intenzione del governo di sottostimare la spesa per i contratti pubblici».
    Bonanni: un attentato alla riforma dei contratti «Lo ricorderemo a Tremonti: il governo ha un obbligo, nessuno ha disdetto l’accordo di luglio ’93, il tasso di inflazione programmata va definito insieme, da sindacati imprese e governo». Il leader della Cisl Raffaele Bonanni commenta così le indiscrezioni sul tasso di inflazione programmata che il governo avrebbe previsto nel Dpef per il 2008, sottolineando anche che fissarlo al +1,7% rappresenterebbe «un attentato» al confronto con gli industriali sulla riforma dei contratti. «Per noi è importante che i dati siano un riferimento stabile e veritiero», dice Bonanni alla Festa della Cisl a Levico Terme. «L’1,7% non è veritiero, sarebbe assolutamente lontano dal dato del +3,6% dell’Istat, che a sua volta è comunque lontano dalla realtà di tutti i giorni, Viaggiamo verso il 5% di inflazione».
    Fissare l’inflazione programmata all’1,7% significherebbe un effetto sui salari «quasi tre volte in meno di quello che ci imporrebbe l’inflazione». Bonanni ricorda il confronto in corso con Confindustria. «Sarà stata una dimenticanza – dice – ma se Tremonti volesse fare così sarebbe un vero e proprio attentato alla riuscita della contrattazione tra noi e Confindustria. Per noi va bene non chiedere un euro in più, ma non possiamo accettare un euro in meno: la nostra è una posizione ragionevole, e dal governo ci attendiamo una posizione ugualmente ragionevole. Altrimenti significherebbe indebolire i lavoratori, e noi non lo accettiamo».
    Mannaia sulla scuola Nel decreto legge che accompagna la manovra triennale di bilancio arrivano notizie nefaste per gli insegnanti, soprattutto per i precari. Vi si legge che entro il 2011 ci sarà un taglio di 100 mila insegnanti tra docenti di ruolo e supplenti. In più si prevede una riduzione di ben il 17% del personale tecnico ausiliario Ata (ovvero bidelli e amministrativi).
    Si tratta di numeri da brividi soprattutto per chi era in attesa di essere assunto, come i 150 mila precari storici (fra insegnanti e Ata) che l’ex ministro della Pubblica istruzione Fioroni aveva deciso di stabilizzare.»

  3. In merito alle misure adottate nel decreto fiscale che colpiscono le coop, riportiamo la dichiarazione del deputato Stefano Graziano, componente del Pd in commissione Finanze alla Camera. “Massima disponibilità a colloquiare con le cooperative per rimediare alle misure adottate dal decreto legge del governo. Tali provvedimenti rischiano infatti di minare un settore che contribuisce al 5 per cento del Pil e che fa da calmiere dei prezzi. Il controllo dell’inflazione si fa agendo prima di tutto sulla filiera e non indicando livelli irrealistici, come l’1.7 % scritto nel Dpef”. “Le misure adottate, come l’aumento della tassazione degli utili per le cooperative di consumo, il rialzo dell’aliquota sul prestito sociale, il 5% degli utili netti da destinare al fondo per gli indigenti sono nei fatti un prelievo che rischia di mettere in crisi non poche coop. Il sistema mutualistico – continua Graziano – è fondamentale per la crescita del Paese e per la stabilità dei prezzi”.

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