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“Tremonti e il decreto «affossa università»”, di Pietro Greco

Tagli al Fondo di finanziamento ordinario delle università di 1 miliardo e 443 milioni da qui al 2013. Sostanziale blocco del turn-over: per ogni 10 docenti in uscita solo 2 potranno essere sostituiti. Possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Per la CRUI, la Conferenza dei rettori delle università italiane, non c’è dubbio: «La prospettiva che emerge chiaramente dalla manovra è quella di un sostanziale, progressivo e irreversibile disimpegno dello Stato dalle sue storiche responsabilità di finanziatore del sistema universitario nazionale».

La manovra che si accinge a realizzare la più radicale riforma dell’università mai effettuata nel nostro Paese e a rivoltare come un calzino il sistema italiano dell’alta educazione è il decreto-legge n. 112 elaborato dal Ministro dell’economia Giulio Tremonti e approvato il 25 giugno 2008 nel famoso Consiglio dei Ministri durato 9 minuti.
Il decreto di Tremonti potrebbe essere ribattezzato «affossa università pubblica» per almeno tre diverse considerazioni. La prima riguarda, appunto, il taglio al Fondo di finanziamento ordinario con cui lo Stato trasferisce i soldi alle università. Questo Fondo ammonta a circa 7 miliardi di euro. Esso serve, per oltre l’88%, a coprire le spese di personale. Il decreto prevede tagli progressivi a questo Fondo di: 63,582 milioni nel 2009; 190,727 nel 2010; 316,622 nel 2011; 417,077 nel 2012; 455,240 nel 2013. Per un totale di 1,443 miliardi in cinque anni.

Il combinato disposto dei tagli e degli aumenti automatici delle spese per gli stipendi del personale (scatti di anzianità previsti dalla legge) farà sì che già nel 2009 oltre il 90% del Fondo di finanziamento ordinario sarà assorbito dalle spese per il personale e che, nel 2013, si andrà oltre il 100%. In altri termini le università non avranno garantiti i soldi per pagare la bolletta della luce e del riscaldamento o per comprare la carta delle fotocopie. Sarà il collasso. Evitabile in un’unica maniera: acquisire fondi privati. O, in maniera improbabile, dalle imprese: che come si sa non hanno in Italia alcuna vocazione alla ricerca e alla formazione. O, come è più probabile, aumentando la retta di iscrizione degli studenti e accelerando l’espulsione dalle università dei giovani appartenenti a famiglie più povere.

Il secondo elemento è il sostanziale blocco del turn-over. Per ogni 10 docenti che andranno in pensione da qui al 2011 (e saranno tanti, vista la loro età media molto elevata), solo 2 potranno essere sostituiti. A partire dal 2012, le sostituzioni possibili saliranno al 50%: uno su due. La piccola università di Udine ha fatto una simulazione. Da qui al 2013, andranno in pensione in quell’ateneo 57 unità di personale. Potranno essere sostituite solo da 13 persone.

Meno docenti con minori dotazioni: la qualità dell’offerta didattica nelle università pubbliche italiane è destinata, dunque, a peggiorare. Non è una bella notizia. Anche perché gli investimenti che il nostro paese riserva all’alta educazione già oggi non superano lo 0,88% del Pil: e sono, dunque, un terzo in meno rispetto alla media europea, due terzi in meno rispetto al sistema universitario americano. In questo momento anche la Germania e la Francia stanno rivedendo la loro politica universitaria. Le riforme sono diverse. Ma entrambi aumentano i fondi.

Ma il decreto di Tremonti contiene un ulteriore passaggio. Si dice che le università italiane – se vogliono – potranno trasformarsi in fondazioni di diritto privato. L’idea è chiara. Lo Stato si ritira progressivamente dal settore dell’alta educazione e lascia le università italiane libere di attingere sul mercato i fondi di cui hanno bisogno. Insomma, come rileva il rettore di Udine, il decreto-legge è un frettoloso tentativo di privatizzare il sistema universitario italiano. Il completo ribaltamento di un modello – quello dell’università pubblica – che da almeno un paio di secoli caratterizza l’alta educazione in Italia e in Europa.

Sorprendono tre cose, in questa frettolosa operazione.
Primo: che la riforma universitaria avvenga per volontà del Ministro dell’Economia e senza una parola da parte del Ministro dell’Istruzione.
Secondo: che avvenga in maniera nascosta, senza un’ampia e approfondita discussione in Parlamento.
Terzo: che l’opinione pubblica non se ne curi affatto. Solo i rettori si sono mobilitati. E solo il Presidente Giorgio Napolitano nei giorni scorsi ha espresso il suo «vivo interesse per le questioni e per le idee» che gli sono state illustrate da una delegazione di scienziati dell’Osservatorio della Ricerca. Il resto d’Italia è ignaro o si comporta come se lo fosse.

Segno che il nostro paese non ha ancora acquisito piena consapevolezza né del proprio declino né, tanto meno, della cause che lo hanno scatenato.

L’Unità, 14 luglio 2008

9 Commenti

  1. prue dice

    qualora qualcuno,io compresa,avesse avuto un dubbio circa la perdita delle origini ideologiche della destra e della sinistra…perdita ideologica dovuta dalla nascita di un qualche equilibrio econonmico-sociale fra i consociati…esso è stato eliminato dall’emanazione di un decretto atto a privatizzare le università consentendone l’accesso sempre,solo e comunque ai BENESTANTI…rigettando fuori persone valide ma economicamente incapaci di supportare un tale peso….

  2. Manuela Ghizzoni dice

    Se il governo avesse il coraggio di ascoltare il PD che chiede di sottoporre a costante valutazione l’attività scientifica e didattica, le cose cambierebbero.
    Invece nel provvedimento 112 si penalizzano tutti in modo generalizzato e soprattutto il sistema universitario obbligandolo ad una irrazionale e incoerente riduzione del personale.
    In pensione ci andranno docenti bravi e i fannulloni, ammesso che ci siano. I giovani ricercatori con il blocco del turn-over saranno costretti ad andare all’estero.
    Sia chiaro, il decreto 112 (con i tagli e il blocco del turn-over) non premia il merito (con buona pace della meritocrazia tanto sbandierata dalla Ministra Gelmini) e non valorizza i talenti: serve solo a fare cassa sulle spalle dell’unica struttura di ricerca che consente il progresso del nostro paese

  3. gianni dice

    L’università è diventata una pagliacciata con stipendi vergognosi e produzione scientifica ridicola. Se si è arrivati a questo è perché la situazione la si è esasperata. Se ne vadano in pensione i fannulloni, magari fra loro vi sono anche ordinari con 5.000 euro mensili.

  4. Nicola dice

    No ai tagli, ma nessuna protesta sotto la guida dei rettori. Ma chi credete che abbbia trasformato il nostro sistema universitario nel peggiore d’Europa?

    Via Gelmini. Via la CRUI!

  5. Giovanni dice

    Oggi Giuno Luzzatto riprende sempre sull’Unità il tema dei tagli all’Università in un bell’articolo che incollo qui sotto.

    Neolaureati e insegnamento

    Nessun nuovo laureato potrà divenire insegnante? Giustamente, Michele Ciliberto (l’Unità del 12 luglio) parla di “fine dello stupore” nel rilevare la sostanziale debolezza delle reazioni a quanto il Decreto finanziario prevede ai danni dell’Università. Aggiungo che vi è addirittura silenzio in merito a quanto rischia di accadere a danno dei giovani che si sono posti la prospettiva di un futuro lavoro quali insegnanti.
    Il Governo precedente aveva bloccato le “graduatorie” in cui si trovano gli attuali abilitati all’insegnamento, quasi tutti con anni di supplenze alle spalle; queste avrebbero dovuto progressivamente esaurirsi, e il ripristino di un sistema concorsuale, aperto ai nuovi abilitati, avrebbe costituito lo strumento per un reclutamento di giovani. È noto, infatti, che l’età avanzata degli insegnanti italiani, sia al momento dell’ingresso in ruolo sia come anzianità media, realizza il meno invidiabile tra i record europei.

    Il nuovo Governo vuole ora ridurre drasticamente l’organico dei docenti; le prossime assunzioni saranno molte meno di quelle prevedibili sulla base dei pensionamenti. La Ministra Gelmini, in numerose dichiarazioni, ha ritenuto di trarne la seguente conseguenza: poiché rallenta l’assorbimento delle “graduatorie”, non occorre che vengano preparati nuovi insegnanti. Per la fascia secondaria (inferiore -scuola media- e superiore) lo strumento attraverso il quale avviene tale preparazione sono le Scuole universitarie di Specializzazione SSIS; la Ministra non firma perciò il Decreto che costituisce l’ultimo passaggio burocratico necessario per attivare tali Scuole nel prossimo autunno.
    Tecnicamente, si tratta di un atto dovuto. Da un lato, infatti, le Università, sulla base di provvedimenti ministeriali, hanno già compiuto tutti i passaggi precedenti, impegnando anche risorse; d’altro lato molti dei recenti laureati hanno costruito il loro piano di studi proprio con gli insegnamenti che, sempre sulla base di formali Decreti, sono prescritti ai fini della presentazione al concorso di accesso alle SSIS. Per coprirsi giuridicamente, il Ministero ha tentato allora di inserire nel Decreto finanziario un emendamento che sancisce tale mancata attivazione; giovedì scorso, la Presidenza delle Commissioni della Camera che esaminano il Decreto ha però dichiarato inammissibile l’emendamento. Non si può pertanto prevedere, al momento, quale sarà la conclusione della vicenda.
    Essa è comunque drammaticamente indicativa della fase politico-sociale nella quale ci troviamo.

    La maggioranza proclama, a parole, di volere una pubblica amministrazione basata sul merito anziché sull’anzianità ma opera, di fatto, per escludere intere generazioni di nuovi laureati dalla possibilità di competere, in pubblici concorsi, per far valere la propria preparazione; anzi, vuole addirittura -per chiudere il discorso già in partenza- che a tale preparazione non si dia corso.

    L’opposizione dedica alla questione una attenzione insufficiente, come spesso accade quando gli interessi in gioco non sono quelli di categorie consolidate bensì quelli generali o quelli di gruppi ancora “virtuali”: in questo caso, i giovani che vorrebbero iniziare il percorso per divenire insegnanti. Quanto a questi ultimi, l’assenza di una protesta diffusa e organizzata è sconcertante: i concorrenti all’accesso erano ogni anno oltre ventimila, gli accolti più della metà, ma gli attuali neo-laureati che al momento trovano le porte chiuse tacciono.

    Tacciono anche i loro professori, e al proposito voglio tornare -con riferimento all’intervento di Ciliberto citato all’inizio- alla problematica universitaria complessiva. Lo scoraggiamento della parte più impegnata, scientificamente e politicamente, del mondo accademico ha molte cause: tra queste, inutile negarlo, una forte delusione per quanto il precedente Governo ha fatto (o non fatto) nel suo biennio di vita, nonché la percezione di una scarsa attenzione, quando non di una diffidenza, da parte della pubblica opinione. Vi è chi se la prende con lo scandalismo dei media, e proclama che i casi dei nepotismi e della predominanza di interessi professionali personali rispetto ai doveri universitari sono minoritari; probabilmente è vero, ma al riguardo dovremmo fare una durissima autocritica.

    Uso questo plurale per parlare di quella parte del corpo docente che è impegnata, che fa ricerca spesso degna di riconoscimenti internazionali, che sta dando l’anima per trasformare “a misura di studente” una didattica che fino a pochi anni fa espelleva i due terzi degli iscritti: ebbene, che cosa abbiamo fatto per far emergere la differenza tra le due Università, quella di chi lavora al fine di far crescere l’istituzione e quella di chi lavora altrove, utilizzando l’istituzione ai fini propri, o non lavora affatto? Se non si isolano le mele marce della cesta, il contatto con esse può far marcire la cesta intera; e se anche ciò non accade, chi le vede sospetta che siano marce anche quelle buone.
    È oggettivamente sicuro che nella “società della conoscenza” il definanziamento di università e ricerca comporterà per il Paese un sempre maggiore declino. Ma il definanziamento continuerà se non saremo capaci di convincere il Paese stesso che nelle strutture preposte a tali settori vi è non solo qualità, ma anche etica professionale.

  6. Marco dice

    Segnalo sull’argomento anche l’interessante riflessione di Michele Ciliberto, pubblicata sull’Unità sabato 12 luglio.

    La fine dello stupore e la fine dell’Università

    Se un filosofo dovesse dire quale è uno dei segni più tipici della crisi che sta attraversando il nostro paese potrebbe dire, a mio giudizio, che è la fine dello stupore, della capacità di sorprendersi, che come è noto è la prima sorgente della filosofia. In Italia, oggi tutto è ricondotto nei parametri dell’ordinario, del quotidiano, del feriale: anche le cose più inconcepibili, fino a poco tempo fa, sono digerite, assorbite, metabolizzate senza alcuna difficoltà. Si è persa l’abitudine a dire di no, ad alzarsi in piedi: e di questo è una paradossale conferma il fatto che quando si protesta si usano toni esagitati, addirittura volgari, proprio perché protestare – dire no – è diventata un’eccezione, non più la norma di un comune vivere civile. Questo accade anche quando si tratta delle regole che devono strutturare la vita istituzionale politica e sociale del paese.
    È un altro segno della crisi profonda che attraversa l’Italia: le regole appaiono una sorta di optional che il potere può trasformare come meglio gli conviene, a seconda della situazione e perfino dei propri interessi privati. Si tratta di un tratto tipico del dispotismo, quale è già delineato in pagine straordinarie di Tocqueville nella Democrazia in America: il dispotismo si esprime attraverso una prevaricazione dell’esecutivo sugli altri poteri e con un ruolo sempre più ampio assunto dall’amministrazione, che diventa il principale motore dell’intera vita di un popolo. Le strutture dispotiche, infatti sono incontrollabili: una volta messe in movimento invadono progressivamente tutte le sfere della vita sociale ed intellettuale, compresa ovviamente l’alta cultura e le istituzioni attraverso cui essa si organizza.

    È precisamente quello che è accaduto in queste ultime settimane con il decreto del 25 giugno del 2008: «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria». In esso è compresa una serie di disposizioni che muta profondamente l’assetto della Università pubblica italiana accelerandone la crisi e la definitiva decadenza. Si tratta, dunque, di disposizioni che avrebbero dovuto sollevare, se non uno scandalo, una discussione assai vivace; mentre invece, a conferma di quanto sopra dicevo, con poche eccezioni, il mondo dell’Università è rimasto silenzioso e seduto. Solo in questi ultimi giorni stanno cominciando ad affiorare prese di posizione più nette come quella del rettore dell’Università di Ferrara o del Preside della Facoltà di Scienze dell’Università di Pisa, il quale ha rotto il muro del silenzio scrivendo una lettera aperta dal titolo: «L’università non è in svendita». Qualche protesta, in verità c’era stata già prima, ma aveva riguardato il fatto che il decreto interviene sugli scatti di carriera di tutti i docenti trasformandoli da biennali in triennali. Il problema è però ben più vasto e riguarda direttamente la costituzione interiore della Università italiana ponendo anche delicati problemi di ordine costituzionale.
    Mi limito a segnalare quelli che a mio giudizio sono i punti più importanti.
    Le Università possono costituirsi, su base volontaria, come fondazioni di diritto privato, si dice nel Decreto, venendo incontro sul piano legislativo a un’istanza proveniente già da molto tempo soprattutto da settori industriali. Su Il Sole 24 Ore il provvedimento è stato infatti presentato da Giovanni Toniolo come «un’ottima notizia, la migliore che abbia sentito in quarant’anni di vita accademica». Personalmente, non ho dubbi che sul tema delle fondazioni si debba discutere ed aprire un forte dibattito, ma sapendo che – se non ben governata – questa è la via dell’integrale privatizzazione dell’Università italiana, con il rischio effettivo sia di ledere il principio della libertà dell’insegnamento sia di ritrovarsi in una situazione come quella americana nella quale accanto alle top ten esistono migliaia di università di livello inferiore ai nostri licei.

    Ma che l’Università pubblica sia al centro di un vero e proprio attacco in queste disposizioni è dimostrato anche da altri elementi. È bloccato il turn over: si prevedono infatti assunzioni nei limiti del 20% per il triennio 2009-2011 e del 50% a partire dal 2012. Né è difficile anche in questo caso immaginare gli effetti di questa disposizione sull’Università in generale, specie su quelle medio – piccole e anche su quelle scuole di eccellenza che si giovano di un corpo di docenti limitato. Privatizzazione, da un lato; ricostituzione di una forte dimensione centralistica ,dall’altro: all’Università infatti resterà in cassa soltanto il 20% delle «quote» dei docenti andati in pensione, tutto il resto andrà all’amministrazione centrale la quale ha già tagliato il finanziamento di Euro 500.000.000 in tre anni.
    Privatizzazione, centralizzazione (nonostante tutta la retorica sul federalismo) e, infine, colpi durissimi al personale docente per il quale si prevede una sorta di vera e propria rottamazione. La questione dello stato giuridico dei professori universitari è annosa; il Ministro Mussi era intervenuto su questa delicata questione riducendo, e di fatto avviando alla fine, il fuori ruolo, – decisione che si può anche comprendere se si tiene conto che si tratta di una vecchia disposizione, risalente a tutt’altra situazione, la quale consentiva ai professori di continuare a godere del proprio stipendio, pure essendo fuori dai ruoli dell’insegnamento.

    Ma queste disposizioni si muovono su ben altro piano colpendo sia la possibilità che i professori universitari, come ogni altro dipendente dello Stato, hanno di poter continuare a lavorare- cioè insegnare – due anni dopo l’età pensionabile (a insegnare, sottolineo); sia la stessa possibilità che possano continuare a restare nei ruoli qualora abbiano compiuto quaranta anni di insegnamento, qualunque sia la loro età (compresi dunque quelli che sono andati presto in cattedra). Ad essere sintetici: prima il biennio era una scelta del docente; ora diventa una concessione dell’amministrazione da cui dipende. Allo stesso modo è l’amministrazione che decide se rottamare un professore, oppure tenerlo in servizio fino al raggiungimento dell’età della pensione stabilita della legge, che il decreto tende invece ,surrettiziamente,ad anticipare anche di parecchi anni con una chiara lesione dei diritti costituzionali dei docenti. In entrambi i casi c’è una totale prevaricazione sulla figura dei professori da parte dell’amministrazione locale e soprattutto di quella centrale che diventa il vero arbitro della situazione. Infatti, se anche l’amministrazione universitaria locale fosse orientata a concedere il biennio o a rinviare la rottamazione, l’amministrazione centrale potrebbe costringerla a procedere in questa direzione con ulteriori, drastiche riduzioni del fondo di finanziamento ordinario.

    Non si tratta di questioni sindacali, o di interesse puramente corporativo: in ballo c’è ben altro. Se queste disposizioni vanno avanti ne discenderà un controllo dispotico, e col tempo totale, dell’amministrazione centrale sulle carriere dei professori universitari e di conseguenza sull’Università italiana. Quella che dovrebbe essere il centro della libertà intellettuale e di ricerca del paese, costituzionalmente garantita, corre dunque il rischio di essere controllata e irreggimentata a tutto vantaggio delle università private che potranno darsi gli statuti più adeguati al loro sviluppo, attraendo tutti i professori che non vogliono essere sottoposti a forme di controllo centralistico destinate ad assumere – non è difficile prevederlo – connotati ideologici e politici assai precisi. Mentre nelle Università pubbliche diventerà fortissima, temo, una spinta in direzione del conformismo, della passività, dell’autocensura dei professori universitari con un colpo assai grave per quella autonomia e libertà dell’insegnamento che è esplicitamente prevista dall’art. 33 della Costituzione.
    In ultima istanza,questo – la libertà di insegnamento e le forme in cui essa può e deve esplicarsi – è dunque il vero problema che il Decreto del 25 giugno 2008 pone all’Università italiana: che di fronte a tutto questo -e alla stessa forma del decreto,così impropria per decisioni di tale rilievo-non si sia ancora accesa una discussione critica e che siano pochissimi quelli che hanno deciso di alzarsi in piedi può certamente sorprendere; ma sorprende meno se si tiene conto di quello che dicevo all’inizio: il nostro paese è pronto a tutto, anche ad inghiottire in silenzio la fine dell’Università pubblica e della libertà di insegnamento.

  7. Pietro dice

    Anche le Università emiliano-romagnole si stanno mobilitando. Nel sito dell’Università di Bologna, si legge il seguente comunicato:
    “I Rettori, preoccupati per quanto previsto nel Decreto Legge n. 112 del 25.6.2008 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria “, decidono una riunione congiunta dei Senati e dei CdA dei quattro Atenei.
    I Rettori delle Università dell’Emilia-Romagna esprimono congiuntamente tutta la loro preoccupazione per quanto contenuto nel Decreto 112, in merito agli scopi e alle attività delle Università statali. Le Università dell’Emilia-Romagna (Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, Parma) sentono il dovere di rivolgersi alla comunità, essendo consce della responsabilità che la loro tradizione, il loro prestigio, il loro peso sul sistema nazionale, impongono. Il Decreto sulle “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico” prevede infatti il blocco pressoché totale dei turn over dei docenti e del personale tecnico-amministrativo e un taglio sostanziale al Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università pubbliche, oltre ad una consistente penalizzazione stipendiale del personale universitario che diviene insostenibile per il personale tecnico-amministrativo e per i ricercatori.
    Questa riduzione drastica delle risorse finanziarie e umane, oltre a mortificare l’intero insieme di professionalità e competenze all’Università mette a serio rischio la funzione didattica e nel contempo la sostenibilità delle attività di ricerca.
    Non può sfuggire a nessuno che i tagli fortemente progressivi previsti dal Decreto renderanno problematica la stessa gestibilità degli atenei.
    Come via d’uscita viene proposto, tramite uno strumento d’urgenza quale il decreto legge, la possibilità di trasformare le Università pubbliche in Fondazioni di diritto privato secondo un articolato ancora confuso e inadeguato provvedimento che non motiva in nessun modo la convenienza a muoversi verso tale trasformazione, posto che rimangano in vigore le normative stringenti che tuttora stanno soffocando l’autonomia universitaria.
    Le Università dell’Emilia-Romagna, in questi ultimi 10 anni hanno avviato un’intensa attività a sostegno dell’innovazione e dello sviluppo territoriale, avviando processi che saranno lesi da questo quadro d’incertezza. Appare inoltre evidente che le Università dell’Emilia-Romagna, che sono tra le più attrattive di tutto il Paese e che si sono segnalate per la qualità della loro offerta didattica e della ricerca scientifica, verranno profondamente segnate da tagli indiscriminati, che necessariamente porteranno a dover ridefinire il costo d’accesso alle università per gli studenti e per i servizi educativi.
    La via che le Università emiliane hanno intrapreso da tempo è quella di considerare l’autonomia come via prioritaria, un’autonomia rivolta a garantire il miglioramento della qualità dei nostri servizi, aumentando ancora di più l’attrattività del sistema universitario regionale.
    Per primi abbiamo richiesto valutazioni severe sia per il lavoro dei singoli docenti e gruppi di ricerca, sia per l’Università nel suo complesso da svolgersi a livello nazionale e internazionale.
    Abbiamo richiesto in ambito nazionale, e già messo in atto nei nostri atenei, forme di controllo e verifica dei nostri bilanci e siamo pronti a ulteriori passi nello spirito dell’autonomia prevista dai nostri statuti che permettano di valorizzare ancor più il nostro ruolo nella comunità locale e nella comunità scientifica internazionale.
    Le Università dell’Emilia-Romagna sono pronte ad ulteriori interventi di qualificazione della spesa, ma nell’ambito di un quadro nazionale che valorizzi e valuti la qualità della didattica, della ricerca, dell’amministrazione e dell’impatto sulle realtà locali.
    Per questo i Rettori, Prof. Pier Ugo Calzolari dell’Università di Bologna, Prof. Patrizio Bianchi dell’Università di Ferrara, Prof. Giancarlo Pellacani dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Prof. Gino Ferretti dell’Università di Parma, convocano per il giorno 21 luglio 2008, ore 11,00 presso Aula Absidale di Santa Lucia una riunione straordinaria congiunta dei quattro Senati Accademici e Consigli di Amministrazione delle Università emiliano-romagnole per testimoniare il ruolo che il sistema universitario dell’Emilia-Romagna intende oggi giocare per il futuro del territorio e del Paese.”

  8. Marco dice

    Sullo stesso argomento segnalo l’articolo apparso sempre sull’Unità di oggi firmato da Vannino Chiti.

    Ecco il pezzo

    Governo, attacco all’Università

    Il nostro sistema universitario rischia pesanti conseguenze dall’introduzione delle misure contenute nel decreto legge n.112 del 25 giugno, attualmente all’esame del Parlamento.

    Innanzitutto si prevede la possibilità per gli atenei di costituirsi in fondazioni di diritto privato. Si tratta probabilmente di un primo passo per la privatizzazione dell’università statale italiana. Un buon sistema di insegnamento superiore deve prevedere una virtuosa integrazione tra università finanziate dallo Stato e università private, al fine di garantire pluralismo e equità, molteplicità d’insegnamento ma anche il diritto fondamentale per tutti, a prescindere dalla condizione economica, di accedere agli studi universitari.

    La scelta del governo porta con sé un difetto insuperabile, mancando in essa l’attuazione di un presupposto essenziale: la sostituzione del finanziamento dei docenti, che prevale nel sistema attuale, col finanziamento degli studenti. Per questo motivo la norma proposta produrrebbe come risultato tante piccolissime università-fondazioni alle quali si trasferisce parte del demanio pubblico, senza però un modello organizzativo diverso, strutturate in forma privatistica ma finanziate dallo Stato. Prescindendo dal merito della trasformazione statutaria, risulta evidente la sua incompletezza e il conseguente cattivo funzionamento.

    Lo ha sottolineato al Senato Nicola Rossi in modo serio e convincente, trovando purtroppo sordità nella maggioranza. Il governo di destra procede con decreti legge – ne ha già varati nove – e la sua maggioranza ratifica.
    La norma prevede inoltre diverse novità in materia di trattamento del personale e dei docenti in particolare. In breve le novità sono: un turn-over operato nella misura di un’ assunzione ogni cinque docenti che vanno in pensione; gli scatti di stipendio che da biennali diventano triennali; la trasformazione del diritto a prolungare l’insegnamento per due anni dopo il compimento dei settant’anni di età, in concessione da parte dell’amministrazione; il potere, in capo all’amministrazione, di mandare in pensione i professori che abbiano raggiunto i 40 anni di contribuzione previdenziale.

    Ne emerge un quadro di eccessiva rigidità nell’organizzazione di un settore tanto delicato per la formazione delle giovani generazioni, per la ricerca e lo sviluppo.
    Nel mondo della globalizzazione la formazione risulta sempre più decisiva per il destino dei diversi Paesi: in Italia, che ha un serio deficit di competitività, il governo di destra colpisce in modo indiscriminato scuola e università. Non ci si muove per un impulso alla riforma e all’efficienza, ma dietro il tentativo di fare semplicemente cassa.
    La volontà di sfoltimento non considera le specifiche esigenze degli atenei dislocati in diverse realtà territoriali, a vantaggio di automatismo cieco. Lo stesso automatismo irragionevole e un atteggiamento punitivo emergono dal trattamento dei docenti. Si impone, di fatto, il pensionamento coatto e quasi automatico a discapito della valutazione della qualità e del bagaglio di esperienza che ogni professore può mettere al servizio dell’insegnamento.

    Infine, dalle norme che il governo intende introdurre affiora una altra verità che nega quanto in questi tempi si va ripetendo da parte di quasi tutti i gruppi politici: la necessità di completare il sistema del federalismo. Qui invece si va in direzione opposta. Si prevede esplicitamente che le risorse risparmiate dalla riduzione del turn over e più in generale “i risparmi del sistema universitario (480 milioni fino al 2013) confluiranno nel bilancio dello Stato”. Da questa disposizione e, più in generale, dallo spirito che guida l’intera norma, emerge un ritorno al centralismo che era stato faticosamente superato per consentire alle università di poter operare con la necessaria autonomia, decisionale e finanziaria.

    Non vi è ad oggi la dovuta attenzione su temi di così grande rilievo. Secondo me è urgente che il Partito Democratico – i gruppi parlamentari, il governo ombra – chiedano subito un incontro alla Conferenza dei Rettori delle Università, non appena dopo la pausa estiva, ai rappresentanti degli studenti, degli insegnanti e del personale. Più in generale è indispensabile che siano in campo anche le parti sociali, dai sindacati alle organizzazioni d’impresa. L’Università riguarda l’Italia, non gli addetti ai lavori.

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