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Art. 18, Bersani contro Alfano «Noi da qui non ci muoviamo», di Simone Collini

Botta e risposta tra Bersani e Alfano sull’articolo 18. Il leader del Pd: «No alla monetizzazione come unica soluzione». Il segretario del Pdl: «Non possiamo applicare il modello tedesco con i giudici italiani». Di certo non ci sarà l’«intesa» chiesta da Angelino Alfano. Ma a giudicare dal primo scambio di battute tra i due, anche la «discussione serena» auspicata da Pier Luigi Bersani appare complicata. E insomma se sulle modifiche all’articolo 18 si aprirà in Parlamento una discussione che ricalcherà le dinamiche venute alla luce nel faccia a faccia di ieri, il muro contro muro tra Pd e Pdl è assicurato. Al forum di Confcommercio a Cernobbio si è svolta una tavola rotonda a cui hanno partecipato il segretario del Pd, quello del Pdl e il leghista Roberto Maroni, con il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli a fare da moderatore (ieri ha firmato un editoriale dal titolo «Una trincea ideologica», critico nei confronti di chi chiede la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici senza giusta causa, che Alfano dice di «sottoscrivere dalla prima all’ultima parola» e Bersani giudica pieno di «caricature»).
INDEBOLIRE O RAFFORZARE
I toni sono pacati, il clima disteso, complice anche una chiacchierata a tavola che ha preceduto i lavori. Ma sulle modifiche da apportare all’articolo 18 le distanze tra i leader delle due principali forze che sostengono Monti appaiono incolmabili. Questo vuol dire, come sostiene Alfano, che il governo è più «debole» dopo la decisione di presentare un disegno di legge sul lavoro? O, come sostiene Bersani, modificare la riforma per non far sì che l’articolo 18 di fatto scompaia serve proprio a rafforzare il governo? I due concordano solo sui tempi necessari per approvare le nuove norme sul mercato del lavoro: prima dell’estate. Ma per il resto, divergono sia nel merito della legge che dovrà vedere la luce che nelle conseguenze che questa operazione potrà avere sull’esecutivo. Il leader del Pdl giudica necessaria un’«intesa tra le forze politiche» perché questo passaggio ha indebolito il governo nella sua capacità di decisione: «Il testo della riforma non l’abbiamo letto perché c’è il “salvo intese”, i tempi sono incerti e lo sciopero della Cgil non è stato revocato. Se fosse una schedina del totocalcio avrebbe totalizzato zero». Il leader del Pd non condivide, chiarisce che il suo partito «è qui per rafforzare il governo» («a indebolirlo non è chi vuole discutere di questioni complesse ma semmai chi fa saltare i vertici sulla Rai o le norme sulla corruzione») e che
la riforma sul lavoro «contiene cose buone» ma anche una parte,
quella sull’articolo 18, che deve essere modificata. E qui emerge tutta la distanza tra il segretario del Pd e quello del Pdl.
MODELLO TEDESCO, GIUDICI ITALIANI
Bersani ribadisce che in Parlamento la bozza di riforma uscita dal Consiglio dei ministri andrà modificata per garantire la possibilità di reintegro ai lavoratori licenziati per motivi economici senza giusta causa: «Non possiamo accettare che la monetizzazione sia la soluzione esclusiva. Da qui non ci muoviamo».
Alfano accusa l’interlocutore di avere «un pregiudizio nei confronti degli imprenditori, chenon godono nel licenziare i loro collaboratori» (sic) e poi, gira che ti rigira, dice che è colpa dei giudici se da noi non si può fare come in Germania.
Già, perché se Bersani chiede di applicare anche in Italia il modello tedesco- che conferisce alla magistratura la facoltà di scegliere tra reintegro e indennizzo monetario – «e non quello americano», il leader del Pdl dice che non si può mantenere l’ipotesi del reintegro perché i giudici hanno ridato il posto di lavoro anche in casi «inaccettabili» e abbiamo «una giurisprudenza che è contro i datori di lavoro». La discussione che si aprirà dunque in Parlamento (molto probabilmente partendo dal Senato) sarà
segnata da questa contrapposizione sull’articolo 18. Se passeranno
o meno le modifiche chieste dal Pd dipenderà dalla posizione che assumerà il Terzo polo (Idv e Lega sono contrarie alla riforma messa a punto dal governo).
Ma bisognerà anche vedere che atteggiamento manterrà il Pdl durante l’iter parlamentare. A giudicare da quanto detto da Alfano ieri, non è da escludere che scatti un meccanismodi veti incrociati, ripicche e ripercussioni a non finire: «O si accetta il punto di equilibrio che il governo ha individuato – è il messaggio lanciato dal leader del Pdl – o se si comincia a lavorare su modifiche non si può immaginare che avvengano solo sull’articolo 18 e che siano modifiche di un solo colore».
Dice Bersani lasciando Cernobbio che se in Parlamento ci sarà una discussione «serena e attenta» non ci saranno motivi di tensioni sociali. L’avvio si è visto, tra non molto si vedrà il seguito.

L’Unità 25.03.12

1 Commento

  1. giacmo dice

    incredibile il dire di Alfano sui giudici. Da che pulpito

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