attualità, politica italiana

"Una ferita alla democrazia", di Giovanni Valentini

Non ha più la dignità di una questione politica. E neppure il decoro di una questione di galateo istituzionale o parlamentare. Ormai l’attacco frontale del Movimento 5 Stelle al presidente della Repubblica è diventato un insulto all’intero Paese. Un’offesa alla democrazia repubblicana e quindi a tutti i cittadini che a questa appartengono.
Fa ribrezzo anche soltanto scrivere e riferire quella parola “boia” lanciata come un sasso o una bomba contro il Capo dello Stato nell’aula di Montecitorio da un “nominato” di Beppe Grillo. Un urlo selvaggio, da ultras del calcio, simile a quelli razzisti indirizzati ai giocatori di colore della squadra avversaria. Un atto d’inciviltà e di barbarie, più che di protesta o denuncia. Qui siamo oltre il confine della ragionevolezza e della decenza. E anche oltre il limite della critica, più o meno lecita, più o meno condivisibile. Una tale violenza verbale, anzi, toglie qualsiasi credibilità ed efficacia anche all’esercizio legittimo del diritto di critica, lo vanifica, lo sterilizza. È un’escandescenza, uno scatto d’ira o di rabbia, che rinnega la stessa funzione parlamentare: tanto da provocare un’immediata reazione di solidarietà bipartisan.
Il Movimento 5 Stelle può avere tutti i suoi motivi per contestare il comportamento e le scelte del presidente Napolitano. O addirittura, per chiederne l’impeachment. Ma per una forza politica che rappresenta circa un terzo del
Parlamento, ed esprime anche un rispettabile vice-presidente della Camera, questa è in realtà una prova di debolezza, una fuga dalla realtà, un’alienazione da sé.
Chiamare “boia” il rappresentante dell’unità nazionale, rieletto l’anno scorso per il secondo mandato al Quirinale, parlamentare di lungo corso, già presidente dell’assemblea di Montecitorio e ministro della Repubblica, equivale a ripudiare la convivenza civile prima ancora che l’assetto dello Stato. È come se un Movimento di uomini e donne, di elettori ed elettrici, di militanti e attivisti, si chiamasse fuori da quello stesso circuito istituzionale per entrare nel quale ha chiesto e ottenuto il voto al popolo italiano. E ora c’è solo da augurarsi che un tale estremismo possa produrre qualche reazione di dissenso, qualche distinguo o almeno una presa di distanza da parte delle persone più serie e responsabili.
Da tempo, in uno sforzo ostinato di comprensione e di dialogo, andiamo ripetendo che il torto principale di Grillo è stato quello di congelare il consenso raccolto nelle urne, deludendo le aspettative e le speranze di una larga parte del suo elettorato. Ma così si annulla qualsiasi spazio di confronto, si chiude qualsiasi canale di comunicazione, accentuando un irriducibile isolamento che alla fine si risolve nell’impotenza politica. Oppure, si traduce nella logica nichilista del “tanto peggio tanto meglio”. In questo modo, continuando a soffiare sul fuoco, si rischia però di fare il gioco della reazione e di favorire i propri avversari.

La Repubblica 29.01.14

1 Commento

  1. Pier Luigi Galassi dice

    Condivido pienamente e mi associo nel testimoniare solidarietà al Capo dello Stato.Indubbiamente la principale causa dei mali della così detta Seconda Repubblica è la struttura padronale dei partiti, impensabile in qualsiasi altra democrazia occidentale. Si discute da decenni sulla crisi dei partiti, qualcuno vuole distruggerli e per farlo di solito è spinto ad aggiungerne un altro alla lista. Ma la verità è che i partiti in Italia non esistono più; essi sono ormai designati col nome e cognome dei loro “fondatori” che decidono tutto, dalle liste dei parlamentari in giù, senza dover consultare “la mitica base” o alcun organismo collegiale. Ciò vale non solo per Pdl e Lega, ma pure per il centro che è composto da tre signorie personali, quelle di Casini, ecc… A sinistra Sel non esiste senza Nichi Vendola, dominus assoluto dei neo libertari. Quanto ai libertari storici, i radicali, sono sempre stati una lista con nome e cognome, prima di Marco Pannella e poi di Emma Bonino. L’ aspetto tragico è che i paladini dell’ antipolitica, i cosiddetti rinnovatori, ripetono alla lettera lo schema del partito padronale berlusconiano. Beppe Grillo ha addirittura perfezionato lo schema di Berlusconi. Se il Cavaliere ha trasformato l’ azienda in partito, Grillo ha fondato un partito e ci ha costruito sopra un’ impresa. Così, per combattere le vecchie signorie in declino, se ne creano di nuove, ancora più assolutiste, tese tutte ad abusare del potere politico.
    Don Julián Carrón, in una lettera pubblicata in passato da Repubblica, ha svolto una profonda e sofferta riflessione sugli effetti dell’ abuso del potere politico. Le severe parole del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione riguardano in particolare il rapporto tra chi ha abusato di quel potere e la “responsabilità” della comunità religiosa di appartenenza del soggetto che ha commesso l’ abuso. Analogo problema ovviamente si pone anche quando la “comunità di appartenenza” è laica, quando cioè è un partito. Pure il partito infatti è “eticamente” responsabile se non interviene quando un suo esponente abusa del potere politico. Il silenzio del partito diventa complicità, o addirittura incoraggiamento. Non porsi sul versante laico le stesse domande che Don Carròn si è posto per C. L , è un grave errore perché riflette un’ idea del partito politico come comunità accidentale, una sorta di ipermercato in cui si entra, si prende, si negozia, si sottrae con l’ astuzia e, se va bene, si conclude qualche buon affare.
    Vedremo se Matteo Renzi sarà in grado di mantenere ciò che promette.
    Ringrazio per l’ attenzione e porgo cordiali saluti. Pier Luigi Galassi Perugia

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