memoria

“L’architetto della democrazia”, di Pierluigi Castagnetti

Ne sono passati trentaquattro, eppure ogni anno, il 16 marzo (uccisione dei cinque agenti della scorta e cattura dell’onorevole Moro) e il 9 maggio (ritrovamento del cadavere dello statista democristiano) sono occasione per riflettere non soltanto su una delle pagine più drammatiche della vita della repubblica, ma anche sullo straordinario magistero di uno dei suoi protagonisti più importanti. Moro non è stato infatti soltanto un dirigente di partito e uomo di governo a livelli di massima responsabilità, ma è stato “l’architetto” dell’allargamento e del compimento della democrazia e, come tale, uno dei maggiori pensatori e ideatori di processi politici nuovi. È stato l’uomo che ha respirato con i polmoni della storia, cogliendo anche i sintomi più flebili dei cambiamenti che spesso sovrastavano la “sovranità” della politica, cercando di rintracciare in ognuno di essi ragioni di speranza e fiducia. È stato uomo che ha sempre abitato serenamente il suo tempo, amato come dono della Provvidenza.
Rileggendo la sua immensa produzione culturale, spirituale e politica si trovano pagine che, pur scritte in un tempo assai diverso, possono illuminare quello che stiamo vivendo. A proposito di una emergenza che costrinse alla collaborazione forze politiche che prima di allora si erano sempre contrapposte, scriveva ad esempio: «Abbiamo un’emergenza economica e un’emergenza politica. Io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo…Ma immaginate cosa avverrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione, se questo paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo? Ecco che cosa è l’emergenza, ed ecco che cosa consiglia una sorta di tregua che suggerisce di riflettere su un modo accettabile per uscire da questa crisi» (febbraio 1978).
E, prima ancora, rivolgendosi agli altri partiti, aveva scritto «Non sempre ci siamo trovati concordi nelle stesse posizioni, ma abbiamo saputo sempre di non essere estranei gli uni agli altri, di avere un patrimonio comune che nell’interesse del paese, quali che siano le vicende nei tempi che cambiano, è doveroso non disperdere… Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiamo il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà e di dialogo» (Il Giorno, 17 aprile 1977).
Pur essendo diversi i tempi e le condizioni storico-politiche, non v’è chi non veda in queste parole la descrizione delle stesse ragioni che hanno portato solo quattro mesi fa alla nascita del governo Monti e della “strana” maggioranza che lo sostiene. Il dibattito di oggi peraltro riguarda già ciò che avverrà dopo questa fase politica, un “dopo” che non sarà identico al “prima”, perché le ragioni profonde, che lo stesso governo Monti sta per alcuni aspetti inaspettatamente rivelando, attengono a un cambiamento già intervenuto nella società italiana, di cui il distanziamento dalla politica e dai partiti è solo un sintomo, in parte giustificato proprio dall’accusa rivolta alla politica e ai partiti di non conoscere più il paese e di temere il confronto con ciò che è cambiato. L’accusa di non amare questo tempo. Scriveva Moro ancora molti anni fa (Al di là della politica e altri scritti, ed. Studium, p.89): «Come ci piace straniarci dal nostro tempo per scuotere da noi pesanti e fastidiose responsabilità! Non amiamo il nostro tempo perché non vogliamo fare la fatica di capirlo nel suo vero significato, in questo emergere impetuoso di nuove ragioni di vita, in questa fresca misteriosa giovinezza del mondo».
Certo per i partiti è sempre stato difficile ripensare se stessi, il modo di farsi, di essere e di rapportarsi con la realtà; di fronte all’esigenza di cambiarsi capita infatti spesso che si richiudano a riccio per fare ciò che già sanno e sperimentare ciò che già fanno. È ancora Moro ad invitare il partito (Scritti e discorsi, volume V, ed. Cinque Lune, p. 3410) ad «aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati per far entrare il vento della vita che soffia intorno a noi. Non è un fatto di vita interna di partito, di distribuzione di potere, ma di necessità di un grande nuovo dibattito con l’intero paese… come condizione essenziale di sviluppo politico, un modo per dominare gli avvenimenti, non costringendoli fin quando si può ma assumendoli come dati importanti inseriti ordinatamente in una attenta dinamica sociale».
E, nel congresso della Dc del 1976, trentasei anni fa, veramente tanti anche se non sembrano così lontani, a proposito delle novità «che si annunciano all’orizzonte», dirà: «Chi non può negare che il riconoscimento del valore della donna, della sua originalità, della sua ricchezza, la sua reale indipendenza ed uguaglianza sia un problema eludibile e cruciale dello sviluppo storico? Chi può ignorare lo spirito dirompente dei giovani e un diritto di successione rivoluzionaria che non può essere contestata né aggirata con false promesse? Chi può disconoscere il peso radicalmente nuovo che i lavoratori hanno nell’organizzazione sociale, il loro incomprimibile diritto di non essere mero strumento, dove si prendono decisioni politiche o si svolge il loro lavoro, del potere altrui? Questo è il compito della nostra epoca.
Il tema dei diritti è ancora centrale nella nostra dialettica politica. Di fronte a questa fioritura la politica deve essere conscia del proprio limite, pronta a piegarsi su questa nuova realtà che le toglie la rigidezza della ragione di stato per darle il respiro della ragione dell’uomo». Mi pare che altro non serva. Serve solo meditare.

da Europa Quotidiano 16.03.12

memoria

“L’architetto della democrazia”, di Pierluigi Castagnetti

Ne sono passati trentaquattro, eppure ogni anno, il 16 marzo (uccisione dei cinque agenti della scorta e cattura dell’onorevole Moro) e il 9 maggio (ritrovamento del cadavere dello statista democristiano) sono occasione per riflettere non soltanto su una delle pagine più drammatiche della vita della repubblica, ma anche sullo straordinario magistero di uno dei suoi protagonisti più importanti. Moro non è stato infatti soltanto un dirigente di partito e uomo di governo a livelli di massima responsabilità, ma è stato “l’architetto” dell’allargamento e del compimento della democrazia e, come tale, uno dei maggiori pensatori e ideatori di processi politici nuovi. È stato l’uomo che ha respirato con i polmoni della storia, cogliendo anche i sintomi più flebili dei cambiamenti che spesso sovrastavano la “sovranità” della politica, cercando di rintracciare in ognuno di essi ragioni di speranza e fiducia. È stato uomo che ha sempre abitato serenamente il suo tempo, amato come dono della Provvidenza.
Rileggendo la sua immensa produzione culturale, spirituale e politica si trovano pagine che, pur scritte in un tempo assai diverso, possono illuminare quello che stiamo vivendo. A proposito di una emergenza che costrinse alla collaborazione forze politiche che prima di allora si erano sempre contrapposte, scriveva ad esempio: «Abbiamo un’emergenza economica e un’emergenza politica. Io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo…Ma immaginate cosa avverrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione, se questo paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo? Ecco che cosa è l’emergenza, ed ecco che cosa consiglia una sorta di tregua che suggerisce di riflettere su un modo accettabile per uscire da questa crisi» (febbraio 1978).
E, prima ancora, rivolgendosi agli altri partiti, aveva scritto «Non sempre ci siamo trovati concordi nelle stesse posizioni, ma abbiamo saputo sempre di non essere estranei gli uni agli altri, di avere un patrimonio comune che nell’interesse del paese, quali che siano le vicende nei tempi che cambiano, è doveroso non disperdere… Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiamo il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà e di dialogo» (Il Giorno, 17 aprile 1977).
Pur essendo diversi i tempi e le condizioni storico-politiche, non v’è chi non veda in queste parole la descrizione delle stesse ragioni che hanno portato solo quattro mesi fa alla nascita del governo Monti e della “strana” maggioranza che lo sostiene. Il dibattito di oggi peraltro riguarda già ciò che avverrà dopo questa fase politica, un “dopo” che non sarà identico al “prima”, perché le ragioni profonde, che lo stesso governo Monti sta per alcuni aspetti inaspettatamente rivelando, attengono a un cambiamento già intervenuto nella società italiana, di cui il distanziamento dalla politica e dai partiti è solo un sintomo, in parte giustificato proprio dall’accusa rivolta alla politica e ai partiti di non conoscere più il paese e di temere il confronto con ciò che è cambiato. L’accusa di non amare questo tempo. Scriveva Moro ancora molti anni fa (Al di là della politica e altri scritti, ed. Studium, p.89): «Come ci piace straniarci dal nostro tempo per scuotere da noi pesanti e fastidiose responsabilità! Non amiamo il nostro tempo perché non vogliamo fare la fatica di capirlo nel suo vero significato, in questo emergere impetuoso di nuove ragioni di vita, in questa fresca misteriosa giovinezza del mondo».
Certo per i partiti è sempre stato difficile ripensare se stessi, il modo di farsi, di essere e di rapportarsi con la realtà; di fronte all’esigenza di cambiarsi capita infatti spesso che si richiudano a riccio per fare ciò che già sanno e sperimentare ciò che già fanno. È ancora Moro ad invitare il partito (Scritti e discorsi, volume V, ed. Cinque Lune, p. 3410) ad «aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati per far entrare il vento della vita che soffia intorno a noi. Non è un fatto di vita interna di partito, di distribuzione di potere, ma di necessità di un grande nuovo dibattito con l’intero paese… come condizione essenziale di sviluppo politico, un modo per dominare gli avvenimenti, non costringendoli fin quando si può ma assumendoli come dati importanti inseriti ordinatamente in una attenta dinamica sociale».
E, nel congresso della Dc del 1976, trentasei anni fa, veramente tanti anche se non sembrano così lontani, a proposito delle novità «che si annunciano all’orizzonte», dirà: «Chi non può negare che il riconoscimento del valore della donna, della sua originalità, della sua ricchezza, la sua reale indipendenza ed uguaglianza sia un problema eludibile e cruciale dello sviluppo storico? Chi può ignorare lo spirito dirompente dei giovani e un diritto di successione rivoluzionaria che non può essere contestata né aggirata con false promesse? Chi può disconoscere il peso radicalmente nuovo che i lavoratori hanno nell’organizzazione sociale, il loro incomprimibile diritto di non essere mero strumento, dove si prendono decisioni politiche o si svolge il loro lavoro, del potere altrui? Questo è il compito della nostra epoca.
Il tema dei diritti è ancora centrale nella nostra dialettica politica. Di fronte a questa fioritura la politica deve essere conscia del proprio limite, pronta a piegarsi su questa nuova realtà che le toglie la rigidezza della ragione di stato per darle il respiro della ragione dell’uomo». Mi pare che altro non serva. Serve solo meditare.

da Europa Quotidiano 16.03.12