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"La religione a scuola fa media: che errore", di Pierluigi Battista

Il verdetto del Consiglio di Stato danneggia gli studenti che non la scelgono. Rendere implicitamente obbligatorio il facoltativo. Trasformare una libera scelta in una convenienza. Gratificare chi opta per l’ora di religione di una condizione di vantaggio rispetto a chi, per le più diverse ragioni, decide di non avvalersene. La sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce l’importanza determinante dell’insegnante di religione «ai fini dell’attribuzione del credito scolastico» intacca un principio d’eguaglianza e introduce un criterio di esclusione per chi quel «credito» non può (o non vuole) accumularlo.

C’era un modo migliore per rinfocolare le annose polemiche sull’ora di religione a scuola? Per riaprire l’interminabile contesa sulla rilevanza della religione nella scuola pubblica? La conoscenza della religione cristiana ha un ruolo importantissimo nel nostro patrimonio culturale: ridurla a pratica burocratica da sbrigare per un curriculum scolastico non è però la via maestra per valorizzarla.

La sentenza del Consiglio di Stato ricorre a un escamotage, applicando gli stessi parametri ai corsi «alternativi». Ma tutti sanno che quei corsi sono assenti nella grande maggioranza delle scuole. Con il risultato che si avranno gli studenti che frequentano il corso di religione con una marcia in più, un credito in più, un contributo in più che faccia «media» con le altre materie. E gli altri? Gli altri dovranno dolersi di non aver scelto l’ora di religione. Le loro pagelle partiranno con una penalità, appesantite da una scelta che si rivelerà un handicap. Una libera opzione diventa, di fatto, un privilegio. E ne viene sminuita la stessa religione. Una energica sollecitazione culturale (perché questo è, a prescindere dalla fede che si professa, il significato di una vitale cultura religiosa) si rattrappisce in un’opportunità per ottenere un vantaggio sancito con il timbro dell’autorità scolastica.

Si toccano princìpi delicati, dalla aconfessionalità della scuola al pluralismo religioso della popolazione studentesca. Ma in cambio non si avrà più autorevolezza dell’insegnamento religioso, più rispetto per i simboli e le figure del cristianesimo, più strumenti per capire e apprezzare la straordinaria ricchezza artistica, letteraria e filosofica dell’eredità cristiana. Al contrario: si confinerà l’ora di religione in un’enclave privilegiata, si renderà la scelta dell’ora di religione un doveroso adempimento per migliorare la «media», si dividerà il corpo studentesco in due blocchi, quello «laico» e quello «cattolico», che si guarderanno ancor di più con reciproca ostilità. Si metterà la religione, che è cosa serissima, in ostaggio di decreti e regolamenti. E forse la si renderà addirittura più «antipatica» e indigesta. Un effetto indesiderato, ma inevitabile quando viene messa nelle mani di una sentenza del tribunale.

Il Corriere della Sera 13.05.10

4 Commenti

  1. Giuseppe LUCA dice

    Per una corretta interpretazione della sentenza del Consiglio di Stato n. 7324 del 7 Maggio scorso, credo sia necessario, come affermato dal Consiglio, rifarsi alla giurisprudenza della Corte Costituzionale (sent. n.203/1989 e n.13/1991), che ha più volte affermato che l’insegnamento della religione cattolica è legittimato nelle scuole della Repubblica Italiana a seguito delle nuove norme dichiarate all’art.9, numero 2 della legge 121/1985. Tale giurisprudenza, in sintesi, dichiara che l’insegnamento della religione cattolica è rispettoso della laicità dello Stato e che la disciplina ha una sua valenza curricolare importante e in questa logica, la nuova sentenza del Consiglio di Stato, afferma che tale insegnamento è facoltativo nella scelta, ma obbligatorio nella sua collocazione curriculare. In pratica, l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo di frequentare l’insegnamento della religione: “Nasce cioè l’obbligo scolastico di seguirlo, ed è allora ragionevole che il titolare di quell’insegnamento (…) possa partecipare alla valutazione sull’adempimento scolastico”. Perchéquesta sentenza? In occasione degli esami di Stato, nel 2007, l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni, aveva stabilito che i “docenti che svolgono l’insegnamento della religione cattolica partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento”. Al ricorso presentato da alcuni studenti con l’appoggio di diverse associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche, il TAR annullava l’ordinanza affermando che “l’attribuzione di un credito formativo a una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo a una precisa forma di discriminazione, poiché lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica” e che “sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico”. Per il TAR, perciò, l’insegnamento della religione cattolica deve essere escluso dalla valutazione del credito scolastico. Per la verità, la decisione del Tar che, a prima lettura, sembrava interpretasse e applicasse correttamente il principio di laicità affermato dalla nostra Costituzione nella storica sentenza 203/1989, lasciava qualche dubbio. Innanzi tutto va detto che l’insegnamento della religione non è catechesi ma insegnamento con finalità culturali che si inserisce nell’elenco di conoscenze finalizzate a far comprendere la complessità del reale che fa parte della tradizione italiana. Perciò esso è aperto a chi, liberamente, voglia avere una conoscenza più adeguata del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.
    Ferma restando, quindi, la libertà di scelta dell’insegnamento, dove sarebbe la discriminazione? Perché non riconoscere e valutare un lavoro fatto dagli studenti? Non valutando, non verrebbe meno il principio della valutazione di tutta l’attività scolastica svolta da ogni studente e il suo il diritto a vedersi riconosciuta la valutazione dell’insegnamento della religione liberamente scelto nell’esercizio di un diritto costituzionale? Per rispondere a questi interrogativi, il Ministero faceva ricorso al Consiglio di Stato che,con la sentenza n.7324 del 7 maggio scorso, accogliendo il ricorso, annullava la sentenza del TAR affermando, fra l’altro,: “Chi segue religione (o l’insegnamento alternativo) non è avvantaggiato né discriminato: è semplicemente valutato per come si comporta, per l’interesse che mostra e il profitto che consegue anche nell’ora di religione (o del corso alternativo). Chi non segue religione né il corso alternativo, ugualmente, non è discriminato né favorito: semplicemente non è valutato nei suoi confronti un momento della vita scolastica cui non ha partecipato, ferma rimanendo la possibilità di beneficiare del punto ulteriore nell’ambito della banda di oscillazione alla stregua degli altri elementi valutabili a suo favore” . Il Consiglio di Stato, però, non si limita a dichiarare il principio della non discriminazione e della legittimità/obbligatorietà della valutazione, ma afferma con forza che l’istituzione, in ogni scuola, dell’attività alternativa “deve considerarsi obbligatoria per la scuola” perché “la mancata attivazione dell’insegnamento alternativo può incidere sulla libertà religiosa dello studente o della famiglia. La mancata attivazione dell’insegnamento alternativo può incidere sulla libertà religiosa dello studente o della famiglia: la scelta di seguire l’ora di religione potrebbe essere pesantemente condizionata dall’assenza di alternative formative, perché tale assenza va, sia pure indirettamente a incidere su un altro valore costituzionale, che è il diritto all’istruzione sancito dall’art. 34 Cost.” Un chiaro monito per i Ministero perché, come rilevato dal Consiglio di Stato, “in molte scuole gli insegnamenti alternativi all’ora di religione non sono attivati, lasciando così agli studenti che non intendono avvalersi come unica alternativa quella di non svolgere alcuna attività didattica”. Quale sarà la risposta del Ministro? Ottempererà subito alle sollecitazioni del Consiglio di Stato? Giacché, in questi giorni, la Gelmini,non solo non dice dove sono le risorse per attivare le attività alternative decimate dai tagli di Tremonti, ma ha addirittura disposto che i pochi insegnanti di attività alternative che ancora esistono e resistono non possono partecipare ai consigli di classe per la valutazione degli alunni, la risposta sembra negativa. Ma, in questo caso, a nostro avviso, sarebbe disattesa, nella sua interezza, la sentenza del Consiglio di Stato perché persisterebbe una sostanziale discriminazione nei confronti degli alunni e delle famiglie che esercitando il diritto di non avvalersi di un insegnamento confessionale non avrebbero la possibilità di attività alternative, essenziali per garantire la laicità della scuola. Non vi è dubbio che occorra rispettare le sentenze, ma è anche ovvio che si debbano leggere integralmente, cogliendone tutte le implicazioni politiche: la sentenza impegna di fatto le istituzioni a garantire le attività alternative.
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  2. @ Antonio.
    Anch’io ho letto la sentenza: lo dimostrano i contenuti di un breve articolo la cui diffusione ho affidato alla rete e che metto in calce a questo commento.
    Concordo con lei che nonostante la “vulgata giornalistica”, il giudizio conseguito in religione cattolica non concorrerà alla media, bensì al credito scolastico: per alcuni si tratta di poca cosa (1 punto all’anno), ma per gli studenti che si accingono a sostenere l’esame di Stato, può significare ottenere il massimno dei voti oppure no.
    Ad ogni modo non condivido il suo giudizio finale affidato al “tanto rumore per nulla”, che aderirebbe alla realtà solo se le scuole fossero realmente in grado di consentire agli studenti, che decidono di non avvalersi dell’insegnamento di religione, di frequentare le attività alternative. Purtroppo così non è: lo dimostrano i fatti, confermati in molte interrogazioni parlamentari.
    La sentenza della Corte, infine, appare poco convincente in merito ai ragazzi che non frequentano né la religione cattolica nè le attività alternative (alle superiori sono molti gli studenti che semplicemente escono da scuola), in virtù della facoltatività del suddetto insegnamento.

    Il Consiglio di Stato sui crediti scolastici di religione cattolica: una sentenza pilatesca, ma che impegna il Governo a garantire le attività alternative, di Manuela Ghizzoni
    (capogruppo PD in VII Commissione della Camera)

    Con la sentenza n. 7076 del 17 luglio 2009 il Tar del Lazio aveva accolto due ricorsi proposti per l’annullamento delle Ordinanze ministeriali per gli esami di Stato del 2007 e 2008 che prevedevano la valutazione della frequenza dell’insegnamento della religione cattolica (IRC) ai fini della determinazione del credito scolastico.
    La recente sentenza del Consiglio di Stato del 7 maggio 2010 ribalta quello scenario e accoglie i ricorsi contro le decisioni del TAR.
    Si deve innanzitutto rilevare che tale sentenza attualizza quelle pronunciate nel 1989 e nel 1991 dalla Corte Costituzionale sull’insegnamento della religione cattolica. In esse è chiaramente espresso che:
    ∙ “i principi supremi dell’ordinamento costituzionale hanno una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi”;
    ∙ la laicità dello Stato è un principio supremo, che definisce la forma di Stato delineata nella nostra Carta Costituzionale;
    ∙ la scelta di non avvalersi dell’IRC non produce alcun obbligo: “La previsione di altro insegnamento obbligatorio verrebbe a costituire condizionamento per quella interrogazione della coscienza, che deve essere conservata attenta al suo unico oggetto: l’esercizio della libertà costituzionale di religione”.

    Ne consegue pertanto che:
    1) l’IRC non concorre a definire la media dei voti che, secondo la Tabella allegata al DPR 323 del 23/07/1998, concorre alla definizione dei punteggi per i crediti scolastici;
    2) il punteggio per il credito scolastico viene quindi determinato sulla base della media dei voti conseguiti (quindi nelle materie che danno luogo a voti), con un oscillazione aggiuntiva che viene determinata in considerazione dell’assiduità della frequenza scolastica, dell’interesse e dell’impegno nella partecipazione al dialogo educativo e alle attività complementari ed integrative, nonché degli eventuali crediti formativi;
    3) l’IRC non concorre ai crediti formativi acquisiti esternamente alla scuola e non rientra neppure, per il proprio statuto, tra le materie complementari ed integrative.

    La Sentenza del Consiglio di Stato non ritiene tuttavia discriminatorio, per i ragazzi che frequentano materie alternative o hanno scelto di non svolgere alcuna attività, che l’IRC venga valutato ai fini del credito scolastico, seppur per la sola quota di punteggio aggiuntivo che viene attribuito dal Collegio dei docenti nell’ambito della banda di oscillazione: si tratta, in genere, di un punto. Per non contraddire tale principio, il Consiglio di Stato si sforza di dimostrare – a nostro parere invano – che tale punteggio aggiuntivo potrebbe essere conseguito anche da parte di chi non si avvale dell’IRC. E’ per questa ragione che esprime un apprezzabile, severo monito contro le inadempienze ministeriali che diffusamente in tutte le scuole del nostro paese ignorano le richieste di attivazione delle materie alternative in violazione del Concordato. Si tratta di una questione sulla quale la ministra Gelmini, anche in risposta a specifiche interrogazioni parlamentari, dovrà pronunciarsi al più presto e con chiarezza, perché è necessario garantire il diritto di tutti gli studenti a seguire un percorso formativo all’interno di una scuola laica.

    Chi chiede di non seguire l’ora di religione ha diritto all’ora alternativa, come stabilito dall’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana sin dal 1984. Questo diritto viene invece messo in discussione dai tagli del Governo. Si rispettino perciò le sentenze, ma le si leggano integralmente, cogliendone tutte le implicazioni politiche: la sentenza impegna di fatto le istituzioni a garantire le attività alternative”.

  3. antonio dice

    ma forse chi ha scritto questo articolo la sentenza nemmeno l’ha letta. Io l’ho letta e non dice proprio questo, anzi, dice che i corsi alternativi vanno attivati ovunque per evitare discriminazioni.
    Tra l’altro non è vero che religione fa media, è semplicemente uno dei tanti elementi che viene valutato per dare il credito scolastico. Non è che chi non la fa ha un punto in meno.
    Insomma, tanto rumore per nulla…

  4. Manuela Ghizzoni dice

    Il commento di Battista alla sentenza del Consiglio di Stato sull’ora di religione coglie nel segno, laddove evidenzia il carattere pilatesco del
    pronunciamento. Le precedenti sentenze della Corte Costituzionale hanno stabilito la facoltatività dell’ora di religione per non discriminare gli studenti che intendono non avvalersene, così come prevede l’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana sin dal 1984. E’ però un dato di fatto che in molte scuole le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica non vengono realizzate, soprattutto a causa della pesante riduzione degli organici: ne consegue che chi non frequenta l’ora di religione non può godere di quel punteggio aggiuntivo, seppur piccolo, che viene attribuito al credito scolastico anche in base alla partecipazione dell’ora di religione. Per rispettare la sentenza del Consiglio di Stato e quelle precedenti della Corte costituzionale, e per consentire da parte degli alunni la piena esigibilità del diritto allo studio e alle pari opportunità, il Governo deve quindi impegnarsi per garantire l’ora alternativa. È possibile farlo anche utilizzando le risorse già presenti nel bilancio del Ministero e dedicate alla nomina di appositi supplenti: i perché non lo si faccia è oggetto di una interrogazione alla quale il Ministro Gelmini non ha ancora dato risposta.

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