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"Evasori: carcere e gogna sociale. Ma l’Italia frena", di Bianca Di Giovanni

Quando è stata annunciata l’Anagrafe tributaria Attilio Befera si è beccato il soprannome di «Grande Fratello». I più cattivi hanno evocato la «spectre», i più sottili hanno invocato la privacy. Nessuno, purtroppo, ha sottolineato quello che per gli esperti è ormai un dato assodato: tutte le organizzazioni internazionali, dall’Ocse all’Fmi, chiedono la costituzione di banche dati, flussi, incroci e stoccaggi di informazioni. Questa è l’unica strada per ingaggiare una vera lotta all’evasione. Una guerra che si sta facendo sempre più feroce, soprattutto dopo l’esplosione dei debiti pubblici di qua e di là dell’Atlantico. Lo Stato va in «rosso» mentre i forzieri dei paradisi fiscali si gonfiano, le frodi carosello (meccanismi fraudolenti dell’Iva attuali attraverso vari passaggi) si fanno sempre più sofisticate, le società off shore si moltiplicano. per questo in tutti i Paesi le armi anti-evasione stanno diventando sempre affilate, in qualche caso feroci. In Irlanda si è scelta la strada della gogna sul web, con tanto di nomi e cognomi degli evasori dati in pasto alla rete. I sacerdoti della privacy hanno mugugnato, ma quando sono arrivati i risultati sono stati ridotti al silenzio.
Negli Usa, altra cittadella del diritto alla privacy, si fa anche di più: ultimamente ha fatto la sua comparsa il termine «cospirazione» contro lo Stato per chi evade. Un’imputazione che omologa un evasore a una sorta di terrorista, in quanto privando lo Stato delle sue risorse mette a rischio l’interesse nazionale. Il sistema americano ha anche inasprito le pene, che prevedono il carcere per una durata media di 36 mesi. Vista così, è chiaro che il diritto alla privacy passa automaticamente in secondo piano: a prevalere è comunque l’interesse pubblico. D’altro canto in tempi di fiscal cliff (il baratro fiscale in cui l’amministrazione Obama si è ritrovata per colpa dei Repubblicani), Barack Obama non può consentire un tax gap a quota 450 miliardi di dollari. A tanto è arrivata nel 2012 la differenza tra le entrate attese e il gettito effettivo. In un decennio gli Usa hanno visto dissolversi circa tremila miliardi di dollari. Una commissione parlamentare che studia il fenomeno parla di circa mille miliardi l’anno di elusione, dirottati all’estero. Magari proprio da quei manager banchieri, che nonostante i subprime hanno compensi in crescita del 60%. Somme pesanti per uno Stato con un deficit di un trilione di dollari.
L’ordinamento americano ha pensato tuttavia di eliminare le agevolazioni fiscali sulle stock option per quelle società che trasferiscono ingenti capitali in paradisi fiscali. E in ogni caso chi elude o froda viene perseguito da un pool di «agenti speciali», circa 2.300, il cui compito è seguire i casi più complessi. Quello di scuola ha riguardato la banca svizzera Wegelin, un istituto bancario storico che è stato accusato da Washington di aver persuaso, assistito e consigliato centinaia di contribuenti nel trasferire i loro capitali su conti all’estero, con l’unico intento di evitare la morsa fiscale. Il danno per l’Erario è stato stimato in un miliardo e 200 milioni di dollari. Proprio la Wegelin è stata condannata anche per «cospirazione» contro lo Stato: una condanna esemplare. I dati della guerra fiscale americana sono durissimi: nel 2012 su 3.701 procedimenti, il 93% sono stati conclusi con una condanna al carcere. Nel decennio, su oltre 31.600 casi aperti da un nucleo speciale di intelligence, 29mila si sono chiusi con la detenzione.
Non che la rigorosa Germania se la cavi tanto meglio, quanto a compliance fiscale. Dopo decenni di retorica della disciplina, Berlino «scopre» un tesoretto di 215 miliardi di evasione fiscale, almeno stando a una stima de minimis. Anche i tedeschi scelgono la strada del carcere dall’estate scorsa: così l’evasione esce dalla categoria di reato minore, ed entra nel girone infernale della pena detentiva. Berlino aveva tentato la strada dell’intesa con la Svizzera, stoppata poi in Parlamento. Ci ha pensato la Corte federale a trovare quest’altra strada, molto meno amichevole della prima.
SLOGAN MINACCIOSI
Persino i britannici perdono il loro aplomb, e decidono di perseguire con tutti i mezzi i «furbetti» del fisco, con buona pace della City che si credeva al riparo del suo «schermo» di segretezza finanziaria. Tra le molteplici strategie messe in campo da Londra, anche quella di pubblicare online i volti, oltre all’identikit, degli evasori. Si è iniziato con i 32 maggiori evasori intercettati dal fisco di Sua Maestà, che dovranno scontare complessivamente 155 anni dietro le sbarre. Ma molto peggio per loro è la «pena» tecnologica, che li espone al «giudizio universale» della rete. Secondo gli esperti in questo modo le frodi carosello sull’Iva sono diminuite si un terzo. La strategia del fisco inglese è ad ampio raggio, e punta a seminare qualche preoccupazione tra i cittadini tentati di nascondere all’Erario il proprio reddito. Su cartelloni, banner, manifesti sui bus, gli slogan dell’Agenzia delle Entrate adombrano paurose minacce. «Ormai ci stiamo avvicinando ai redditi non dichiarati» si legge sotto la foto di una donna che fissa il lettore attraverso uno squarcio tagliato su un foglio di carta. Naturalmente Londra non rinuncia al politically correct. «Se hai riportato correttamente in dichiarazione i tuoi redditi si legge sotto lo slogan non hai nulla da temere».

L’Unità 02.04.13