attualità, cultura, memoria

"La lezione di Ruffilli", di Pier Luigi Bersani

Ricordare Roberto Ruffilli, non solo il suo sacrificio ma il suo servizio come intellettuale e come politico, significa rendere omaggio a uno di quei cattolici che nei decenni della Repubblica hanno custodito la Costituzione e le istituzioni dello Stato. Una lunga fedeltà alle idee dei padri che non diventava mai, però, conservazione. Fu lucidissimo a vedere per primo la crisi e l’affanno della prima Repubblica. Propose e provò ad attuare una via d’uscita.

E quella strada – rendere il «cittadino arbitro» delle decisioni che riguardavano il governo – doveva servire nelle sue intenzioni a ricucire il rapporto che iniziava a logorarsi tra partiti e società. Ma la via d’uscita che indicava era ed è precisamente l’opposto delle scorciatoie antipolitiche e antipartitiche. Ruffilli credeva nella democrazia rappresentativa, e credeva nel ruolo dei partiti. Per questo lanciò per primo un’altra battaglia che abbiamo a cuore, purtroppo ancora oggi tutta da combattere: quella per dare all’Italia una legge sul funzionamento democratico dei partiti, in attuazione dell’articolo 49 dellaCostituzione. I partiti come istituzioni della democrazia, la riforma dei partiti come premessa per istituzioni più efficienti e moderne. In coerenza con la sua idea della società e con la sua visione dell’uomo, il «cittadino arbitro» per lui era tale in quanto cittadino in relazione, persona che vive in una comunità: quanto di più lontano dall’immagine dell’individuo solo, oggi magari davanti alle tante nuove opportunità offerte da un computer, ma sempre esposto al rischio di illudersi di determinare in modo diretto le decisioni semplificando questioni complesse, riducendo a numeri le opinioni, rinunciando o limitando una partecipazione orizzontale, interattiva, tra protagonisti. Per Ruffilli la politica non era difesa o rivendicazione di diritti individuali, ma costruzione della comunità. Sono passati venticinque anni da quando la sua riflessione fu interrotta da un nemico che immaginavamo già sconfitto e che tornava, come in un incubo, a individuare lucidamente il cuore delle possibilità di cambiamento del nostro paese. Anche per questo abbiamo perso tanto tempo, e abbiamo visto aggravarsi tanti problemi. È un cammino che in qualche modo resta affidato a noi, e che va ripreso: una transizione pluridecennale da portare finalmente a termine, possibilmente con l’impegno e il coinvolgimento di tutte le forze democratiche. E forse oggineabbiamol’opportunità.

L’Unità 16.04.13

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“L’intellettuale che precorse la strada verso il Pd”, di Fulvio De Giorgi

Venticinque anni fa le Brigate Rosse assassinavano nella sua stessa casa il prof. Roberto Ruffilli. Non si trattava di un politico di lungo corso e non rappresentava, certamente, i Poteri forti del nostro paese. Era un intellettuale, un professore di storia. Ma era da sempre impegnato nel dibattito civile e proprio tale impegno lo aveva infine portato, in quegli anni, alla responsabilità di parlamentare della Repubblica. Egli si era inoltre speso generosamente nelle discussioni sulle riforme istituzionali, che – nel contesto delle difficoltà e del declino della cosiddetta prima Repubblica – si andavano allora sviluppando.

Quando tra noi più giovani amici si diffuse la notizia che le Br lo avevano ucciso, il dolore acutissimo, per la perdita di una persona cara, si unì allo sgomento perché mai avremmo pensato che questo nostro fratello maggiore, così buono, così mite, così dolce, potesse avere nemici. Per quanto la follia ideologico-omicida delle Br avesse già colpito persone di grande equilibrio e serenità, come Moro e come Bachelet, non avremmo mai immaginato che un uomo inerme, senza scorta, che non aveva avuto e non aveva importanti incarichi né istituzionali né di partito, potesse essere colpito per la sola e nuda forza, disarmata ma certo potente, delle sue idee democratiche.

Roberto Ruffilli era stato uno degli esponenti di spicco del gruppo culturale e politico della Lega Democratica, insieme a Scoppola, Ardigò, Gorrieri, Elia, Giuntella, negli anni tra la morte di Aldo Moro e l’avvio del declino del partito della Democrazia cristiana. Fu quello un gruppo di eccezionale livello, intellettuale e morale, che riuscì a sciogliere la cultura del cattolicesimo democratico dal legame univoco con la Dc e aprì una lunga transizione conclusasi, forse, solo con la fondazione del Partito democratico. Certamente se la storia di questo partito è breve e recente, la sua preistoria è ben più lunga, perché affonda le sue radici in profondità nella precedente storia della Repubblica. Una di queste radici – e tra le più significative – fu quella della Lega Democratica.

In un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la rivolta contro le caste politiche cresce e la rabbia sociale rischia di fare d’ogni erba un fascio, di desertificare la memoria storica, se non addirittura di far rinascere, in forme nuove, l’estremismo ideologico, è importante ricordare – con pazienza democratica e con ostinazione repubblicana – semplicemente le vicende oneste, limpide, buone degli eroi civili della nostra storia: di brave persone, cioè, come Roberto Ruffilli.

La comprensione – con una raffinatezza di riferimenti culturali aggiornatissima – delle difficoltà e delle contraddizioni del corso storico, in particolare della crisi dello Stato moderno, portava Ruffilli ad impegnarsi generosamente nella ricerca di soluzioni istituzionali all’altezza delle sfide e perciò valide intellettualmente e condivisibili politicamente. Molti di noi hanno imparato da lui o anche da lui la dignità e la responsabilità di una milizia intellettuale – dell’intellettuale come professione democratica – che non si mette in mostra, che non ha anzitutto ambizioni di carriera personale e tanto meno di tornaconto economico, ma che è esigentissima con se stessa sul piano della serietà dello studio e della ricerca, sul piano dei doveri di partecipazione civile nelle vicende della storia, nelle “cose penultime”, sul piano di un rigore etico personale intransigente, perfino severo, perché a misura di una coscienza di fede volta alle «cose ultime».

C’è un costume democratico – che è misura non minore della civiltà democratica di un Paese – che va vissuto e, senza iattanze ma anche senza timidezze, insegnato. Ruffilli e, con lui, molti degli esponenti della Lega Democratica sono stati, innanzi tutto, maestri in questo civile insegnamento. Essere cor- tesi e dialoganti, anche di fronte alla maleducazione e ai monologhi presuntuosi. Cercare con puntualità di approfondire ogni aspetto e ogni dettaglio, oltre ogni superficialità demagogica o velleitaria. Rispettare le altrui opinioni, anche quando queste offendono con arroganza. Usare mitezza comunicativa anche con chi esercita violenza verbale. Comprendere con serietà anche le ragioni dei comici-politici, ancorché i comici-politici prendono in giro le ragioni delle persone serie. Insomma essere comprensivi al massimo con tutti e severi al massimo con se stessi. Senza questa etica dell’intellettuale impegnato civilmente non si costruisce cultura politica democratica, ma ci si arrende all’anti-cultura e all’anti-democrazia.

Roberto Ruffilli ci ha insegnato a rimanere al nostro posto, costi quello che costi, come intellettuali, che non si vergognano di essere tali, e come democratici che sanno che la democrazia non è una facile condizione di comodo, ma una milizia esigente e a caro prezzo.

L’Unità 16.04.13