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“Alla guerra con armi vecchie”, di Federico Rampini

“La più violenta crisi finanziaria dagli anni Trenta” la definisce il Fondo monetario internazionale. Il paragone evoca il rischio che i danni finali possano aggravarsi molto, prima di vedere una vera schiarita. Se guardiamo all’indice più significativo della Borsa americana (S&P 500), dal 7 settembre 1929 all’8 luglio 1932 la sua caduta fu dell’86%. Attualmente lo stesso indice ha perso “solo” il 36% rispetto ai massimi dell’anno scorso.

Se si prende alla lettera il parallelo tracciato dal Fondo monetario, la distruzione di risparmio rischia di essere appena iniziata. E che dire di beni ancora più essenziali che sentiamo minacciati, a cominciare dai posti di lavoro? I paragoni storici vanno maneggiati con cautela. Nella Grande Depressione degli anni Trenta il tasso di disoccupazione in America raggiunse il 25% della popolazione attiva. Oggi nonostante le ondate di licenziamenti siamo ancora sotto il 7% di disoccupazione americana. La differenza storica fondamentale sta nel salto immenso compiuto dalla presenza dello Stato nell’economia: era minima nel 1929, oggi è pervasiva. Neppure la cosiddetta “rivoluzione reaganiana e thatcheriana” degli anni Novanta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con le privatizzazioni e la deregulation, ha ridotto significativamente la quota del Pil che fa capo al settore pubblico. Lo Stato non licenzia in una recessione. Non smette di gestire scuole e ospedali. E’ questo il potente “stabilizzatore” che fu voluto proprio per evitare che si ripetesse una Grande Depressione dai costi sociali spaventosi.

L’allarme resta, tuttavia. Di questa crisi ignoriamo ancora la durata e i costi finali. Le banche centrali hanno sfoderato ieri un “intervento senza precedenti”: così lo ha definito la Federal Reserve. Il taglio concertato dei tassi d’interesse su scala globale è stato operato simultaneamente dalla Fed e dalla Bce insieme alle consorelle inglese, svizzera, canadese, svedese, perfino dalle banche centrali della Cina e degli Emirati arabi uniti. Ma per i mercati il gesto “senza precedenti” è tutt’altro che risolutivo. Li assale il dubbio che le banche centrali usino strumenti antiquati, che siano in ritardo di una crisi, che stiano combattendo la guerra precedente.

A lungo le classi dirigenti hanno sottovalutato questa tempesta. Ad ascoltare le imbarazzate autodifese di tanti banchieri, si direbbe che il dramma sia scoppiato in un baleno, come una calamità naturale, e in una concatenazione così veloce che nessuno poteva prevederla. In realtà i segnali precisi di un grave dissesto finanziario originato dai mutui americani (e da altri eccessi di indebitamento) risalgono alla fine del mese di giugno 2007.

Nell’agosto 2007 ci furono già pesanti turbative nel mercato del credito in tutto il mondo. Al Forum di Davos a gennaio non si parlava d’altro che della tempesta globale. Da quelle prime avvisaglie fino a oggi sono già state scritte intere biblioteche sulle cause di questo disastro, da autorevoli economisti come Robert Shiller (lo stesso che aveva già denunciato negli anni Novanta la bolla speculativa della New Economy e previsto il successivo crollo del Nasdaq).

L’opinione pubblica ha il diritto di chiedere dei conti su cosa è stato fatto durante questo lungo periodo costellato di “preavvisi di uragano”: quali misure furono prese dai top manager delle banche, dalle autorità di vigilanza, dai governi. E’ sconcertante che spuntino nell’affanno dei piani di emergenza estemporanei, per fronteggiare una crisi che si sviluppa alla luce del sole da ben 16 mesi. I costi potevano essere inferiori se i banchieri avessero detto la verità prima, anziché sperare di farla franca e augurarsi di lasciare l’ultimo cerino acceso in mano a qualche concorrente. Quel cerino ha causato un incendio che era largamente annunciato. Ma dall’America all’Europa i massimi esponenti dell’establishment sembrano i conigli abbagliati all’improvviso dai fari dell’auto su una strada di notte.

Per essere stata a lungo esorcizzata, la recessione sarà più estesa e più pesante, anche nelle conseguenze sociali. L’epicentro cruciale del disastro non sono le Borse, e il problema maggiore non è certamente il costo del denaro. E’ la crisi di fiducia generalizzata che paralizza il credito. Di questa crisi sono protagoniste le banche per prime, affondate dalla dimensione misteriosa delle loro esposizioni. Una veduta del baratro su cui si affaccia il settore bancario si è avuta nei giorni scorsi, quando in Germania certi esercizi commerciali hanno cominciato a rifiutare i pagamenti con carte di credito emesse da istituti inglesi. Arrivati sull’orlo di un simile abisso di paura, la nazionalizzazione delle banche inglesi era una scelta obbligata. I tagli dei tassi iniziati ieri sono solo il primo, timido passo nel lavoro di lunga lena che impegnerà le banche centrali. Il loro compito assomiglia alla rieducazione di un paziente colpito da ictus: possono essere necessari mesi, forse anni, per ripristinare la normalità in alcune funzioni. E’ una funzione vitale per l’economia reale il recupero di una base di fiducia e riattivare la circolazione del credito.

Se a qualcosa serve il taglio dei tassi, è a rendere meno cara la ricapitalizzazione delle banche.

Ma sarà un’operazione onerosa, che può richiedere ulteriori sforzi da parte dei contribuenti. Negli Stati Uniti, se si sommano i salvataggi pubblici già effettuati, le iniezioni di liquidità da parte della Fed, e il nuovo fondo del Tesoro per rilevare i titoli – spazzatura delle banche, si arriva già oggi ben oltre i 1.500 miliardi di dollari: è più della metà dell’intero bilancio pubblico americano (incluse la difesa e l’istruzione) ad essere già andato in fumo, in un falò che sarà ricordato con sgomento per diverse generazioni.

La Repubblica, 9 ottobre 2008)

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