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"Dottorandi in fuga", di Maria Chiara Carrozza*

Le nostre università tagliano i fondi, così i nostri migliori ricercatori vanno a cercare lavoro all’estero. Un’umiliazione per noi docenti e per tutta la scuola. Da articoli di stampa risulta che circa mille nuovi docenti vincitori di concorso rischiano di non poter essere assunti nell’università italiana. Questa situazione, ben nota al corpo accademico italiano, lascia una coda di persone in attesa di lavoro, mentre l’Italia sta bruciando generazioni di giovani studiosi.

Scrivo questa lettera appena rientrata da Buenos Aires, da dove ho partecipato alla Conferenza Internazionale di Ingegneria Biomedica, la principale del settore, che quest’anno ha avuto 1700 adesioni da tutto il mondo. Sono rimasta colpita dal grandissimo numero di italiani che vi hanno preso parte e soprattutto dal numero di dottorandi e di post-doc delle università italiane: Pisa, Roma, Milano, Pavia, Ferrara e molte altre. In Argentina, decine di dottorandi e di giovani ricercatori non hanno presentato soltanto le loro ricerche ma sono venuti soprattutto per trovare lavoro in una delle tante università europee, americane, cinesi che assumono giovani di valore.

Noi docenti italiani siamo arrabbiati, ci sentiamo impotenti e perfino umiliati da questa situazione che permette ai nostri colleghi di poter scegliere i migliori dei nostri allievi per continuare le ricerche che hanno iniziato in Italia. Vedere decine di dottorandi che cercano lavoro all’estero lascia un’impressione e un senso di sconfitta che vuote parole su riforma e su meritocrazia non potranno sanare.

La soluzione grottesca che abbiamo davanti, e che sfortunatamente qualcuno dei nostri colleghi invoca già, è diminuire drasticamente il numero di studenti di dottorato, per decretare in maniera definitiva che, al contrario di quanto afferma l’art.9 della Costituzione Italiana, la Repubblica Italiana non promuove la ricerca.

* direttore della Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa

La Stampa 13.09.10

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