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"Noi ad Adro per difendere il tricolore", di Giuseppe Civati

Eppur si muove, questo partito. Quando ho raccolto l’invito di Silvio di Adro (che si chiama davvero così, e fa il coordinatore del Pd locale) e di Filippo di Coccaglio, non immaginavo che la sfida sarebbe stata raccolta da tutti. E invece, per una volta, è andata così. Stamattina ad Adro, nonostante i giornali fatichino a dare notizia della nostra mobilitazione (troppo impegnati a parlare del famoso dibattito interno tra le diverse componenti), ci sarà tutto il Pd. Tutti assieme contro l’uso dei simboli di partito in una scuola pubblica. A partire da Francesca Puglisi, responsabile nazionale della scuola, Filippo Penati, già candidato alla presidenza della Regione, e Gianni Girelli, collega consigliere di Brescia. Chissà che a questo punto a qualcuno non venga voglia di parlarne. Di dirlo in giro.
E chissà che a tutto il Pd non venga voglia, finalmente, di fare così.
Ogni volta che può, ogni volta che serve.
Anche perché in questa vicenda il comportamento del ministro della fu pubblica istruzione è incredibile. Prima bolla l’iniziativa della scuola leghista di Adro come folcloristica. Poi precisa che non le piace molto. E però trova spazio per la polemica, proprio lei che ha sempre diffidato di chi faceva politica a scuola. Gelmini infatti coglie l’occasione per prendersela con quelli che a scuola portano i simboli della sinistra. Ci ho pensato un po’ su, e ho capito a che cosa si riferisce: la foto del presidente della Repubblica, la bandiera italiana e gli insegnanti. Veri simboli di una cultura democratica. Che resiste, nonostante questo governo.
Però forse la cosa più grave di tutte, è che ad Adro, alla mensa scolastica tristemente famosa, si mangia etnico. Nel senso di monoetnico. Maiale a profusione, per tenere lontani i bambini islamici.
Chissà se anche in questo caso il ministro Gelmini parlerà di Adro come di un modello. Chissà che qualcuno voglia dire qualcosa, in proposito. E voglia ricordare che la scuola dovrebbe essere di tutti. Nessuno escluso. Per quello si chiama pubblica. Per quello la Costituzione sancisce il diritto all’istruzione.
Intanto, forse disturbato dai troppi simboli di partito, il sindaco di Adro preferisce la scuola privata (lo avevamo capito) e spiega che anche la Rosa Camuna, simbolo della Regione Lombardia, potrebbe insospettire qualcuno (ma chi?).
Nel frattempo, però ha rimesso il tricolore. Gli suggerirei di fare ancora uno sforzo. Togliere i settecento (700!) simboli riconducibili alla propaganda di partito. E chiedere scusa a tutti.

Da Europa Quotidiano 18.09.10

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“Scuola di classe”, di Massimo Gramellini

La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un’alzata di spalle fra l’abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d’avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un’utilitaria scassata.

Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell’applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d’Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli.

E’ la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Così la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa.

La Stampa 18.09.10

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