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“Quel che resta dell’Università “, di Aldo Giannuli

Le notizie sono da bollettino di guerra: il Rettore della Statale di Milano dice che, a seguito dei tagli, non sa se già dal 2010 sarà costretto a bloccare il pagamento degli stipendi, quello di Siena dichiara che non sa come fare già dal 1° gennaio, e così via. Inoltre nel giro di sei anni andranno in pensione circa il 50% degli attuali ordinari ed associati; questa legge finanziaria prevede che, sino al 2012, solo un quinto di essi possano essere sostituiti con nuovi concorsi e, dal 2013 uno su due. Ovviamente, si apriranno vuoti paurosi nella didattica che saranno colmati o con il lavoro gratuito dei ricercatori (magari promossi “professori aggregati”, con lo stesso stipendio di oggi, per obbligarli a farlo a costo zero) o con contratti a tempo. Forse siamo maligni (d’altra parte, “qualcuno” ci ha insegnato che “a pensar male si fa peccato, però si indovina”) ma ci viene il dubbio che questa cura da cavallo abbia poco a che fare con reali esigenze di bilancio e punti invece ad una rapida e generalizzata privatizzazione dell’Università.

Già la manovra finanziaria di luglio ha fatto balenare l’ipotesi che le università possano trasformarsi in fondazioni di diritto privato, con una semplice delibera del senato accademico. Allora facciamo una ipotesi: le università, una dopo l’altra, si trovano in condizioni di non poter far fronte alle spese e decidono per questo di trasformarsi in fondazioni, per acquisire soci privati, con due esiti: alcune li trovano e, in breve, diventano appendici di qualche gruppo finanziario, altre non li trovano e, semplicemente, falliscono (come ogni impresa privata) ed i loro beni vanno all’incanto, acquistati per due soldi, da gruppi finanziari che ci fanno la loro università. Ovviamente, università privatizzate non avrebbero alcun interesse a bandire concorsi, ma procederebbero con contratti da precari, e non avrebbero alcun interessa a mantenere facoltà “improduttive”: ci sarà un futuro per Lettere, Scienze Naturali, Scienze della Comunicazione? E al posto di Lingue non basterà una scuola per traduttori e interpreti?

Qui non si tratta di qualche taglio alla spesa pubblica, ma del tentativo di cambiare natura al sistema universitario italiano con un colpo di mano. Beninteso, l’attuale ordinamento è indifendibile: l’offerta didattica fa pietà, i profili professionali sono assolutamente fuori mercato, la selezione del corpo docente è clientelare e scandalosa, la ricerca sopravvive in poche isole. Ma non sarebbe una gran soluzione quella di passare dalla padella baronale alla brace padronale. Occorre pensare ad una forma radicalmente nuova di università alternativa tanto a quella esistente quanto a quella che ci propongono Tremonti e la Gelmini. Possiamo provare a discuterne?

L’Unità, 10 ottobre 2008

3 Commenti

  1. Francesca dice

    Va aggiunto però che il 90% della responsabilità dei dissesti finanziari è delle fallimentari gestioni dei rettori e dei CdA. Gli stipendi sono coperti dal f.f.o. Allora: che fine fa il resto del finanziamento?

  2. redazione dice

    Notizie ancora più sconfortanti dalla Calabria
    Pubblichiamo un articolo apparso oggi su Repubblica:

    Cultura e istruzione : Le scuole chiuse di Calabria

    DAL NOSTRO INVIATO GIAMPAOLO VISETTI SAN NICOLA DI CAULONIA (Reggio Calabria) Lo Jonio, sotto il sole, sembra vino. Per le olive, in Aspromonte, bisogna aspettare. Oggi, qui, è ancora estate. La casa di Antonietta Timpano però, invisibile tra i cotogni, alle sei resta sepolta sotto una coperta di notte. I suoi tre bambini, per la prima volta, ascoltano questo silenzio del mattino. Salgono sulla corriera, ferma in mezzo alla piazza. Un’ora di curve e di buche, fino alla costa. Un’altra, prima che il campanello apra la classe dove ieri sono stati trasferiti da un fax. Il paese è deserto. In agosto il fuoco, partito dalla fiumara seccata, ha bruciato l’ultimo bosco. Da allora il telefono non prende e la Posta è chiusa. Qualcuno, a San Nicola, ha devastato la vecchia scuola. In giugno un paio di operai avevano montato il riscaldamento, un’antenna satellitare. Poi alla maestra hanno detto due parole: «Chiuso, trasferita». I vetri, al primo piano, sono spaccati. Banchi e cattedre rovesciate. Tra mucchi di libri e registri, due urne piene di schede delle ultime elezioni comunali. Sulla strada, davanti al campetto da calcio divorato da erbe gialle, il triangolo di “attenzione scolari” è stato ripiantato al contrario. Il vertice ora affonda in un tronco di fico d’India. «Eravamo cinquemila — dice Antonietta — siamo trecento. Non abbiamo più un santo protettore. La scuola è finita a Pezzolo». È la frazione a monte. Cento vecchi. L’aula è nella casa grigia di Maria Manno. Sembra crollare. Una cameretta con l’intonaco sul pavimento. Di là, una turca. Un affitto più confortevole, per trent’anni. «Qualcuno a Roma — dice la maestra Polsia — deve assumersi la responsabilità di abbandonare anche un solo bambino». Questa elementare, in Calabria, si salva. Una distrazione. Perché la terra con l’istruzione peggiore d’Europa, dove l’ndrangheta fattura ogni anno 60 miliardi di euro, ha deciso di chiudere la scuola. «Un etnocidio — dice il sociologo Tonino Perna — una civiltà condannata per ordine di Stato. L’ultima deportazione della gente di montagna». La riforma annunciata, in queste ore, chiarisce il suo profilo. Tagliare alla scuola italiana 8 miliardi di euro in tre anni, affidandosi a statistiche che ignorano la geografia, significa precludere al Meridione ogni possibilità di riscatto. Tra la Sila e la Locride, epicentro del rigore sull’istruzione, saranno chiusi 213 centri scolastici: uno su tre. Dal prossimo autunno perderanno il posto 2613 insegnanti di ruolo e 1526 supplenti. A rischio 918 asili, 680 elementari, 238 medie e 89 superiori. Su 2712 scuole, 1925 saranno considerate “sottodimensionate”. Ogni mattina 197 mila alunni su 314 mila dovranno percorrere almeno venti chilometri, nelle valli, prima di entrare in un’aula. Emigranti a quattro anni. Il Sud assorbirà il 50% dei tagli decisi dal governo. La regione con il più alto abbandono scolastico del continente, dove 354 Comuni su 409 sono a rischio spopolamento e 8 sono già abbandonati, vede lo spettro di un deserto regalato all’ndrangheta. La Calabria, 2% del pil nazionale, si sente punita per la propria storica povertà. Un inedito e stupefacente vento di rivolta la scuote. Valanghe di ricorsi, presentati da sindaci, insegnanti e genitori, sommergono i tribunali. Mamme, professori e studenti, occupano le classi e si preparano allo sciopero. I segretari comunali, al tramonto, vanno a caccia di alunni nei villaggi confinanti. Si combatte per un solo studente, vero o falso. Può salvare una scuola, una maestra. Un ambulatorio medico. La confusione, al mattino, scatena il caos. Accorpamenti, chiusure e supplenze cancellate dal governo Prodi, anticipano il disarmo pianificato da Berlusconi. Un imprevedibile futuro di crisi. «Opporsi a qualsiasi cambiamento — dice l’antropologo Vito Teti — è il vizio fatale del Sud. Questa volta però non è in gioco la modernizzazione della scuola, ma la sua sopravvivenza sul territorio. Sradicare l’istruzione da aree vastissime, in base a furie burocratiche, equivale a svuotare la Calabria dall’interno. Un errore irreversibile. Cancella centinaia di paesi e respinge il Meridione nell’Ottocento: ostaggio della propria ignoranza ». Dietro venti bambini, qui, ci sono borghi di mille persone. Attorno a questi si aprono foreste e campagne da tremila ettari. Pascoli, sorgenti, montagne. «Se le famiglie giovani se ne vanno — dice il sindaco di Canolo, Silvio La Rosa — non ci resta che tagliare i boschi. Siamo rimasti per evitare che i versanti franino. Come ricompensa, poiché siamo pochi, ci tolgono tutto». Una scuola e una maestra, nelle Serre, non sono solo l’ultimo segno dello Stato. Sono la condizione per una presenza umana organizzata. «Portano gli unici libri del paese — dice l’economista Domenico Cersosimo — gli unici computer. Le famiglie, in classe, si incontrano e parlano. Resta aperto il bar, un alimentari, a volte una farmacia e l’ufficio postale. Lo Stato è costretto a garantire una strada, il trasporto pubblico. Chiudere le piccole scuole, al Sud, equivale ad abbandonare una parte essenziale della nazione, milioni di persone. È ora che l’Italia si chieda quale sia il valore più profondo dell’istruzione diffusa: e che il Parlamento apra con chiarezza alla gente la propria agenda». Negli Usa, come in Francia, in Spagna e in Germania, l’hanno capito da anni. Il mondo rurale torna a vivere. La tecnologia garantisce il decentramento dell’eccellenza educativa. La qualità, la piccola dimensione distribuita con equilibrio, salvano dal crollo della quantità e del gigantismo produttivo accentrato. «La scuola — dice l’etnologo Luigi Maria Lombardi Satriani — non va chiusa, ma migliorata. Togliere maestri e professori fa risparmiare oggi, ma impoverisce e costa di più domani. La Calabria, tutto il Sud, hanno bisogno di investimenti, non di tagli. Servono strade, collegamenti che garantiscano a tutti e ovunque una vita scolastica piena. Per questo la riforma annunciata pone lo Stato fuori dalla Costituzione: non offre pari opportunità formative, favorisce i ricchi e condanna i poveri». Vivere una settimana nelle classi calabresi di periferia, permette di scorgere il volto di un Paese privatizzato, ostaggio delle scadenze elettorali. Una nazione che fa scontare all’istruzione la propria crisi. Solo nelle città le scuole sono scuole. Fuori, con le ovvie eccezioni, una rovina. A Locri l’istituto alberghiero, 800 allievi, è sistemato in appartamenti affittati ai potenti del posto. A Natile, frazione di Careri, 310 alunni non sono mai entrati nell’aula computer, gelida e chiusa a chiave. A San Luca, culla della strage di Duisburg, le elementari ricordano un cantiere abbandonato. Alle medie stanno montando i vetri alle finestre, rotti a sassate per la seconda volta in una settimana. Sulla strada aspettano macchie di fuoristrada neri. A San Pantaleo la ginnastica si fa in piedi, fermi davanti al banco. Sul tetto, da anni, ci sono i pannelli solari: nessuno li ha mai collegati. Platì, commi ssariato per mafia, è il comune più povero d’Italia. Dichiara 4 mila euro di pil annuo pro capite. Emilia Paglia, preside della “De Amicis”, ha sostituito la foto del presidente della repubblica Napolitano con quella di “San Brunetta”. «Per la prima volta — dice — non passo la mattina a cercare supplenti. Cinque euro decurtati per ogni giorno di malattia. Prego e ringrazio il ministro: ieri gli ho acceso un cero davanti». È gente semplice, indurita dalle umiliazioni. Molti, anche nella scuola, sono complici della criminalità. Emergono limiti, imperdonabili per il ministro Gelmini e per il circolo degli intellettuali drogati dalle teorie della competitività economica. Però ogni mattina, in luoghi ignorati e lontani, apre una scuola. Solo in queste aule squallide, con le sedie basse di una volta, in Calabria qualcuno educa alla democrazia e alla legalità. Non sono casi estremi: è la regola. Decine di scuole restano inagibili, a rischio crollo, inaccessibili ai portatori di han- dicap. Il riscaldamento è rotto, la luce non va. Nelle classi, piove. Un vecchio computer spento, non sempre, in segreteria. Non c’è traccia di laboratori linguistici, collegamenti internet, biblioteche, palestre, mense, cortili. Il tempo prolungato, nella maggioranza degli istituti periferici, non è mai iniziato. Le vie che conducono alle scuole sembrano piste nel Caucaso. Mancano i soldi per gli scuolabus. Se ci sono, non si trovano gli autisti. I ragazzi dei paesi, dopo mezzogiorno, sono prigionieri in case vuote dove parla solo la tivù. Gli altri, per strada. Nessuno, nel pomeriggio, può riportarli a scuola, a fare sport, o a seguire altri corsi. «È questa — dice Gianfranco Trotta, segretario regionale della Flc-Cgil — la scuola su cui l’Italia ha deciso di risparmiare. In Calabria, un’istruzione vera non l’abbiamo mai avuta. Lo Stato licenzia i docenti prima di assumerli e cancella le scuole prima di costruirle. Ridicolizza le maestrine di paese e insulta i professori meridionali, invece di ringraziarli. Dalla fabbrica degli ignoranti passiamo a quella dei delinquenti». Un incubo. I tagli, nel Meridione, hanno una traduzione comune: il trionfo dell’ideologia mafiosa sullo Stato di diritto. La vittoria della precarietà sulla fiducia. La costa jonica è il simbolo dello sfacelo educativo. «La prima occupazione — dice il procuratore antimafia Nicola Gratteri — è il traffico di cocaina. La seconda, l’usura. La ‘ndrangheta si fonda sul consenso popolare, costruito con l’ignoranza e con l’esclusione dalla conoscenza. È un momento buio: dobbiamo lottare e gridare di più». Lungo il mare più solo e sconosciuto d’Italia, chilometri di scheletri di cemento. Oltre le ferrovia, sulla spiaggia, palazzoni incompiuti, cantieri chiusi, centri commerciali deserti. Migliaia di ville con i mattoni rotti, sbarrate e in vendita. Su ogni terreno un cartello: «Vendesi, edificabile». È uno squallido scenario di guerra, reduce da mezzo secolo di abusi, sanatorie, speculazioni. Alle spalle, in montagna, villaggi in abbandono e orti tra ineguagliabili distese di vigne, bergamotti, fichi, melograni, mandarini ed eucalipti. Su questo confine, tra orrore e bellezza, si consuma la rinuncia nazionale all’istruzione, il fallimento della politica locale, la svendita del territorio alla criminalità. Il commiato dello Stato da se stesso. «La scuola — dice Vincenzo Linarello, presidente del consorzio Goel di Gioiosa — è l’ultima vittima del patto pubblico tra ‘ndrangheta e massoneria occulta. In Calabria il segnale è chiaro: senza istruzione i voti costano meno, nella precarietà il potere illegale chiude il controllo sugli snodi della società. I giovani “senza appartenenza” assistono alla ritirata dello Stato, che non garantisce più nulla. Resta solo lei, la ‘ndrangheta: che riconosce “il rispetto” e ti paga uno stipendio». A Bosco di Bovalino il centro intitolato a don Puglisi, assassinato dalla mafia a Palermo, raccoglie i ragazzi dalla strada. Molti sono figli di carcerati. Insegna che una vita diversa esiste. Carolina Iavazzo, le altre volontarie, dormono in un container bianco, degli alpini. Combattono gravi ristrettezze. Vorrebbero ottenere l’affido dei giovani condannati, espulsi dalla scuola. Diventare un’alternativa alla galera. Ma la Calabria è l’unica regione d’Europa a non avere un piano di assistenza sociale. «Al Sud — dice lo scrittore Carmine Abate — serve un investimento straordinario sulla scuola. Invece accade l’opposto: si smantella. Non è una follia. Risponde ad uno spaventoso disegno razionale dello Stato, che si macchia del reato di favoreggiamento della criminalità. Dobbiamo prendere atto di un processo lucido, che può distruggere la nazione: appellarsi al rigore della finanza pubblica per consegnare i giovani alle mafie, in cambio di denaro e consenso». Un meccanismo spietato che stermina il talento: ignorare l’istruzione e militarizzare, abbattere scuole e costruire caserme. Nel dopoguerra chi ha scelto la legalità è stato costretto ad emigrare al Nord, o all’estero. Oggi, con il ricatto della scuola e dei servizi pubblici primari negati, è obbligato ad abbandonare l’interno per ammassarsi sulla costa. «Così il mondo dei piccoli — dice il vescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini, per venticinque anni in Calabria — si trasforma in un appalto e rende. Lottizzazioni, speculazioni edilizie e riciclaggio immobiliare, diventano la gabbia dei nuovi sradicati. La scuola non deve aver paura di migliorarsi: ma l’ossessione economicista, l’inganno della produttività, non possono risolversi nel ritiro dello Stato dai propri doveri. Riformare significa discutere, coinvolgere, avere la pazienza di analizzare caso per caso, di andare a conoscere la realtà. Il taglio statistico, in Calabria, cela un solo scopo: svuotare i paesi per regalare affari alla ‘ndrangheta e a una politica corrotta, che controllano trasporti, costruzioni, commercio e voti». È sera. Le fiamme rosse di un dosso mostrano boschi già inceneriti attorno. Oltre la strada, le mamme di Riace Marina protestano contro la chiusura dell’asilo. Ha un significato, ignorare l’incendio che brucia un’origine per pensare a trentacinque bambini? Indica una relazione, piuttosto, un destino. La bidella, vestita di nero, recita a memoria poesie d’amore in dialetto. Vuole dire che nel borgo vecchio, infine, il riscatto è arrivato da questo mistero antico. Quindici alunni stranieri, figli di quaranta rifugiati. Afghani, curdi, libanesi, etiopi, palestinesi, bosniaci. Un povero paese di emigrati trasformato in un centro di accoglienza per immigrati. Una disobbedienza civile, esempio unico e straordinario. La scuola, grazie a loro, non si può più chiudere. La bidella non sa dire cosa sia l’istruzione. È analfabeta. «Solo una generosità — dice però — salva».

  3. La redazione dice

    Notizie poco confortanti arrivano anche sul fronte qualità dell’insegnamento.
    Segnaliamo questo articolo di Francesco Battistini pubblicato oggi sul Corriere della Sera

    Atenei, l’Italia fuori dai primi 100
    Il «Times» apre il caso Bologna

    La Dotta o la Rotta? Mamma mia come invecchi male, Alma Mater. Sull’orlo della retrocessione, peggio dei rossoblù del pallone. Con quest’università che una volta pensare il mondo faceva e ora, dicono, fa pensare solo il peggio. Lontanissima da Harvard e da Oxford: si sapeva. Lontana dall’Europa della ricerca: da anni. Adesso, scivolata pure dopo Hong Kong, Mosca, Bombay, i cinesi… «Che cos’è successo all’università di Bologna?», titolava ieri il Times, editoriale di pagina 2, pubblicando l’annuale classifica delle 200 capitali del sapere, ignorando la Bocconi di Milano, depennando La Sapienza di Roma e annunciando con raccapriccio come il più antico ateneo del mondo, l’unico italiano rimasto in graduatoria, «un tempo rinomata sede di grandi umanisti e scienziati», stia ormai al posto 192 (al 78 in Europa) per qualità della ricerca, per tasso d’occupazione dei laureati e per profilo internazionale, insomma per tutto quel nutrimento che in mille anni la Grassa Mater ha sempre dato.

    Mille e non più mille: che cos’è successo, bolognesi? «Che il Times parla a nuora perché suocera intenda — risponde il rettore, Pier Ugo Calzolari —. Il problema non siamo noi, che nel 2010 avremo problemi a fare perfino il bilancio ma nella classifica, comunque, ci stiamo. Il problema è l’Italia che non investe abbastanza in ricerca ed è destinata a venire scavalcata dal-l’Asia ». Il politologo Gianfranco Pasquino, che insegna a Bologna dal 1969, riconosce che «qualcosa sta succedendo a quest’università, a questa città e a questo Paese che invecchiano», ma non prende per oro colato un Times che da Londra boccia noi e intanto mette in classifica 29 inglesi: «Mi stupisce molto che fra i primi 200 non ci sia la Bocconi…». La decadenza è un fatto, però: «Molti docenti bolognesi sono autorevoli — dice Pasquino —, ma hanno una certa età, pubblicano poco all’estero, mentre in un mondo globalizzato vanno avanti i coreani o cinesi che studiano in America e poi tornano a casa, continuano a scambiare informazioni in comunità dove l’unica lingua è l’inglese».

    Non è più aria di glossatori e pandettisti, basta campare sui busti di Copernico e Borromeo, Carducci e Pascoli: l’Alma Mater è in calo d’iscritti, ci sono facoltà (Veterinaria) che quest’anno perdono il 35% delle matricole. Nemmeno il celebre Dams di Umberto Eco attrae più. Dice Alessandro Bergonzoni, ex studente, oggi attore: «Le pagelle non contano. L’unica facoltà che m’interessa è quella mentale: prima che nelle istituzioni, la decadenza la vedo nelle persone. Bologna o Napoli, l’università o la monnezza, a mancare è l’anima, l’amore per il conoscere. Assenza d’immaginazione: a Bologna vivi bene, ma quest’assenza la vedi, e non solo in università». «Se ci consideriamo è un conto, se ci confrontiamo è un altro — dice il professor Carlo Flamigni, pioniere della fecondazione in vitro —: Bologna è pur sempre eccellente, in Italia. Ma il punto è l’Italia. Quant’è stupido un Paese che non investe nella ricerca e si condanna a star fuori da tutto? Bologna, chiaro, soffre i mali nazionali. Prenda come seleziona i ricercatori: sarà anche bello che il figlio del primario voglia fare il primario, ma forse ci vorrebbe una regola che glielo vieti. E poi qual è il posto dove un ricercatore, prima di ricercare, deve chiedere il permesso al sacerdote o alla casa farmaceutica? E chi ha un Cnr come il nostro che fa la Il rettore politica degli accattoni, dà quattro soldi a chiunque per non scontentare nessuno, un clientelismo che non serve a niente?

    All’Università di Bologna comandano due grandi famiglie: i massoni e l’Opus Dei. Senza di loro non hai soldi, collaboratori, nulla: sono qui dal 1960 e non sono mai stato inserito in una commissione di Medicina, dove gestiscono il potere vero e danno le borse di studio. I giovani hanno capito e infatti, se vanno all’estero, non tornano. Fanno bene. Là, ragionano coi migliori cervelli. Qui, trovano i laboratori coi topi. E non resta loro che adagiarsi ». Calma Mater, troppo calma. Racconta Pasquino d’avere due incarichi, sotto le Torri, e uno è al Bologna Center della John Hopkins University: «Fra i due istituti ci sono 200 metri. Due mondi. Gli americani, se non va il power point, in tre minuti mi mandano un tecnico a sistemare. Da noi, stamattina facevo lezione e non funzionava il microfono. Naturalmente non è venuto nessuno. Ho detto agli studenti: non tossite troppo, se no là in fondo non sentono niente…».

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