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Scuola,Ghizzoni (Pd): “Berlusconi e Gelmini ascoltino Napolitano e si aprano al confronto”

Berlusconi sconcertante,  la contestazione non è  un problema  di ordine pubblico.
“Le parole di Berlusconi sono molto gravi e mostrano il nervosismo di chi non è abituato a gestire il dissenso e a confrontarsi con la società”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, al termine della conferenza stampa del Pd per replicare a quanto detto dal presidente del Consiglio a proposito della protesta nelle scuole e nelle università contro la riforma Gelmini.

“Le manifestazioni degli studenti e dei professori oltre ad essere giuste sono legittime: il dissenso è il sale della democrazia. Ed è quanto mai sconcertante che il presidente del consiglio tratti  la contestazione come se fosse di fronte a fenomeni di ordine pubblico. I giovani italiani non sono
pericolosi sovversivi né pedine mosse da chissà quale entità politica. Gli studenti italiani sono persone consapevoli che stanno manifestando per la difesa della scuola pubblica e per l’università. Spiace – sottolinea – che il presidente del consiglio ed il ministro della pubblica istruzione ne
abbiano una così bassa considerazione e non siano minimamente interessati, nonostante i precisi richiami del presidente della Repubblica, ad alcun tipo di confronto con coloro che nella scuola lavorano, studiano e fanno ricerca.
Il governo ritiri il decreto Gelmini e si apra al confronto con tutte le diverse associazioni del mondo scolastico che unanimemente in parlamento hanno mostrato forte disagio proprio sull’aver dovuto subire una riforma senza alcuna possibilità di dialogo e reale confronto”.

8 Commenti

  1. carmine rizzo dice

    MINISTRO GELMINI, QUELL’ESPRESSIONE NON VA ………E NON SOLO

    Alla cortese attenzione dell’onorevole Mariastella Gelmini
    e p.c. Presidente CNUDD Prof. Paolo Valerio

    Oggetto: osservazioni sull’espressione “studenti diversamente abili” utilizzata nel decreto per i criteri ripartizione stanziamento per interventi studenti diversamente abili anno 2008
    Illustrissimo Sig. Ministro,
    sono un operatore che lavora da anni nel campo della disabilità e in particolare nei Servizi universitari di supporto agli studenti universitari con disabilità.
    Le scrivo sollecitato dalla lettura del Decreto Ministeriale 28 agosto 2008 prot. n. 159/2008, da Lei firmato, in cui campeggia l’espressione “studenti diversamente abili”, sulla quale vorrei proporLe alcune brevi considerazioni.
    Mi permetta di partire da una frase illuminante di Giuseppe Pontiggia apposta come dedica a un suo bel libro: «A tutte le persone disabili che lottano, non per diventare uguali agli altri, ma se stessi». Tale dedica ci interpella tutti, nessuno escluso.
    In nessun ambito della vita le parole sono chiacchiere, tantomeno nell’ambito del sistema formativo formale (quello di Sua competenza come Ministro): nella correzione dei temi contano perfino gli accenti e gli apostrofi, si immagini quindi il peso specifico delle parole! La mia non vuole essere una mera disputa lessicografica o semantica, nell’uso di certi termini sono in ballo questioni più profonde, che concernono il rispetto vero delle persone, delle loro storie di vita e della loro condizione esistenziale.
    L’espressione “studenti diversamente abili” è sempre più diffusa nel mondo dell’informazione e della politica, ma moltissimi fra i più competenti, preparati e appassionati operatori italiani nell’area delle disabilità hanno eccepito vigorosamente su di essa. Le riporto alcuni esempi: la teologa Adriana Zarri scrive che questa «ridicola e ipocrita definizione rappresenta il colmo dell’imbarbarimento e, in fondo, dimostra una mancata accettazione di uno stato di difficoltà»; Andrea Pancaldi parla di termine «carico di ambiguità»; il giornalista Franco Bomprezzi denuncia una «deriva linguistica che, nell’enfatizzare le capacità di alcuni, ignora le persone con maggiori difficoltà». Carlo Giacobini, poi, descrive il “neologismo” con acuta ironia come «un ansiolitico linguistico, utile al massimo a mettere in pace la coscienza di coloro che non si sono mai fatti carico sino in fondo di questi problemi».
    Personalmente ritengo che si tratti di un tentativo maldestro di “sdoganare” le disabilità, rimuovendo (o se si preferisce camuffando) le difficoltà reali che assillano giorno per giorno gli studenti universitari con disabilità. Invece di lottare per affermare nella prassi quotidiana il diritto all’uguaglianza di opportunità, si inseguono goffamente modelli efficientisti ed estetici. Qualcuno potrebbe obiettare che l’espressione mira a valorizzare le abilità residue (quando ci sono), il che è sicuramente doveroso ma ha come indispensabile presupposto il riconoscimento leale e oggettivo delle limitazioni delle attività, non la loro rimozione attraverso operazioni di ‘cosmesi comunicativa’.
    L’inserimento e l’inclusione sono possibili, da una parte, mediante provvedimenti amministrativi che favoriscano i progetti di vita indipendente di ciascuno (e quindi mettendo in campo investimenti); dall’altra, attraverso processi culturali di accettazione lunghi e complessi, che non solo non passano attraverso la proposta di nuove e ambigue definizioni ma possono addirittura essere da esse ostacolati.
    Gli studenti universitari con disabilità hanno bisogno di servizi, e non di questi biglietti da visita ingenui, e anche fuorvianti.
    Infine, vale la pena ricordare che il termine diversamente abile non ha nessun rigore scientifico, né alcuna valenza sul piano legislativo ed è intraducibile in altre lingue. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il 22/5/2001 ha approvato la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, suggerisce di usare il termine “persone disabili” o “persone con disabilità”.Mi auguro, Sig. Ministro, che non voglia liquidare questa mia lettera come un semplice esercizio di pedanteria e puntigliosità semantica, ma intenderla come un piccolo contributo sulla strada da percorrere per la piena promozione dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità e per la creazione delle condizioni perché possano essere se stesse e non quello che noi vogliamo che siano.
    E allora, mi creda Sig. Ministro, tutti noi saremo più autenticamente noi stessi.

    Napoli 19/01/2009
    Carmine Rizzo

  2. Ric Pre dice

    Schiacciati fra Berlusconi e Settis!
    Conviene scegliere Benedetto XVI e passare all’Università Gregoriana

  3. redazione dice

    Da Il Sole 24 Ore del 21 Ottobre 2008, un contributo di Salvatore Settis

    Un Paese che esilia i giovani talenti distrugge il suo futuro

    Nell’autunno 1922 due navi tedesche (poi note come Philosophy Steamers) trasportarono da Pietrogrado alla Germania centinaia di intellettuali, la crema dell’intelligentsia russa pre-rivoluzionaria. «Una deportazione di cervelli senza precedenti» (Heller), che eliminava ogni scomoda opposizione in nome di un obbligato conformismo, e che inferse alla cultura russa un colpo mortale. Non fu un caso isolato. Ci sono ideologie, regimi, situazioni che rigettano gli intellettuali, la ricerca, il pensiero creativo (il caso meglio noto è quello della Germania nazista, ma anche l’Italia fascista fece la sua parte, con intellettuali ebrei e non). Non meno massiccia di quelle è l’emigrazione forzata di giovani talenti dalla prospera e smemorata Italia degli ultimi vent’anni: secondo l’Istituto di ricerca economica di Berlino (febbraio 2008), da anni il nostro Paese esporta migliaia di ricercatori e per ogni dieci che se ne vanno meno di uno viene, o torna, dall’estero. Ma in nome di che cosa i Governi italiani, in ammirevole sintonia bipartisan, s’industriano a favorire la diaspora dei migliori giovani dal Paese? Dietro questa ostinazione c’è un’ideologia, un progetto? C’è un’idea dell’Italia, del suo futuro?
    I risultati del Consiglio europeo delle ricerche (Erc) sono un’allarmante cartina al tornasole. Erc è la nuova agenzia di ricerca dell’Unione Europea, che per distribuire i suoi 7,5 miliardi ha adottato una metodologia interamente basata sul talento degli studiosi e sul merito delle loro idee. Il primo bando, riservato ai ricercatori più giovani (con un tetto di 2,5 milioni a persona), si è chiuso qualche mese fa; il secondo, per gli studiosi più avanti in carriera (con un tetto di 3,5 milioni) si è chiuso in questi giorni. Quali i risultati italiani? Sia negli starting grants per i più giovani che negli advanced grants, l’Italia è stata prima per numero delle domande (1.760 su 9.167 nel primo caso (19,2%), 327 su 2.167 nel secondo (15%): sicuro indicatore che il Paese abbonda di ricercatori di ogni età, ma anche che essi disperano di trovare in patria i finanziamenti necessari. Ma quante domande hanno avuto successo? Negli starting grants, i vincitori italiani sono 35, al secondo posto dopo la Germania, precedendo Gran Bretagna, Francia e Spagna; è dunque chiaro che l’Italia ha offerto a questi studiosi (età media: 35 anni) adeguata formazione e ambCiente di ricerca. Se però si guarda alle sedi di lavoro scelte dai vincitori, l’Italia precipita al quinto posto. Dei 35 vincitori italiani, solo 23 resteranno in patria, gli altri (coi loro fondi europei) preferiscono altri Paesi con migliori strutture di ricerca; e dall’estero in Italia arrivano solo due polacchi e un norvegese. Al contrario, in Gran Bretagna restano 24 vincitori su 29, ma se ne aggiungono 35 da altri Paesi (6 dall’Italia); in Francia restano 26 vincitori su 32, ma ne arrivano altri 12 (2 dall’Italia).
    Negli advanced grants, i risultati italiani sono ancor più preoccupanti. Prima come numero di domande, l’Italia è al quarto posto per il successo (23 vincitori), dietro Gran Bretagna (45), Germania (32) Francia (30). Ma dei 23 vincitori italiani, ben 6 portano il proprio grant in altri Paesi, contro un solo non-italiano (un inglese) che ha scelto una sede italiana (Pisa). Al contrario, negli altri Paesi il rapporto fra “uscite” ed “entrate” di vincitori dei grants è molto più favorevole: il saldo netto (contro il totale di 18 grants da spendersi in Italia) è di 56 in Gran Bretagna, 32 in Francia, 26 in Svizzera. Per attrattività l’Italia è dunque all’ultimo posto, anzi sostanzialmente assente. In compenso, il Paese svetta in cima a tutte le classifiche per numero di studiosi che hanno deciso di trasferirsi altrove coi loro cospicui fondi europei. Il bilancio è disastroso: prima per numero di domande (cioè per potenzialità), l’Italia è ultima in Europa per capacità di attrarre studiosi da fuori, ma anche di trattenere i propri cittadini.
    In nome di che cosa maggioranza e opposizione, ministri e deputati assistono passivamente a questa emorragia di forze intellettuali? Nessuno potrà credere sul serio che alla base vi sia un calcolo economico. È evidente che formare nuove generazioni di ricercatori per poi “regalare” i migliori ad altri Paesi non è un buon investimento. Eppure, nella strettoia che l’università italiana sta attraversando questi dati non sembrano avere alcun peso, quasi per corale cecità di un Paese determinato a indietreggiare. I severi tagli della legge 133/2008 incideranno seriamente sul futuro dell’università. Sarebbe ingiusto non riconoscere le gravi difficoltà economiche del momento, come lo sarebbe non ammettere i troppi casi di cattiva amministrazione delle risorse da parte degli Atenei.
    Il paradosso è che i finanziamenti per università e ricerca in Italia sono da troppi anni strutturalmente insufficienti (meno di un terzo dell’obiettivo fissato dall’agenda di Lisbona) ma al tempo stesso le scarse risorse vengono spesso sprecate o mal spese. Ma nessuna scure che si abbatta alla cieca ha mai generato nuove forme di virtù: colpendo in misura eguale chi ha gestito malissimo le proprie risorse e chi lo ha fatto al meglio, la legge Tremonti non ha dato all’università italiana il segnale giusto.
    Il ministro Gelmini ha davanti a sé un compito molto difficile. Dovrà ridare credibilità a università e ricerca, dovrà promuovere l’autonomia degli atenei ma anche una gestione responsabile delle risorse e un’attenta valutazione dei risultati. Dovrà alzare la qualità della formazione anche “tagliando” i corsi più squalificati e il pulviscolo di micro-sedi universitarie proliferate senza controllo; ma anche favorire il principio di eguaglianza e la mobilità sociale con nuove forme di finanziamento per gli studenti meritevoli. Dovrà introdurre massicci incentivi al merito individuale di docenti e studenti, ma anche a quello di dipartimenti, atenei e strutture di ricerca. Dovrà vincere il blocco delle assunzioni di docenti che penalizza i giovani migliori, ed evitare ogni promozione ope legis di precari d’ogni sorta, che punirebbe chi è ancor più precario di loro, e cioè i giovani che stanno per concludere i propri studi. Non dovrà cadere nella trappola di «distinguere fra reclutamento e promozione dei docenti», come voleva il disegno di legge 1439/2007 (Rifondazione comunista), secondo cui la docenza universitaria dovrebbe essere «riorganizzata in un ruolo unico articolato in tre fasce, dove l’accesso alla docenza avviene in via ordinaria mediante concorso per l’assunzione nella terza fascia», con promozioni ad personam alle fasce superiori: sicura ricetta per spedire l’Italia in fondo a tutte le classifiche mondiali.
    I tagli all’università sono necessari? Prima di rispondere, fermiamoci a pensare che le principali vittime saranno i nostri giovani migliori, condannati al forzato esilio. Crescerà il saldo negativo nel rapporto fra brain drain e brain gain; per giunta, in un Paese che compensa il crescente deficit demografico con l’immigrazione (ormai oltre il 5% dei residenti), la bassissima percentuale d’immigrazione intellettuale (inferiore allo 0,1%) trascina verso il basso il livello culturale medio. Nessuno nega la crisi economica presente, ma ci sono vari modi di reagire ad essa. Nel 1992, Yegor Gaidar (allora primo ministro nella Russia di Eltsin) tagliò duramente i fondi alla ricerca, dichiarando che «questa terapia-shock non può che far bene: i nostri scienziati, se sono davvero bravi, troveranno qualcuno che li finanzi».
    Come si sa, migliaia di studiosi russi dovettero allora emigrare. Il 4 ottobre 2008, il presidente francese Sarkozy ha dichiarato al contrario che, onde risalire la china della crisi economica, «è necessario accrescere il finanziamento all’università per migliorare lo stipendio dei docenti, rinnovare le sedi, promuovere la ricerca, aiutare gli studenti in difficoltà. Propongo pertanto – continua Sarkozy – che lo sforzo della nazione in favore dell’università aumenti del 50% di qui al 2012, per un aumento complessivo di 5 miliardi». È lecito chiedersi: fra il modello Eltsin (la terapia-shock dei tagli alla cieca) e il modello Sarkozy (la crescita degli investimenti su università e ricerca), qual è, e quale sarà, la scelta di Berlusconi, Tremonti, Gelmini?

  4. Redazione dice

    Da aprileonline, pubblichiamo una intervista all’On Emilia De Biasi

    CHI MENTE, SIGNOR PRESIDENTE?

    Se non fosse gravissimo ci sarebbe da sorridere. Se non fosse che quelle cose dette sulla scuola sono opera del Presidente del Consiglio si potrebbe pensare ad una imitazione televisiva.
    Purtroppo, anche questa volta, la realtà di Berlusconi supera la più fervida immaginazione.
    Conferenza stampa sulla scuola. Un mucchio di bugie nel merito del decreto Gelmini.

    Procediamo con ordine, ma non con disciplina, mi raccomando.
    Secondo Berlusconi i tagli di 8 miliardi alla scuola pubblica sono un’invenzione della sinistra. Ci corre l’obbligo di ricordargli che i succitati tagli sono presenti nel decreto 112, ora legge 133, approvata, tanto per cambiare, con il voto di fiducia l’estate scorsa.

    Secondo Berlusconi con il maestro unico aumenterà il tempo pieno. Presidente, la matematica non è un’opinione, e il tempo pieno non è il prolungamento del tempo al pomeriggio, con i corsi a pagamento per chi può, e se no c’è sempre il vecchio, caro doposcuola dei poveri.

    Il tempo pieno è un modello educativo e formativo, e richiede maestri plurimi, e un tempo scuola ben più ampio delle 24 ore settimanali volute da Tremonti e difese oltre ogni ragionevolezza dal Ministro Gelmini. La verità è che i bambini usciranno da scuola alle 12.30, con buona pace dei papà e delle mamme che lavorano. Si informi meglio, Presidente, e scoprirà che il mondo dei bambini non è fatto di tate amorose, corsi di ippica, pianoforte e cucito.

    E specialmente il mondo dei bambini stranieri, a cui il governo e la maggioranza dedicano classi differenziali, provvedimento che Lei considera non razzista, ma di buon senso.
    Beh, la classe non è acqua.

    A parte il fatto che qualcuno dovrà spiegare come si fa a ridurre gli insegnanti e aumentare le classi, e che fine faranno i numerosissimi insegnanti precari che perderanno il posto, e che ne sarà del mancato turn over per un totale di 87.000 docenti.
    Ma si sa che la sinistra, oltre che menzognera, è terribilmente esigente. E continuiamo.

    Nella straordinaria performance Berlusconi ha anche dichiarato che gli alunni saranno in media 18 per classe, non si sa come; parla di maestro prevalente, e il decreto Gelmini dice chiaramente maestro unico, e ci comunica che sarà affiancato da un insegnante di inglese e uno di religione!

    Ritirare il decreto Gelmini. Questa è la nostra parola d’ordine.
    Ritirare quel decreto imposto al Parlamento, pochissimo discusso nelle sedi istituzionali e per niente confrontato con il mondo della scuola.

    Ritirare il decreto Gelmini che riporta la scuola italiana alla nostalgia da libro Cuore, a quell’italietta fatta di piccole cose di pessimo gusto, come le battute del Presidente del Consiglio.
    Quella scuola odiosamente di classe, bloccata nella valorizzazione dei talenti ed enfatica sul successo formativo di pochi, così distante da un presente che richiede multidisciplinarietà, inclusione, esercizio al pensiero critico, capace di formare cittadini, di creare convivenza. Così distante dalla scuola dell’uguaglianza nella diversità, della compartecipazione di universalismo e differenze, cioè dalla scuola voluta dalla nostra Costituzione.

    Ma torniamo a Berlusconi per le ultime, clamorose, preoccupanti affermazioni.
    La prima è quella relativa alle occupazioni degli studenti, per impedire le quali il nostro convoca il Ministro degli Interni Maroni per dare istruzioni alle forze dell’ordine.
    Mi vengono alla memoria le immagini di Genova G8, e ancora prima delle cariche della polizia di quando ero giovane studentessa.

    Non possiamo permettere che la democrazia, il diritto a manifestare venga calpestato impunemente.
    Non possiamo consentire che un problema sociale sia trattato come un problema di ordine pubblico.

    Ed è incredibile la forza eversiva dei pompieri incendiari, di coloro che soffiano sul fuoco, che alimentano la paura, e che sulla paura continuano a chiedere il consenso di un’opinione pubblica sopita, spaventata, forse rassegnata, ridotta al rango di percentuale di sondaggio.

    I ragazzi e le ragazze che in questi giorni manifestano hanno ragione: chiedono una scuola pubblica di qualità, di poter studiare e imparare con docenti preparati e stabili, e sedi decorose, e finanziamenti adeguati. Chiedono di essere come la maggioranza dei loro coetanei europei, e di poter concorrere nella vita grazie al dispiegamento delle loro capacità, e non ai soldi di papà, o alla collocazione sociale, o al luogo di nascita.

    E se sono studenti universitari la protesta è ugualmente sacrosanta: tagli, ricercatori precari che tali rimarranno a vita, se tutto va bene, se no vanno a casa, trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato, incertezza sul futuro del diritto allo studio. E si potrebbe andare avanti a lungo.

    Ma nelle poche righe che mi rimangono vorrei segnalare l’ultima delle perle di Berlusconi, l’attacco alla libertà di informazione.
    Cito da un’agenzia stampa del 22 ottobre, ore 12.55:” La base delle proteste è la cattiva informazione. I giornali italiani hanno trascurato di diffondere la realtà delle cose…La tv pubblica italiana diffonde ansia, diffonde situazioni che riguardano solo chi protesta. Noi siamo preoccupati di questo divorzio dei mezzi di informazione dalla realtà”. Berlusconi dixit. E giù un altro calcio alla Costituzione, articolo 21, sulla libertà di espressione e di informazione.

    Ricapitolando: solo decreti d’urgenza governativi, se no si perde tempo; Parlamento svuotato della sua funzione democratica; scuola pubblica mortificata; università al buon cuore del mercato; bambini stranieri nelle classi speciali; meno tempo scuola; maestro unico; precari a casa; vietato protestare se no ti mando la polizia; vietato raccontare ciò che succede nel Paese se no si crea ansia, e che i direttori dei giornali stiano attenti.

    “La paura dei barbari è ciò che rischia di farci diventare barbari”, scrive Todorov con grande acume. Per questo abbiamo bisogno di una sinistra coraggiosa, capace di unire le speranze che, contro ogni evidenza, percorrono la coscienza della parte migliore del nostro Paese.

  5. giulia dice

    Dopo aver ascoltato, parola per parola nella registrazione di Sky Tg 24, la conferenza stampa di Berlusconi e Gelmini, ho provato un disagio e una preoccupazione che però mi ricordavano qualcosa, di cui avevo già memoria. Ho ripensato a quando avevo provato lo stesso disagio: il giorno in cui trentanni fa rapirono Aldo Moro. Nel 1978 ero una studentessa del Liceo, la scuola si svuotò e ci ritrovammo tutti in piazza senza sapere bene cosa fare e cosa dire, ma tutti (anche quelli che di solito non manifestavano)andammo istintivamente in piazza, per condividere quel senso di paura e smarrimento.
    Credo che Berlusconi non avesse previsto la protesta degli studenti, la protesta di qualcuno che istintivamente, forse senza sapere bene come e perchè, non ha creduto alle balle che Gelmini e Tremonti stavano raccontando da molto tempo sulla scuola.

  6. Ric Pre dice

    Sig. Questore,

    potrebbe chiedere ai suoi uomini se, lungo la strada per andare a sgomberare qualche università occupata, possono trovare un minuto per sgomberare una frequenza televisiva che una certa Rete4 occupa illegalmente dal 1999?

    Grazie in anticipo!

  7. Ric Pre dice

    Come ho scritto in un altro commento, Berlusconi è riuscito ad infilarsi in un vicolo cieco dal quale uscirà perdendo la faccia. La polizia non può entrare senza autorizzazione in università, conventi, caserme e chiese. Nel caso dell’università può essere autorizzata solo dal rettore, ma nessun rettore la autorizzerà.
    Così il nostro farà la figura di quello che minaccia e non fa.

  8. Redazione dice

    Pubblichiamo una dichiarazione di Veltroni che, nel ribadire le parole del Presidente della Repubblica, ribatte punto per punto alle accuse di Berlusconi che ha tacciato di falsità il Pd sui presunti tagli alla scuola.

    “La dichiarazione del presidente Napolitano sui temi della scuola e dell’università indica la giusta direzione, quella cioè del dialogo aperto, di un approccio serio e positivo ad un grande tema sociale che non può essere ridotto ad una questione di ordine pubblico.

    Spero che l’appello del capo dello Stato venga ascoltato e si dia rapidamente vita ad un tavolo di confronto che rispetti il ruolo del Parlamento e si apra ai diversi soggetti, per affrontare e dare risposta ai veri problemi della necessaria innovazione della scuola e dell’università.

    LE BUGIE DI BERLUSCONI SULLA SCUOLA
    In riferimento al dossier distribuito nella conferenza stampa di questa mattina sulle presunte bugie della sinistra sulla scuola, il Pd replica con questo contro dossier, punto su punto:

    TEMPO PIENO
    Nel Piano programmatico inviato al Parlamento scompare il “tempo pieno” e compare la dizione “estensione delle ore di lezione fino a un massimo di 10 ore settimanali comprensive della mensa”: si pensa dunque a un “doposcuola” di tipo ricreativo che è una cosa ben diversa dal tempo pieno didattico. Comunque sia, l’eventuale “aumento” si potrà realizzare solo se si imporranno a tutte le famiglie le classi con 24 ore settimanali con il maestro unico (quindi niente più scelta fra 24, 27 o 30 ore settimanali e tempo pieno). Tuttavia anche in questo caso, Berlusconi non mantiene le promesse: ha più volte dichiarato, l’ultima il 16 ottobre, che le mamme possono stare tranquille perché aumenterà il tempo pieno “del 60%”. Se così fosse avrebbe dovuto istituire 17.400 (il 60%) a 40 ore o 14.000 (il 50% in più) e certo non le 3.950 in 5 anni annunciate oggi. ( le classi a tempo pieno sono attualmente 34.270).

    NUMERO DEGLI ALUNNI
    Dice Berlusconi che gli alunni saranno in media 18 per classe, al massimo 26. Nell’unica bozza di Regolamento che circola si dicono cose diverse: si aumentano i parametri minimi e massimi: 30 per le scuole medie superiori e 29 per le scuole medie inferiori, con un incremento fino al 10%. Questo significa arrivare anche a 33 alunni per classe.

    MAESTRO UNICO
    Il decreto legge parla di “maestro unico” e non basta certo una battuta detta in conferenza stampa dal premier per trasformarlo in “maestro prevalente”.

    LINGUA INGLESE
    Il maestro unico dovrà insegnare anche l’inglese perché nel Piano programmatico (a pagina 19) viene previsto il taglio di 11.200 posti (4.000 già dal prossimo anno) di insegnanti specializzati di inglese. E viene previsto forse che con un corso di sole 150 ore il maestro unico dovrà specializzarsi anche nella lingua inglese.

    RAZIONALIZZAZIONE DEL PERSONALE
    Qui si tocca il massimo della spudoratezza giocando con le parole e con la condizione di vita delle persone: falsi gli 87.000 licenziamenti dice Berlusconi. Sono purtroppo veri i licenziamenti di 87.000 insegnanti che lavorano da anni, ogni anno, con incarichi annuali nella scuola. (Essendo “precari” non vengono “licenziati”: vengono soppressi definitivamente i loro stipendi e i loro posti di lavoro). A questi 87.000 si aggiunge la mancata assunzione dei 75.000 precari già previsti nel piano del governo Prodi con copertura finanziaria).
    Il presidente del Consiglio e il ministro non sanno neanche quanti dipendenti hanno: oggi hanno affermato che nella scuola ci sono 1.350.000 dipendenti “e sono troppi”. Dai dati della Ragioneria generale dello Stato si ricava che i dipendenti nell’anno 2006 erano 1.143.164, scesi nel 2007 a 1.133.000. (dati consultabili sul sito della Ragioneria).
    Non è vero neanche, come detto oggi, che in Italia il Rapporto docente/alunni è 1 ogni 9: nella pubblicazione “la scuola in cifre” dello stesso ministero dell’Istruzione nella tabella 1.3.3 pag 23 (pubblicata a settembre 2008) il rapporto è 1 ogni 11,1.

    SCUOLE DI MONTAGNA
    Berlusconi dice che “nessuna scuola sarà chiusa”: falso.
    Dal Piano programmatico viene esplicitamente detto che chiuderanno le scuole sotto i 50 alunni. Sono 1083 i Comuni interessati così ripartiti: 181 con scuole fino a 15 alunni; 184 fino a 20 alunni; 718 fino a 50 alunni. A queste vanno poi aggiunte circa 3000 scuole a rischio chiusura perché sotto i 50 alunni come le 130 scuole elementari e medie presso gli istituti ospedalieri; 7 annesse a istituti d’arte, 7 annesse a convitto, 4 a Conservatori, 3 per ciechi, 2 per sordomuti. In più ci sono le secondarie di secondo grado: 522 (di queste 346 sono serali e 55 carcerarie).

    SPESA PER IL PERSONALE
    Il presidente del Consiglio e il ministro continuano a dire che il 97% della spesa pubblica della scuola serve a pagare gli stipendi di chi ci lavora. Vengono smentiti non dal Pd ma dall’Ocse nella pubblicazione “Education at a Glance, 2007”. Infatti, i dati della spesa corrente per il personale, raffrontati con quelli di altri Paesi, risultano questi:
    Italia 80,7
    Francia 80,7
    Germania 85,1
    Gran Bretagna 69,7
    Media Ocse: 80,1
    Di conseguenza l’Italia risulta allineata alla media Ocse ed ha una spesa per gli stipendi inferiore a quella della Germania.”

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