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Discussione sulla legge finanziaria 2009: l’intervento dell’On. Ghizzoni sul suo emendamento prima del voto della Camera

Signor Presidente, l’emendamento che ho presentato prevede che siano esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche le somme erogate a titolo di borsa di studio a supporto della mobilità studentesca, in particolare nell’ambito dei programmi europei Lifelong Learning Programme, ovvero il programma sull’apprendimento permanente, ed Erasmus Mundus. In particolare, il programma Lifelong Learning è stato bandito recentemente e prevede un budget da parte di Bruxelles di ben 961 milioni di euro.
L’Euro Student, un’indagine che sarà presentata domani relativa alle condizioni di vita e di studio degli universitari in Italia, fa emergere alcune indicazioni per noi molto interessanti. Tra i dati anticipati dalla stampa emerge, ad esempio, chiaramente la percentuale risibile, ovvero solo il 5,9 per cento, degli studenti che possono recarsi oltre confine per affrontare un’importante esperienza di formazione professionale e di istruzione superiore.
Euro Student, in sintonia con altre fonti statistiche (come AlmaLaurea, Erasmus Student Network ed Eurydice), fotografa, quindi, gli studenti universitari italiani come stanziali. Se gli universitari vanno raramente all’estero per studiare o per fare formazione, più in generale scelgono sedi di atenei vicine alla città di residenza per ovvie difficoltà economiche. Insomma, non si rinuncia ad investire in formazione, ma si scelgono soluzioni compatibili con le contenute disponibilità economiche personali e familiari.
Eppure, una strategia di sviluppo del sistema universitario non può prescindere dal sostenere la mobilità degli studenti, in particolare l’internazionalizzazione degli studi, che consente agli universitari di acquisire maggiori competenze e conoscenze: tra queste la capacità di agire e di interagire in un contesto scientifico e culturale diverso da quello abituale e le competenze linguistiche. Sappiamo, ad esempio, che solo il 13 per cento degli studenti universitari ha conoscenze in due lingue straniere. Naturalmente, si tratta di competenze e conoscenze richieste ed apprezzate anche dal mondo del lavoro.
Credo che sia interessante ricordare che tutti i Paesi europei stanno investendo rispetto all’Italia maggiori risorse sulla mobilità degli studenti. Due esempi per tutti: il Presidente Zapatero ha promesso una somma molto ingente da investire in questa missione (si parla di molti miliardi di euro) e il Ministro per l’università francese, Valérie Pécresse, a fronte del fatto che la mobilità studentesca è uno dei tre temi chiave individuati dalla Presidenza francese dell’Unione europea, ha affermato che il Governo Sarkozy investirà in questo senso, aumentando le somme erogate con le borse di studio e sviluppando il sistema degli alloggi e dei servizi per gli studenti in mobilità.
Inoltre, anche se non va molto di moda in questi giorni parlare di processi internazionali, è bene ricordare all’Assemblea che tanto la Commissione europea quanto il processo di Bologna hanno affermato che la mobilità studentesca debba essere al centro delle politiche dell’alta formazione.
Dal momento che il Governo italiano non sta mettendo in campo alcuna risorsa finalizzata ad ottemperare a quest’impegno e che si sono letteralmente perse le tracce del progetto «Diamogli credito» del Governo Prodi, per consentire ai giovani meritevoli l’accesso al credito vantaggioso finalizzato al pagamento delle rette universitarie e dei viaggi di studio, il Governo cerchi di garantire che le poche risorse oggi disponibili non siano sottoposte a tassazione.
Del resto, rispetto allo scenario di recessione e di crisi del sistema produttivo, una delle risorse a disposizione delle imprese italiane potrebbe essere quella di avvalersi di competenze qualificate, maturate anche con esperienze di formazione all’estero. In particolare, il piano Lifelong learning offre la possibilità di fare esperienze all’estero, non solo a studenti e neolaureati, ma anche a coloro che già sono inseriti nel mondo del lavoro e vogliono approfittare di un’occasione per migliorare le proprie conoscenze e capacità e a quanti sono in cerca di occupazione o che, purtroppo, l’hanno persa. Incentivare tali esperienze, rendendole economicamente più favorevoli, è una necessità per il nostro Paese.
Per concludere, signor Presidente, le statistiche che ho già richiamato dimostrano che la mobilità oltre frontiera è ancora un privilegio che solo gli studenti in condizione agiata possono permettersi. Al contrario, essa dovrebbe essere un diritto accessibile a tutti. Per invertire questa tendenza, occorre massimizzare le risorse messe a disposizione, anche attraverso sgravi fiscali.
Peraltro, i due programmi che ho citato utilizzano risorse europee e, come tali, non dovrebbero essere decurtati da balzelli italiani.
Inoltre, includere nella detassazione anche le risorse messe in campo dalle singole università significherebbe dare un messaggio forte di indirizzo e permetterebbe di sostenere un intervento mirato nei confronti degli atenei, che sono atenei virtuosi.
Credo, pertanto, che sarebbe opportuno un ripensamento del Governo…

Il Parlamento ha votato contro e ha respinto gli emendamenti

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Pochi fuori sede: sette studenti su dieci restano in famiglia”, di Loredana Oliva

    Pendolari o non trasferiti in un caso su due, quasi sempre privi di aiuti economici, poco orientati a studiare all’estero e con una motivazione in calo sulla voglia di proseguire dopo il triennio: queste le principali indicazioni che emergono dalla quinta indagine «Eurostudent» sulle condizioni di vita e di studio degli universitari in Italia che sarà presentata, insieme alla ricerca europea «Eurostudent III – Social and economic conditions of student life in Europe», a Roma dopodomani al Miur.
    Attraverso i giovani “censiti” dalla Fondazione Rui (in 4.500 hanno risposto a un’intervista telefonica), si disegna così l’identikit dello studente italiano in ateneo. La ricerca – che Il Sole 24 Ore anticipa – riguarda gli iscritti in tutte le università italiane, sia ai corsi di primo livello sia a quelli a ciclo unico nel 2005/2006.

    Lo status
    Se il 60% degli studenti ha fino a 21 anni, oltre il 10% è over 25, mentre il 4,8% supera i trenta, un possibile segnale, quest’ultimo, che i corsi triennali hanno coinvolto persone che a conclusione degli studi secondari erano entrate nel mercato del lavoro e hanno deciso successivamente di iscriversi all’università. L’indagine rivela che accedono più facilmente all’istruzione superiore studenti che provengono da famiglie con un livello d’istruzione medio-alto (genitori diplomati o laureati), anche se i padri di studenti con lo status di blue collar raggiungono il 36,9 per cento.

    Dove abitano
    Il 72,6% degli iscritti all’università abita con i propri familiari durante i mesi di studio, soprattutto nelle grandi città, grazie a un’offerta di formazione molto ampia (spesso da parte di più atenei): questa situazione si è accentuata negli anni post-riforma e contribuisce anche al forte aumento del pendolarismo.
    Dividere un appartamento con altri studenti continua a essere il modo più comune di abitare da “fuori sede”: lo fa il 21,6% del totale. Solo l’1,5% di tutti gli iscritti vive in un alloggio Dsu (Ente del diritto allo studio universitario) e solo un fuori sede ogni sedici abita in una residenza Dsu. A questo proposito il decreto legge approvato dal Governo giovedì scorso stanzia 65 milioni per le residenze universitarie che consentiranno – nelle previsioni del Miur – la realizzazione di 1.700 posti letto in più (nonostante i tagli di oltre 26 milioni previsti dal Ddl Finanziaria 2009 per il prossimo triennio).
    Gli studenti pendolari, insieme ai non trasferiti sono cresciuti del 33% dal 2000. Attualmente sono il 54,2% del totale, e la quota sale al 63,6% per i pendolari in condizioni socio-economiche sfavorite.
    «Il pendolarismo appare una strategia di sopravvivenza per gli studenti in condizioni non privilegiate – sostiene Giovanni Finocchietti, direttore del report italiano di Eurostudent – che, insieme alle loro famiglie, non rinunciano a investire in formazione ma scelgono soluzioni compatibili con le risorse che hanno, preferendo sedi di studio più vicine anche se di minor prestigio, o rinunciando al trasferimento a favore della mobilità giornaliera. Alcuni dei motivi dell’aumento di studenti pendolari sono legati alla moltiplicazione di atenei e di sedi universitarie, e anche alla crescita dei costi dello studio, che scoraggia lo studente dall’opportunità di trasferirsi».

    Dopo la laurea triennale
    Dall’indagine emerge infine che aumentano gli studenti che ritengono conclusi gli studi con la laurea triennale (sono il 32,3% del totale), sebbene coloro che vogliono proseguire restino la maggioranza (56,3%).
    Gli analisti della Fondazione Rui hanno identificato i motori di queste scelte: la condizione socio-economica (i figli di laureati decidono di continuare più degli altri); la possibilità di trovare lavoro con laurea triennale (a seconda del gruppo disciplinare); le opportunità offerte dal mercato del lavoro locale (nelle università del Nord la propensione a continuare gli studi è minore).

    IL PROFILO MEDIO

    72,6% – Con mamma e papà
    Gli studenti che abitano con la famiglia durante il periodo universitario (in sede o pendolari) sono oltre il 72%. Alloggia invece in una residenza del diritto allo studio universitario appena l’1,5% della popolazione universitaria

    38% – Studio e lavoro
    Sfiora il 40% la percentuale di studenti che oltre a seguire i corsi svolge anche lavori retribuiti.
    Il tempo medio che i giovani dedicano a lezioni e studio individuale è pari a poco più di 35 ore ogni settimana

    56,3% – Specialistica o no?
    Oltre la metà dei giovani intende continuare dopo il titolo triennale, con il 31,8% che vuole abbinare lavoro e studio. Rispetto al 2003 è aumentata dell’8,5% la quota di studenti che ritiene concluso il periodo di studio con la triennale

    1.074 euro – La quota d’iscrizione
    È di circa mille euro l’importo medio di tasse pagate da ciascuno studente, mentre coloro che hanno beneficiato di almeno un aiuto economico (borse di studio, contributi alla mobilità all’estero, esoneri dalle tasse) sono il 28%

    5,9% – Pochi oltreconfine
    Solo il 5,9% degli studenti è stato all’estero per motivi di studio: le principali mete sono Gran Bretagna e Spagna.
    Appena il 13,2% degli studenti poi ritiene di avere una buona competenza in due lingue straniere

    Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2008

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