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“Basta violenze: le donne son tornate. E vanno in piazza”, di Luigina Venturelli

Su 300 omicidi registrati nel 2007, il 21% è di mogli o fidanzate. Il Viminale li chiama «conflitti familiari e delitti passionali». In realtà è una strage silenziosa. Che le donne scelgono di combattere facendo da sole.
Perchè le donne italiane manifesteranno domani a Roma contro la violenza di genere? Per rispondere un eufemismo vale più di mille parole. «Conflitti familiari e delitti passionali» è la definizione romanzesca usata dal Viminale per oltre sessanta donne uccise tra le pareti di casa nel giro di sei mesi.
Da luglio a dicembre 2007 – sono gli ultimi dati disponibili – il ministero dell’Interno ha contato in Italia circa 300 omicidi: tra lotte nella criminalità organizzata e regolamenti di conti tra spacciatori, spunta un 21% di mogli e fidanzate, adulte e ragazzine massacrate da un partner, da un amico, da un parente. Ma le forze dell’ordine non hanno il coraggio di chiamarli con il loro nome, omicidi. Usano una bella perifrasi pericolosamente simile a un’attenuante culturale, che fornisce un quadro esatto dello stato dell’arte nel nostro paese, dove non esiste il reato di persecuzione ossessiva (il cosiddetto stalking), non c’è un piano nazionale contro la violenza sulle donne, manca una legge quadro che riconosca e finanzi i centri antiviolenza diffusi sul territorio.
Così, ancora una volta, le donne decidono di fare da sé e – alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza di genere del 25 novembre – si mettono in rete per diventare riferimento e pungolo delle istituzioni. Per questo è stata costituita D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), l’associazione nazionale che riunisce circa 50 centri antiviolenza di tutta Italia, che da oltre vent’anni lavorano per prevenire e contrastare un crimine diffuso ma spesso non riconosciuto come tale (gli altri 50 si uniranno alla rete appena avranno maturato cinque anni d’anzianità sul campo).
«Le donne sono migliorate rispetto al passato, quando si presentavano anche con quindici anni di maltrattamenti alle spalle» racconta Marisa Guarneri, presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. «Oggi sono più informate, più consapevoli, e si muovono prima». Nel frattempo, purtroppo, è peggiorata la qualità della violenza maschile: «Si è fatta più feroce: una volta le donne sopportavano e questo conteneva il fenomeno. Adesso si allontanano, se ne vanno per ricostruirsi una vita, e gli uomini non sono in grado di accettare questo progredire della libertà femminile». Nel 2007 circa 20mila persone si sono rivolte ai centri antiviolenza D.i.Re e circa 7mila donne sono state accolte per colloqui e consulenze. A questi dati vanno poi aggiunte le 22mila chiamate giunte al centralino 1522 del ministero delle Pari Opportunità e quelle ai servizi sociali, consultori e ospedali. Manca all’appello il mondo sommerso delle donne che ancora subiscono nel silenzio. Non esistono dati precisi, ma nel 2006 l’Istat ha stimato quasi 7 milioni di episodi di violenza di genere.

L’Unità, 21 novembre 2008

2 Commenti

  1. Daniela dice

    Il 25 novembre è alle porte e la giornata mondiale contro la violenza alle donne viene ricordata con iniziative, momenti di sensibilizzazione, presentazione di progetti in tutti i paesi democratici. Più che una data dedicata, ci aiutano a riflettere i dati, le percentuali, gli omicidi che si perpetrano quasi giornalmente nei confronti delle donne. Quello che non vediamo è invece una percepibilità comune del fenomeno, una presa d’atto che lo collochi nell’agenda politica come una urgenza su cui intervenire.
    Ci affidiamo quindi a sensibilità locali, a interventi a macchia di leopardo, ad amministratori che accantonano un po’ di risorse dei loro ora ben magri bilanci nel tentativo di dare alcune risposte.
    Così i pochi centri antiviolenza fanno fatica a sopravvivere, in alcuni Comuni, come il nostro (ma vi posso assicurare che si contano sulle dite di una mano) si fa formazione agli operatori e alle forze dell’ordine, si realizzano percorsi nelle scuole dell’obbligo alla affettività e alla differenza di genere con buona volontà ma senza il cappello di una legge nazionale a favore di tutta la comunità italiana.
    Questa è la realtà e il 25 novembre 2008 sarà come quelli precedenti, senza nulla per cui essere fiere e compiaciute

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