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Messaggio del Segretario Generale dell’ONU in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 Novembre 2008)

Ovunque nel mondo, in paesi ricchi e poveri, le donne sono sottoposte a sevizie, percosse, stupri, assassinii, e sono vittime del traffico di esseri umani. Si tratta di violazioni dei diritti umani che vanno ben oltre il danno individuale, perche’ rappresentano una minaccia a sviluppo, pace e sicurezza di intere societa’.
Dovunque le donne sono a rischio, ma quante tra loro vivono in societa’ alle prese con conflitti armati fronteggiano pericoli ancora maggiori. In presenza di conflitti sempre piu’ complessi, anche il modello di violenza sessuale si e’ evoluto. Ora le donne non sono piu’ solamente in pericolo durante il periodo del conflitto; la possibilita’ di essere aggredite da eserciti, milizie, ribelli, criminali, perfino polizia, e’ la stessa in fasi di maggiore calma.
Non conosciamo il reale numero delle vittime, ma sappiamo che i crimini sono maggiori di quanti ne vengano denunciati, e molti di questi restano impuniti. E’ ancora troppo diffusa la concezione dello stupro come un marchio di infamia che spinge le donne a disertare quegli stessi tribunali che dovrebbero tutelarle. In alcuni paesi, le donne vengono brutalizzate due volte: prima durante lo stesso atto criminoso, poi dal sistema giudiziario, dove possono addirittura arrivare a doversi difendere da accuse di adulterio, con il rischio di scontare le pene ad esso collegate.
Anche quando gli autori della violenza sono identificati, spesso riescono a farla franca, specialmente se si tratta di personale in uniforme. A volte, si tratta di reati particolarmente odiosi. Nella travagliata provincia del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, dove la media di stupri denunciati si attesta intorno ai 350 casi, le vittime sono talvolta sottoposte a mutilazione genitale.
Ancora piu’ preoccupante e’ l’eta’ di molte vittime. Il 50% delle giovani donne in certe aree violente di Haiti e’ rimasto vittima di stupri o attacchi a scopo sessuale. Una su tre, tra le poche tra loro che cercano giustizia, ha meno di tredici anni. In Liberia, nel corso di un mese particolarmente violento, all’inizio dell’anno, la maggioranza delle vittime di stupri denunciati aveva meno di dodici anni, e alcune di loro non arrivava ancora a cinque anni.
Questi esempi vengono da paesi nei quali esiste una presenza di forze di pace delle Nazioni Unite. Grazie alla decisiva risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1820, adottata lo scorso giugno, l’utilizzo della violenza sessuale come strumento di tattica bellica e’ ora riconosciuto come una questione relativa a pace e sicurezza internazionali. In base alla risoluzione, le missioni di pace, in particolare quelle il cui mandato si estende alla protezione dei civili, devono ora includere la tutela di donne e bambini da ogni forma di violenza nei loro rapporti periodici sulle situazioni conflittuali. La risoluzione 1820 da’ anche mandato di attuare la politica di tolleranza zero in materia di sfruttamento sessuale da parte del
personale Onu della missione, e fa appello ai paesi che forniscono truppe e polizia affinche’ siano pienamente responsabili in casi di violenza.
L’adozione della risoluzione 1820 e’ parte di una crescente tendenza globale volta a debellare tale piaga. Il Forum che si e’ tenuto nel febbraio scorso a Vienna sulla lotta al traffico di esseri umani, e il continuo ruolo di vigilanza e guida esercitato dall’Assemblea generale sono altre indicazioni dell’impulso ad agire su scala internazionale.
Sul piano nazionale, un numero sempre maggiore di paesi si adegua all’obbligo di tutelare le donne attraverso un’ampia attivita’ legislativa, un rapporto di collaborazione piu’ intenso e sforzi accresciuti di
coinvolgere uomini e ragazzi nell’affrontare il problema.
Si tratta di un segno positivo, che non nasconde pero’ le lacune che ancora esistono. Occorre fare di piu’ per dare esecuzione alle leggi esistenti e combattere l’impunita’. Bisogna combattere atteggiamenti che tendono a perdonare, tollerare, giustificare o ignorare la violenza commessa contro le donne. E vanno aumentati gli stanziamenti finanziari a sostegno delle vittime e delle donne sopravvissute alla violenza. Ho una ferma determinazione a moltiplicare tali sforzi, anche attraverso la mia Campagna globale ìUniti per porre fine alla violenza contro le donneî, che punta ad aumentare il livello di consapevolezza pubblica, nonche’ la volonta’ politica e le risorse a disposizione, oltre che a creare un
ambiente propizio a trarre pieno profitto dagli impegni politici esistenti.
La responsabilita’ di contribuire a porre fine alla violenza contro le donne incombe su tutti noi, donne e uomini, soldati e operatori di pace, cittadini e governanti. Gli Stati devono onorare il proprio impegno a prevenire la violenza, consegnare i responsabili alla giustizia e risarcire le vittime. E ognuno di noi ha il compito di diffondere questo messaggio in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle comunita’, come contributo alla lotta per far cessare la violenza contro le donne.

8 Commenti

  1. Redazione dice

    Segnaliamo questo gravissimo fatto di cronaca, uno dei tanti che in questi giorni abbiamo monitorato. Uno dei tanti perchè, a ben voler guardare, i segnali di un degrado della nostra società e di una mentalità garantista nei confronti di certi comportamenti illegali, è sotto i nostri occhi.

    Milano, la violenta per otto mesi “L’avevo comprata per 1.000 euro”

    Ha comparato una donna per mille euro, così come si compra un televisore o un motorino di seconda mano. La considerava di sua proprietà, tanto che è corso a denunciare la sua scomparsa quando lei ha trovato il coraggio di ribellarsi ed è scappata dalla casa-prigione in cui era stata rinchiusa da otto mesi.

    E’ stato arrestato a Milano un pensionato di 57 anni accusato di violenza sessuale e sequestro di persona. In Mozambico, aveva acquistato una donna di trent’anni, l’aveva convinta a seguirlo in Italia con il miraggio di sposarla ma in casa la violentava e, per una manciata di soldi, la vendeva agli amici.

    L’aveva comprata dagli zii africani che aveva conosciuto durante una delle sue consuete vacanze in Mozambico. Ne aveva carpito la fiducia offrendo loro piccoli regali e convincendoli che amava la nipote ed era pronto a sposarla se l’avesse seguita a Milano.

    “E’ un uomo asservito totalmente alle pulsioni sessuali”, ha scritto di lui il giudice Mariolina Panasiti che ha convalidato il fermo. “Aveva realizzato il sostanziale acquisto della parte offesa dai parenti rivendicandone una condizione di possesso”. Cento euro al mese ha versato il pensionato alla famiglia d’origine da quando la donna ha raggiunto Milano nel febbraio scorso, le rate per saldare il prezzo d’acquisto.

    “Io l’amo – ha detto ai carabinieri che gli mettevano le manette – e lei era consenziente. Nonostante tutto, sono disposto a riprenderla”, ha detto per nulla sfiorato dall’idea che quelle pratiche sessuali che infliggeva alla sua “amata” erano vere e proprie torture. Di questo la donna africana si lamentava con due amiche, ma non trovava mai il coraggio di denunciare il suo aguzzino. “Con le botte e la paura di altri orrori – scrive il giudice – l’imputato era riuscito a soggiogarla”.

    Spesso i vicini sentivano le sue urla superare il chiasso della televisione accesa a volume alto. Finché il 9 ottobre scorso, la giovane donna africana è riuscita a rompere le catene della schiavitù e a denunciare tutto ai carabinieri. Ora lei è ospite di una comunità protetta mentre, dopo una breve indagine che ha confermato il racconto di brutalità e violenze fatto ai carabinieri, il pensionato è stato arrestato.
    Repubblica 27.11.2008

  2. redazione dice

    Ecco la mozione presentata dalle senatrici del Pd:

    Mozione
    Il Senato,premesso che la violenza, prevalentemente intrafamiliare, è la prima causa di morte delle donne;
    in Italia, secondo i dati ISTAT e del Ministero dell’interno, nel corso dell’ultimo anno, un milione di donne ha subito violenza fisica o sessuale e nei primi 6 mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1.805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di sevizie o maltrattamenti;
    dal 2004 al 2005 le violenze sessuali sono aumentate del 22% e un caso su tre di decessi consequenziali a violenze carnali riguarda attualmente donne uccise dal marito, dal convivente o dal fidanzato;
    sono in costante ascesa le molestie ripetute e ossessive (c.d. stalking) nei confronti di donne che sfociano spesso nell’uccisione della vittima o che comunque le causano rilevanti pregiudizi psicofisici;
    l’intensità e il grado di diffusione di tali forme di violenza e abuso nei confronti delle donne sono tali da avere suggerito la letteratura sociologica a coniare il termine di “femminicidio”, a proposito
    di tale attacco alle donne intese come genere;
    per la copertura degli oneri derivanti dal decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, recante disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie, il Governo ha operato numerosi tagli alle autorizzazioni di spesa previste dalla legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008);
    in particolare, tra le varie e numerose autorizzazioni di spesa, prima azzerate e poi ripristinate, si segnala quella per il fondo, con una dotazione di 20 milioni di euro per l’anno 2008, destinato a un
    Piano contro la violenza alle donne, istituito dall’articolo 2, comma 463, della legge finanziaria 2008, finalizzato alla prevenzione, all’informazione, alla sensibilizzazione nei confronti del fenomeno della violenza contro le donne, nonché al sostegno dei centri antiviolenza e delle caserifugio;
    nel disegno di legge recante “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato” di cui all’AS 1209, non è previsto il ri-finanziamento per l’anno 2009 del medesimo fondo per il Piano contro la violenza alle donne, né tantomeno sono previste misure di sostegno per i
    centri anti-violenza, in particolare di quelli del Mezzogiorno, che versano in condizioni di grave difficoltà;
    considerato che
    tali strutture svolgono quotidianamente un’azione di assoluto rilievo non solo nella tutela, nell’assistenza delle vittime, ma anche nel contrasto agli abusi e alla violenza contro le donne;
    è in tal senso particolarmente significativo che nelle zone nelle quali sono presenti centri antiviolenza o case-rifugio si sia potuto registrare un significativo incremento nel tasso di denunce, tale
    da contribuire a ridurre sensibilmente l’entità della cifra oscura;
    tale circostanza dimostra come la presenza sul territorio di simili strutture concorra a sostenere le donne vittime di violenza nel difficile percorso di rielaborazione e denuncia del crimine subito, contribuendo a formare una coscienza collettiva sensibile al problema e consapevole della necessità
    di promuovere una cultura rispettosa della differenza e del valore della donna nella società, secondo quanto auspicato tra l’altro dall’Unione europea e dalla Conferenza di Pechino del 1995;
    impegna il Governo
    a stanziare risorse adeguate al fine di promuovere la diffusione in tutte le zone d’Italia e in particolare nel Mezzogiorno, dei centri anti-violenza e delle case-rifugio, quali strutture indispensabili per la tutela delle vittime di violenza sessuale, nonché per il contrasto a tale crimine, la sensibilizzazione della società nei confronti di questo fenomeno e la promozione di una cultura che riconosca il valore e i diritti delle donne;
    a valorizzare la funzione dei centri-antiviolenza e delle case-rifugio, destinando a tali strutture finanziamenti sufficienti rispetto ai loro compiti, tipizzandone tra l’altro funzioni e finalità, nonchè mettendo a disposizione delle donne che non comprendano la lingua italiana un mediatore culturale per comunicare con il personale dei centri;
    a istituire un Registro dei centri accreditati in base a precisi criteri, nonché un coordinamento nazionale dei centri anti-violenza;
    a ricomprendere, all’interno dei livelli essenziali delle prestazioni di accoglienza e socioassistenziali, di attività a tutela delle donne vittime di violenza, quali in particolare quelle volte all’assistenza e al soccorso di tali persone, nonché all’istituzione di centri antiviolenza e case-rifugio
    per l’accoglienza temporanea alle persone che subiscono violenza, anche ad indirizzo riservato, cui attribuire competenze nell’ambito della progettazione dei percorsi di reintegrazione personale e
    sociale.

  3. redazione dice

    Riportiamo l’intervento dell’On Barbara Pollastrini sulla violenza alle donne in occasione della discussione sul disegno di legge sulla sicurezza tenutosi il 25 novembre alla Camera dei Deputati

    “Signor Presidente, mi domando – e lo chiedo alle colleghe e ai colleghi – quale sia la malattia così grave che sta colpendo le classi dirigenti del nostro Paese. Infatti, le parole della collega Pelino che ho appena ascoltato non possono nascondere un’evidente rimozione. Oggi, lo diceva lei e lo ha detto prima il collega Marco Minniti, è la Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Si tratta di una data non solo simbolica, voluta dalle Nazioni Unite per impegnare istituzioni e Governi in una riflessione e, insieme, in un rendiconto dei piani di contrasto della più tragica delle rimozioni del mondo contemporaneo, una piaga ritenuta centrale per una visione della sicurezza che sia efficace, concreta ed insieme umanitaria. Ebbene, le parole della collega Pelino, che io apprezzo, buttate lì frettolosamente, non possono non farci vedere una cosa: proprio in quest’Aula – e sono sincera, lo dico non con piacere ma con amarezza – la Ministra per le pari opportunità non ha sentito il dovere, oggi, di manifestare una propria opinione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). Non ha sentito il dovere di farlo con parole che potessero parlare, dando un minimo di fiducia a donne disperate che, nel nostro Paese, stanno lottando, anche in queste ore, credetemi, per la propria dignità, contro umiliazioni, persecuzioni e soprusi che, talvolta, arrivano all’annichilimento finale. Ritengo che, in giornate come questa, non ci sia nulla di più importante e di più prezioso se non il tentativo paziente delle istituzioni nel voler tessere proposte condivise, forti, concrete ed efficaci.
    Se qualcuno di voi, di noi, avesse la pazienza di dare un colpo d’occhio ai quotidiani europei, potrebbe verificare che ogni testata autorevole oggi commenta la responsabilità delle élite e delle coscienze su quella che è ritenuta, appunto, la più drammatica delle emergenze democratiche e sociali e sui compiti morali – si voglio usare questo aggettivo: morali innanzitutto – delle istituzioni.
    Ma la differenza qual è? La differenza è che i Governi interpellati rispondono; penso alla Francia di Sarkozy, che ha risposto con un programma d’azione di oltre 80 milioni di euro o alla Spagna di Zapatero, che ha risposto con un piano di 120 milioni di euro, mirato a campagne di prevenzione, di formazione e di informazione, di tutela delle vittime e, certo, naturalmente anche a quegli adeguamenti delle leggi che interessano noi stessi in Italia anche in termini di certezza e di efficacia della pena.
    Ebbene, l’Italia anche su questo rischia di distinguersi, ahimè, negativamente con questa maggioranza, con una malattia che potrei definire di «dimenticanza patologica», frutto di ripiegamenti culturali, ma anche di cinismo, mascherati sovente di demagogia che sta contagiando le nostre élite.
    Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, quando ho avuto l’onore di rappresentare il nostro Paese in una sessione delle Nazioni Unite sui diritti umani, ricordo bene, anche in quell’occasione davvero solenne, la valutazione del segretario delle Nazioni Unite e della Presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Le loro parole furono: nessuna riforma dell’ONU, nessun Governo democratico mondiale potrà avere un vero inizio se, alle parole sicurezza e cooperazione, non si aggiungerà il riferimento esplicito ai diritti umani in una sorta di trittico inseparabile. E – aggiungevano – nel nostro presente tutto questo significa innanzitutto i diritti umani delle donne e delle bambine.
    Colpisce che, con questa maggioranza, si cerchi di far prevalere come oggi, negli atti spesso declamatori, nelle proposte e così nelle coscienze, cosa che riguarda sempre le classi dirigenti, una visione parziale estemporanea frammentata, come ricordava l’onorevole Minniti, dell’idea di sicurezza, anche per quanto riguarda l’idea di sicurezza delle donne e delle bambine. Donne, e mi rammarico a dirlo qui, i cui drammi emergono e vengono usati quando serve (ci ricordiamo qualche campagna elettorale), per poi essere rimossi quando, in una logica di marketing della politica, non servono più, perché può essere utile attrezzare d’improvviso un’attitudine di ottimismo.
    Come gruppo del Partito Democratico ci è sembrato doveroso, oggi, depositare una mozione con la quale chiediamo che questa Aula dedichi una seduta del suoi lavori al tema dei diritti umani e della sicurezza delle donne e soprattutto dedichi una seduta alla discussione di un piano d’azione concreto contro molestie, soprusi e violenze.
    Ci auguriamo che altre mozioni e altre voci si aggiungano. Non ci interessa un primato su questo terreno: quello che ci sta a cuore per davvero è una discussione seria, responsabile e propositiva.
    Anche per questo, come gruppo dei Democratici e delle Democratiche abbiamo indirizzato una lettera al Presidente Fini affinché, insieme ai presidenti dei gruppi, calendarizzi un confronto al più presto su questi temi.
    Il libro nero dei diritti umani delle donne e della loro sicurezza è noto nella sua crudezza e tragicità. È un’emergenza talmente drammatica che le Nazioni Unite sono impegnate per l’introduzione del delitto specifico di femminicidio. È aperto, la dico così, un conflitto nel mondo, una vera e propria guerra sparpagliata che ha come oggetto il dominio sul corpo delle donne.
    In interi territori cresce la determinazione femminile per la propria dignità ed autonomia. Si affermano, e lo vediamo ogni giorno, nuove leadership e, anzi, per questo pressioni e rigurgiti fondamentalisti si manifestano con una virulenza inaudita e terribile. Ma un’oppressione maschilista e proprietaria, fatta di umiliazioni, molestie, soprusi, fino ad arrivare allo stupro e all’omicidio, si consuma anche in Europa e nel nostro Paese, nel silenzio delle case, delle famiglie e del circuito affettivo di molte donne e bambine.
    Immagini recenti hanno scosso la coscienza dell’opinione pubblica, di istituzioni e non possono non scuotere la coscienza di tutta la nostra Aula. Penso al viso di Aisha, lapidata a morte in Somalia a soli 13 anni lo scorso 27 ottobre, ai volti sfigurati dall’acido delle studentesse di Kandahar, a Hina, uccisa in Italia da un padre padrone, perché voleva vivere la propria esistenza in libertà, alle suore
    vittime di fanatismo, alle donne e alle bambine vittime di stupri collettivi e alla realtà delle bambine in Cina che non nasceranno mai perché bambine.
    Ma sono anche le tragedie in Italia di Sara, di Giovanna (che oggi è stata dimenticata) e altre come loro uccise a seguito di un rifiuto amoroso, di Barbara, quella donna in attesa del terzo figlio incinta di otto mesi, ammazzata dopo mesi e anni di maltrattamento da suo marito. Sono i drammi di donne violate perché omosessuali e transessuali, di giovani percosse e usate nel corpo perché più indifese, e questa forse è la cosa più orribile, in quanto portatrici di diverse abilità.
    Sono, insomma, le innumerevoli storie di donne di diverse età e ceti sociali costrette al calvario di molestie e persecuzioni. Parlano le cifre ISTAT: sono 6 milioni e 743 mila le donne che sono rimaste vittima di molestie o violenza fisica, psichica o sessuale nel corso della vita. Nel mondo, per dirla in sintesi, una donna su tre nella sua vita è stata o è destinata ad essere almeno una volta vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica. In Europa e in Italia questo numero è una su quattro.
    Il rispetto dei diritti umani delle donne, dunque, assurge ancora a volta a simbolo dei diritti umani e civili di ogni persona, a simbolo della responsabilità della politica e, quindi, a simbolo dell’impegno per ogni lotta contro ogni forma di discriminazione per ragioni di razza, religione, diversa abilità, età, orientamento sessuale e identità di genere.
    Per tutte queste ragioni è auspicabile in Aula l’approvazione delle proposte di legge contro le molestie inesistenti, la proposta di legge che abbiamo riproposto in discussione, così come la proposta di legge contro la violenza che riconosca e coordini un piano di azione e la proposta di legge contro l’omofobia presentata dalla collega Paola Concia e tutte le proposte di legge legate al rispetto dei diritti della persona presentate e discusse attualmente nella Commissione giustizia.
    Insomma, l’obiettivo comune dovrebbe essere dare solidità ad un piano d’azione che affronti il tema della prevenzione, dell’educazione civile, della formazione, dell’informazione, del rispetto della donna nell’immagine pubblica e mediatica della tutela delle vittime, della certezza della pena, del riconoscimento di centri, associazioni e di tutte quelle competenze indispensabili che, in armonia con la Conferenza unificata Stato-Regioni e Stato-città ed autonomie locali, possano veramente svolgere quella funzione che le donne si aspettano.
    Non volevo ora intervenire in termini polemici proprio perché sta a cuore a tutti noi davvero che quest’Assemblea abbia uno scatto sul grande tema dei diritti umani. Ma fatemi dire una cosa: se davvero c’è una condivisione minima della centralità della questione dei diritti umani, perché non si è ripristinato un fondo (che peraltro ai miei stessi occhi non sembrava sufficiente) di 20 milioni di euro perché questo piano prenda avvio? Perché ciò è avvenuto? Perché l’osservatorio nazionale che ha il compito di monitorare costantemente l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – della tragedia delle molestie e della violenza è stato cancellato? Perché è stato cancellato il forum che doveva coordinare tutti gli operatori e i protagonisti di una battaglia di civiltà? Guardate, questi sono temi che dovrebbero stare a cuore a tutti.
    Pertanto, credo che oggi, parlando di sicurezza, su questioni apparentemente diverse, anche noi avremmo compiuto una gravissima rimozione se non avessimo iniziato ad affrontare ciò che noi – credo non solo io – ma tutte le persone civili e per bene, tutti gli uomini e le donne civili di questo Paese ritengono una questione primaria di rispetto, di civiltà, di democrazia e – fatemelo dire per quanto mi riguarda – di sorellanza verso tutte le donne, in particolare quelle che in questo momento soffrono di più (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni).”

  4. redazione dice

    Pubblichiamo l’intervento di Nicole Kidman, ambasciatrice dell’Onu per il Fondo di aiuto alle donne:

    «Una su tre subisce abusi. La vita senza violenza è il diritto di ogni donna»
    di Nicole Kidman
    Una donna su tre può subire abusi e violenze nel corso della sua vita. Si tratta di una tremenda e diffusa violazione dei diritti umani e non di meno rimane una pandemia in gran parte invisibile e sottostimata. Provate a pensarci: essere una donna o una bambina vi mette in pericolo. Altrettanto inquietante è il fatto che troppe persone – gente della strada come esponenti di governo – ritengono inevitabile la violenza contro le donne.

    Dobbiamo cambiare questa mentalità. È di vitale importanza che si prenda coscienza del problema della violenza contro le donne e che la si consideri una forma di violazione dei diritti umani. Si tratti di violenza domestica, di stupri in tempo di guerra o di pratiche quali la mutilazione genitale femminile o i matrimoni forzati o in età quasi infantile, la violenza contro le donne è un crimine che non può essere tollerato. La violenza contro le donne, dovunque si verifichi, va contrastata con il massimo rigore della legge.

    Sono diventata ambasciatrice del Fondo delle Nazioni Unite per le donne (Unifem) per dare voce alle donne e alle bambine che hanno subito violenze e abusi. In un numero crescente di Paesi le donne si stanno rifiutando di essere vittime passive. Le donne si stanno organizzando, si fanno sentire, chiedono che i colpevoli rispondano dei loro atti e che si intervenga e dicono «NO» alla violenza che sono costrette a subire per il solo fatto di essere donne o bambine.

    È compito di tutti porre fine alla violenza contro le donne. Per questa ragione nel mese di novembre dell’anno passato in occasione della Giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne, l’Unifem ha lanciato su Internet la campagna «Dite NO alle violenza contro le donne» chiedendo alla gente di tutto il mondo di far sentire la propria voce e di aggiungere il proprio nome ad un movimento che si va facendo sempre più grande.
    Ad un anno circa di distanza centinaia di migliaia di persone di ogni parte del mondo hanno risposto alla campagna «Dite NO» e hanno vinto una grossa battaglia contro la violenza di genere: Nujood Ali, una bambina yemenita di 10 anni, è fuggita dalla casa del marito che era stata costretta a sposare e la sua avvocata, Shada Nasser, si è battuta per garantire la libertà della bambina. Dopo aver subito ripetute percosse e violenze sessuali, Nujood, andata in sposa all’età di nove anni, è scappata di casa cercando scampo in tribunale in cerca di aiuto. A differenza delle decine di migliaia di bambine che sopportano la terribile tradizione dei matrimoni in età pressoché infantile, Nujood ha avuto coraggio e ha avuto la fortuna di trovare una avvocata altrettanto coraggiosa nella persona di Shada specializzata nella difesa dei diritti umani. Il loro caso ha fatto il giro del mondo ad aprile quando, grazie all’intervento di Shada, Nujood non solo ha ottenuto il divorzio, ma ha visto premiato il suo coraggio e indicato una strada per la difesa dei diritti umani delle donne e delle bambine. Nujood è tornata a scuola e quando gli si chiede cosa intende fare in futuro risponde: «….Voglio esercitare la professione di avvocato».

    In passato in Kosovo ho avuto modo di ascoltare molte donne che, travolte da quel conflitto, avevano subito brutali violenze sessuali da parte dei soldati. I loro racconti avrebbero potuto essere ripresi dai titoli di giornale di oggi. La violenza sessuale è un’arma di guerra, uno strumento di terrore che colpisce la vita delle donne e degli uomini, manda in frantumi le comunità e costringe le donne a scappare di casa. E tuttavia troppo a lungo le violenze sessuali in tempo di guerra sono state avvolte nel silenzio e dimenticate dalla storia.
    Il 20 giugno 2008 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato una risposta al peso di quel silenzio adottando all’unanimità la Risoluzione 1820 che riconosce esplicitamente che non possono esservi né pace né sicurezza fin quando le comunità vivono all’ombra del terrore sessuale. La Risoluzione auspica uno sforzo maggiore da parte di tutti coloro che sono coinvolti in un conflitto per proteggere le donne e le bambine dalle aggressioni. È di tutta evidenza che porre fine alla violenza contro le donne è un tema ormai in cima alla lista delle priorità dei governi e di importanti organismi quali le Nazioni Unite.

    L’Unifem, unitamente al Segretario generale delle Nazioni Unite, auspica un sostegno di gran lunga maggiore al Fondo delle Nazioni Unite per porre fine alla violenza contro le donne che fornisce alle organizzazioni locali dei Paesi in via di sviluppo le risorse necessarie a trovare soluzioni pratiche e operative. Le sovvenzioni del Fondo dell’Onu hanno consentito di sventare il traffico di esseri umani in Ucraina, hanno aiutato le superstiti delle violenze domestiche a Haiti e hanno contribuito a far approvare una nuova legge sullo stupro nella Liberia tormentata dalla guerra.
    Progetti come questi e molte iniziative in ogni parte del mondo dimostrano che la pandemia di violenza contro le donne è un problema che ha una soluzione. Là dove ci sono impegno e risorse, maggiori sono le possibilità di cambiare le cose: le politiche possono essere modificate, si possono istituire servizi e si possono formare giudici e agenti di polizia.
    Di conseguenza in questo 25 novembre incoraggiamo i governi a tenere fede ai loro impegni e gli uomini e le donne a partecipare alle iniziative delle loro comunità per mettere fine alla violenza contro le donne e a far sapere alle autorità dei loro Paesi che attuare politiche volte a porre fine alla violenza contro le donne è importante per loro perché una vita senza violenza è il diritto di ogni donna.

    Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

    L’Unità, 21 Novembre 2008

  5. Daniela dice

    Ieri sera sono stata alla proiezione del documentario “la vittima e il carnefice” organizzata dall’Assessorato alle Pari Opportunità di Carpi.
    Interamente girato dal “vivo”, nel il commissariato di Bologna, con gli agenti chiamati d’urgenza per botte, violenze e liti in famiglia e con una giovane donna e madre, perseguitata da un ex compagno, il documentario mostra senza filtri una dilagante difficoltà del vivere oggi ma anche di chi rappresenta la giustizia e la tutela delle norme.
    Quindi non solo vittime e carnefici, come ben descrive il documentario, ma la scarsità di strumenti legislativi, l’impotenza, l’incapacità, l’ingiustizia.
    In sala l’autore e il Vice-questore di Bologna che da tempo si occupa della violenza nei confronti delle donne e che ha così maturato una buona professionalità, credo da autodidatta, su come accogliere, accompagnare, proteggere.
    Complimenti agli organizzatori.

  6. Redazione dice

    L’On. Ghizzoni ha sottoscritto l’appello dell’Associazione Donne in rete

    Lettera aperta al Governo e ai Senatori e ai Deputati del Parlamento italiano

    Donne in Rete in campo contro la violenza sulle donne. Il Parlamento approvi subito la legge attesa da anni

    Il prossimo 25 novembre si celebra la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In occasione di questo importante appuntamento l’Associazione Donne in Rete chiede al Governo e al Parlamento di accelerare l’iter di approvazione della legge per rafforzare le tutele penali e sociali nei confronti delle donne che ogni giorno subiscono violenze e aggressioni, spesso in ambiente familiare.
    Una legge che dia certezza di diritto a tutte le vittime di un fenomeno purtroppo in continua crescita e che, secondo le stime più recenti dell’Istat, indica in 14 milioni il numero di donne italiane che hanno subito almeno una volta nella vita atti di violenza fisica, sessuale o psicologica.
    Un dramma che solo in meno dei 10% dei casi ha trovato pubblicità attraverso una denuncia alle Autorità e che nel 75% dei casi ha visto come artefice della violenza un familiare o un conoscente della vittima.
    La scorsa legislatura si è chiusa senza che il Parlamento riuscisse ad approvare una legge che contribuisse a fermare questa piaga.
    Per questo Donne in Rete chiede che non sia vanificato tempo prezioso e che il Parlamento giunga quanto prima al varo di una legge che tuteli le donne nella loro dignità e nella loro vita.

    Rosaria Iardino Presidente Donne In rete
    On. Anna Paola Concia Commissione Giustizia
    Camera dei Deputati

  7. Patrizia dice

    Ricordo che questa mattina alle ore 11 a Carpi si inaugura un centro di ascolto per donne maltrattate:

    “Vivere Donna” è un Centro d’Ascolto rivolto a donne
    che subiscono maltrattamenti e violenze.
    Offre un servizio gratuito, che dà la possibilità alle donne di essere accolte, ascoltate
    aiutate a trovare soluzioni che portino all’uscita dalla violenza
    e fornisce informazioni sui vari Servizi operanti sul territorio
    delle Terre D’Argine, compresa la Consulenza Legale

    Data e Sede:
    Martedì 25 novembre – ore 11.00
    via Don Sturzo, 21
    Carpi

    Sempre oggi, 25 Novembre 2008, l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Carpi, organizza la
    Proiezione del documentario:

    “LA VITTIMA E IL CARNEFICE”
    (Italia 2008, 101 minuti)

    di Roberto Burchielli e Mauro Parissone

    Introduce la serata:
    Marcella Valentini – Assessora alle Pari Opportunità – Comune di Carpi

    partecipano:
    Mauro Parissone – autore del documentario
    Dr. Andrea Del Ferraro
    Vice Questore Aggiunto presso la Squadra Mobile di Bologna

    Data e Sede:
    Martedì 25 novembre 2008 – ore 21.00
    Auditorium – Biblioteca Multimediale
    Via Rodolfo Pio 1

    Carpi (Mo)

  8. redazione dice

    Pubblichiamo una nota del Partito Democratico sul tema:

    Donne: più diritti contro le violenze
    PD: “Governo stanzi fondi per piano d’azione”

    “Non da sola. Più prevenzione, più solidarietà, più libertà” questo è il titolo del Convegno promosso a Roma dal Partito democratico in occasione della giornata mondiale contro la violenza sul corpo delle donne indetta dall’Onu per il 25 novembre. Un’occasione per il PD per presentare una mozione a favore delle donne e contro la violenza. ”Chiediamo al governo – si legge nella mozione che come prima firmataria ha la democratica Barbara Pollastrini – di rifinanziare il piano di azione del Dipartimento pari opportunità mirato alla realizzazione di case rifugio, centri antiviolenza, associazioni femminili e misure a tutela delle vittime di violenza”.

    ”Chiediamo anche al governo – si legge nella mozione – la presentazione di un Piano d’azione per i diritti delle donne, contro le molestie per motivi di orientamento sessuale o religioso, per differenti abilità, razza e religione. In particolare l’esecutivo si impegni a stanziare per il Piano 20 milioni di euro nel 2009 e alla sua implementazione pari a 40 milioni di euro per il 2010 e a 60 milioni per il 2011. Solo così sarà possibile la realizzazione di azioni di recupero, campagne informative, misure a tutela delle vittime e attività di recupero”.

    Nella mozione presentata dai deputati e dalle deputate del PD, si sottolinea più volte come la drammatica realtà che molte donne vivono renda necessario un “intervento urgente”. Le cifre sono allarmanti: secondo i dati Istat nel 2006 sono 6 milioni e 743 mila le donne dai sedici ai settant’anni che sono rimaste vittime di molestie o violenze fisiche, psichiche o sessuali nel corso della vita; circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (il 4,8% della popolazione femminile globale); il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal proprio partner. Il 24,7% delle donne ha subito violenze da un altro uomo, 2 milioni e 77 mila donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking) dai partner al momento della separazione.

    Dati, questi, che fanno comprendere come le violenze e i soprusi che ogni giorno si perpetrano contro le donne non riguardano solo ‘mondi’ lontani o estranei a noi. “I guasti di una mentalità maschilista, forme di prepotenza e oppressione, molestie e violenze contro le donne – ricorda Pollastrini in una lettera al presidente della Camera, Gianfranco Fini – si consumano anche in Europa e in un Paese come il nostro. Spesso sono episodi e tragedie che avvengono nel silenzio delle case, al riparo di famiglie ‘rispettabili’ o nel circuito affettivo delle vittime”. ” Sulla base di queste considerazioni – continua Pollastrini nel suo messaggio – mi rivolgo a lei per chiedere la convocazione di una seduta specifica della Camera dedicata ai diritti umani delle donne e ai programmi contro ogni forma di intimidazione e di violenza. Una giornata dei nostri lavori nel corso della quale sia possibile l’esame di una mozione parlamentare presentata dal gruppo del Pd così come eventualmente da altri gruppi”.

    Per il Partito democratico, quindi, Il tema dei diritti umani delle donne è ‘centrale’ per il profilo democratico e la convivenza del futuro, per la stessa crescita economica e sociale del mondo in cui viviamo. Per tale motivo “tagliare 20 milioni di euro dal piano antiviolenza per darli all’Ici – osserva Walter Veltroni rivolgendosi al governo durante il suo intervento al convegno – significa non avere a cuore questo problema”.

    “Per noi questa è una parte importante per affermare un modello sociale di diritti diverso. Dobbiamo avere coraggio, anche di restare in minoranza”, ha spiegato Veltroni ricordando come nei prossimi mesi centinaia, migliaia di donne perderanno il lavoro, la maggior parte un lavoro precario, e così si aggraverà “una situazione di solitudine che sta a monte e a valle della violenza sulle donne”.
    Veltroni ha richiamato anche l’impegno contro la “violenza tra i ragazzi, che troppo rapidamente viene identificata come bullismo”. Secondo il leader democratico, “c’e’ una grande battaglia culturale da fare, basta accendere la Tv. Io non sono un moralista, ma a 12/13 anni una volta ci si cominciava a interrogare. Oggi non c’e’ nemmeno il tempo di prepararsi all’interrogazione”. Il problema, per Veltroni, è “il modello di società individualista e solitaria” che sta dilagando e contro cui “dobbiamo combattere una battaglia”.

    I Centri antiviolenza in Italia sono poco più di un centinaio, ma là dove operano le denunce delle donne sono aumentate. ”Sempre più donne devono trovare il coraggio di denunciare la violenza subita – ha detto Vittoria Franco, ministro delle pari opportunità nel governo ombra – oggi sono appena il 5 per cento (sul totale di 14 milioni di vittime) quelle che riescono a rompere il silenzio”. I Centri, ha spiegato l’esponente PD, sono quasi tutti al Centro-Nord, al Sud sono pochi. E sono per lo più a carico del volontariato: associazioni di donne o singole persone che offrono gratuitamente il loro aiuto per sostenere chi ha subito violenza, ”spesso senza alcun sostegno da parte degli enti locali”. ”Ci sono Regioni, come la Toscana e la Liguria, che investono nei Centri e altre che invece si mostrano poco sensibili. Per questo serve un Fondo nazionale, con risorse certe”.

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