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“La crepa”, di Ezio Mauro

L’onda lunga di destra che spazza il Paese si è arrestata domenica sera, quando si sono aperte le urne del voto europeo. Un appuntamento che arriva appena un anno dopo il trionfo berlusconiano alle politiche, con una maggioranza schiacciante, e al culmine di un ciclo in cui il sistema di potere dominante ha sprigionato la sua massima potenza. In un giorno, quella macchina da guerra si è arrestata, nel momento esatto in cui il leader chiedeva e profetizzava il potere assoluto, con il 45 per cento dei voti per sé e l’alleanza con la Lega oltre il 50. Questa era la soglia politicamente sacra, la seconda presa del potere in un anno, la misura che trasforma il consenso in adesione, il governo in comando e il comando in dominio.

Tutto questo non è avvenuto. Ecco perché il Cavaliere tace da due giorni, nonostante nello spoglio delle amministrative, ieri, l’onda si stia richiudendo, con la destra che porta via pezzi interi di Nord trainata dal boom della Lega, conquista Napoli, si incunea nelle regioni rosse, con un Pd in calo ovunque e fortemente indebolito. Delle 51 province che aveva conquistato nel 2004 (solo 8 erano andate al centrodestra) il Pd ne tiene al primo turno appena 15, la destra ne conquista 25, altre 19 vanno al ballottaggio.

La destra italiana rimane dunque fortissima, pesantemente insediata nel territorio, rivitalizzata – e non solo al Nord – dall’energia elettorale e politica del partito di Bossi. Ma se il Pd nella grande sfida delle europee perde 4 milioni di voti, che sono tantissimi, il Pdl ne perde quasi tre milioni (2,8), e inaspettatamente. Si può dunque vincere, come Berlusconi ha fatto, e nello stesso tempo vedere con preoccupazione la grande crepa che si è aperta all’improvviso nel gigantesco monumento equestre che il Cavaliere stava erigendo a se stesso, simbolo perenne dell’alleanza tra il Capo e il suo popolo.
Bisogna partire da qui, dalla sorpresa psico-politica di un Paese che non si consegna mani e piedi al suo incantatore, convinto di averlo sedotto dopo la conquista. Certo, il premier può consolarsi con la netta sconfitta del Pd che cala precipitosamente di 7 punti.

Ma proprio da questo dato nasce una domanda che non si può eludere: di fronte al calo fortemente annunciato del Pd e mentre le sinistre battono in ritirata in tutta Europa, come mai in Italia la destra non se ne avvantaggia, ma anzi perde due milioni di voti, per di più senza che sia suonato un allarme, come un vuoto che si allarga all’improvviso in un meccanismo di consenso che si pensava garantito?

Oltre la soglia dei numeri, che parlano chiaro, c’è in politica una soglia simbolica che parla all’immaginario dei cittadini. Nei due principali partiti l’ultimo anno aveva fissato destini rovesciati. Per il Pd si profetizzava la polverizzazione, lo schianto, la sicura scissione (annunciata pubblicamente proprio dal Cavaliere), dunque la fine dell’avventura cominciata meno di due anni fa con Veltroni. Per il Pdl, al contrario, si annunciava lo sfondamento, con una crescita capace di portare la destra oltre la maggioranza assoluta, in modo da poter cambiare la Costituzione da sola, senza più impacci e condizionamenti. “Il Pdl è al 46 per cento”, aveva garantito il premier il 6 maggio. “Siamo sopra il 40 per cento e quindi siamo il partito più forte del Ppe”, aveva aggiunto il 16 maggio. “Alle europee l’obiettivo è molto più del 40 per cento e i sondaggi ci danno al 45” aveva spiegato il 23 maggio. “Gli ultimi sondaggi parlano di un Pdl al 43-45 e io sono certo che sarà così”, aveva concluso il 30 maggio.

Non è andata così, e il Pdl ruzzola dieci punti più in basso della profezia, perdendo il 2,1 per cento rispetto alle politiche. Soprattutto, si infrange il mito dell’invulnerabilità del Capo, condannato a vincere sempre, dopo la riconquista che lo ha riconsacrato premier nel 2008. La vulnerabilità del Cavaliere era già emersa chiaramente con il volto della paura nell’ultimo mese, sotto l’urto dello scandalo nato dal “ciarpame politico”, cioè dalle veline candidate per amicizia e non per merito politico, secondo una denuncia che ha fatto il giro del mondo. Questo scandalo ha portato alla luce altri casi collegati e controversi, da Noemi ai voli di Stato, alle feste in Sardegna, alle fotografie bloccate dalla magistratura. Tutto ciò è diventato un vero e proprio affare internazionale, commentato e giudicato (negativamente) dalla stampa europea e americana, tanto che persino i giornali italiani se ne sono dovuti occupare di rimbalzo. Le contraddizioni del Cavaliere nei suoi affannosi racconti, le diverse versioni messe in campo l’una dopo l’altra, le bugie accumulate inspiegabilmente e mai spiegate, gli insulti a Repubblica e ai giornali stranieri hanno semplicemente minato la credibilità del premier agli occhi dei cittadini, e anche dei suoi elettori.

La crepa si è aperta qui, nel rapporto di fiducia tra un leader e la sua gente, tra un Capo del governo e il Paese, e ha prodotto quella reazione di disincanto molto prima del previsto: con buona pace dei maestrini che per conformismo invitavano a parlare di ben altri problemi (pur di non parlare di questo), come se la menzogna del potere non fosse il problema principale nel rapporto tra la politica e la pubblica opinione, come l’America insegna. Ciò che troppi non hanno voluto capire, e le televisioni hanno attentamente occultato, lo hanno però capito i cittadini: e lo aveva probabilmente ben compreso il Cavaliere, se rivediamo gli ultimi frenetici giorni della campagna elettorale, dove Casoria sembrava aver sostituito Arcore nella geografia simbolica del berlusconismo.

Tutto ciò è costato consenso, in termini politici e addirittura personali. Nel calcolo delle preferenze, il Cavaliere pigliatutto che aveva sfiorato i tre milioni di voti sul suo nome nel 1994 e nel 1999, e aveva promesso di superare questa volta la soglia, si è fermato a quota 2 milioni e settecentomila. Mancano almeno 250 mila preferenze, e in una democrazia carismatica e populista non è un dato da poco.

La crepa dunque è aperta: ma non avvantaggia il Pd. I democratici sono giunti all’appuntamento con il voto logorati da un anno avventuroso, da risultati sempre critici, dal cambio traumatico non solo di un leader, ma del primo segretario, il fondatore. Le due anime assistono guardinghe ad ogni mossa di Franceschini, lo tengono in equilibrio precario, invece di fondersi si misurano a vicenda quotidianamente. Invece di sommarsi si depotenziano nei veti reciproci. Invece di fondare un nuovo riformismo guardano alle vecchie eredità, che non abbandonano per paura e per calcolo cinico. Piuttosto di lasciare spazio ai giovani (Debora Serracchiani, che ha scalato il partito da sola, ha superato nelle preferenze il capolista arrivato da Roma nel Nordest e persino Berlusconi) si stringono nella vecchia foto di famiglia dell’apparato, sempre uguale a se stessa. Così il partito soffoca appena nato e non decolla, mentre dovrebbe essere liberato per prendere il largo, affidato a forze nuove, con i vecchi capi che garantiscono un deposito di esperienza e di tradizione.
E tuttavia, non si può far finta di non sapere che la vera partita del Pd era il “Primum vivere”. Per il rotto della cuffia, dopo un anno disastroso, i democratici hanno salvato la pelle, chi pensava a scissioni deve rimandare il progetto a qualche occasione più conveniente, e lo strumento partito c’è. Malandato, arrugginito, ma in qualche modo c’è. È addirittura a disposizione di chi ci crede, di chi ha voglia di reinterpretarlo inventandolo, rendendolo partecipato, contendibile, aperto, e insieme presente nel Paese, insediato, consapevole della sua identità di sinistra, moderna, europea e occidentale: però sinistra, dunque chiaramente e fortemente alternativa alla destra realizzata che Berlusconi mette in campo ogni giorno.

Un partito di questo tipo può mettere in movimento l’intera area di opposizione. Aiutare la sinistra radicale a dare un valore ai voti ancora una volta dispersi, radunandoli dentro un contenitore politico con una leadership capace di parlare ad una fetta di sinistra; ingaggiare con Di Pietro, dopo la sua clamorosa ascesa, una sfida di responsabilità di fronte ai problemi del Paese, perché l’antiberlusconismo è anche questo; chiedere a Casini, dopo il buon risultato della sua corsa autonoma, di scegliersi un destino politico e culturale riconoscibile e riconosciuto. Solo in questo modo le opposizioni possono diventare un’alternativa. La crepa dimostra che si può contendere l’Italia a Berlusconi, senza lasciargli tregua sulla sua credibilità in crisi, incalzandolo con ciò che gli manca: una politica per il Paese. Un Paese in cui si sta rompendo il lungo incantesimo del Cavaliere.

La Repubblica, 9 giugno 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Sei milioni di voti in fuga da Pd e Pdl”, di Marco Castelnuovo

    Bipartitismo addio. Se solo un anno fa i due partiti maggiori superavano abbondantemente l’84% dei voti lasciando ai «piccoli» le briciole dopo il voto di ieri, i due grandi partiti raccolgono uniti un misero 61,4%. Tutto a vantaggio degli alleati, naturale approdo dei voti in uscita da democratici e pidiellini. Non c’è infatti uno scongelamento dei poli. Ancora regge lo steccato che «impedisce» ai berlusconiani di votare a sinistra e ai progressisti di votare un uomo di centrodestra, anche in elezioni tradizionalmente più «libere» come quelle europee. Ma nelle coalizioni la situazione è sempre più fluida.

    Come già ampiamente previsto, il primo partito d’Italia è risultato essere quello dell’astensione. Non era mai successo che andasse a votare meno del 70% degli aventi diritto. «E a soffrire di più della scarsa affluenza sono i partiti più grandi – spiega Paolo Natale, docente di analisi di sondaggi all’Università degli Studi di Milano -. La novità è che l’astensionismo degli elettori Pd era stata ampiamente prevista, quella del Pdl no».

    Sostiene Piergiorgio Corbetta, dell’Istituto Cattaneo, che il Pd ha perso un terzo del suo elettorato, più di quattro milioni di voti. E dov’è finito tutto questo tesoretto? «Oltre la metà si è astenuto – spiega sempre Natale -. Circa 800 mila voti sono andati a Di Pietro, mentre il resto è tornato alla sinistra estrema e al partito radicale: questa volta la campagna per il voto utile non è servita».

    A destra invece le cose hanno un segno diverso. La disaffezione verso Berlusconi non era infatti prevista, anzi. Ci si aspettava una maggiore propensione al voto a un governo tuttora «sulla cresta dell’onda» come in fondo successe alle Europee del 1994. Cos’è successo? Sicuramente una delle colpe è da ricercare in Sardegna e in Sicilia dove fatti locali hanno determinato una disaffezione nei confronti del governo. Ma il 90% degli elettori del Pdl si professa «fedele alla Chiesa», ovvero è un cattolico osservante. «Stimiamo che il 20-30% dei cattolici del Pdl non abbia votato il partito di Berlusconi, per i motivi etici che hanno investito il presidente del Consiglio», dice Natale. A leggere i dati, è soprattutto al Nord che «i frequentanti alla messa» (come vengono definiti dalle ricerche del settore) sono stati a casa. «Evidentemente più dei respingimenti alle frontiere dei clandestini sono stati divorzio e vicenda Noemi a raffreddare gli entusiasmi dei cattolici».

    I siciliani hanno deciso con chi stare nella diatriba in regione tra il governatore Lombardo e la maggioranza di centrodestra. Hanno punito il Pdl e premiato il presidente con un sorprendente 12%. Ha tradito anche la neoroccaforte sarda, dove è andato a votare il 40% degli aventi diritto. Per l’Istituto Cattaneo l’astensione è dovuta a «una potenziale delusione degli elettori sardi per la sottrazione del summit del G8, che potrebbe aver innescato una dinamica antigovernativa».

    E gli altri? Della genesi del boom di Di Pietro si è detto. Recupera delusi del Pd e integerrimi anti-berlusconiani che un tempo votavano a sinistra. Per Udc e Lega invece va fatto un discorso diverso. In entrambi i casi, la fedeltà dei propri elettori supera il 90%. Alla Lega è bastato avere 97mila voti in più per avere un 2% in più su base provinciale. Il voto è identitario e lo zoccolo duro non ha tradito nemmeno in questa occasione.

    La Stampa, 9 giugno 2009

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