memoria

“Enrico Berlinguer: Come immaginare una nuova democrazia in un’Italia diversa”, di Alfredo Reichlin

Dalla morte di Enrico Berlinguer è passato un quarto di secolo, e da allora tutto è cambiato: il mondo. Del comunismo si è sbiadito perfino il ricordo e l’ethos del paese è dominato da idee, culture, modi di vivere rispetto ai quali quell’uomo schivo che invocava l’austerità e che chiedeva ai giovani del suo partito di sottomettersi alla dura disciplina «dell’arido studio», sembrerebbe un alieno. Perché allora torniamo a parlarne? La verità è che – come sempre per certi anniversari – sono i problemi di oggi che ci interrogano.(…)
Berlinguer è stato l’emblema di un nodo fondamentale della storia italiana, affrontato consapevolmente (i suoi amici possono testimoniarlo) ma non risolto: quel peculiare sistema italiano quale era stato edificato dopo la Resistenza e la Costituzione e via via si era sviluppato durante la guerra fredda in un complesso gioco di equilibri interni e internazionali. Una democrazia incompiuta la quale però aveva garantito il progresso del paese.
Il Berlinguer che oggi torna ad occupare i nostri pensieri assume la responsabilità della segreteria comunista come un duro dovere e in nome del rifiuto di ogni mito (iniziò citando il Machiavelli che esorta a non almanaccare su «repubbliche che non esistono»). Ma egli era animato da una profonda convinzione: tornare a pensare la politica in funzione del fatto che le fondamenta dello Stato non si erano consolidate e che quindi ciò che era necessario non erano riforme dall’alto ma una seconda tappa di quella autentica rivoluzione democratica che tra il ’43 e il ’46 aveva trasformato l’Italietta sabauda e fascista nell’Italia repubblicana.
A me sembra che stia qui il punto su cui bisognerebbe tornare a riflettere. Perché questo non era il segno del suo anacronismo ma di un problema italiano tuttora cruciale: parlo del bisogno di una politica concepita come strumento di un nuovo protagonismo delle masse sub-alterne. Non sto parlando di movimenti di protesta ma di un vasto disegno politico basato su una diversa combinazione delle forze storiche, della formazione di un blocco culturale, dell’idea di porre la difesa e lo sviluppo della democrazia su una base più solida, su un nuovo rapporto tra dirigenti e diretti.
Questo era il suo tema. Ma se di questo si trattava, era del tutto evidente che egli non poteva sfuggire alla necessità di fare i conti con le ambiguità e il modo di essere del PCI quale la generazione di Togliatti ci aveva consegnato. Bisognava uscire dalla condizione di una opposizione ambiguamente collocata tra una vecchia cultura comunista alternativa al sistema e una visione nazionale (non solo di classe) dei problemi del paese volta a rendere possibile una funzione di governo. Lo sblocco del sistema politico creato dalla guerra fredda e la fine della democrazia dimezzata non erano più separabili dall’uscire dal campo sovietico. Di qui lo strappo. E, in coerenza, la dichiarazione sulla NATO come strumento anche di garanzia per la gestione stessa della lotta democratica.(…)
Io penso che Berlinguer vada giudicato in rapporto al suo disegno politico, ovvero al modo come si misurò con il problema della democrazia italiana quale in quegli anni 70 tornò a riproporsi. Anni drammatici segnati dal fallimento del centrosinistra, dall’inflazione a due cifre, da grandi sommovimenti sociali che investivano le scuole e le fabbriche; dall’avvento su scala mondiale di una svolta conservatrice che poneva fine al compromesso tra capitalismo e democrazia, dal terrorismo che cominciava a sparare e a uccidere. Riemergeva il grande tema della «democrazia difficile» (come la chiamò Moro) cioè delle basi fragili dello Stato italiano.(…)
Un problema cruciale e per certi aspetti analogo a quello che ancora ci assilla, era davanti a noi. Parlo del venir meno delle condizioni fondamentali che avevano reso possibile quello straordinario balzo dell’economia italiana che fu «il miracolo economico» e cioè il regime tipicamente italiano dei bassi salari, milioni di contadini che abbandonavano i loro paesi e si offrivano ai cancelli delle fabbriche, cambi fissi, una domanda mondiale crescente di beni di consumo durevoli (l’auto, i frigoriferi).
È tutto questo equilibrio che saltava, con l’internazionalizzazione dei mercati e il sistema politico ne fu scosso dalle fondamenta. Si tentò la strada del centro sinistra, il ’68 e l’autunno caldo gonfiavano le nostre vele. Si creava così – è vero – una situazione nuova favorevole al PCI ma anche altamente pericolosa perché se da un lato grandi forze spingevano verso il superamento del sistema politico bloccato dall’altro riemergevano tutte le fratture della società italiana: dalle cieche resistenze delle forze reazionarie, alla mobilitazione del sovversivismo cosiddetto di sinistra.
Di tutto ciò Enrico Berlinguer fu acutamente consapevole. La sua ossessione (posso testimoniarlo) era che essendosi rotto qualcosa di molto profondo nei vecchi equilibri italiani la situazione era arrivata a quel passaggio cruciale in cui se le spinte del paese verso il cambiamento non trovavano uno sbocco politico «avremmo subito una feroce reazione del sistema». Qui sta la ragione originaria di ciò che prese il nome di compromesso storico. L’idea di fondo era che per uscire da quel dilemma occorreva una sorta di patto costituente, il quale facendo leva sull’intesa tra i grandi partiti popolari consentisse al tempo stesso una mobilitazione di vecchie e nuove potenze sociali. Ciò che egli chiamò una seconda tappa della rivoluzione democratica.
Era un progetto forte. Ma i fatti, i duri fatti, dicono che non andò a buon fine. Tuttavia la prova tragica che quella ipotesi non era campata in aria l’ha dato il fatto che Moro è stato assassinato. E la contro prova che la posta in gioco era molto più seria di un «inciucio» tra comunisti e democristiani l’ha data il fatto che, subito dopo finisce la repubblica dei partiti. La DC viene decapitata, il PSI subisce quella metamorfosi che sappiamo e il PCI viene chiuso nell’angolo senza più una capacità di incidere nei grandi processi di ristrutturazione ormai in atto (la mondializzazione, il neo-liberismo, la rivoluzione conservatrice).
Il vuoto politico che si venne a creare era grande e molto pericoloso. Si aprì la fase della lunga transizione italiana che non so se si è chiusa ancora: il lungo travaglio volto a porre su nuove basi lo sviluppo di un paese che si europeizzava.
Sono passati 25 anni da allora. È finito il 900. L’URSS non c’è più. La storia del comunismo italiano è davvero storia conclusa. Perché allora parliamo ancora di Enrico Berlinguer? Sostanzialmente, io credo, perché nella sua opera c’è ancora qualcosa di politicamente operante. Questo qualcosa – per dirla in breve e per usare il suo lessico – io credo sia il bisogno oggettivo di un pensiero più lungo che non si affidi a una nuova filosofia della storia ma sia però capace di leggere la nuova struttura del mondo che resta in gran parte sconosciuta alle mappe di cui disponiamo. In ciò sta il senso del mio ricordo: nel bisogno di un pensiero che produca senso e che ci dica dove andiamo.

L’Unità, 10 giugno 2009

4 Commenti

  1. La redazione dice

    “La «questione morale»? Una lezione di onestà”, di Piero Fassino

    In questi venticinque anni che ci separano dalla scomparsa tragica di Enrico Berlinguer, tutto intorno a noi è diverso dal mondo in cui il più amato Segretario del Pci visse la sua straordinaria stagione politica e umana. E, tuttavia, tornare a riflettere sull’azione e sul pensiero di uno dei dirigenti che più ha segnato la storia della sinistra e della democrazia italiana è tanto più utile perché il nostro tempo ci consegna temi su cui Berlinguer ebbe intuizioni preziose e precoci.
    Quando il Segretario del Pci parlò di «austerità», nel nostro linguaggio non c’era ancora un’altra parola con la a accentata – «sostenibilità» – che è divenuta oggi di uso quotidiano. Era la metà degli anni 70, il tempo della prima grande crisi petrolifera, che spingeva i paesi produttori di petrolio a rivendicare un cambiamento delle ragioni di scambio e dei rapporti di mercato e di investimento con i paesi industrializzati e consumatori.
    I più guardarono in quel momento all’austerità berlingueriana con diffidenza, quasi fosse una forma di rifiuto della modernità. In realtà Berlinguer capì molto prima di altri che una concezione dello sviluppo come sola e ininterrotta produzione di beni e di merci è destinata a scontrarsi con i limiti invalicabili della natura e del destino umano. E che fondare lo sviluppo su basi sostenibili – demografiche, ambientali, sociali – è condizione perché la crescita sia capace di produrre benefici di cui possa godere una vasta umanità e senza pregiudicare le opportunità e il destino delle generazioni future.
    «Governo mondiale» fu altra espressione originale che Berlinguer coniò, volendo sottolineare la consunzione del sistema bipolare e la necessità di un nuovo equilibrio politico del pianeta, non più governabile soltanto sulla base dei rapporti di scontro o competizione o confronto tra Urss e Stati Uniti. Anche quell’espressione poteva sembrare utopica, quando invece Berlinguer anticipava così un tema che oggi la crisi della globalizzazione ci pone in modo stringente: la necessità di una governance globale e di un multipolarismo responsabile a fronte di un mondo sempre più unico e interdipendente, che non può essere retto dalle sole sovranità nazionali e dalle loro mutue relazioni. È ancora una delle affermazioni più note e forti di Berlinguer – la «democrazia come valore universale» – che torna oggi di prepotente attualità.
    Se ieri quell’affermazione aveva il significato forte e esplicito di contestare il comunismo sovietico e il suo carattere oppressivo, oggi la «questione democratica» torna di straordinaria attualità, in una società in cui i poteri delle nazioni si svuotano, i cittadini sentono più incerti i loro diritti, la politica e le istituzioni appaiono deboli e inadeguate e, anzi, crescente è lo spostamento di poteri, decisioni, risorse da istituzioni legittimate dai cittadini – «democratiche» appunto – a luoghi e sedi extraistituzionali e si affermano concezioni populistiche e plebiscitarie della politica e delle leadership.
    E, infine, come non vedere la straordinaria attualità di una concezione della politica non scissa da principi etici e regole morali. Per aver evocato la «questione morale» Berlinguer fu spesso accusato di settarismo e moralismo. In realtà in quella espressione c’era non soltanto la consapevolezza del degrado a cui il tessuto politico e istituzionale era pericolosamente esposto, ma soprattutto la ferma convinzione che la credibilità della politica e di chi la rappresenta consiste nella trasparenza, nella onestà, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni, nell’osservanza delle leggi e nell’adozione di comportamenti che non violino essenziali principi etici e morali in cui i cittadini si riconoscono. Valori e concetti di cui possiamo ben apprezzare la necessità in un tempo in cui la politica italiana ci consegna ogni giorno immagini assai deprimenti.
    Riflettere su Berlinguer, dunque, non per un’antistorica nostalgia, ma per avvalersi delle sue intuizioni e delle sue riflessioni in un tempo presente che, ancora una volta, chiede alla sinistra e ai riformisti di non aver timore – come non lo è per Berlinguer – di percorrere cammini inesplorati e di navigare in mare aperto.

    L’Unità, 11 giugno 2009

  2. La redazione dice

    «Era sempre avanti. Oggi avremmo bisogno di un leader come lui», di Pietro Spataro

    Su, parliamo di Berlinguer». È irremovibile Walter Veltroni. Ha detto che non parlerà del voto e così è. Proviamo con qualche tranello durante l’intervista ma niente: «Spataro, Berlinguer», dice. E quel 26,1% del Pd resta sullo sfondo. Così come vi restano le amarezze degli ultimi mesi.
    Allora: 11 giugno 1984, un giorno tremendo per l’Italia. Come ha saputo?
    «L’ictus che aveva colpito Berlinguer era devastante. Non avevamo molte speranze. Lo choc fu la notizia che arrivò da Padova nella tarda serata del 7 giugno. Una telefonata, la tv. L’idea che Berlinguer fosse in un letto di ospedale, senza coscienza era inaccettabile. Stiamo parlando di un leader che era, come dimostra l’intensità del ricordo, nella storia non nella cronaca».

    C’è un episodio di quelle ore che le torna in mente?
    «C’erano immagini girate durante l’ultimo comizio. La famiglia giustamente non voleva che fossero trasmesse. Per rispetto di chi stava combattendo con la morte e per evitare sfruttamenti elettorali. Erano arrivate sul tavolo di Grazia Neri, capo di una agenzia fotografica molto importante. Rinunciò al profitto per sensibilità umana, sembra una storia di altri tempi».

    Che rapporto aveva con Berlinguer, lei che era giovanissimo dirigente?
    «Affetto, ammirazione, riconoscenza. Io non venivo da una famiglia comunista. Incontrai, ragazzo, la politica di quest’uomo. Mi sembrava coraggiosa, carica di innovazione, capace di rompere schemi ideologici. Bisogna calarsi in quel tempo. Il Pci di Berlinguer arrivò oltre il 35%. Perché in lui si riconosceva una parte importante di persone che erano di sinistra ma non erano comuniste. Destò scandalo una mia affermazione persino ovvia. Si poteva essere nel Pci senza essere comunisti, senza credere alla dittatura del proletariato. Erano col Pci Altiero Spinelli o Sciascia o Natalia Ginzburg. Erano democratici che sceglievano Berlinguer perché stava portando il Pci su posizioni autonome in primo luogo dall’ Urss che per me e per altri era il contrario dei valori di libertà in cui credevamo».

    Quindi Berlinguer non è mai stato un uomo del passato?
    «No, aveva una grande curiosità per il futuro. Nella bella intervista pubblicata su questo giornale a proposito di Orwell, Berlinguer respingeva quel catastrofismo nostalgico che animava e anima ancora parte della sinistra. E ricordo la curiosità con cui partecipò alla prima manifestazione in teleconferenza che gli organizzai in quell’anno».

    Quali erano secondo lei i pilastri del grande carisma di Berlinguer?
    «Era sempre un passo avanti alla sua base. Lo fu strappando con l’Urss, dicendo che si stava più sicuri sotto l’ombrello della Nato. E poi intuì il valore dell’interdipendenza parlando di governo mondiale durante la guerra fredda, afferrò, con l’austerità, la questione della compatibilità dello sviluppo. Propose, con il compromesso storico, una politica capace di sbloccare l’anomalia italiana».

    E poi fu bloccata dal terrorismo…
    «Era una grande strategia. Spezzata dai colpi di fucile di Via Fani. La storia italiana cambiò quel 16 marzo e con la morte di Moro. Quel giorno forse anche Berlinguer cominciò un po’ a morire. Aveva sfidato ogni conservatorismo per una nuova fase della storia italiana. Aveva sfidato anche la potente Urss che lo considerava, giustamente, un nemico. E che ha fatto di tutto per eliminare».

    Dice Scalfari: di uomini così l’Italia avrebbe bisogno oggi. È d’accordo?
    «Assolutamente sì. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di uomini come Berlinguer. E di giornalisti come Scalfari».

    Evitiamo però di fare un santino. Quale è stato il suo grande limite?
    «Dopo la morte di Moro è come se la politica italiana fosse risucchiata nel conservatorismo. Tutti, come spaventati, tornano alle loro più sicure identità. Anche la politica di Berlinguer abbandona il rischio del dialogo e si rinchiude in una dimensione identitaria, la tomba dell’innovazione. Sono gli anni dello sciopero Fiat, del referendum, del rifiuto di una sfida di innovazione istituzionale necessaria».

    Craxi e Berlinguer. Chi ha avuto ragione secondo lei?
    «Diciamo che l’ideale sarebbe stato applicare la concezione della politica di Berlinguer ai contenuti e al dinamismo di quel Psi, quello del Congresso di Torino e della convenzione di Rimini. Quello in cui con Craxi pesavano Ruffolo e Amato più dei tanti che se ne impossessarono dopo. Berlinguer era interprete di una politica non contrattata, pulita e bella, quel Psi fu portatore di importanti innovazioni programmatiche».

    Ha detto Franceschini: nel Pci di Berlinguer ci sono le radici del Pd. Ma che c’entra Berlinguer con il Pd?
    «Mi sono chiesto spesso come Berlinguer avrebbe reagito al crollo del Muro. Sicuramente sarebbe stato dalla parte di chi combatteva per la libertà. Però non so dire come avrebbe tradotto questo in politica. Alla fine penso che un uomo finisca quando finisce il suo corpo e la sua mente. Però quello che è certo è che la generazione educata alla scuola di Berlinguer ebbe il coraggio di fare lo strappo. Per noi fu un passaggio doloroso ma naturale».

    Le cito alcune frasi di Berlinguer, mi dica cosa ne pensa: «I partiti hanno occupato lo stato, le istituzioni, la tv…»
    «La questione morale resta uno dei drammi dell’Italia. La politica mette becco dappertutto. E poi: se dopo cento anni mafia e camorra comandano pezzi del Paese che dire? Qualcuno deve riuscire ad annientare questo cancro».

    «Cambiare la società è obiettivo centrale dell’azione politica».
    «La vera questione italiana è proprio qui: c’è bisogno di chi vuole cambiare e non solo governare. Per cambiare bisogna governare. Ma si può anche governare senza cambiare nulla. È quel che accade in Italia oggi e da troppo tempo».

    «L’austerità, il rigore e la guerra allo spreco sono la leva su cui premere».
    Sì, assumiamola ma depuriamola della cupezza orwelliana contro cui lo stesso Berlinguer si scagliò. Il futuro è opportunità. A condizione che non si sperperino valori come solidarietà, coscienza ambientale, bellezza della democrazia..»

    «Se la politica si riduce solo al voto e ai sondaggi si stravolgerebbe la democrazia».
    «È proprio così: la politica si è indebolita e ha pochi rapporti con la società. È diventata territorio di carriere, caste e privilegi. Ha perso la sua luminosità. Se la politica diventa fredda tecnica si inquinano anche i progetti più belli».

    «Non può essere libero un uomo che opprime una donna»
    «Bellissima. Anche sul tema della donna arrivò prima di altri: liberazione al posto di emancipazione e fu un grande salto culturale».

    Ripensando a Berlinguer e guardando indietro non è pentito di nulla?
    «No, non sono pentito. Mai come oggi credo che la strada giusta sia quella di costruire un grande partito democratico riformista. Altrimenti siamo esposti al declino. Anzi io penso che questo andasse fatto dieci anni fa. Abbiamo dieci anni di ritardo…»

    C’è una lezione finale?
    «Credo che la lezione di Berlinguer abbia lasciato segni profondi. Se prendiamo un ragazzo di vent’anni che si occupa di politica oggi dentro di lui ci sono quelle tracce. Le tracce di uomo minuto e coraggioso che ha dato una forma alta all’impegno politico e alla passione civile».

    L’Unità, 11 giugno 2009

  3. La redazione dice

    “Riuscire a fare di un ideale un modo d’essere”, di Luigi Pintor
    Provo moltissima difficoltà a scrivere di Enrico Berlinguer. Non è solo per tristezza. Sento quello che è successo come una tragedia politica. È come se quest’uomo integro, verso il quale ho sempre provato una istintiva amicizia che in qualche modo sentivo ricambiata, fosse caduto vittima di uno sforzo troppo grande. Caduto in battaglia è una brutta espressione retorica, eppure è così. Come segretario del Partito comunista, ma io credo anche come persona, come coscienza politica e morale, Berlinguer aveva avvertito che la democrazia italiana sta correndo grandi rischi, che molti valori essenziali che abbiamo cercato di affermare nella società nazionale in questi decenni sono stati minacciati. E ha trovato, negli ultimi tempi, lui per sua natura così prudente, accenti estremi per esprimere questo convincimento, e suscitare energie capaci di rovesciare l’andamento delle cose. È tragico, e sembra quasi un ammonimento per noi, che si sia spezzato sotto questa tensione.
    (..) Egli appartiene a una generazione che, incontrandosi con il movimento operaio negli anni della seconda guerra mondiale, fece molto di più di una scelta politica come può essere intesa oggi, si identificò con una causa ideale e ne fece un modo di essere. Se non è stato facile per nessuno, in questi decenni, reggere alle tempeste che si sono abbattute sull’universo comunista senza smarrirsi e confondersi, quanto deve essere costato di intelligenza e sensibilità a uno che è diventato un capo senza pretenderlo?
    Schivo e fragile, sono due definizioni di Berlinguer che si leggono oggi sui giornali e facilmente si associano alla sua immagine: eppure ha aiutato milioni di uomini a orientarsi in un combattimento divenuto sempre più difficile, tra una tradizione che non può essere cancellata ma non basta più, e una invenzione o innovazione che è ardua, che non può essere improvvisata, ma è urgente e non sopporta rinvii.

    “Il coraggio di un leader”, di Norberto Bobbio
    Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della politica italiana.
    Penso alla vanità, all’esibizionismo, all’arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del «mestiere» della professione del politico. Ecco, in questo Berlinguer era diverso e per questo suscitava un senso di ammirazione che condivido.
    Spesso si è parlato della cosiddetta peculiarità del PCI. Ebbene, forse si potrà discutere della peculiarità del partito ma non certo di quella del suo segretario. Ciò non significa che io abbia sempre condiviso il suo modo di fare politica, soprattutto in questi ultimi tempi: penso alla richiesta a tutti i costi dell’unanimità, al ricorso alla piazza. Ma non posso negare che è stato un uomo di grande coerenza, intransigente nelle sue idee, in cui credeva.
    Insomma, un uomo di grande serietà morale e politica. E non privo di coraggio. Non sono mai stato d’accordo con coloro che criticarono Berlinguer quando venne a Torino per parlare agli operai durante il lungo sciopero alla Fiat. Fece quello che doveva fare, che riteneva fosse il suo dovere di leader del partito che alla classe operaia fa riferimento.

    “Così diverso dai politici…”, di Vittorio Foa
    L’immagine (che era poi la realtà) dell’uomo era ed è in violento contrasto con l’immagine consueta dell’uomo politico. Umanità, franchezza, modestia e discrezione – pure in un incarico di così grande autorità e di effettivo potere – sono connotati che fanno a pugni con le immagini ricorrenti di arroganza, astuzia, presunzione e ostentazione del potere a cui siamo ormai abituati. La trasparenza e l’onestà della vita privata e pubblica di quest’uomo ha un rilievo eccezionale sullo sfondo squallido dell’affarismo politico, piduista o no.
    Molti scriveranno della coerenza di Enrico. Ed è giusto. Ma vi è un altro coraggio di Berlinguer che voglio ricordare. È il coraggio di affrontare delle masse operaie tese ed esasperate, di parlare a loro con le parole chiare e semplici che sono le loro, senza lenocini verbali.

    “Se n’è andato un giusto”, di Alberto Moravia
    Faccio mie le parole del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Non è giusto, non doveva essere colpito un giusto.

    “La tristezza dei forti”, di Natalia Ginzburg
    Milioni di persone hanno pensato che sul nostro paese si è abbattuta una sventura tremenda, quel giovedì sera a Padova, nella piazza della Frutta, quando Berlinguer si è sentito male mentre parlava, ha voluto concludere il suo comizio, è stato portato via (…) Nel paesaggio politico italiano Berlinguer non rassomiglia a nessuno. I tratti del personaggio politico e pubblico, nella sua fisionomia e nella sua persona, erano del tutto assenti. Ed è anche per questo che gli italiani oggi, al di là di ogni ideologia politica, lo sentono così vicino. Non vedevano in lui nessuno di questi aspetti che tengono la gente a distanza, sia giusto o no. Era timido, e i personaggi politici o pubblici sono abitualmente stizzosi e rissosi. Era schivo. Aveva l’aria di chi non ama se stesso, non pensa a se stesso, non contempla mai la propria immagine dentro di sé. Aveva l’aria di conservare, dentro di sé, la propria solitudine. Aveva l’aria di conservare e custodire, dentro di sé, un profondo silenzio. Faceva migliaia di comizi, ha affrontato la fatica sovrumana di comizi continui, si è sentito male durante un comizio, e tuttavia dava sempre la sensazione di custodire un profondo silenzio dentro di sé. Si avvertiva in lui, invisibile all’esterno, tale forza era impossibile non avvertirla, e questo in ognuno che lo incontrasse generava stupore. (…)
    Era triste, e i personaggi politici abitualmente non sono tristi, perché il vero non lo affrontano, ma lo tengono a un’opportuna distanza. Lui dava l’impressione di vivere in una perenne dimestichezza con il vero, di non separarsene mai un istante. Era tuttavia la sua una tristezza niente affatto amara, era la tristezza dei forti, che prendono coscienza delle infamie a cui gli tocca assistere e le giudicano senza essere amareggiati. (…) Dell’impronta che ha lasciato la sua immagine e la sua esistenza, sulla scena politica italiana, è necessario che non vadano perse le tracce e che il paese non le dimentichi.

    “Era così leggero”, di Roberto Benigni
    Mi sarebbe piaciuto di più scrivere queste righe per la nascita di Berlinguer, invece quando nacque non se ne accorse nessuno. Una volta, a un festival dell’Unità, per ricambiare tutte le volte che mi ero sentito sollevato da lui, volli sollevare fisicamente Berlinguer in braccio, ricordo che era leggero leggero, tant’è vero che gli sussurrai all’orecchio come usava fare mia madre con me: Enrico , mangia…. Chissà se mangiava.
    Oh, il dono breve e discreto che il cielo aveva dato a Berlinguer era di unire parole ad uomini, ora la sua voce è sparita e se è vero, come dice il poeta, che la vita si spegne in un falò di astri in amore, in questi giorni è bruciato il firmamento, adesso so che si dirà: Berlinguer è morto torniamo indietro. Caro Enrico, troppo presto, morire a 62 anni è come nascere a 24 mesi: uno non ci crede. E io sono sicuro che magari fra una settimana Berlinguer apparirà alla televisione con una bella camicia hawaiana.
    Io aspetto.

    L’Unità, 11 giugno 2009

  4. La redazione dice

    “Bianca: quel giorno a Yalta con Ponomariov”

    Dal giorno della sua morte la famiglia di Enrico Berlinguer – la moglie, i suoi quattro figli – ha mantenuto un riserbo assoluto. Mai un’intervista né uno scritto sul marito e sul padre. «Perché così lui avrebbe voluto, perché niente si poteva togliere né aggiungere davanti a quella grande testimonianza di affetto collettivo», dice oggi Bianca. Ora che sono passati 25 anni, un quarto di secolo, la primogenita di Enrico ha deciso di condividere con i lettori dell’Unità un frammento del diario familiare. Una foto dall’album che ci lascia entrare per un momento nella sua vita privata e nei suoi ricordi, un varco in uno spazio gelosamente custodito: ci mostra il padre com’era e ci consente di immaginare di vederlo. Al mare, un giorno qualsiasi. È un regalo, in un certo senso. Lo accogliamo con gratitudine.

    Il racconto, di Concita De Gregorio
    Di papà amo ricordare quella frase di un’intervista a Giovanni Minoli: “Mi dà fastidio che dicano che sarei triste, perché non è vero”. È come lo dice che mi piace: sorridendo. Non era triste nemmeno un po’. Era introverso e tuttavia capace di essere anche molto estroso, in particolare con noi bambini. Ci portava alla ruota dell’Eur, in tutti i luna park delle città che visitavamo, a camminare in luoghi impervi e su rocce a strapiombo e poi in barca, a vela latina, quella senza deriva, nel mare di Stintino. Mia madre racconta che lui diceva sempre: se potessi scegliere come morire vorrei che fosse in mare. Mamma aggiungeva scherzando che più di una volta ci aveva pure provato. Affrontava il mare in tempesta con il cugino Paolo. Per lui il mare era un’avventura e una sfida. Una volta io e mia sorella Maria abbiamo fatto naufragio al largo dell’Asinara, fortunatamente papà era avanti e ha visto che non lo seguivamo più: di certo non saremmo potute rientrare a nuoto. Mi ha insegnato il mare. Un amore assoluto. E ad andare in bicicletta quando ero ancora piccolissima. In un giorno solo, al Foro italico. Io cadevo e lui diceva: devi risalire subito se no ti viene paura e non ci vai più. Sono tornata a casa con le ginocchia sbucciate ma avevo abbandonato definitivamente le ruotine. Sono sempre i padri che insegnano ad andare in bici, no? Con lui abbiamo imparato anche a nuotare. Un giorno in canotto. Ha detto, a me e ai miei fratelli: scommettiamo che se vi buttate nuotate? Io vado in acqua, voi tuffatevi, se non ce la fate vi prendo io. Ci aiutava nei compiti. Soprattutto storia e filosofia. E ci faceva capire se i nostri fidanzati gli piacevano ma senza dirlo: non era necessario, si vedeva molto chiaramente. Abbiamo quasi sempre pranzato insieme. Almeno quando poteva tornare a casa. Noi figli si parlava, spesso si litigava, lui soprattutto ascoltava. E ripeteva: non urlate, non urlate, per carità. Non era severo, era fermo. Abbiamo sempre fatto almeno quindici giorni di vacanze tutti insieme. Luglio si andava con gli amici, ciascuno coi suoi. Ad agosto insieme noi sei. Per anni abbiamo affittato a Stintino l’ultima casa del paese quella della signora Speranza. Allora era proprio un borgo di pescatori. Ciascuno di noi figli aveva il suo gruppo, si cresceva insieme un’estate dopo l’altra. Poi nel ’77 non ci potemmo andare più. Erano gli anni del terrorismo, c’erano grandi problemi di sicurezza. Ricordo un giorno a Roma, tornando a casa col Boxer, lo trovai da solo fuori dalla porta senza nessuno della scorta. Mi hanno convocato a scuola dei tuoi fratelli, mi disse, dobbiamo andare subito, portami tu. Andammo in due sul motorino, aveva il sellino da uno, io stavo in piedi sui pedali. Al ritorno sotto casa c’era uno spiegamento di forze: ma dov’è che sei andato, in motorino con tua figlia da solo, siamo matti? Fu l’unica volta. Era rispettosissimo delle regole della sicurezza soprattutto perché non voleva creare problemi ai compagni che stavano con lui: Menichelli, Franceschini, Righi, Alessandrelli. Siamo cresciuti con loro. Comunque: dal 77 non fu più possibile andare a Stintino. Quella casa non si poteva proteggere. Così per due anni andammo all’Elba, poi nel ’79 i miei decisero di portarci in Unione Sovietica. Yalta, Leningrado, Kiev. Si andò in nave passando dalla Grecia. Mi ricordo che all’arrivo affacciandosi dal ponte papà disse: “oddio c’è Ponomariov”. Ponomariov era il dirigente che si occupava dei partiti comunisti non al governo. Ci portarono in una casa sul mare con un bellissimo giardino. Papà ci disse, mi raccomando cercate di non parlare in casa perché sarà piena di microfoni, parlate all’aperto. Mia sorella Laura aveva 9 anni, ci fece impressione questa storia dei microfoni ma tanto che potevamo dire di segreto?, gli chiedemmo, lui sorrideva. Eravamo circondati dagli uomini della sicurezza sovietica, ci seguivano dappertutto. Se il mare era mosso non volevano che facessimo il bagno. Quando vedevano uno di noi figli entrare in acqua arrivavano di corsa e facevano segno col dito: “Berlinguer, no”. Ci chiamavano tutti Berlinguer. Allora andavamo a protestare da mio padre, io avevo 18 anni protestavo molto. E così lui veniva in acqua con noi: se entrava lui non potevano dir nulla. Capeggiava la ribellione familiare. Faceva il bagno con noi e i sovietici a quel punto dovevano spogliarsi ed entrare in acqua anche loro. C’era un’interprete che si chiamava Nina, allegra e chiacchierona, ma quando veniva a cena Ponomariov diventava taciturna e rigida, si cambiava, si toglieva i pantaloni e si metteva la gonna. Nell’Urss non siamo più tornati. Papà sì per i funerali di Andropov, quella volta che non volle mettersi il colbacco. L’anno dopo finalmente potemmo tornare a Stintino. Dall’80, qualche anno ancora. Di nuovo a veleggiare, papà era sempre al timone. Gli piaceva tantissimo il maestrale forte, mamma non voleva che ci portasse quando c’era mare ma ormai eravamo grandi e in barca ci andavamo da soli. Il giorno che è partito per Padova siamo andati all’aeroporto insieme. Lui a Genova, io in Sardegna. Ci siamo salutati lì. Quando mi hanno chiamata la notte ho capito subito che doveva essere una cosa molto grave: lui non avrebbe permesso che chiamassero a quell’ora. A Stintino, a casa di Speranza, non siamo tornati mai più».

    «Chiamammo così nostro figlio» E nell’85 «Enrico» spopolò

    Lo chiamiamo Enrico?» Lo sguardo lucido pensando all’ultimo comizio di Berlinguer, alla folla che lo accompagnò ai funerali. E l’idea, un po’ desueta negli anti-ideologici anni Ottanta, di trasferire con un nome sul proprio figlio tutto un mondo di valori, ideali, passioni che stava per scomparire. Quell’idea la ebbero in molti all’indomani della morte di Enrico Berlinguer. Nel grafico che accompagna la voce Enrico nel dizionario dei nomi di Alda Rossebastiano ed Elena Papa l’anno 1985 è scandito da un picco. Enrico è un nome della tradizione. «Ma un movimento che coincide con quel periodo è visibile», spiega Elena Papa. E vi si può leggere il riflesso di quell’emozione collettiva che il segretario del Pci aveva mosso in milioni di persone.
    «Per noi fu come quando in una famiglia muore il padre: il punto di riferimento finisce lì», racconta Umberto Luciani, commerciante. Suo figlio Enrico nacque il 30 giugno 1984. «Io e mia moglie eravamo iscritti al Pci, in quel nome per noi c’erano tutti gli insegnamenti che avremmo voluto dare a nostro figlio: l’etica, l’onestà, la moralità». Enrico ora fa il commesso, ha due figli. Non è iscritto a nessun partito.
    «Sono nato nell’anno dell’avanzata del Pci alle amministrative e mio nonno, che faceva il ciabattino e nel dopoguerra aveva anche ospitato la prima sezione del Pci nel suo laboratorio, volle che mi chiamassi come il segretario», racconta Enrico Cinotti, nato a Terni, classe 1975: «Avevo 9 anni quando morì, vidi i funerali com mio nonno che non era potuto andare a Roma: lui piangeva, io giocavo con il Supertele».
    MA.GE.

    L’Unità, 11 giugno 2009

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