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Ghizzoni e Coscia: “Trionfalismo della Gelmini ingiustificato”. Dall’OCSE critiche severe all’operato del Governo. “Ministro, non faccia orecchie da mercante”

”Il ministro Gelmini non faccia orecchie da mercante: il rapporto Ocse contiene severe critiche all’operato dell’esecutivo che viene giudicato disorganico, parcellizzato, lesivo dell’autonomia scolastica e privo di misure per recuperare le scuole e gli studenti piu’ deboli”. Cosi’ le deputate del Pd, componenti della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni e Maria Coscia commentano il rapporto Ocse sulla qualita’ della scuola in Italia.

”Sono critiche molto severe – sottolineano – che mettono radicalmente in discussione i tagli indiscriminati inferti al sistema scuola dal Governo Berlusconi. Non e’, infatti con i tagli che si potra’ realizzare una riforma organica in grado di superare definitivamente le troppe differenze territoriali denunciate ancora oggi con forza dall’Ocse”.

”Insomma – concludono – il rapporto Ocse contiene giudizi molto duri e limitarsi alle poche valutazioni positive, come sembra fare il ministro Gelmini nelle sue prime dichiarazioni trionfalistiche, mostra ancora una volta un atteggiamento di dannosa impermeabilita’ e chiusura alle sollecitazioni, anche se provenienti da autorevoli organismi internazionali, che, di certo, non fa bene alla scuola italiana e al futuro del Paese”.

4 Commenti

  1. La Redazione dice

    Pubblichiamo questa provocatoria riflessione di Ilvo Diamanti sulla situazione della scuola italiana:

    L’amorale del cinque in condotta, di Ilvo Diamanti

    Finito l’anno scolastico, arrivano le pagelle e gli esami. Con alcune importanti novità, dopo anni e anni durante i quali il passaggio da una classe a quella successiva avveniva in modo quasi automatico. Pochi voti, molti giudizi. E poi crediti e debiti. Da saldare con corsi di recupero più ipotetici che reali. Quest’anno si assiste a una brusca sterzata. Il percorso scolastico sembra all’improvviso tornato più aspro. Quasi come un tempo. (Quasi). Quando le bocciature o i rinvii ad ottobre erano frequenti. Lo ricordano bene quelli della mia generazione. Quelli del Sessantotto, che avevano protestato “anche” contro la selezione, considerata rigorosamente e rigidamente classista. (Lo è anche oggi, ma si riflette nella scelta dell’indirizzo e soprattutto dopo, nel lavoro). Ci si opponeva contro la bocciatura in sé, prescindere: perché “promuovere” – nel senso di insegnare, sostenere, ridurre le disuguaglianze – era il compito della scuola. Come recitavano Don Milani e gli allievi – divenuti a loro volta maestri – della scuola di Barbiana. Ebbene, da quest’anno Barbiana è più distante. Nel tempo e nella memoria.

    Il numero dei bocciati quest’anno pare in aumento. Dalle proiezioni su un campione di scuole, si parla di circa 380 mila studenti, pari al 15,4% nel complesso. Anche la cifra dei non ammessi agli esami di maturità sembra aver sfondato ogni record. Il 6% sul totale, circa 28 mila giovani. Si assiste, peraltro, anche se al proposito non vi sono ancora cifre, a una crescente sensibilità al voto in condotta. In generale, spinto verso il basso. D’altronde, se si va sotto il 6 è prevista la bocciatura oppure la non ammissione agli esami. È una sorta di marchio di fabbrica del governo e in particolare della ministra Gelmini. Dolce di aspetto, ma dura e inflessibile nelle scelte e nel linguaggio. Insieme a Brunetta e Maroni – che tuttavia interpreta il messaggio securitario della Lega – la più rappresentativa esponente del governo. Perché indica una cultura, oseremmo dire: un’ideologia. Fondata sul rigore. Un Sessantotto alla rovescia. Una marcia con gli occhi rivolti al passato. Per riportare il futuro prima di quella “frattura storica”. Anche se c’è molto mito in questa rievocazione. Perché ai tempi nostri, ben prima del Sessantotto, a fine anni Cinquanta, quando io frequentavo le elementari, il voto di condotta era l’ultima delle preoccupazioni. Anzi: prendere 10 in condotta era quasi un segno spregiativo. Perché marchiava i “buoni buoni”. (Nell’argot veneto: “un poco mona”). Quelli che non parlavano, non copiavano e non facevano copiare. Il 10 in condotta toccava, non a caso, perlopiù alle bambine e alle ragazze. Alle donne. Abituate alla disciplina, per ruolo sociale e familiare. L’insufficienza in condotta, peraltro, veniva adottata in casi estremi. Per punire i giovani teppisti. Quelli che le maestre e i professori non riuscivano proprio a contenere. Quelli che picchiavano i compagni e insultavano le maestre e i professori. Quelli, infine, che inanellavano più assenze che presenze. Insomma: i devianti. Rispetto a un’idea di condotta che richiamava il rispetto dell’autorità e della disciplina.

    Esattamente ciò che teorizza la ministra quando sostiene che “l’aumento delle bocciature sta a significare il ritorno ad una scuola dell’impegno, ad una scuola del rigore, ad una scuola che prepara i ragazzi alla vita”. Appunto: la scuola del “rigore … che prepara i ragazzi alla vita”. Che insegna e indica loro la linea di condotta da seguire. Appunto. Ma i modelli, i valori e le regole in base a cui orientare la condotta, chi li dà? Chi li esprime? Chi li interpreta e chi li propone? La scuola da sola? I professori e i maestri da soli? La scuola. A quale vita e a quale modello di società dovrebbe educare i ragazzi? A quali stili di vita, a quali linguaggi? Secondo quali valori? Oggi, in fondo, conta apparire. Comunque e in ogni modo. Apparire. Veline o amici, famosi o sedicenti tali. E per apparire devi scandalizzare, fregare gli altri, sfidare e schiantare il senso del “pudore” (una parola perduta, come tante altre). Se vai a un dibattito, devi insultare chi ti sta vicino, magari aggredirlo, lanciare minacce e usare il turpiloquio. Devi esibire in pubblico il tuo privato. Meglio se ascoltano le tue comunicazioni personali. Se sei un impotente (se invece sei un potente allora non ti possono intercettare). Perché questa società è tutta piegata a spiare dal buco della serratura. E le tecnologie della comunicazione – cellulari, videofonini, internet, you tube, social network – offrono a tutti infinite opportunità “private” di adeguarsi a questo imperativo.

    La scuola che boccia di più, che eleva il voto in condotta come simbolo del ritorno al rigore educativo appare, per questo, quanto meno singolare. E un po’ ipocrita. D’altra parte, coloro che dovrebbero trasmettere il messaggio educativo, gli insegnanti : i maestri, i professori, siano puntualmente apostrofati e stigmatizzati da autorevoli membri del governo come “fannulloni”. Incapaci. Impreparati. Come pretendere di possibile affidare agli insegnanti – poveri sfigati che si smazzano per uno stipendio modesto e pensano che un cellulare sia un telefono portatile – nientemeno che la “cura morale” delle giovani generazioni? La loro “educazione”? Il loro futuro? Anche la pretesa di affidare agli insegnanti un ruolo esemplare – e un messaggio esemplare: educare è punire. Fa sorridere un poco. Nessuna punizione può davvero preoccupare quando è comminata da figure che hanno perso autorità. Quando le vittime delle punizioni esemplari sono spalleggiati e protetti dai genitori. D’accordo sul rigore solo quando viene esercitato sui figli altrui.

    Per questo il ritorno del rigore, dell’inflessibilità, suscita molti dubbi. Deve aver suggerito prudenza anche ai filosofi che hanno ispirato questo disegno, ai tecnici che l’hanno tradotto in legge. Come, in fondo, suggerisce il cambiamento subito dal metro di misura adottato, rispetto a un tempo. La soglia critica, che produce la bocciatura, è il 5 di condotta. Ai miei tempi bastava il 7. Il limite è stato, quindi, abbassato. Per realismo. Un realismo, tuttavia, ancora irrealista. Perché se la scuola dovesse aiutare davvero i ragazzi ad affrontare la vita, come afferma la ministra Gelmini, il valore del voto di condotta andrebbe rovesciato. Occorrerebbe, cioè, bocciare ed escludere dagli esami non gli studenti che ottengono meno di 6 in condotta ma, al contrario, quelli che superano il 5.
    Perché loro, più degli altri sono coerenti con la condotta e con l’amorale pubblica del nostro tempo.

    La Repubblica, 18 giugno 2009

  2. La redazione dice

    “L’Ocse: scuola italiana in coda Costa troppo e ha prof vecchi”, di Giulio Benedetti

    ROMA — «È preferibile le­gare gli aumenti di stipendi dei professori a buone presta­zioni, piuttosto che aumenta­re gli stipendi a tutti gli inse­gnanti incondizionatamen­te ». È la terapia d’urto che gli economisti dell’Ocse consi­gliano al nostro Paese per mi­gliorare la qualità della scuo­la. Accompagnata necessaria­mente dall’introduzione di un sistema nazionale di valutazio­ne esterno. È tutto scritto nel capitolo dedicato alla scuola dello «Studio economico sul­­l’Italia », presentato in antepri­ma, alla presenza del ministro Gelmini, dal presidente di «Treellle», Attilio Oliva, insie­me ai risultati dell’indagine in­ternazionale Talis sull’insegna­mento.

    I risultati medi degli stu­denti italiani, messi in eviden­za dalle indagini internaziona­li, sono tra i più insoddisfa­centi dell’area Ocse. Un solo esempio: i nostri quindicenni risultano indietro di due terzi di anno scolastico nelle scien­ze rispetto alla media euro­pea, e di due anni rispetto ai migliori, i finlandesi. Ma la spesa per studente non è affat­to tra le più basse. La maggior parte dei Paesi economica­mente sviluppati spende me­no ed ottiene piazzamenti mi­gliori nelle «sfide» internazio­nali tra studenti. L’apparente contraddizione del nostro si­stema può essere riassunta co­sì: tanti prof malpagati. Quasi sempre avanti negli anni (so­lo il 3% ha meno di 30 anni). E soprattutto demotivati. La ragione principale per cui si accede alla professione sem­bra infatti essere soltanto l’ele­vata sicurezza del posto di la­voro. Sono gli insegnanti a scegliere le scuole e non vice­versa, come avviene nel resto d’Europa. L’avanzamento di carriera avviene solo per an­zianità e non è per merito. Tutto il contrario di ciò che serve ad una scuola per fun­zionare al meglio, secondo gli esperti.

    Tra i contrari alla carriera dei professori figurano sinda­calisti e politici. Attilio Oliva si rivolge a tutti loro, molto spesso simpatizzanti del presi­dente degli Stati Uniti, per ri­cordare quanto Obama ha det­to di recente sull’argomento: «Per decenni Washington è ri­masta intrappolata negli stes­si stanchi dibattiti che hanno penalizzato il progresso e per­petuato il declino educativo. Troppi nel mio partito si sono opposti all’idea di compensa­re con incentivi economici l’eccellenza nell’insegnamen­to, anche se sappiamo bene che questi incentivi potrebbe­ro produrre miglioramenti so­stanziali ». Entrando nel dettaglio lo studio dell’Ocse suggerisce al nostro governo di puntare su insegnanti «con una buona preparazione e ben motivati», di dotarsi di «informazioni af­fidabili » sul rendimento di ra­gazzi, prof e dirigenti, esten­dendo le rilevazioni dell’Inval­si, il nostro istituto di valuta­zione. Se una scuola produce ripetutamente pessimi risulta­ti, gli esperti suggeriscono l’adozione di piani che preve­dano la nomina di un nuovo dirigente scolastico e il rag­giungimento di standard ac­cettabili. In caso di un ulterio­re insuccesso scatterebbero la chiusura definitiva della scuo­la e il trasferimento dei ragaz­zi in altri istituti.

    Il Corriere della Sera, 18 giugno 2009

  3. La redazione dice

    “Bocciati d’Italia”, di Maria Novelli De Luca

    Respinti, bocciati, non ammessi. Sconfitti. Migliaia e migliaia. Saranno in molti a ricordarsi l´anno scolastico 2008/2009, anno primo di una nuova era fatta di alunni ripetenti, di 5 in condotta, di scuole senza laboratori e senza fondi, senza ore e senza tempo pieno, ma con licenza di bocciare, con la penna rossa, in nome di rigore, severità, merito. I dati li ha anticipati il ministero dell´Istruzione, dunque sono ufficiali: non ammessi alla maturità il 6% degli studenti, quasi 400mila respinti nelle classi dalla prima alla quarta superiore, e ben 70mila adolescenti bocciati tra la prima e la seconda media, di cui 10mila con il famigerato 5 in condotta. «Nessuno si compiace per l´aumento delle bocciature, è sempre un dispiacere quando un ragazzo perde l´anno – ha detto ieri tra le contestazioni il ministro Mariastella Gelmini – ma serve una scuola del merito, non una scuola buonista». Replica con ironia amara un prof di Lettere del liceo Mamiani di Roma: «È come se tra i banchi delle scuole italiane si fosse nascosto finora un esercito di ignoranti e di baby teppisti stanati dalla riforma Gelmini…». Critiche, ma anche consensi.
    «Qui i ragazzi distruggono le aule e ci minacciano – racconta Marina Caputo, docente di un istituto professionale di Nola – e chi vuole studiare è penalizzato dalla violenza di pochi. A lungo abbiamo evitato le bocciature, pensando che fossero controproducenti. Da due anni a questa parte invece, grazie a un nuovo dirigente scolastico, la linea è cambiata. Abbiamo iniziato a respingere: i ragazzi sono cambiati. Alcuni hanno abbandonato, è vero, ma chi è rimasto oggi studia con profitto».
    La scuola si divide, si interroga. Ma il risultato sono valanghe di ripetenti, per troppe assenze, per una cattiva condotta, e soltanto in parte, ammettono i dirigenti scolastici, per profitto insufficiente. Il comportamento dunque sullo stesso piano del sapere. Scuote la testa ricordando Maria Montessori il professor Giacomo Cives, docente emerito di Storia della Pedagogia all´università La Sapienza di Roma, che parla subito di «sconfitta della scuola». «Raramente le bocciature spingono a migliorarsi, il merito va incoraggiato, premiato, ma per chi è in difficoltà bisogna applicare come diceva la Montessori una “educazione dilatatrice”, dare di più, portare dentro, non spingere fuori, con il rischio che gli espulsi abbandonino per sempre il percorso scolastico». La verità, dice Cives, è che dietro tutto questo c´è l´intento di «smantellare la scuola pubblica, che è in crisi, è vero, così come è vero che i professori hanno perso passione e senza passione è difficile “contagiare” i ragazzi con l´amore per il sapere, ma le minacce non hanno mai fatto progredire nessuno». E da studioso Cives cita un altro studioso, Giuseppe Lombardo Radice, filosofo e pedagogista, e la sua teoria appunto del “contagio positivo” tra chi insegna e chi apprende. «Avete notato che quando un docente è appassionato della sua materia gli studenti affermano di voler diventare fisici se insegna Fisica, storici se insegna Storia? Questo vuol dire che bisogna investire sui docenti, non tagliare le ore e i fondi. Con che coraggio si smantella la scuola e poi si respingono i ragazzi?».
    Ma che cosa vuol dire essere bocciati a 12, 14, 16 anni, dover ripetere una classe, ritrovarsi tra i più piccoli? Qual è l´impatto di un 5 in condotta tra i giovanissimi dell´era digitale sottoposti spesso fin dalle classi elementari ad altissime aspettative da parte dei genitori? Se i primi dati saranno confermati saranno oltre 70mila i teenager espulsi nel passaggio tra la prima e la seconda media, di questi circa 10mila a causa del loro comportamento. E di questi una parte consistente è fatta di figli di immigrati, alle prese con le difficoltà della lingua e dell´integrazione, come si vede dai primi scrutini delle scuole medie del Veneto.
    Matteo Lancini, docente di Psicologia dell´Adolescenza all´università Bicocca di Milano, avverte che le conseguenze possono essere serie, anche drammatiche. «La sensazione è che il mondo adulto stia cercando di riprendere il controllo su una generazione che sente di non saper governare. Ragazzi abituati al confronto, alla dialettica, non all´autorità. Più fragili per certi aspetti, più forti per altri. Ma non si può passare dalla scuola del dialogo e dell´accoglienza, a quella dei divieti e del 5 in condotta senza conseguenze. Mi spiego: in altre epoche la bocciatura faceva parte di un percorso educativo, i ragazzi la mettevano in conto, sapevano sostenerla. Oggi no. La vergogna di essere respinti, la mortificazione di non essere all´altezza possono compromettere per sempre il percorso di un adolescente. Forse ci dobbiamo interrogare su questa fragilità, ma di certo la risposta non può essere quella di tornare da un giorno all´altro alla scuola della paura e delle sanzioni».
    Il ministro Gelmini parla di merito e di fine del buonismo. E una parte dell´istituzione scolastica la appoggia, chiede anzi che le regole tornino ad essere regole. Ma cosa accade veramente, in termini di futuro, dopo una bocciatura? Quanti studenti “dispersi” hanno alle spalle uno, due, tre insuccessi? Alessandra Vincenti è docente di Politiche sociali all´università di Urbino, e ai ragazzi dell´abbandono e della dispersione ha dedicato più di una ricerca. «I numeri degli studenti che “scompaiono” sono assai più alti di quanto non si sappia, e il nostro paese ha un tasso di dispersione scolastica ancora grave. La bocciatura è senza dubbio una sconfitta che di solito mette fine ad un percorso già difficile, ed è una delle cause dell´abbandono del percorso formativo. Questo bisogna dirlo, deve essere chiaro. I ragazzi che ho incontrato nelle mie ricerche per fortuna, dopo una o più bocciature e dopo aver deciso di non tornare più in classe, hanno incontrato operatori e strutture che li hanno reinseriti in un programma di formazione, verso il lavoro magari, ma cercando di fornire loro degli strumenti. Questo accade però in pochissime aree fortunate del Paese. Altrove, dei ragazzi che lasciano – ammette Alessandra Vincenti – non si sa più nulla. Scompaiono, vengono reclutati nei mestieri sottopagati, archiviano per sempre la speranza di un diploma, mandando in frantumi anche i sacrifici dei genitori. Il trauma della bocciatura che porta all´abbandono è poi trasversale ai ceti sociali, non sempre si tratta di livelli bassi».
    Piero Macchi ha 52 anni, insegna Matematica in una bella scuola media di Ferrara, allievi presenti, famiglie impegnate, professori appassionati. «Il paradosso della mia vita – confessa – è che non ho mai bocciato un allievo e invece mia figlia, unica e adorata, è stata respinta in primo liceo scientifico. Profitto buono, condotta impossibile. Devo dire che quando ho capito come stava andando a finire ho fatto fuoco e fiamme, ho minacciato ricorsi, ho detto chiaro e tondo ai miei colleghi che non sapevano fare il loro mestiere… Mia moglie ed io abbiamo sofferto come cani, mentre stranamente mia figlia dopo aver fatto finta di nulla, con spavalderia, ha invece iniziato a riflettere. E noi con lei. Sul perché di tutte quelle assenze, di quell´impegnarsi al minimo, nonostante un´intelligenza brillante ogni tipo di sostegno in famiglia… Forse noi eravamo stati troppo “comprensivi”, fidandoci di lei, lasciandola vivere come voleva, accettando che saltasse le lezioni per andare a suonare con il suo gruppo. Il risultato è che oggi ha cambiato scuola, ha ripetuto il primo liceo, ed è tra le prime della classe. Non solo. Ha imparato a gestire il suo tempo e le sue capacità, tra le sue passioni e lo studio. Mi sono chiesto se la bocciatura sia stata salutare? Forse sì, ma soltanto perché noi l´abbiamo sostenuta, non l´abbiamo giudicata… Ma in quante famiglie accade così? No, non ho cambiato idea. La Gelmini sbaglia. Sono rarissimi i casi in cui perdere un anno fa maturare uno studente. Certo, se è proprio necessario la bocciatura è giusta. Ma noi professori – aggiunge Piero Macchi – dobbiamo agire prima, prevenire. Se un ragazzo rischia, questo si vede già dai primi mesi dell´anno. È allora che noi dobbiamo metterci in gioco, se bocci un giovane vuol dire che tu professore hai fallito. È amaro da ammettere, ma è così. È vero, noi siamo sottopagati e spesso demotivati. Ma il futuro di questi ragazzini di 12, 14, 15 anni è anche nelle nostre mani. E nella scuola io credo ancora».

    La Repubblica, 18 giugno 2009

  4. La redazione dice

    L’Ocse boccia la scuola italiana. «Costi elevati e istruzione scadente»
    GI. V.

    Costi elevati e risultati scadenti. L’Indagine Internazionale sull’Insegnamento e l’Apprendimento (Teaching And Learning International Survey, in acronimo «Talis») promossa dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) su un campione di 24 Paesi ( e presentata ieri dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non ammette repliche.

    IL PROBLEMA DEGLI ADOLESCENTI
    I 15enni italiani risultano tra i peggiori nei test internazionali (24esimi per capacità di lettura e 26esimi per la matematica sui 30 maggiori paesi industrializzati), sebbene la spesa per studente sia relativamente alta. In tempi di ristrettezze di bilancio, il governo italiano fa quindi bene a volere che i suoi soldi siano spesi al meglio, osserva l’Ocse. Tuttavia, avverte, «è improbabile che severe misure di taglio dei costi, a meno che non siano accompagnate da cambiamenti complessivi nell’organizzazione delle scuole e nel loro funzionamento, possano evitare un peggioramento della performance». Gli esperti dell’organizzazione calcolano che ci sia una differenza di 2 anni e mezzo in termini di performance scolastica tra le regioni che vanno meglio e quelle con la performance peggiore.

    LA RICETTA OCSE
    Tra le raccomandazioni dell’organizzazione per la riforma, vi è l’aumento del numero medio di studenti per classe ma non nelle scuole che hanno risultati scadenti, una maggiore autonomia di istituti e dirigenti scolastici, ma anche una più stringente rendicontazione, la valutazione periodica della performance dei professori, ma al tempo stesso il rafforzamento delle qualifiche richieste e misure che rendano più attraente la professione di docente sia dal punto di vista finanziario che dello sviluppo professionale. E nel caso delle scuole con risultati scadenti, il consiglio dell’Ocse è di trasferire risorse-extra.
    L’unica soddisfatta del magro bottino ricevuto dal Paese è il ministro Gelmini perché lo prende come uno sprone alla sua «riforma». Ribatte la senatrice Mariangela Bastico, responsabile Scuola del Pd: «L’Ocse consegna una situazione allarmante della scuola italiana: gli studenti hanno livelli di apprendimento troppo bassi e molto differenziati da regione a regione; gli abbandoni scolastici sono molto elevati; i docenti e le scuole operano senza adeguate risorse e riconoscimenti del merito». Entrando nel dettaglio delle critiche Ocse Mimmo Pantaleo segretario generale della Flc-Cgil spiega: «A proposito di elevamento dell’obbligo scolastico nell’indagine si afferma che gli esiti di apprendimento sono positivi laddove la scelta degli indirizzi è compiuta dopo il quindicesimo anno di età e negativi nei Paesi con scelte precoci. La riforma per la secondaria e la possibilità di assolvere l’obbligo scolastico nella formazione professionale rispondono ad una logica completamente diversa».

    Anche all’interno del Paese la situazione varia da regione a regione. Il Nord Est resta agganciato alle migliori performance europee, il sud e le isole contano risultati assai inferiori rispetto alla media.

    L’Unità, 18 giugno 2009

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