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“Lingotto2, i giovani “piombini” provano a riprendersi il Pd” di Mariagrazia Gerina

Attese, riunioni notturne, fuori programma. I big in processione al Lingotto di Torino, come due anni fa. Solo che questa volta il candidato segretario, atteso da tutti, non ha ancora un volto. E chissà se ce l’avrà a fine giornata. Se il nuovo giovane leader del Pd da tutti invocato verrà fuori dalla sfilza di interventi in programma. A fare le convocazioni sono stati i giovani “piombini” – chiamati così perché prima del loro primo raduno a Piombino, due mesi fa, non avevano neppure un nome -, ma forse dopo la giornata di oggi li chiameranno i “lingottini”.

La sala è strapiena. Le attese create nella platea tante. Tutte concentrate fino a ieri su Debora Serracchiani, la “ragazza” che ha battuto Berlusconi. Il suo è il discorso che la platea attende di più. Anche se è già preparata a non ascoltare quello che vorrebbe sentirsi dire. Ci sarà Franceschini, il segretario ri-candidato (o ri-rinnovato come lo chiama Pippo Civati, uno dei fondatori della rete “piombina”). Tra i primi ad arrivare, il sindaco della città ospite, Chiamparino, che è anche indiziato principale come “terzo uomo”. Insieme all’altro candidato, Pierluigi Bersani. Le telecamere sono tutte attorno a loro. La platea si infastidisce. Chi sarà, se ci sarà, il giovane leader pronto a sfidarli ancora non è chiaro. Ma al grido “Questo è il momento”, il Lingotto2 può iniziare. Chi ha coraggio si faccia avanti.

“L’intervento della Serracchiani: «Non abbiamo bisogno di un capo»”, di Mariagrazia Gerina
Era l’intervento più atteso della giornata. Quello che non ha bisogno di attendere l’applauso per misurare la sintonia con la platea. E invece Debora Serracchiani, la “ragazza” che ha battuto Berlusconi, lo fa. Quasi non le bastassero i voti, i contatti su internet, per sapere che è ancora lei la più amata dalla base di blogger, internauti, militanti, iscritti e non che si è data appuntamento al Lingotto di Torino. “Alzi la mano chi non ha telefonato o scritto a Debora Serracchiani in questi giorni”, domanda, bisognosa di ulteriori conferme. Ma non basta a convincerla che è il momento di fare il discorso che tutti attendono: “Volevo dirvi qualcosa che vi aspettavate. Ma ve lo dirò un’altra volta”, si sfila lei, almeno per il momento, lasciandosi aperta la possibilità ancora di decidere.
“Non abbiamo bisogno di un capo, di una figura di una figura salvifica, del messia. Queste figure qui lasciatele agli altri”, sferza la platea. E con questa premessa risponde, ma a suo modo, all’appello. “Io ci sarò, perché è improtante che ci siano persone come me. Ma ci dovete essere anche voi perché senza di voi il congresso rischia di essere una resa dei conti”, dice a ristabilire un patto che tra lei e la platea era implicito fino a poche ore fa. Ma che ora in questo delicatissimo passaggio, in cui le sue strade e quelle degli altri potrebbero separarsi, sente evidentemente di dover rinsaldare.
E di “patto” parla Debora Serracchiani. E’ quella la sua proposta. “Dobbiamo pensare a costruire una squadra, una classe dirigente che non si ccontenti di vincere il congresso ma che vinca le elezioni”. Parla di una leadership collettiva. Ma spiega che ci vuole qualcuno tra i vecchi si faccia da parte e “che qualcuno invece assuma la responsabilità di un patto generazionale e dica: vi aiuto a diventare classe dirigente del 2013”. Che il riferimento sia a Franceschini è abbastanza chiaro. Anche se Debora preferisce non citarlo esplicitamente.
Detto questo, scandisce i suoi temi. I diritti. Ma “prima di me lo ha già detto molto bene Marino”, è costretta a dire. Il lavoro: “Un contratto unico senza distinzioni tra precari e lavoratori garantiti”. Etc. Lo fa come se fosse ancora la giovane dirigente che dice la sua davanti a Franceschini. Ora è qualcosa di più. Ma non ancora la leader che tutti aspettavano.

“Marino: «Fuori quelli che non credono che tutti devono avere garantiti i propri diritti civili»”, di Mariagrazia Gerina
La ricerca del terzo candidato è il tema che aleggia sulla platea “piombina”. Si materializza quando, dopo i big già scesi in campo, e subito prima di Debora Serracchiani, il cui intervento slitta di ora in ora, sale sul palco Ignazio Marino, il chirugo internazionale prestato alla politica, che parla da outsider, da “contemporaneo”, come direbbe Ivan Scalfarotto. Come “uno che viene da un percorso completamente diverso” ma si è entusiasmato quando ha visto “uomini e donne scendere in piazza per creare un nuovo partito”. Parla da cattolico, intransigente nella difesa dei diritti civili. Ed è un’ovazione. “Voglio uno stato che difenda i diritti civili, che siano uguali per tutti: uomini, donne, omosessuali, malati”, scandisce. E viene giù la platea.
“Il testamento biologico è stata una cartina di tornasole. Si sono inventati la posizione prevalente. Per me il metodo è un altro: si discute si decide e si vota e quel voto è la misura di una battaglia in parlamento”. Incisivo, categorico, non ha paura di dividere, se servirà a chiarire che cos’è il Pd: “E’ chiedere troppo che quelli che non credono che tutti proprio tutti devono avere garantiti i propri diritti?”.
E ancora applausi, mentre il chirurgo cattolico scandisce il suo evangelico e laico: “sì, sì/no, no”. E quando dice ancora più forte: “Non ci credo che se c’è una donna incinta su una nave noi la dobbiamo riportare manu miltari da dove viene”.
“Non è questo il Pd per cui voglio lavorare”, scandisce Marino, in perfetta sintonia con la sala. “Solidarietà, rispetto, regole, meritocrazia, diritti e sopratuttto laicità dello stato”, scandisce ancora applaudito. Non dice se si candiderà, però anche lui, come Franceschini, ha in mente una squadra. “Io voglio una squadra, che discuta e poi si attenga alla maggioranza”. C’è una maggioranza nel nostro paese, assicura, “che non condivide i principi del centrodestra. E deve sapere cosa pensa il Partito democratico. Deve conoscere quali sono le linee che il partito intende sostenere”. Marino sui temi decisivi quelle linee le ha molto chiare.

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13.00 – Bersani: “Una nuova generazione c’è già, non bisogna inventarsela, ma riconoscerla. Bene il nuovo, ma abbiamo una storia alle spalle”. E corteggia Chiamparino.
“Ero venuto per ascoltarvi con l’intenzione di non rubarvi spazio”, si schermisce Bersani, che inizia a parlare quasi all’una. Con tono assai piano, senza enfasi. “Nuova generazione, meccanismi di partecipazione, le cose che si sono dette questa mattina nella mia piattaforma non le sottovaluto affatto”, assicura. Ma “una nuova generazione non c’è da inversarsela – scandisce -, c’è da riconoscerla, facendo sì che sia pienamente protagonista della discussione politica che avverrà al congresso e che io propongo che sia incentrata su noi e l’Italia. Gli italiani devono capire che stiamo parlando di loro e in particolare ai ceti popolari e porduttivi di questo paese da cui noi ci stiamo distaccando. Se perdiamo questa occasione si apre una questione molto seria per la gente che vogliamo difendere”, dice accompagnato dagli applausi della platea.
Il suo Pd lo racconterà il primo luglio. Intanto cita e corteggia Chiamparino che sta ad ascoltarlo in prima fila. “Non servono tautologie”, dice con il sindaco di Torino, “ma cose che si capiscono e che si facciano capire. I contenuti devono essere la traccia discriminante del nostro confronto. Altrimenti se cominciamo a distinguere tra chi è democratico doc e chi no, non ci facciamo capire dagli italiani e finiamo per creare incrinature che poi non riusciamo a ricomporre in una solidarietà”, dice. Rivendicando anche lui come Chiamparino la storia da cui viene. “Il nuovo, va bene.Ma alle spalle abbiamo 150 anni di responsaiblità, non è questione di Dc, Pci, compromesso storico, ma 150 anni di storia popolare, di gente che ha fatto sacrifici e ha pagato prezzi ben più alti dei nostri”, dice strappando un altro applauso ai “pimobini”. “Questo congresso può farci fare un passo avanti. E’ il primo congresso. Fondativo. Facciamo una discussione politica sull’Italia. E intanto diamoci strumenti nuovi di partecipazione. Io punterò sul territorio”, dice, rinvedicando il copyright sul “no al partito liquido”: “chi lo vuole io penso che abbia rinunciato a cambiare la società”.

12.40 Franceschini: “Nella mia squadra c’è spazio. Venite e cambiate questo partito”.
E’ quasi l’ora di pranzo quando, fuori programma, Paola Concia invita i candidati già in campo ad intervenire. La moderatrice suggerisce di procedere in ordine alfabetico. Ma Bersani cede la parola a Franceschini, che, aiutandosi con la citazione di Obama, strappa il primo applauso. Poi vengono anche gli altri. Non un’ovazione. Ma un ascolto non ostile. Che si scioglie quando Franceschini scandisce che “è sacra la laicità dello stato”. “Se volevamo un partito identitario stavamo nella stagione precedente. Nel Pd si discute, si rispettano le posizione diverse ma si decide, si assume una posizione”.
“Se verrò eletto, chiamerò con me sindaci, parlamentari radicati nel territorio, persone della società civile. Senza nessun riferimento ad appartenenze e a nomi dati da quelli che contano”, promette di farsi interprete delle ansie di rinnovamento della base radunata al Lingotto, indicando quale sarà la sua squadra prima e non dopo le primarie. Quello del rinnovamento – spiega dal suo punto di vista – non è solo un problema della base: “E’ un problema che riguarda il gruppo dirigente”. “Il rinnovamento bisogna conquistarselo con il sudore, dal basso. Non è come il nuovisimo, uno stato dell’animo”, dice rispondendo anche, fuori dalla sala, a Marini. E però l’altro problema è la stabilità. “Abbiamo di fronte una destra italiana che ha costruito una identità basata sulla stabilità. Con messaggi precisi: paura, sicurezza, lasciar fare fuori da fastidiose regole. Con un leader unificante. Una sensibilità comune”, spiega la sua testi. Ovvero che “l’instabilità dei soggetti politici, dei leader” non ha fatto bene il Pd. Ha fatto sì che: “Non siamo riusciti a trasmettere con chiarezza e costanza i nostri valori fondanti”. Questo il ragionamento che giustifica la sua candidatura. Nonostante il risultato elettorale: “Non siamo riusciti a vincere. Il nostro obiettivo era arginare la destra e salvare il progetto del Pd. E mi pare che questo progetto ci sia”. Infine, l’invito a iscriversi al Pd: “Venite cambiate quello che non va”. E le risposte sull’omofobia. “Mi è stato chiesto della legge contro l’omofobia: come si può non condividere?”, dice Franceschini. E poi sul Gay Pride risponde: “C’è una delegazione del Pd”.

12.00 – “Alicata: prendiamoci il partito non andiamo rimorchio”.
Lo aveva promesso lo ha fatto. Si è presentata al Lingotto2 con cinque domande per il segretario-candidato Dario Franceschini. E già che c’era anche Bersani, le ha estese anche a lui. “Ho in tasca la tessera del Pd, che devo fare?”, chiede Cristiana Alicata, iscritta ed eletta all’assemblea romana del Pd, lesbica militante. Tirando fuori il foglietto con le domande. Alla prima almeno Dario Franceschini annuisce. Recita: “Appoggerai il disegno di legge contro l’omofobia”. Quello che non piace alla Binetti. Poi le altre. “Parteciperai-parteciperete mai al Gay Pride?”. “Ti batterai-vi batterete per noi?” “Potrò mai sposarmi con la mia compagna, il mio partito farà mai con me questa battaglia?”. Poi tira fuori la sua squadra: “Zingaretti, Chiamparino, Serracchiani, Civati, Renzi, Bresso, Melandri, Pittella, Cuperlo, Scalfarotto, Concia”. “Se poi c’è anche la Binetti va bene, ma questa è la mia squadra”. “Prendiamoci il partito, non andiamo a rimorchio”.

11.50 Bersani: “Questa platea è una risorsa, ma poi ci vuole anche efficacia”
Non parlano i due candidati già in campo. Sono venuti fino al Lingotto di Torino per ascoltare. Parlano a margine. “Da questa platea vengono fuori idee nuove, culture nuove, teste nuove che devono trovare composizione in un partito che funzioni”, dice Pierluigi Bersani, allontanandosi un minuto dalla sala per rispondere alle domande dei giornalisti. “Partecipazione, libertà di espressione come invoca questa platea”, scandisce Bersani. “Ma poi ci vuole anche efficacia”. Questo è il suo messaggio agli autoconvocati. “Bisogna che gli italiani capiascano che stiamo parlando di loro, che ci rivolgiamo ai ceti popolari e produttivi del paese”, espone poi brevemente la sua idea di Pd. Quanto alle regole del congresso: “Abbiamo scontentato sia chi era affezionato ad altri riti che agli altri”. Pazienza. Ormai il campo, così come è stato concepito, è dato. E il confronto è già iniziato.

11.15 La platea applaude Chiamparino. “Valuterò le idee in campo e poi deciderò”
È il primo dei big a intervenire davanti alla platea autoconvocata dei giovani internauti, militanti, simpatizzanti, del Pd. Parla da “diverso”. Da uno che viene “da una storia di cui non mi vergogno e che è stata per me una proficua infatuazione”. E però: “Vedo una straordinaria potenzialità nell’incontro di diversità”, dice alla platea, che lo interrompe più volte per applaudirlo. Anche se lui comincia facendo un po’ il pompiere: “Non facciamo la critica alle intenzioni”, ammonisce il sindaco di Torino: “Sono stato io ad avvertire il rischio di congresso che non parli al paese ma guardi al nostro interno”. Quanto a lui: “Tanto per sgombrare il campo visto che giornali parlano di pressing neanche fossi l’attaccante del Toro”. E spiega: “Io ho questo atteggiamento: vedere quali sono le idee in campo, valutare e decidere tenendo conto quali sono i problemi fondamentali a cui noi dobbiamo dare una risposta”. E poi, con la forza di uno che viene dal Pci di Berlinguer, la nuova “questione etica e politica”: “Rispettare il mandato degli elettori”. “Non dare quando si ha un mandato che riguarda abitanti e cittadini che si fanno prevalere ambizioni di parte al dovere di corrispondere al mandato degli elettori. Questo fa parte integrante del corso morale non scritto di quelli che hanno dignità nel partito democratico”, dice il sindaco di Torino. E scandisce per titoli cosa deve fare il Pd per il paese. Stato sociale. “Gli operai votano Lega perché la casa popolare e l’asilo nido gliel’hai data al marocchino. La risposta quale è fare più case popolari e asili nido”. La laicità: “Non sono riuscito a convincere mio figlio a votare per il Pd. Il problema non è tra credenti e non credenti ma tra autorità e libertà sulle scelte che riguardano l’individuo”. E qui viene giù l’applauso più grande. “Lo dico ai candidati – conclude -, lo dico a me stesso: evitiamo un congresso per tautologie, ci manca l’entusiasmo di chi pensa di essere dalla parte giusta”.

11.20 Arriva Franceschini. Urla in sala contro telecamere e vip: “Il pd non sono loro, siamo noi”.
Tocca a Paola Concia dire: “Alleggeriamo il clima”. Il clima si surriscalda quando all’arrivo di Franceschini si crea l’ennesimo capannello di telecamere davanti alla prima fila della Sala 500 del Lingotto. Urla e proteste. “Il Pd non sono loro, siamo noi”, urla una militante rivolta contro la prima fila dove siedono ormai tutti i big attesi, da Franceschini a Bersani, da Chiamparino a Fassino.

11.00 Oleg Curci: “Via l’intoccabilità morale, penale, politica”
“Non esiste alcun tipo di intoccabilità. Morale, penale, politica”, scandisce Oleg Curci, segretario del circolo Sanità di Genova. Di professione, infermiere. Che detta le regole del nuovo Pd che tutta la platea vorrebbe. “Solido, efficace, leggero sì, ma pensante sul territorio, che trovi la quadratura dei circoli”. Prima di tutto: “Che non si ritrovi alle quattro del pomeriggio quando tutti gli altri lavorano”. E poi: “L’anagrafe delle competenze, il rispetto delle regole, le risorse a disposizione anche dei circoli”. E soprattutto: “Via le liste bloccate per la segreteria. Ce la prendiamo con il porcellum e poi lo applichiamo alla nostra segreteria. Basta con organismi di duemila persone che non decidono niente”. Infine: “Accessibilità”. “Bisogna rendere il partito accessibile a tutti.Oggi è più facile diventare presidente degli Stati uniti che segretario nazionale del Pd”.

10.45 – Il segretario de l’Aquila: “Ricostruiamo l’Abruzzo e questo Pd”
Cinque minuti a testa, inizia la sfila degli interventi. Il primo a parlare è il segretario del Pd de l’Aquila, Michele Fina, che è anche assessore provinciale alla Protezione civile. Porta il saluto di quelli che “stanno pacificamente manifestando contro il decreto ricosruzione e in difesa della loro città e della loro vita”. Chiama il primo applauso su Chiamparino: “che ci è stato accanto come presidente dell’Associazione dei comuni”. Parla de l’Aquila – dice – ma anche dell’Italia. E di Berlusconi. Perché “quello che avete visto in tv dalla notte del terremoto in poi sta al Grande Fratello come il terremoto sta alla realtà degli italiani”. “La notte di quel maledetto 6 aprile – dice – l’Italia ha mostrato la parte migliore di sé, penso ai vigili del fuoco che hanno tirato fuori i nostri morti e i nostri vivi. Penso alla dignità del mio popolo. Penso alla cittadinanza attiva che si indigna per le pacche sulle spalle del potere. Questa è la mia parte d’Italia”. E invoca la ricostruzione. De l’Aquila, certo. Ma anche del Pd: “Questo partito può e deve ricominciare a costruire se stesso”.

10.40 Pippo Civati: “Basta Ds e Margherita. Noi siamo quelli che nessuno stava aspettando”. E chiama l’applauso su Chiamparino
“Noi siamo quelli che nessuno stava aspettando”, lancia lo slogan Pippo Civati. Uno dei fondatori della rete dei “piombini”. E uno di quellli fortemente indiziati di poter prendere il testimone, se Debora Serracchiani, come ormai qui tutti pensano, non lo farà. Anche da lui però nessun discorso da futuro candidato. Anche se la platea gli fa sentire il suo appoggio. Lui però l’applauso lo chiama su Sergio Chiamparino, seduto in prima fila. La platea lo segue. “Abbiamo detto è il momento – dice Civati, riassumendo tutto il percorso concitato di queste settimane -. Ci siamo tutti – scherza, guardando i big in sala – il congresso facciamolo qui. Costruiamo il partito finora solo immaginato”. Non ci vuole molto. A volte – dice – basta ricordare alcune banalità. E la prova che funziona è che quando dice “Basta Ds e Margherita” viene giù la platea. Lo hanno detto in tanti. Ma lui che ha 33 anni e lo dice davanti a questa platea giovani di non-iscritti, primi-iscritti, ha la carta in più della assoluta credibilità, quando invoca un tesseramento di massa, lancia la giornata del tesseramento per l’11 luglio e dice: “L’unica rivaltà che dobbiamo avere ancor prima con l’avversario politico sono i problemi del paese e certo non i nostri compagni di partito”. E qui, appunto, arrival’omaggio a Chiamparino. “Diamo luogo al Pd che abbiamo in mente. Diamo voce a un popolo bistrattato e deluso”, dice Civati. E cita “la vicinanza di cui parla Chiamparino” come esempio. Un’investitura? Il sindaco di Torino la accoglierà?

10.30 “Il prossimo segretario lo vogliamo al Gay Pride”
Cominciamo con l’identikit del prossimo segretario. Prima di tutto: “Il prossimo segretario del Pd dovrà partecipare al Gay Pride”, scandisce la deputata Anna Paola Concia, chiamata a presiedere la sessione del mattino, in omaggio al Gay Pride che oggi sfilerà per le vie di Genova: “Ecco, appunto, al prossimo dovrà esserci anche il segretario del Pd”, ripete la deputata, uno dei punti di riferimento della rete “piombina”.

da www.unita.it

1 Commento

  1. Redazione dice

    Di seguito l’intervista di Veltroni a Maltese pubblicata su La Repubblica del 27 giugno 2009

    Veltroni: “Non tifo per nessuno ma no all’armata Brancaleone”
    di Curzio Maltese, Repubblica del 27 giugno 2009

    L’ex segretario tra congresso e caduta di Prodi. “Che amarezza per i sospetti di Romano”
    Sul suo addio: “Big gelosi del Circo Massimo pieno per me”

    ROMA – Lo fermano quando torna dal mercato, senza scorta, con le borse della spesa e gli chiedono: “Quando torni Walter?”: Sono passati cinque mesi e una stagione politica intera dalle dimissioni di Veltroni. Cinque mesi di silenzio. Questa è la prima intervista dell’ex segretario del Pd. Alla vigilia dell’anniversario del Lingotto, dov’era cominciato tutto.

    La prima ovvia domanda è: con chi starà nella lotta per la successione fra Bersani e Franceschini?
    “Io dirò le mie idee con assoluta nettezza. Ma, come ho detto al segretario del partito, al quale mi lega un rapporto di solidarietà e stima, ho deciso di non parteciperò alla fase interna del congresso. Per me vale quello che ha detto Prodi: game over”.

    Eravamo già pronti all’ennesimo duello Veltroni-D’Alema.
    “Sono stufo io per primo di questo gioco. Tanto più quando dovesse grottescamente manifestarsi per interposta persona. Si confrontano dirigenti validi, sperimentati. Non hanno bisogno di king maker. Tirarmi fuori anche unilateralmente da questo schema è per me un altro atto d’amore per il Pd”.

    Secondo lei riprenderà il gioco al massacro?
    “Il Pd è il futuro dell’Italia, ma a una condizione: che sia davvero il grande partito riformista che questo sfortunato Paese non ha mai avuto. Da più di dieci anni in questo campo politico sono stati divorati leader di livello. Ad uno a uno sono stati eliminati come i dieci piccoli indiani. Questo trasmette l’idea di una forza inaffidabile”.

    Non tutti hanno capito le sue dimissioni. Tanto più dopo le europee. Il Pd ha quasi festeggiato il 26,1%, un anno dopo aver salutato come una catastrofe il 33,2. Qual era il problema?
    “Il problema ero io. Per questo mi sono tolto di mezzo. La mia stessa presenza avrebbe pregiudicato il progetto cui ho dedicato la vita politica. In settori del partito era diventato più importante fare l’opposizione al segretario che a Berlusconi. Ho fatto un gesto raro in Italia, dimissioni vere. Senza rancore, anzi per amore. Spero soltanto che ora non riprenda il gioco al massacro”.

    Quando ha capito di essere diventato un problema per i big del Pd?
    “Paradossalmente, nel giorno più bello, il giorno del Circo Massimo. Ero commosso. Avevo davanti una marea di persone con un’unica bandiera. La prima volta di un’opposizione riformista in piazza. I sondaggi ci avevano riportati al 30%. Ma con la coda dell’occhio vedevo alle mie spalle il palco dei dirigenti, alcuni non avevano la faccia della festa, ma l’espressione di chi ha appena perso un congiunto. Era un successo di tutti, ma lo vedevano come un successo mio e avrebbero preferito un fallimento. Quel giorno ho capito che sarebbe stato un calvario per il Pd”.

    E il calvario è arrivato. Che cosa l’ha amareggiata di più?
    “Dopo quella manifestazione ci sono stati in tv i foglietti con i suggerimenti agli esponenti del Polo, le candidature a segretario senza ancora il congresso, la totale assenza di solidarietà sulla sconfitta in Abruzzo. Avevano arrestato mezza giunta e farne carico ai nuovi dirigenti del Pd è stata un’ingiustizia”.

    Cosa pensa di Prodi che in tv ha detto che lei aveva fatto cadere il suo governo?
    “Mi addolora non che Romano l’abbia detto in tv, ma che lo pensi. A parte la stima, l’affetto, ma perché avrei dovuto farlo? Avrei avuto tutto da guadagnare con un anno in più. Il fatto è che quella maggioranza non si reggeva. C’erano stati i ministri in piazza contro il proprio governo, a ogni votazione al Senato eravamo nelle mani di un Rossi o un Turigliatto. E dove sono oggi Dini e Mastella? Col centrodestra. In tutto questo, la battuta di Prodi m’è parsa almeno ingenerosa. Ma lasciamo perdere il passato, torniamo al presente”.

    Il presente ripropone il passato. A cominciare dalle alleanze. Visto che il Pd è sceso al 26% e Di Pietro dà qualche problema, l’ala dalemiana pensa di ripartire dai cocci dell’Unione. Non è realpolitik?
    “Ma davvero c’è chi pensa di ripresentarsi con un’armata Brancaleone da Cuffaro a Ferrero? Si vede che la storia non insegna nulla. Ma non voglio partire da qui. Piuttosto dalla fine di Berlusconi”.

    Berlusconi è alla fine, secondo lei?
    “Vicino alla fine, sì. Non da ora, non per gli scandali. Ha fallito. Governa da nove anni, con in mezzo i venti mesi di Prodi, e il Paese sta molto peggio che nel 2001. Gli indicatori economici sono i più critici dell’Occidente. Nella crisi, ha dimostrato per intero la propria inadeguatezza. Per questo io penso che finirà presto, non per Noemi o le altre. Il Paese vive male ed è pure stufo di sentirsi dire che non è vero. E’ disorientato, confuso. Per fortuna che al Quirinale c’è un uomo come Napolitano”.

    E una volta caduto Berlusconi?
    “Gli italiani volgeranno lo sguardo dall’altra parte. In cerca di novità, non di armate Brancaleone. Dopo Berlusconi non ci sarà bisogno soltanto di un nuovo governo, ma di un grande ciclo riformista. L’Italia ne ha conosciuti solo due: il centrosinistra dal ’63 e il primo governo Prodi. Ho sempre pensato che se quel governo avesse potuto finire il mandato, la storia del nostro Paese sarebbe cambiata nel profondo. E ho sempre pensato che il Pd non fosse altro che l’Ulivo diventato partito. L’Ulivo, un’alleanza di riformisti, con una visione chiara del Paese, alternativa a quella della destra. Non l’Unione, ch’era soltanto un cartello elettorale”.

    Sarebbe vero se il 33% del suo Pd fosse stato un punto di partenza. Ma pare che si trattasse di un exploit irripetibile.
    “Ma come, già ci rassegniamo? Il Pd doveva nascere dieci anni prima, ma l’hanno impedito perché era un’idea troppo “americana”, poco in linea con la tradizione socialista europea. Ora che il socialismo europeo è ridotto com’è ridotto, gli stessi profeti di allora annunciano che bisogna buttare a mare l’idea stessa di una grande forza riformista del 33-35 per cento, che avevamo realizzato in un solo anno di lavoro, pere tornare all’armata Brancaleone, ai vertici con dodici leader. Significa uccidere il progetto Pd. Io rimango dell’idea che un vero Pd può essere fra il 35 il 40% e che solo così si potrà aprire in Italia un ciclo riformista. Ma per far questo bisogna parlare meno di sé stessi e degli stati maggiori degli altri partiti e bisogna entrare nelle case degli italiani, avere l’umiltà di usare la lingua della loro vita e dei loto problemi”.

    Che cosa dovrà fare il prossimo segretario del Pd?
    “Dire cose nuove sui problemi sui quali sta franando il consenso della sinistra in Europa, a cominciare dalla sicurezza e dal nuovo welfare. Dico subito che la posizione di Penati o Chiamparino sul primo tema o quella di Ichino sul secondo mi paiono forti e convincenti. Impegnarsi ad affrontare emergenze nazionali, l’evasione fiscale e la corruzione, che non sono battaglie né di destra né di sinistra, ma di sopravvivenza”.

    Per la propria sopravvivenza, che cosa dovrà fare?
    “Far avanzare una nuova generazione. Ci sono tante risorse splendide, tanti nomi nuovi di dirigenti e amministratori, qualcuno già molto popolare. Creare un gruppo compatto, entusiasta. Blindarsi così dai segatori di rami, che nel centrosinistra rimane l’occupazione più diffusa”.

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