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«Una linea, un candidato, questo duello non sarà anticamera di scissioni», di Simone Collini

«Guerra tra bande», dice il quotidiano che legge mentre arriva al Lingotto di Torino. «Ma se non abbiamo neanche cominciato?», sorride. Poi Dario Franceschini si fa serio, e mette in fila queste poche parole: «Si chiama democrazia, non si chiama resa dei conti». Ventiquattr’ore prima, il segretario del Pd ha chiesto e ottenuto dalla Direzione che congresso ed elezione del nuovo leader non vengano rinviati al 2010.
E nella prima intervista dopo che ha ufficializzato la sua candidatura spiega il perché.

Secondo lei non c’è il rischio che il congresso sia una mera conta interna per la leadership?
«Dipende da noi che non lo diventi. E il mio impegno è quello di mettere al centro del dibattito le risposte da dare al paese. Dopodiché, io sono stato eletto in un momento di emergenza, e ora la fase che abbiamo davanti richiede stabilità e forza. Entrambe, nella guida di un partito, può averle solo un segretario che venga eletto con una votazione. Chi vincerà avrà la forza per affrontare le regionali, impegnarsi nella costruzione del partito, lavorare alle alleanze».

Tutto ciò però non esclude la conta interna tra lei e Bersani, anzi…
«Una linea, un candidato: non è mica l’anticamera della scissione. È un confronto democratico, che farà bene al Pd. Siamo un partito che non vivrà più divisioni in base alle provenienze, perché il mescolamento c’è già stato e perché staremo insieme sulla base di ciò che si vuol fare per il futuro».

Lei dice che stabilità e forza possono venire solo da un’elezione: Veltroni poteva contare sulla legittimazione di tre milioni di partecipanti alle primarie, eppure…
«Veltroni aveva il compito di fondatore. E infatti era sostenuto da una maggioranza larghissima. Adesso chi vince, lo fa sulla base di un confronto, di una sfida sui contenuti. Inoltre ora dobbiamo liberarci dei difetti che ci hanno fatto male in quella stagione».

Quali?
«All’inizio del percorso c’è stata la paura di votare. Adesso si discute, poi si decide. In quattro mesi io ho fatto votare sulla posizione da assumere al referendum, sulla convocazione del congresso, sul nuovo gruppo nel Parlamento europeo. Curiosamente, dopo tanti fiumi di inchiostro, oggi nessuno commenta il risultato positivo che abbiamo ottenuto dando vita a Strasburgo all’Alleanza dei progressisti. Ci siamo riusciti grazie all’impegno di Fassino, un dirigente che lavora sempre per un disegno politico e in squadra, non per un obiettivo personale. Come tutti dovremmo fare».

Lei si è candidato con un videomessaggio che non è piaciuto a tutti: anche Marini, che pure la sosterrà, ha detto attenzione al nuovismo e al rinnovamento come ideologia.
«Il nuovismo è una cosa che non mi riguarda. Il rinnovamento è un’esigenza».

E come intende soddisfarla?
«In Italia ci sono migliaia di amministratori e di segretari regionali e provinciali, di parlamentari radicati sul territorio e coordinatori di circolo che vengono dalla gavetta, che hanno cominciato a fare politica dal basso e che hanno tutte le potenzialità per diventare gruppo dirigente. Investirò su di loro».

E i vecchi, tutti a casa?
«Io non l’ho mai pensato. E sarebbe una cosa sciocca sostenere che tutti quelli che hanno una certa età debbano farsi da parte».

Bindi l’ha capita così: non si può dire tutti a casa tranne me, le ha risposto.
«E infatti io non l’ho detto. Come non ho detto che io sono nuovo».

Però che lei è stato vice di Veltroni e non si può tirare fuori da questa stagione, come dice sempre Bindi, è innegabile non le pare?
«Assolutamente. Io sono diventato vicesegretario del Pd un anno e mezzo fa. E non ho nulla da rinnegare. Ora il mio compito è garantire che ci sia dopo di me una nuova generazione che guidi il partito».

A proposito di Chiamparino: teme la sua candidatura, vuole lavorarci assieme o cosa?
«Io non a caso gli ho chiesto di entrare in segreteria. È sicuramente una delle persone che rappresenta tutte le potenzialità del Pd».

Secondo lei va mantenuto il meccanismo per cui gli iscritti “scremano” i candidati e poi le primarie eleggono il segretario?
«È nato così il Pd, mi pare difficile tornare indietro».

Così, però, chi non è iscritto ha voce in capitolo quanto gli iscritti, se non di più.
«Il punto è lavorare perché si allarghi sempre di più la platea degli iscritti. E io proporrò che il 25 ottobre, nei gazebo delle primarie che eleggeranno il segretario, ci siano i moduli per l’iscrizione al partito. Dovremo chiedere a chi va a votare: ti interessa partecipare attivamente alla vita del partito, ai processi decisionali?».

Oggi i tesserati sono neanche la metà di quelli Ds più Margherita…
«Siamo stati in emergenza dall’inizio, c’è stata una campagna elettorale, poi un assestamento post sconfitta. Ritardi ed errori possono esserci».

Morando ha denunciato tesseramenti fatti con telefonate seguendo gli elenchi dei vecchi iscritti Ds e Dl…
«Sono errori che non dobbiamo più commettere. Anche per questo chiederemo agli elettori di iscriversi».

Che ne pensa di questa iniziativa dei “piombini” al Lingotto?
«Una bella prova di vitalità. Ho anche ascoltato interventi critici, ma un grande partito deve accettarli senza timore. Meglio le critiche dei silenzi ipocriti».

Meglio agire per evitare le critiche…
«Ci stiamo lavorando».

da unita.it

1 Commento

  1. «Ma la rete vuole il terzo candidato», di Francesco Costa

    La rete vuole un terzo candidato. Sebbene sia Dario Franceschini che Pierluigi Bersani abbiano usato la rete per annunciare le loro candidature, su internet cresce ogni giorno di più il partito dei terzisti, di coloro che non vogliono “essere costretti a scegliere tra un leader dei Ds e uno della Margherita”.

    I due candidati già in pista, infatti, non riescono a scaldare i cuori dei democratici della rete. La sintesi perfetta di questi umori la si legge sul blog Ismaele: “Franceschini segue degnamente le orme del suo predecessore alla segreteria nella ormai gloriosa tradizione del “non mi ricandido – ci ho ripensato”; Bersani, dopo ben due tentativi di candidatura abortiti all’ultimo momento (prima contro Veltroni, poi contro Franceschini alla caduta di Walter), pare sufficientemente marinato e stracotto per guidare il Pd al Massimo”, con esplicito riferimento a D’Alema.

    Più che auspicato, il terzo uomo sembra necessario. “Serve qualcuno che non è mai stato iscritto né al Pci né alla Dc”, scrive sul suo blog Marco Campione. Antonello Patrone rilancia: “Ci vuole una candidatura, un nome, ora, subito. Che faccia rumore e che faccia paura”. Luca Sofri, uno dei promotori dell’assemblea del Lingotto, dalla quale potrebbe uscire davvero un terzo candidato alla segreteria, ha pubblicato sul suo blog l’email di un suo lettore, Marco: “L’elettorato non ne può più di tutti i dirigenti che hanno dimostrato sul campo la loro inadeguatezza. Abbiamo bisogno di avere la possibilità di votare un’alternativa, che non è rappresentata né da Bersani né da Franceschini, persone che stimo e ho apprezzato per quello che hanno fatto ma che rappresentano le due facce della stessa medaglia”. Seguono decine e decine di commenti concordi: “Bravo Marco”, “Condivido da cima a fondo”, “Approvo”, “Niente da aggiungere”.

    È inevitabile quindi che si discuta anche di nomi: chi dovrebbe essere questo terzo candidato? La più gradita sarebbe Debora Serracchiani, nonostante le cronache la diano sempre più vicina a Franceschini, ma si fa strada anche il nome di Giuseppe Civati, consigliere regionale in Lombardia e blogger seguitissimo. “Se candidate Civati giuro che mi tessero al PD. Non chiedeteci però di scegliere tra Franceschini e Bersani”, scrive Luca Ciccarelli. In rete tanti, tantissimi, sembrano pensarla come lui.

    da unita.it

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