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"Università, questi concorsi non la salveranno", di Luciano Modica

I concorsi universitari sono un argomento maledetto: piace troppo ai professori universitari e disgusta tutti gli altri. Un argomento su cui si discute da sempre e per il quale non esistono soluzioni perfette. Un argomento fonte di molti scandali, anche se di impatto effettivo minore di quanto si voglia far credere. Un argomento comunque importante perché regola lo sviluppo della ricerca e l’emergere dei migliori talenti.
Sono molti anni che i concorsi universitari sono andati in tilt. Dopo diciannove anni di rari e criticati (all’epoca) concorsi nazionali, dopo otto anni di frequenti e criticati concorsi locali, la legge Moratti del 2005 aveva introdotto nuove procedure. Ma la fretta con cui furono emanati i decreti applicativi all’approssimarsi delle elezioni politiche del 2006 fece sì che questi risultassero tecnicamente inapplicabili. Così, dopo due anni di blocco, una legge del governo Prodi riaprì temporaneamente i concorsi locali per il solo 2008. Ne è seguito, dal 2009, un nuovo blocco che si sarebbe dovuto sciogliere con l’applicazione della legge Gelmini del dicembre 2010. Però, a due anni di distanza, siamo ancora nelle fasi preliminari e quindi, in sostanza, da sette anni il sistema del reclutamento e delle promozioni è entrato in crisi, con gravi conseguenze sul mondo universitario delle quali al suo esterno nessuno sembra rendersi davvero conto. L’effetto più perverso è che molti giovani e brillanti ricercatori italiani, in assenza di prospettive certe, hanno accettato proposte di assunzione di università straniere. Ma non è l’unico.
Il nuovo sistema della legge Gelmini, che segue peraltro proposte avanzate dagli esperti sin dal 2004, ha spezzato la procedura del reclutamento e delle promozioni in due fasi. La prima nazionale, che porta al conseguimento di un’abilitazione scientifica (a numero aperto); la seconda locale, riservata ai soli abilitati, che permette ad un ateneo, dopo una selezione competitiva, di reclutare un nuovo professore. Attualmente è aperto il primo bando per il conseguimento dell’abilitazione nazionale ma nuvole nere si addensano già sul suo futuro. Fioccano gli interventi critici sulla stampa e sui siti specializzati (uno di questi ha raggiunto il milione di accessi in soli dieci mesi di vita), come non mancano le prese di distanza degli organi rappresentativi universitari e anche i ricorsi ai tribunali amministrativi proposti da autorevoli giuristi. L’argomento del contendere è, in fondo, uno solo. Nel giugno scorso un decreto ministeriale ha fissato, su indicazione dell’Agenzia nazionale di valutazione universitaria (Anvur), i criteri e i parametri per valutare i curricula dei candidati e la qualificazione dei commissari. Questi criteri e parametri sono ampiamente condivisibili, al di là di questioni di dettaglio, e costituiscono una profonda e interessante analisi dei numerosi e disparati fattori che contribuiscono a delineare la qualità scientifica di un docente universitario. In un punto il decreto ha però voluto strafare, introducendo alcuni indicatori qualiquantitativi di tipo sostanzialmente bibliometrico, per i quali sembra che occorra superare alcune soglie numeriche (le famose mediane) per essere ammessi rispettivamente all’abilitazione o al sorteggio per le commissioni giudicatrici. Sembra? Il punto è proprio questo. Il decreto, il cui testo non fa onore agli estensori tanto è intricato, in un comma afferma che possono essere abilitati esclusivamente i candidati che superano le soglie numeriche previste, in un altro che le commissioni possono utilizzare criteri diversi.
Tutti gli indicatori bibliometrici sono interessanti ma presentano forti limiti di descrittività, documentate da miriadi di analisi pubblicate sulle riviste specializzate, tanto che in nessun paese sono utilizzati in modo automatico e vincolante per reclutare o promuovere i docenti. Speriamo che l’Italia non si lanci incautamente nell’essere il primo a farlo, perché le conseguenze potrebbero essere addirittura disastrose per il futuro dell’università, come è stato ripetutamente segnalato da alcuni tra i più validi intellettuali italiani di varie discipline. Recentemente i componenti del consiglio direttivo dell’Anvur hanno diffuso l’idea che il superamento delle mediane non sia in realtà prescrittivo. Ma, in temi di diritto, il decreto ministeriale prevale evidentemente su ogni altra pur autorevole considerazione. Avanzo allora una modesta proposta al ministro Profumo: intervenga autorevolmente e chiarisca una volta per tutte, meglio se con un provvedimento normativo erga omnes, che il superamento delle mediane è uno dei fattori di cui le commissioni dovranno tener conto e non la condizione necessaria per conseguire l’abilitazione. È forse il modo migliore per salvare l’intera procedura dell’abilitazione, per rimettere in moto il sistema concorsuale bloccato, per garantire parità di trattamento contro ogni gattopardismo universitario, per raccogliere con saggezza le critiche motivate riguardanti i parametri bibliometrici. Ma soprattutto è il modo migliore per salvaguardare l’irriducibile e positiva complessità della mappa dei saperi nelle università e quindi la sopravvivenza di intere nicchie disciplinari di grande prestigio internazionale e valore culturale, anche quando fanno capo a piccole comunità o si caratterizzano per approcci innovativi o interdisciplinari.

da Europa Quotidiano 14.09.12

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“Il modo sbagliato per valutare i prof universitari”, di Carlo Rimini

Si è rimessa in moto la macchina dei concorsi per professore universitario. È una buona notizia, ma ieri il Cun (Consiglio Universitario Nazionale) ha presentato una mozione in cui chiede che il ministro dell’Istruzione intervenga per garantire «trasparenza in merito alle procedure».

Si è rimessa in moto la macchina dei concorsi per professore universitario. È una buona notizia, ma ieri il Cun (Consiglio Universitario Nazionale) ha presentato una mozione in cui chiede che il ministro dell’Istruzione intervenga per garantire «trasparenza in merito alle procedure». È un segno forte del fatto che qualche cosa non sta funzionando nel modo giusto. Il Cun chiede anche al ministro di «voler autorevolmente intervenire affinché sia chiaramente stabilito… se il superamento dei valori mediani degli indicatori quantitativi abbia o meno natura vincolante ai fini del conseguimento dell’abilitazione». Ad una prima lettura non si capisce nulla: solo che è in atto un oscuro confronto fra gli organi amministrativi che stanno definendo le regole della procedura e il Cun. Un contrasto che preoccupa perché dall’applicazione di queste norme dipende la scelta di coloro che educheranno le prossime generazioni di studenti italiani, dipende la qualità della nostra futura ricerca scientifica.
La riforma Gelmini ha previsto che il reclutamento avvenga con una procedura che si articola in due fasi: un ricercatore diventa professore se vince un concorso bandito localmente da ciascuna università, ma al concorso possono partecipare solo candidati che siano stati preventivamente dichiarati idonei da una commissione nazionale. Il 22 luglio scorso è stata indetta la procedura per il conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale e durante l’estate il ministero e l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur) hanno prodotto la normativa destinata a regolare i lavori della commissione nazionale per il conferimento delle idoneità. A giugno il ministero ha definito gli «indicatori di attività scientifica» ed ha affermato che la commissione dovrà «misurare l’impatto della produzione scientifica del candidato». Questa frase nasconde una scelta filosofica: la ricerca scientifica è una quantità suscettibile di essere misurata. Ma come si misura la quantità della ricerca? La norma fondamentale del decreto di giugno afferma che «l’abilitazione può essere attribuita esclusivamente ai candidati i cui indicatori dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva presentino i valori richiesti». E quali sono questi valori? Il parametro fondamentale è la «mediana», cioè la media della produttività scientifica di coloro che sono già professori. Il candidato a conseguire l’abilitazione deve avere prodotto pubblicazioni superiori alla media, altrimenti è escluso. Le pubblicazioni – almeno nel calcolo di uno degli indicatori – sono valutate per il loro numero. Ciò significa che, per partecipare alla procedura di valutazione nazionale, bisogna avere scritto un certo numero di libri, oppure un certo numero di articoli pubblicati su riviste scientifiche. Non conta la serietà dell’editore e la diffusione dell’articolo o del libro e neppure conta il numero di pagine che lo studioso ha scritto: tre libri di cento pagine ciascuno che nessuno ha letto consentono di partecipare alla selezione; un libro di mille pagine che ha dato un contributo decisivo alla ricerca in un certo settore scientifico invece non basta. Il senso dell’interrogazione del Cun al ministro è dunque questo: possibile che il sistema sia così stolto?

Conosco un giovane studioso italiano che, nel giugno scorso, ha saputo che un’importante università canadese aveva bandito un concorso per un professore nella sua materia. Ha mandato per posta la domanda e l’elenco delle sue pubblicazioni. Dopo qualche settimana è stato contattato: i professori del dipartimento che aveva bandito il concorso volevano conoscerlo, assieme ad alcuni degli altri candidati. Hanno passato assieme una giornata, confrontando le rispettive esigenze e discutendo dei loro progetti di ricerca. Lo studioso italiano è stato scelto, come spesso succede, perché ha una preparazione eccellente (l’Italia ha speso molti denari per formarlo!). Prenderà servizio a ottobre: i suoi colleghi italiani intanto aspettavano che l’Anvur calcolasse le mediane. Ecco perché i cervelli italiani fuggono.

La Stampa.it

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