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«La fretta aiuta gli scettici», di Gianni Trovati

«Io sono un deciso sostenitore dell’abilitazione nazionale, ma le cose vanno fatte bene altrimenti danno argomenti agli scettici e si favoriscono le tante resistenze alle innovazioni». Il nome di Valerio Onida, ex presidente della Consulta e ora alla guida dell’Associazione nazionale dei costituzionalisti che ha promosso il ricorso contro i parametri sulla classificazione delle riviste, in queste settimane di polemica è stato speso da chiunque si opponga alla nuova procedura ideata per scegliere i commissari (e poi gli abilitati): «Se lo dice Onida…». Il professore, però, ci tiene a sottolineare che nel mirino non c’è la scelta di superare i concorsi locali, ma la strada imboccata per raggiungere l’obiettivo.
Partiamo dalle chance di accoglimento del ricorso: il Tar non ha concesso la sospensiva, e su questa scelta sono fiorite le interpretazioni.
È una procedura del tutto normale, perché le norme prevedono che ciò avvenga quando l’istanza è apprezzabile e può essere soddisfatta nel merito. Certo, il rinvio a gennaio presuppone tempi lunghi, ma purtroppo queste sono le prassi del nostro sistema.
Perché avete contestato la classificazione delle riviste?
Perché nel nostro settore, e non solo, questa classificazione non c’era quando le pubblicazioni sono state effettuate, e non può essere decisa a posteriori. Un conto sono le «scienze dure», dove i parametri bibliometrici sono già impiegati e c’è un sistema controverso ma apprezzabile, altro conto sono le discipline dove non c’è mai stato nulla del genere.
Ma non pensa che anche nelle aree giuridiche e umanistiche sia utile un sistema di valutazione più oggettivo?
Un meccanismo così può essere utile, ma prima si fissano parametri chiari, e poi si giudicano su questa base le pubblicazioni successive. Altrimenti il risultato può essere opposto ai desiderata.
Cioè?
Troppa fretta e schematismo portano a soluzioni deboli, con un grosso rischio di ricorsi: sarebbe stato meglio prendersi più tempo per trovare soluzioni più sicure.

Il Sole 24 Ore 17.09.12

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“Il «concorso» nazionale che spacca gli atenei”, di Gianni Trovati

La parola d’ordine è «mediana». In queste settimane i professori universitari non discutono d’altro: non solo nei dipartimenti di matematica e statistica, ma da filologia classica a medicina il «valore che si trova al centro della distribuzione del gruppo di valori considerato» domina i discorsi di docenti abitualmente impegnati in letture metriche o analisi di laboratorio.

La ragione è che le mediane regolano il “traffico” dell’abilitazione nazionale, la strada tracciata dalla riforma Gelmini per diventare docente universitario cancellando le vecchie «concorsopoli» locali.
La macchina è partita, e si trova nella fase che interessa più da vicino gli ordinari: la raccolta dei commissari che dovranno giudicare gli aspiranti abilitati. In 7.350, cioè la metà dei professori titolati, hanno fatto domanda (poco più di 400 l’hanno ritirata), e attendono entro il 7 ottobre prossimo di sapere se potranno o meno far parte delle commissioni. Per avere il via libera, qui sta il punto, occorre aver pubblicato più libri e articoli, o aver ricevuto più citazioni, rispetto appunto al valore mediano registrato dai colleghi del loro settore.
L’obiettivo è semplice, escludere dalle commissioni chi ha una cattedra ma non pare troppo impegnato nell’attività di ricerca. La traduzione pratica, però, si è rivelata meno banale del previsto. Il mondo universitario è stato diviso in due famiglie. Nelle scienze (le aree 1-9 nella tabella qui sopra, più psicologia), dove criteri bibliometrici e referaggio sono attrezzi abituali del mestiere, gli indicatori sono il numero di articoli pubblicati, le citazioni ricevute e l’indice di Hirsch, che sulla base di pubblicazioni e citazioni misura l’impatto del lavoro degli studiosi. Nelle discipline umanistiche ed economiche (aree 10-14, tranne psicologia) i parametri sono rappresentati da numero di libri, numero di articoli o capitoli di libri, e infine dal numero di articoli pubblicati su riviste di «fascia A», cioè ritenute eccellenti. Il Cineca, il consorzio che cura l’informatica accademica, ha iniziato ad “avvisare” i docenti sull’esito delle selezioni, ma l’esame con i dati aggiornati tocca ora all’Agenzia di valutazione del sistema universitario (Anvur) e alla fine più del 75% dovrebbe farcela.
Le regole, però, non sono uguali per tutti: per potersi sedere in commissione, i professori della prima famiglia devono superare la mediana in almeno due dei tre indicatori, mentre per umanisti ed economisti basta centrare un risultato utile su tre. Un’eccezione ulteriore, imprevista dalle regole attuative della riforma, è rappresentata dai giuristi: per loro, infatti, l’elenco delle riviste di «fascia A» non è stato pubblicato, forse perché travolto da eccessiva polemica.
Sulla questione delle riviste poggia infatti il ricorso presentato dall’Associazione italiana dei costituzionalisti guidata dall’ex presidente della Consulta Valerio Onida (si veda anche l’intervista qui a fianco), che contesta il fatto di aver fissato ex post una graduatoria fra le riviste che non esisteva quando le pubblicazioni sono state effettuate. Il Tar Lazio non ha accolto la sospensiva, ma questo non permette nessun pronostico sulla decisione di merito, in calendario per mercoledì 23 gennaio: entro la fine della stessa settimana le commissioni dovrebbero completare il loro esame dei candidati alle abilitazioni (devono presentare domanda entro il 20 novembre), e una bocciatura rischierebbe di trascinare nel caos tutta l’architettura.
Anche perché il nodo delle riviste interessa “solo” le aree umanistiche, giuridiche ed economiche, che abbracciano circa il 40% dei commissari. Ma nel mondo accademico, assai sensibile al tema concorsi, sono molti altri i temi che agitano il dibattito. Mercoledì scorso il Consiglio universitario nazionale (Cun), l’organo di rappresentanza dei docenti, ha chiesto in due mozioni all’Anvur di chiarire come sono state calcolate le mediane, e se saranno utilizzate o no anche per i candidati all’abilitazione. Viste le difficoltà dell’avvio, che hanno spinto l’Agenzia a reperire le informazioni dai siti personali dei docenti (dove non c’era alcun obbligo di elencare puntualmente le pubblicazioni), il rischio di contenzioso è elevato. Gli elenchi degli aspiranti commissari, infatti, sono pubblici, e sarà sufficiente leggere le liste dei prescelti per conoscere i nomi degli scartati: che, con il tasso di carte bollate che accompagna ogni concorso italiano, difficilmente accetteranno lo stop senza battere ciglio.

Il Sole 24 Ore 17.09.12

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«Essenziale avviare il sistema», di Gianni Trovati

«Abbiamo avuto poco tempo per costruire il sistema, ma era importante partire anche per non perdere i 75 milioni all’anno messi a disposizione per i professori reclutati con l’abilitazione nazionale. Il Paese non è abituato a questi meccanismi, e abbiamo dovuto combattere anche contro l’inadeguatezza del sistema, ma la ripartenza passa anche da qui».

Stefano Fantoni, presidente dell’Anvur, non ha passato un’estate facile: varati in pieno agosto i regolamenti con i parametri, raccolti i dati sull’attività degli ordinari e individuate le mediane per ogni settore, l’Agenzia è ora al lavoro per individuare chi può entrare nelle commissioni e chi no.
Intanto, però, fra i docenti le polemiche sul metodo non si spengono.
L’asimmetria fra i criteri delle aree scientifiche e quelli delle altre discipline è un fatto, anche spiacevole, ma i parametri bibliometrici e i metodi oggettivi di misurazione dell’attività non sono uguali in tutti i settori. Questo però non comporterà grosse differenze nella “severità” della selezione, come mostreranno i numeri.
I giuristi, non da soli, contestano proprio l’applicazione di parametri bibliometrici prima sconosciuti alla loro disciplina.
Va però detto che per censire le riviste sono stati utilizzati parametri oggettivi, come la diffusione anche internazionale, abbiamo chiesto informazioni alle società scientifiche, e un gruppo di 28 garanti di alto profilo ha contribuito alla classificazione. Mi pare che i giuristi abbiano finito per fare un ricorso contro se stessi, perché la presenza di un indicatore in più va sempre a vantaggio dei docenti.
Tra i critici, c’è chi afferma che i metodi bibliografici vanno bene per valutare una struttura ma non i singoli docenti. Ma l’abilitazione non è un concorso che mette a confronto un soggetto con un altro per assegnare un posto: i parametri servono per individuare i docenti inattivi o falsamente attivi, come prevede la legge.
Insomma, escludete problemi?
La classificazione può essere imperfetta, ma è ben fondata. Qualche errore ci potrà essere, ma escludere dalle commissioni un docente valido è meno ingiusto di aprire le porte a uno inadeguato.

Il Sole 24 Ore 17.09.12

1 Commento

  1. Mario Rossi dice

    Vorrei far notare che in nessuno dei sistemi accademici esteri più attrattivi per i ricercatori italiani in fuga esiste un meccanismo come l’abilitazione nazionale italiana. Eppure, tali sistemi attraggono cervelli da tutto il mondo. In Germania (Paese che viene spesso assunto a parametro di confronto) è esistita da tempo una “Habilitation” consistente, diversamente dall’ abilitazione italiana, in una qualifica senza scadenza temporale che si ottiene dopo aver scritto un libro (“opus magnum”) di importanza ben superiore ad una tesi dottorale ed averlo difeso in una discussione. Ebbene, in Germania si sta dibattendo da alcuni anni di abolire la “Habilitation” ed è stato comunque creato un percorso alternativo, la “junior professorship”. Risultato: il sistema tedesco é divenuto molto più internazionale ed aperto, tanto da porsi in concorrenza con i sistemi anglosassoni e da facilitare l’ afflusso di cervelli da tutto il mondo, reclutati direttamente dai singoli Dipartimenti come spiegava anche a “L’ Espresso” una docente italiana dell’ Università Goethe. Morale: se si vuole l’ingresso nel sistema accademico soltanto di chi è veramente interessato ed impegnato a produrre risultati di qualità nella ricerca e nell’ insegnamento (con conseguenti benefici a livello sociale), deve esistere un interesse genuino delle Università a reclutare tali studiosi. Occorre, cioè, una mentalità aperta, non centrata sulla cooptazione.
    Se invece le Università sono dominate – come in Italia – da cupoli baronali (a tela di ragno) interessate principalmente al rafforzamento del proprio potere tramite l’inserimento degli allievi dei baroni, un meccanismo come l’ “abilitazione scientifica nazionale” (con i baroni nelle Commissioni ed i loro allievi fra gli abilitandi) è destinato a produrre, come esito, non la meritocrazia, ma, al contrario, l’ ulteriore chiusura corporativa dell’ accademia italiana e l’ ulteriore fuga dei cervelli che, tenendo alla propria libertà accademica ed alla propria indipendenza, non vorranno sottostare al potere dei baroni né competere con gli allievi dei baroni e rifiuteranno quindi di sottoporsi all’ abilitazione preferendo sistemi esteri. Non saranno certo le “mediane” a rendere impossibile la cooptazione! Vorrei far notare, infine, che il fenomeno del monopolio delle Università italiane da parte dei baroni, che verrà rafforzato dall’ abilitazione nazionale, è stato perfino trattato dalla letteratura sociologica anglossassone (che l’ ha naturalmente descritto ed additato come fenomeno patologico, anche se da studiare con distacco per interesse scientifico).

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