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“Ci mancava solo la Bce!”, di Tonia Mastrobuoni

Del Boca: perché quella delle donne continua ad essere una rivoluzione interrotta

Ventidue uomini su ventitré nel Consiglio direttivo della Bce sono un po’ difficili da nascondere. Soprattutto mentre la Commissione Ue sta tentando di superare le resistenze dei paesi membri perché adottino l’obbligo del 30% di donne ai vertici delle aziende quotate. E se la Bce non è quotata, è senza dubbio la banca delle banche e dovrebbe dare l’esempio. Così il Parlamento europeo ha finalmente battuto un colpo e sta ritardando in questi giorni la ratifica del ventitreesimo membro del direttorio. Un po’ poco, ma è un inizio.

Per noi italiani non c’è neanche bisogno di andare a Francoforte per rattristarsi della deplorevole «rarefazione femminile nei luoghi di comando», per usare un’espressione di Daniela Del Boca. Anche in questo ambito siamo terra di primati tristi. Prendete la Banca d’Italia: Anna Maria Tarantola è stata per anni l’unica presenza rosa in un consesso rigorosamente maschile. Appena ha lasciato il suo posto nel direttorio per assumere la presidenza della Rai, è stata prontamente sostituita da un uomo.

Inoltre, le donne nei consigli di amministrazione delle società, come ricorda Del Boca, economista del Collegio Carlo Alberto e dell’università di Torino, nel 2011 erano il 7% del totale contro il 20% della media europea. «Ci mancava solo la Bce! È un peccato – osserva – visto che studi recenti dimostrano che gruppi di lavoro misti sono più produttivi di quelli monogenere». Non ditelo ai diciassette governi dell’Eurozona che continuano a scelgiere candidati uomini per il timoniere della crisi, la Bce

Questa settimana il secondo appuntamento del convegno Segnavie di Padova è stata l’occasione per l’economista non solo per ricordare che la totale assenza di donne ai vertici è «il sintomo evidente della scarsa fiducia che continua ad essere riposta nelle donne – e non solo in Italia». Ma ha offerto anche l’opportunità per un aggiornamento sulla «rivoluzione interrotta», quella delle donne in Italia, della quale Del Boca è tra le massime esperte. Un cambiamento inibito del quale parlano anche i suoi ultimi libri editi dal Mulino, “Famiglie sole” e “Valorizzare le donne conviene”.

Dovrebbe allarmarci anzitutto che la crisi abbia aggravato un fenomeno che già ci colloca da sempre in fondo alle classifiche europee, ora anche dietro la Grecia. Il tasso di occupazione femminile è tornato ai livelli del 2006, attorno al 46%. Nello stesso periodo è rimasto invece stabile in Francia e in Germania è addirittura aumentato. Altro dato preoccupante: aumenta il divario salariale, cresciuto dal 10,3% del 1995 al 13,8% del 2010. Oltretutto, spiega Del Boca, «la carriera delle donne è ancora molto segregata verticalmente».

Ma non bastasse la scarsa rappresentanza femminile agli apici delle aziende, l’economista ricorda che anche per le lavoratrici normali, insomma per chi non ricopre ruoli di responsabilità, conciliare il lavoro e la famiglia continua ad essere un’impresa titanica. Per dirla con Maurizio Ferrera, continuiamo ad essere un paese del «donne a casa, culle vuote». L’Italia ha notoriamente un bassissimo tasso demografico ma anche un alto numero di donne che abbandonano il lavoro dopo il primo figlio. Sono un quarto del totale, una cifra agghiacciante. Oltretutto, scandisce Del Boca, «due terzi di esse affermano di aver abbandonato il lavoro per difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare, per la scarsa flessibilità concessa nel lavoro o anche per la mancanza di aiuti da parte dei familiari». E la probabilità, comunque, che non tornino al lavoro per 18-21 mesi raggiunge quasi il 50%. Invece, come dimostrano molti studi, facilitare la partecipazione delle donne al lavoro fa bene all’economia: l’Italia potrebbe guadagnare ben 7 punti di Pil se raggiungesse l’obiettivo di Lisbona del 60% di occupazione femminile. Cosa fare, dunque?

Del Boca ha calcolato che congedi part time e una maggiore disponibilità di nidi farebbero crescere l’offerta di lavoro del 7%; un aumento degli asili, fra l’altro, «ha anche un impatto positivo sui voti a scuola dei bambini». Quanto a un altro tipico problema delle donne, quello della scarsa remunerazione rispetto agli uomini (a 5 anni dalla laurea gli uomini guadagnano in media 1.500 euro contro i 1.100 euro delle donne), l’economista sottolinea che influisce anche un problema del quale si dibatte troppo poco. «Le donne scelgono troppo poco le facoltà scientifiche». Per incoraggiarle di più» occorrerebbe introdurre degli incentivi», osserva.

Per ora, insomma, la strada delle donne italiane verso una vita più felice, che conceda loro di conciliare il desiderio di avere figli e quello di realizzarsi professionalmente, è ancora lunghissima e in salita.

da www.lastampa.it