Giorno: 26 gennaio 2013

un fallimento in 7 giorni Quella mia laurea online, di Viviana Mazza

È il fenomeno del momento, con milioni di studenti Prof stellari, con un difetto: mai contatti neanche via email Mi ero iscritta con entusiasmo. Volevo sperimentare in prima persona questa rivoluzione (dal buffo acronimo MOOC) dei «massive open online courses», corsi di alta qualità aperti alle masse diventati popolarissimi dall’anno scorso e in crescita più rapida di Facebook, come ama ripetere il fondatore di Coursera, una delle tre principali piattaforme che li offrono (le altre sono edX e Udacity). Frequentare un corso universitario online forse non «suona» molto rivoluzionario. Ma immaginate centinaia di migliaia di studenti di tutto il mondo che seguono la stessa lezione, gratis e — aspetto non trascurabile — tenuta da docenti di atenei prestigiosi, come Harvard, MIT, Stanford, Princeton, Columbia (soprattutto americani; tra gli inglesi non si sono finora convinti né Oxford né Cambridge). E dunque ho aperto il browser, digitato Coursera.org (che è stato creato nel 2011 da due professori di Stanford) e ho cominciato a scorrere la lista dei corsi disponibili, dalla medicina all’informatica, dalla musica alla finanza, immaginando …

"La Giornata della memoria. Ricordare guardando al presente", di Adriano Prosperi

“A poco a poco il ricordo…” : Saul Friedländer ha raccontato nel bellissimo libro che ha questo titolo l’emozione dell’affiorare nella coscienza del ricordo dei genitori e dell’infanzia ebraica dopo anni di vita in un collegio religioso che per salvarlo gli aveva dato un nome e una identità cristiana. Ma gli insondabili abissi della memoria personale che ispirarono a Sant’Agostino espressioni di religioso tremore sono cosa diversa dalla memoria collettiva orientata da poteri di governo. La Giornata della memoria che ricorre domani ne offre un buon esempio. La legge istitutiva del 20 luglio 2000 la finalizzò al “ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati politici e militari italiani nei campi nazisti”. Qui la legge dell’ottimismo che secondo i neurobiologi governa la selezione del ricordo assume i tratti della censura consolatoria: gli italiani vi compaiono come perseguitati e vittime nonostante il dato di fatto di una responsabilità collettiva del nostro Paese e dei suoi governanti nel razzismo e nella persecuzione degli ebrei, nella guerra mondiale a fianco della Germania nazista. Ora …

La nostra Europa che non deve morire, di Vassilis Alexakis , Hans Christoph Buch, Juan Luis Cebrián, Umberto Eco, György Konrád, Julia Kristeva, Bernard-Henri Lévy , Antonio Lobo Antunes, Claudio Magris, Salman Rushdie, Fernando Savater, Peter Schneider

L’Europa non è in crisi, è in punto di morte. Non l’Europa come territorio, naturalmente. Ma l’Europa come Idea. L’Europa come sogno e come progetto. L’Europa il cui spirito fu celebrato da Edmund Husserl nelle sue due grandi conferenze pronunciate a Vienna, nel 1938, e a Berlino, alla vigilia della catastrofe nazista. L’Europa come volontà e rappresentazione, come chimera e come cantiere, l’Europa che i nostri padri hanno rimesso in piedi, l’Europa che ha saputo ridiventare un’idea nuova in Europa, che ha potuto portare ai popoli dell’ultimo dopoguerra una pace, una prosperità, una diffusione della democrazia inedite, ma che ancora una volta si sta decomponendo sotto i nostri occhi. Si decompone ad Atene, una delle sue culle, nell’indifferenza e nel cinismo delle nazioni-sorelle: ci furono tempi, quelli del movimento filellenico, agli inizi del XIX secolo, in cui, da Chateaubriand al Byron di Missolungi, da Berlioz a Delacroix, o da Puškin al giovane Victor Hugo, tutti gli artisti, poeti, grandi intelletti di cui era ricca l’Europa, volavano in suo aiuto e militavano per la sua libertà. …

Se l'Europa cancella il suo passato, di Antonio Ferrari

Durante una conferenza estiva sulle derive del razzismo, un ragazzino si è alzato in piedi e mi ha chiesto: «Senta, lei ci parla dell’Olocausto. Agghiacciante, d’accordo. Ma che colpa ne ho io se i nazisti gasavano i miei coetanei?». Sarebbe stato facile attaccare con l’elenco delle atrocità, denunciare gli aguzzini e concludere con un retorico e inutile «mai più». Mi è invece venuto spontaneo rispondere così: «Vedo che hai un tatuaggio sul braccio destro. E allora, immagina che domani mattina arrivi uno e ti dica che tutti quelli che hanno un tatuaggio devono essere fermati e deportati. Oppure, al contrario: che arrivi uno e ti dica che tutti quelli che non hanno un tatuaggio devono essere deportati. Come reagiresti?». Non ho avuto risposta, se non un imbarazzato sussulto. Come se l’orrendo macigno del passato avesse risvegliato l’incubo di un possibile presente. È facile dimenticare ed è sempre difficile trasferire il peso della memoria nei nostri giorni. Eppure, in una fase acuta di crisi globale — economica, finanziaria, ma soprattutto crisi di valori — bisognerebbe interrogarsi …