Giorno: 11 gennaio 2013

"Se il voto di un lombardo vale più di quello di un umbro", di Francesco Cundari

Da tempo su tutti i giornali si discute dell’importanza del voto in lombardia, che deciderà se il vincitore delle prossime elezioni avrà o no la maggioranza anche in Senato (e potrà quindi, effettivamente, governare). Il motivo, si spiega, è che il premio di maggioranza – cioè quel meccanismo che dovrebbe assicurare alla coalizione che arriva prima un numero di seggi sufficiente a formare, appunto, una maggioranza – al Senato è suddiviso in diciotto diversi premi di maggioranza regionali (Valle D’Aosta e Molise non ne assegnano), ragion per cui non solo non assicura alcunché, ma è anzi da tutti considerato il principale ostacolo alla possibilità che chi arriva primo a livello nazionale possa effettivamente formare una maggioranza anche in Senato. Più che di premio, pertanto, bisognerebbe parlare di punizione. Si tratti di una fatalità o di un disegno preordinato, si potrebbe sostenere che con un simile sistema, di fatto, gli elettori delle Regioni più popolose, e primi tra tutti i lombardi, pesino più degli altri (il fatto che a firmare l’attuale legge elettorale sia stato il …

Bersani: «Niente Imu per chi paga fino a 500 euro», di Maria Zegarelli

̀ E’ la pressione fiscale il tema caldo di questa campagna elettorale. Come alleggerirla e rendere meno duro per le famiglie italiane far quadrare il bilancio. Pier Luigi Bersani, ospite del salotto buono della Rai, Porta a Porta, non promette miracoli, «useremo parole di verità», aveva promesso subito dopo la vittoria delle primarie, e quindi punta a quello che è concretamente possibile fare. Primo: abolire l’Imu – «un calice amaro per il ceto medio e non solo per quello» – per chi ora paga fino a 500 euro, compensando il minor gettito nelle casse dello Stato con un innalzamento progressivo delle altre aliquote e inserendo «un’imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari», quelli cioè che superano «1,5 milioni di euro catastali, che equivalgono a circa 3 milioni sul mercato. Mi pare che ci si può stare», dice rispondendo alle domande di Bruno Vespa. Eliminarla del tutto, come promette Silvio Berlusconi, sarebbe impensabile, «in tutti i Paesi del mondo c’è una tassazione sugli immobili e la tassazione sugli immobili ha una sua logica. Per noi bisogna alleggelirla: …

"L'Europa prova la ricetta americana "Basta austerity", è l'ora dello sviluppo", di Federico Rampini

Il dopo austerity sta cominciando. Dai vertici dell’Unione europea arrivano segnali, ancora discreti ma inequivocabili, di un cambiamento di rotta. Nessuno vuole prendere atto in modo brutale che le terapie fin qui applicate nell’eurozona erano proprio sbagliate.UNA tesi che invece ha autorevoli sostenitori su questa sponda dell’Atlantico: da Barack Obama al Nobel Paul Krugman. Senza ripudiarla troppo esplicitamente, l’austerity viene liquidata con uno stillicidio di dichiarazioni. Messe insieme, anticipano la fine di un’èra. Il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, ora finge che i feroci salassi al Welfare non abbiano mai avuto un imprimatur da Bruxelles: «E’ un mito che l’Unione europea imponga politiche dure, non è vero». Più drastico e anche autocritico, il presidente uscente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Claude Juncker: «L’Europa sta sottovalutando la tragedia della disoccupazione, supera l’11% e non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo realizzare politiche più attive per il mercato del lavoro». Alla Bce Mario Draghi ammette che ancora «non si vedono segnali di miglioramento dell’economia reale» (l’unica che conta per i cittadini: investimenti, lavoro, reddito). Draghi rifiuta di pronunciarsi …

"Tutti i paesi Ue dovrebbero fissare un salario minimo", di Marco Zatterin

Alla fine del mandato, dopo otto anni di regno sull’Eurogruppo, JeanClaude Juncker decide di dire la verità, la «sua» almeno. «Ho dubbi sul modello di risanamento che abbiamo applicato in alcuni paesi», confessa il lussemburghese. Pensa alla Grecia, in particolare, e non solo. L’austerità gli è parsa eccessiva, soprattutto rispetto agli scarsi progressi conseguiti nel sociale. «Stiamo sottovalutando l’enorme tragedia della disoccupazione che ci schiaccia – avverte -, occorrono politiche più attive». Ad esempio, «ogni paese dovrebbe introdurre un salario minimo per legge, così da impedire che la crisi pesi sul reddito delle fasce più deboli: altrimenti, perderemmo credibilità e il sostegno della classe operaia, ma non me la attribuite, non è mia, è di Marx». Discorso d’addio, franco, non privo di battute salaci sui «filosofi del Nord», i signori del rigore condotti da Frau Merkel. «Il peggio è passato ha stimato Juncker davanti alla Commissione Economia dell’Europarlamento -, eppure ciò non toglie che ci attendano tempi difficili». Una linea precisa, la sua, la stessa (solo ben più tagliente) dei discorsi con cui il presidente …

"La nuova strada per le donne in politica", di Mariella Gramaglia

Partito democratico e Sinistra ecologia e libertà, le prime due formazioni politiche che hanno presentato le liste elettorali, hanno fatto una scelta piuttosto netta a favore della democrazia paritaria, di una strategia, cioè, che renda il Parlamento specchio fedele di un Paese popolato da due sessi. Sedici donne su 38 capilista e 40 per cento di presenze femminili nelle liste per il Pd. Qualche decimale in più per Sel: 50 per cento di capilista e 46 per cento nelle liste. Naturalmente, dato che il sistema a «chiusura lampo» (un uomo che si alterna a una donna, giù giù fino alla fine dell’elenco) non è stato rispettato in maniera notarile, non è detto che la quota delle elette corrisponderà esattamente a quella delle chiamate, soprattutto per la formazione più piccola e più soggetta agli umori imprevisti dell’elettorato. Ma tant’è: siamo di fronte a un’ottima volontà, mentre in queste ore le altre formazioni stanno per chiudere le loro partite. C’è da augurarsi che lo spirito di emulazione abbia la meglio ovunque e la scelta di un nuovo …

"Tanto rumore per quasi nulla", di Curzio Maltese

Gli amici tienteli stretti, ma i nemici ancora più stretti, consigliava il Padrino. Berlusconi e Santoro erano destinati a incontrarsi di nuovo. Sono due uomini di televisione, quindi il loro conflitto era fondato sulle leggi dello spettacolo e non su presunti valori. Sono entrambi narcisi sfrenati, di conseguenza sfrenatamente vittimisti. In fondo si stimano, hanno lavorato insieme, durante uno dei tanti drammatici, ma in genere vantaggiosi periodi di esilio dalla Rai di «Michele chi?». Potrebbero tornare a farlo, se fosse conveniente, per esempio dopo una vittoria del Pd alle elezioni. Per Santoro l’epopea del Cavaliere è stata una manna di share dal cielo, compreso ieri sera. Berlusconi ha lucrato un’intera avventura politica sui vizi di una sinistra parolaia e gonfia di sé, ma alla fine disponibile al compromesso, che Michele Santoro ha sempre incarnato, fin dalla gioventù nell’unione dei marxistileninisti, alla militanza nel Pci, alla carriera di tribuno televisivo. In questi casi la domanda è chi sta fregando l’altro, una volta stabilito che tutti e due sono geniali nel fregare i seguaci. La risposta è …