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«Università al capolinea Sei interventi per salvarla», di Mariolina Iossa

Poi si parla di fuga dei cervelli. E ci si stupisce del crollo delle immatricolazioni. Oppure si guarda con ansia alle migliaia di studenti che rinunciano a laurearsi. Ultima fermata, per i nostri atenei, arrivati al capolinea prima del disastro. «Se vi fosse una Maastricht delle Università, noi saremmo ormai fuori dall’Europa». Eppure ovunque ci si volti, dice il presidente della Conferenza dei rettori, Marco Mancini, da nessuna parte si offrono ricette per i mali dell’università e della ricerca italiane, non ci sono soluzioni nelle agende politiche di chi si candida a governare il Paese. Proprio per questo, la Crui ha scritto una lettera aperta al prossimo presidente del Consiglio con 6 proposte per il futuro dell’Università. «Serve una forte discontinuità con il passato — spiega Mancini —, la politica ci ha messo fra parentesi e parla di futuro? Per noi, sia chiaro, l’università è un aspetto fondamentale del futuro».
I rettori stavolta sono decisi, non si tireranno indietro. Che non si dica poi che sono rimasti a guardare o che si sono limitati a lamentarsi. «Fino ad oggi — prosegue il presidente della Crui — ci siamo molto lamentati, ma questo non ha prodotto alcun effetto, abbiamo offerto un quadro apocalittico senza riuscire a smuovere i governi. Ora suggeriamo una terapia, alcune misure essenziali: si dovrebbe fare molto di più, ma vogliamo almeno evitare il collasso». Terapia d’urto, risposte all’emergenza. Ma quali sono le emergenze? Il calo costante delle immatricolazioni, per esempio, che è il tema di più stretta attualità. Meno della metà (47 per cento) dei diplomati sono attratti oggi dall’università, mentre 8 anni fa erano il 54 per cento. «Aiutiamo le famiglie a pagare le tasse e i contributi — dice Mancini —. Diamo ai giovani qualche chance in più nel percorso dell’istruzione superiore. Altrimenti saremo sempre più lontani dall’Europa, dove invece aumentano immatricolati, iscritti, laureati e “cervelli” arruolati nei loro Paesi e non costretti a fuggire».
Gli studenti meritevoli, chi cerca la migliore università per puntare all’eccellenza, devono essere sostenuti. Ovunque è ancora così, eppure la crisi economica non ha colpito solo l’Italia. Chissà perché questo però non vale, o vale poco, per lo studente italiano. Le borse di studio negli ultimi tre anni sono diminuite, i fondi nazionali nel 2009 coprivano l’84 per cento degli aventi diritto, nel 2011 solo il 75. In sostanza accade che a migliaia di studenti (ai quali pure spetterebbe) non viene erogata la borsa di studio. «Questa è una cosa che grida vendetta — s’infiamma Mancini —. Quando invece dobbiamo garantire la formazione e incoraggiare gli studenti a scegliere le migliori università».
Altra nota dolente, l’età dei docenti universitari che cresce mentre il loro numero diminuisce. Non c’è una sola situazione uguale in tutta Europa. Oltre il 22 per cento dei docenti ha più di 60 anni, contro il 5,2 per cento di Gran Bretagna, il 6,9 di Spagna, l’8,2 della Francia e il 10,2 della Germania. Solo il 4,7 dei professori universitari italiani ha meno di 34 anni, contro il 31,6 per cento in Germania, il 27 in Gran Bretagna, il 22 in Francia e il 19 in Spagna. Cervelli in fuga? È una emorragia: i giovani dottori che abbandonano l’Italia erano l’11,9 per cento nel 2002 e sono stati il 27,6 nel 2011: più del doppio in appena dieci anni.
Le Università vogliono anche vedersi restituita maggiore autonomia. Perché? «Non per fare quello che ci pare, rispondo all’obiezione più comune. Ma per valorizzare gli atenei in relazione al tessuto produttivo su cui lavorano». I soldi? Inutile nascondersi dietro un dito, dai finanziamenti non si può prescindere e non basta fermare l’emorragia, bisogna recuperare un po’ del terreno perduto. Le cifre parlano chiaro: in soli 4 anni l’Università ha perso il 13 per cento dei fondi. Oggi più del 95 per cento della spesa complessiva serve soltanto a pagare gli stipendi. «Noi chiediamo che ci venga restituito almeno il livello di fondi del 2009 — sottolinea Mancini —. Da allora ogni anno c’è stato un taglio e per il 2013, con la spending review, ci sono stati sottratti altri 300 milioni di euro».

IL DOCUMENTO

Sgravi fiscali, fondi e autonomia

Lettera aperta della Crui al prossimo Presidente del Consiglio. La Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui) rivolge un appello ai candidati premier e chiede da subito un impegno pubblico per salvare le Università italiane, luogo di formazione delle giovani generazioni e motore dello sviluppo del Paese.
Se vi fosse una Maastricht delle Università, noi saremmo ormai fuori dall’Europa. C’è bisogno di una scossa che metta istruzione e ricerca tra le prime priorità dell’agenda-Paese del futuro Governo. La Crui propone sei misure urgenti per affrontare le emergenze più gravi, con l’impegno poi a verificarne puntualmente l’attuazione:
1)defiscalizzare tasse e contributi universitari per aiutare le famiglie a non dover abbandonare l’Università a causa della crisi economica;
2)assicurare la copertura totale delle borse di studio erogate da Regioni e Atenei per garantire la formazione e la mobilità studentesca;
3)abbattere l’Irap sulle borse post-lauream e defiscalizzare gli investimenti delle imprese in ricerca per favorire la competizione nei settori ad alta intensità tecnologica;
4)finanziare posti di ricercatore da destinare ad almeno il 10% dei dottori di ricerca e togliere i vincoli al turnover per impedire l’espulsione dei giovani migliori dal Paese e il progressivo invecchiamento della docenza;
5)restituire l’autonomia responsabile all’Università rimuovendo gli attuali appesantimenti normativi per valorizzare le scelte di qualità e le vocazioni dei differenti Atenei;
6)incrementare i fondi per l’Università all’1% del Pil, ristabilendo in particolare il finanziamento statale ai livelli del 2009 e innalzando la premialità fino al 50% per ridare slancio agli Atenei, promuovere le eccellenze nei processi di valutazione, favorire la competitività a livello internazionale.
Il Corriere della Sera 18.02.13