attualità, politica italiana

"Impressioni di marzo", di Manuela Ghizzoni

“Quante gocce di rugiada intorno a me cerco il sole ma non c’è”

15 marzo 2013: primo vagito della XVII legislatura.
Tante, tante, tante facce sconosciute e normali (come normale penso sia la mia: forse non bella ma certamente normale).
Ai giornalisti interessano però solo quelle di un gruppo particolare, le altre no; le meno interessanti in assoluto sono quelle dei giovani eletti del PD (quando un giornalista che tenta l’approccio alla/al giovane deputata/o che veste casual e scopre che non è del M5S ma del Pd, se ne va sdegnato); evidentemente non sono abbastanza “normali”. Ma giudicate voi: a questo link http://www.camera.it/leg17/28 potrete vedere, per ordine alfabetico, il ritratto fotografico di ogni deputato e indovinare a che gruppo appartiene…
La giornata è dedicata a tre votazioni successive per la elezione del Presidente della Camera. Noi del Pd lasciamo scheda bianca. Perché? Per perdere tempo e sperperare denaro pubblico, come amplificano i nostri detrattori? No, è che per fare un pane buono occorrono ingredienti genuini e una lenta lievitazione, fattori che non possono certo essere spacciati per sperpero di denaro e perdita di tempo. Stiamo cercando, infatti, di ripristinare una antica prassi di democrazia agita: condividere la scelta di colei o colui che rappresenteranno la terza e la seconda carica dello Stato. A proposito: condividere non è sinonimo di prendere o lasciare. Lo dico perché mi pare che per il capogruppo al Senato del M5S abbia questo significato, almeno stando al suo video sulla giornata di ieri, nel quale afferma che Orellana (senatore M5S) era una candidatura di garanzia e che il PD non votandolo “ha perpetrato la rottura della prassi istituzionale” di affidare una Camera “alla maggiore forza di minoranza”. Ma non sarebbe forse il caso di fare un ripassino di Storia? Ma davvero abbiamo dimenticato quando, a partire dal 1968, a sedere sullo scranno più alto di Montecitorio stavano – ad esempio – Alessandro Pertini, Pietro Ingrao o la Nilde Iotti, eletti alla prima votazione con i voti dei due maggiori partiti, di maggioranza e opposizione? Quegli esiti erano frutto di intese (che poi qualcuno ha cominciato a chiamare inciucio, tanto per screditare le istituzioni) o, se preferiamo, dell’applicazione del principio di corresponsabilità, che in un Paese normale dovrebbe innervare ogni scelta pubblica. Insomma, una cosa molto diversa dallo scegliere autarchicamente un nome all’interno del proprio gruppo e imporlo agli altri. Appunto, prendere o lasciare.
Peraltro, la buona prassi alla quale anche Crimi fa riferimento – seppur distorcendone il senso nella variante: “io prendo questa, tu prendi quella” – fu interrotta il 16 aprile del 1994 con l’elezione della 31enne e neo deputata Irene Pivetti della Lega Nord. Innegabilmente una innovazione nello scenario politico: donna (la seconda a ricoprire quel ruolo), giovane e alla prima esperienza parlamentare. Ma quale reale cambiamento introdusse la sua elezione, se non l’“occupazione” di tutte le cariche istituzionali da parte della maggioranza, a disprezzo delle prerogative dell’opposizione? Non dimentichiamoci di Ronald Dworkin: «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate». Insomma: non è detto che le novità siano sempre positive…
Dopo la terza votazione serale, è palese che il nostro tentativo di condivisione è destinato al fallimento. Per usare le parole di Franceschini: «Siamo partiti, appunto, dalla necessità di scelte ampie per individuare i presidenti delle Camere. Non una cosa targata solo Pd. Passaggio obbligato, se vogliamo far nascere il governo. Abbiamo provato con il M5S: un muro [per le ragioni di cui sopra. N.d.A.]. Abbiamo tentato anche con Monti: un altro muro. Con il Pdl non lo abbiamo trovato quel muro, per il semplice motivo che siamo stato noi ad alzarlo: con Berlusconi non facciamo intese».
I telegiornali della sera e della notte, così come tutti i talk-show (gli inconcludenti spettacoli televisivi del chiacchiericcio), cantano il de profundis del PD per la sua presunta incapacità ad innovarsi e ad innovare la politica.

“…e intanto il sole tra la nebbia filtra già il giorno come sempre sarà.”

16 marzo 2013: riscatto del Parlamento italiano nel giorno dell’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione dei 5 uomini della scorta
Alle porte sbattute in faccia a oltre 10 milioni di italiani (cioè a quelli che hanno votato per la coalizione “Italia bene comune”) abbiamo risposto con la proposta di candidare alla presidenza di Camera e Senato personalità di profonda e “positiva innovazione”: Laura Boldrini e Pietro Grasso. La proposta, maturata (o “lievitata”) nel corso della notte, ci è riferita alla riunione di tutti i parlamentati della coalizione, convocata per le 8.15 di sabato mattina. È una bella sorpresa e lo manifestiamo con uno spontaneo e liberatorio applauso (a volte, come in questo caso, le parole non servono: sono più esplicativi i gesti) che dice: “è stata fatta la scelta migliore”. Prende poi la parola solo Dario Franceschini, per pochi minuti (ma quanto intensi devono essere stati per lui): pronuncia forse il suo discorso più importante, dal punto di vista politico e umano. Utilizza parole non ipocrite per dire che il bene comune viene sempre prima dell’interesse personale. Scatta un altro applauso, lungo e affettuoso. Una neo deputata lombarda, ma con alle spalle una solida esperienza amministrativa, si commuove alle lacrime e io penso che abbiamo le carte in regola per interpretare la buona politica, quella fatta di passi indietro, di passione e di coraggio.
Boldrini e Grasso: persone dalla storia personale non comune, che hanno speso la propria vita al servizio del Paese e degli ultimi e che hanno accettato una candidatura nella coalizione Italia bene comune. Nel loro primo discorso hanno pronunciato parole semplici e vere, di quelle che vanno dirette al cuore e alla mente. Insomma, con la candidatura e poi l’elezione di Boldrini e Grasso abbiamo dato prova, seppur da soli, che cambiare in meglio si può.
Non tutti hanno apprezzato, ovviamente. Pdl e Lega non si son certo spellati le mani ad applaudire i tanti passaggi dell’intervento della neo Presidente Laura Boldrini, dedicati agli “ultimi”. Lo hanno invece fatto i deputati del M5S: ma allora mi chiedo perché non l’abbiano votata. Ad ogni modo, è positivo che abbiano manifestato condivisione al discorso programmatico della Presidente: la distanza su molte questioni è, forse, più apparente che reale. Vedremo (e lo voglio sperare).
Al Senato, qualche ora più tardi, la soddisfazione è stata bissata con l’elezione di Pietro Grasso a Presidente. Per il regolamento della Camera Alta, alla quarta votazione si procede con il ballottaggio tra i due candidati più votati alla precedente votazione, che risultano essere Grasso e Schifani. Non penso che i senatori siano stati costretti ad andare su wikipedia per conoscere le biografie e il profilo pubblico dei due candidati. Insomma, due figure che certamente non sono sovrapponibili! Eppure per Scelta civica e per il M5S le così evidenti differenze nelle storie personali di Grasso e Schifani non sono state sufficienti per arrivare ad esprimere una opzione netta. Per inciso: situazione paradossale per una neoformazione politica che nella sua denominazione ha deciso di mettere la parola “Scelta”! Evidentemente, nella coalizione centrista ha prevalso non la ragione politica, bensì il risentimento di un Premier che dopo il deludente esito elettorale voleva farsi Presidente e al quale un Presidente più in alto di lui ha risposto “No, non si può fare”. Una vicenda davvero infelice, se posso dirlo con franchezza.
Il ballottaggio ha fatto scaturire nel M5S – riporto le parole del capogruppo Crimi espresse in video – “un bellissimo confronto, molto emozionante, un confronto acceso per quelle che sono le storie legate alla mafia e all’antimafia visto che avevamo in contrapposizione Schifani e Grasso, i due nomi la dicono tutta”. Secondo me è una bella cosa che all’interno di un gruppo politico (qualsiasi gruppo politico) si discuta, ci si confronti. E non mi interessa se il dibattito non è andato in diretta streaming: a me interessa la sintesi a cui è approdata la discussione, il resto è un inutile voyeurismo spacciato per trasparenza politica. Non so come valuteranno questa scelta i fans del “tutte le riunioni in diretta streaming” (immagino la delusione del sostenitore M5S che su FB ha scritto: “Quale forza politica vi dice cosa sta facendo in Parlamento? Sapete cosa stanno facendo gli eletti del PD, del PDL, del centro??? Ovviamente no… NOI INVECE VI DICIAMO TUTTO. E’ finita la politica nelle camere buie e quella degli accordi sotto banco… finalmente il Parlamento è il luogo dei cittadini.”) ma a me, ripeto, interessa la sintesi, che è stata, sempre per usare le parole di Crimi: “il gruppo è uscito all’unanimità con un’unica speranza, che era quella della non rielezione di Schifani. Questa è stata la coerenza del gruppo. In questa linea la quasi totalità del gruppo ha proseguito nel voto con la scheda bianca, nulla, qualcuno ha scritto Orellana che era il nostro candidato, qualcuno non ha votato. Insomma questa è stata la linea del Movimento. Nella cabina elettorale qualcuno ha agito in coscienza e quella è stata una grande espressione di libertà, di quello che è il nostro spirito, per cui il risultato alla fine ha visto Pietro Grasso vincere anche di larga misura su Schifani…” Trovo le parole di Crimi feconde di riflessioni: innanzitutto, l’auspicio espresso che Schifani non fosse rieletto è per me un importante punto di condivisione e una buona notizia, immediatamente adombrati però da un dubbio: ma se davvero come gruppo parlamentare non vuoi che l’ex presidente torni a fare il presidente allora ti limiti a stare alla finestra (cioè ti limiti a sperare: in cosa? Che a quale esponente leghista o del Pdl venga una necessità impellente che gli impedisca di partecipare al voto? Che i montiani abbiamo una resipiscenza nella cabina elettorale?) o agisci per scongiurare quell’eventualità? Il mero auspicio non è una assunzione di responsabilità, è un atteggiamento del peggior doroteismo. Non riesco pertanto a vedere tracce reali della coerenza invocata da Crimi. E tanto meno le vedo quando intesta la vittoria di Grasso su Schifani alla libertà di espressione e all’azione secondo coscienza: ma non usa parole nette anzi, potrei dire, riesce a dare un bell’esempio di perfetto politichese.
All’atteggiamento doroteo si sono sottratti alcuni senatori M5S che – come scrive Sardo, direttore dell’Unità – sono stati costretti a diventare dei “franchi tiratori” all’incontrario, per la decisione di non decidere assunta dal gruppo. Questa situazione ha fatto scrivere al megafono del Movimento un post durissimo, che in meno di 20 ore ha raccolto oltre 10mila commenti http://www.beppegrillo.it/2013/03/trasparenza_e_v/index.html Ho trascorso un bel po’ di tempo a leggerli. E non perché, come scrive qualcuno, “non dobbiamo massacrarci da soli. guardate che PD e company non aspettano che questo”, ma perché credo sia importante avere cognizione della reazione del base elettorale, del Capo e degli eletti del M5S di fronte alla prima decisione vera imposta dalla inedita presenza in Parlamento che è, per sua natura, il luogo delle scelte.
Scelte che non sono mai neutre e che sempre incidono sulla vita degli italiani. Fare proclami è un’altra cosa: più facile e suggestiva. Compiere scelte, invece, è più faticoso perché ci pone di fronte alle nostre responsabilità verso i cittadini. E quelle che ci attendono – l’elezione del Presidente della Repubblica, la nascita del nuovo Governo, dire sì o no ai singoli provvedimenti – saran ben più complesse della elezione di Boldrini e Grasso perché maggiore sarà l’effetto della decisione sulla vita degli italiani. E in tutti questi traguardi che ci attendono, la via di fuga dell’auspicio (invocato da Crimi) non sarà praticabile, perché non contemplata dagli elettori che ci hanno mandato in Parlamento ad assumere decisioni per il bene del Paese.

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