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Scuola: On. Ghizzoni “Gelmini smantella fondamenta della scuola pubblica”

“Il ministro Gelmini cerca di lanciare messaggi rassicuranti all’opinione pubblica su un ritorno alla scuola del decoro e dell’ordine, ma la verita’ e’ che dietro alle sue proposte non c’e’ alcun progetto per la scuola del futuro ma solo il modo per ottemperare ai tagli che gli ha richiesto Tremonti. Gli 87 mila docenti in meno nei prossimi tre anni, la riduzione delle ore di insegnamento, il ritorno al maestro unico e la messa in discussione del tempo pieno, ne sono la prova lampante”. Cosi’ la capogruppo del Pd nella commissione cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, commenta quanto il ministro della pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, ha dichiarato questa mattina a Radioanchio.

“Inoltre – prosegue la deputata del Pd – stupisce che davanti alla oggettiva difficolta’ della scuola media italiana e del biennio delle superiori, il ministro decida di iniziare la sua azione proprio dalla scuola primaria che rappresenta il segmento del sistema scolastico nazionale a migliore efficacia educativa. Non capiamo perche’ il ministro abbia deciso di fare cassa, attraverso l’introduzione del maestro unico, scardinando il sistema del team di docenti che, come dicono le indagini internazionali, fa della nostra scuola primaria un’ottima scuola elementare. Purtroppo, la verita’ e’ che dietro a questa scelta non c’e’ alcun progetto pedagogico, ma solo un progressivo disimpegno dello stato dalla istruzione pubblica.
Gelmini invecedi riparare il tetto smantella le fondamenta”.

“Inoltre – continua Ghizzoni – sorprende l’assoluto disinteresse per il dibattito parlamentare che sembra per il ministro essere solo un ostacolo da aggirare. Come si puo’ infatti dire che ci sara’ tempo per discutere in parlamento, quando l’aver deciso di utilizzare lo strumento del decreto legge limita fortemente ogni possibilita’ di confronto? Il decreto dovra’ essere convertito in legge entro 60 giorni, un tempo di per se’ insufficiente per discutere un tema cosi’ importante per il futuro e del tutto inadeguato per ogni approfondimento visto che Camera e Senato avranno al massimo un paio di settimane ciascuna per la discussione di merito. Oltretutto entro il prossimo febbraio gia’ si dovranno definire gli organici del prossimo anno scolastico. La Gelmini -conclude Ghizzoni – sta forzando la mano e impedendo la piu’ elementare dialettica con le opposizioni”.

5 Commenti

  1. Giovanni dice

    Tempi duri per gli insegnanti, che con la Gelmini rischiano di passare da un lavoro spesso precario a un non lavoro.
    Interessanti – o, meglio, preoccupanti – a questo proposito i due articoli di Flavia Amabile apparsi oggi su La Stampa.

    La Gelmini taglia 87 mila insegnanti

    Nessuno toccherà il tempo pieno delle scuole. Anzi. Il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, promette di estenderlo e la prossima settimana presenterà delle simulazioni per provare le sue promesse.
    E quindi, anche se verrà introdotto il maestro unico, anche se verrà ridotto il numero di ore totali nella scuola, anche se si taglieranno docenti senza pietà, il tempo pieno resta, assicura il ministro. Come? «Verrà meno il meccanismo della compresenza degli insegnanti, ma non il tempo pieno. Anzi. lo aumenteremo e lo miglioreremo senza spendere nulla in più. Il governo si rende conto che molte madri lavorano e intende venire incontro alle esigenze delle famiglie». La parola magica, dunque, è la compresenza. Finora a garantire il tempo pieno erano due insegnanti, dall’anno scolastico che sta per iniziare sarà solo uno. E tanto basta, confermano al ministero, per fare come se nulla fosse. Stesso discorso per il maestro unico. «Non è immettendo nella scuola più ore o più soldi che si migliora la qualità» e «non si capisce perchè il contribuente debba pagare tre insegnanti per una scuola primaria che funziona benissimo anche con uno solo».
    E dunque è chiaro che ai sindacati le parole del ministro non siano piaciute. Enrico Panini della Flc-Cgil: «Il ministro ha assicurato il raddoppio del tempo pieno, impegno che sfiora la magia, considerato che, subito, lo si chiude nei primi tre anni – facendolo convergere sul maestro unico – e poi, se ce ne saranno le condizioni, si garantirà un po’ di prolungamento pomeridiano purchessia». Per Francesco Scrima, segretario della Cisl-scuola, il governo vuole distruggere la «migliore scuola che abbiamo, partendo proprio dalle nostre eccellenze».
    La protesta partirà da Trieste, dove oggi si terrà la prima manifestazione contro il ministro: un sit-in di maestri e genitori, promosso dal Comitato triestino contro la restaurazione del maestro unico.
    I Cobas e le sigle autonome come Cub e Sdl hanno indetto uno sciopero della scuola il 17 ottobre contro il maestro unico e la politica scolastica di Berlusconi-Tremonti-Gelmini. Il ministro ieri ha ricordato lo scenario futuro: «Credo che il taglio sia intorno al 7% della spesa, che vuol dire 87 mila posti in tre anni». «Il governo – risponde il leader dei Cobas Piero Bernocchi – vuole tagliare 70 mila posti di insegnanti e 43 mila di Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi), a cui si aggiungono i 47 mila posti già soppressi dalla Finanziaria Prodi, per un totale inaudito di 160 mila posti in meno» e poi vorrebbero tornare «all’inverosimile maestro unico tuttologo degli Anni 50 e 60, che, oltre a far sparire altre decine di migliaia di posti, immiserirebbe un insegnamento che ha reso la scuola elementare italiana apprezzatissima nel mondo». I sindacati confederali hanno tempi più lunghi per le decisioni, ma dalla base arrivano segnali identici: a Genova e nel Lazio sono sul piede di guerra.
    Ancora una volta contraria la Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi: «Sul maestro unico il ministro aveva dichiarato l’orientamento del governo e rimandato alla Finanziaria. E invece la norma è entrata nel decreto: a sorpresa, senza dibattito, che pure sulla questione è stato richiesto. Il metodo seguito prima del merito della questione, lascia perplessi». La critica si appunta anche sul metodo seguito nell’assumere decisioni così importanti: «C’è bisogno di ritrovare intese e patti ampi per valorizzare un bene prezioso e di tutti, indispensabile per il Paese».
    (5 settembre 2008, La Stampa)

    “Ci ha già cancellati che sarà di noi?”

    A Napoli quest’anno i maestri precari restano precari. Non ce n’è uno che abbia avuto una supplenza annuale: quando pochi giorni fa sono stati pubblicate le tabelle con le assegnazioni, sono rimasti senza parole: nemmeno un posto. Precari erano, precari resteranno. Erano 400 nel 2007, avevano avuto un incarico da settembre a giugno, ma avevano lavorato. «Ora nulla, in 400 restiamo a casa».
    Luisa Prisco è una di loro. Ha 35 anni, vive a Somma Vesuviana, hinterland napoletano. In 10 anni di precariato è riuscita a mettere al mondo due figli, la prima di otto anni, il secondo di due.

    All’improvviso il suo stipendio si è volatilizzato. «Per fortuna almeno mio marito lavora, ma non è giusto cancellarci così come se non esistessimo. Persino quando si è trattato di fare le ultime correzioni hanno preferito trasferire chi non era a Napoli, e per i precari ancora una volta nulla».
    Luisa e le altre maestre e maestri cancellati dagli elenchi si rendono conto di non avere speranze e che l’anno prossimo andrà ancora peggio, e fra due anni pure. «Ora arriva il maestro unico: se prima erano tre, ne resta uno. E gli altri due? E’ chiaro che ci saranno sempre meno posti, è chiaro che si andrà verso il blocco delle assunzioni. E io e tutti gli altri che cosa dobbiamo fare? Cambiare lavoro?».

    Un’alternativa ci sarebbe, Luisa lo sa perché già una volta ha fatto le valigie ed è andata a insegnare al Nord. Era l’autunno 2004. «Mia figlia aveva tre anni e mezzo, per fortuna andava all’asilo. Ogni domenica la salutavo e partivo. Lei restava con mia mamma dopo l’asilo e con mio marito quando tornava a casa dal lavoro. Non è stato facile sparire così da una bambina così piccola. E alla fine i soldi li spendevo tuper viaggiare e vivere. Perché sono andata? Perché me lo avevano consigliato: se resti qui, non hai l’incarico».

    Sarebbe stato più logico trasferirsi tutti e sperare di diventare di ruolo, come hanno fatto buona parte dei nuovi arrivi nelle scuole materne di Napoli. Molte giovani, probabilmente senza figli, hanno insegnato nelle scuole del Nord quanto bastava per entrare nell’organico definitivo. Quest’anno hanno chiesto il trasferimento e potranno insegnare nelle scuole della loro città. «Anche se hanno molti anni di insegnamento in meno rispetto a me e rispetto a tante altre di noi. Noi non potevamo partire: ma mio marito aveva un lavoro, qui abbiamo la casa, non ce la siamo sentita».

    E’ anche così che si diventa precari e si finisce in una casella vuota. Pensi ai tuoi figli, a tuo marito, fai un po’ di conti e nel frattempo lo Stato, più veloce, ti sconvolge i calcoli e ti toglie lo stipendio.

    Quest’anno, invece, non le aveva avvertite nessuno Lucia e le altre. Erano abbastanza tranquille. «L’anno scorso ho insegnato in una quarta elementare. Matematica, inglese e musica per 22 ore la settimana più altre due di programmazione. Si erano affezionati a me, i miei alunni». Ma il distacco, quello almeno, è messo nel conto del maestro precario. Lo sa che deve imparare i nomi di tutti a settembre e dimenticarli a giugno. I problemi iniziano quando il settembre successivo non ha più nomi da imparare.

    Luisa ha girato tante scuole dell’hinterland napoletano. «Ho iniziato in una scuola paritaria, ma ci sono restata solo per un anno. Avevo tutti i requisiti per entrare in graduatoria e diventare di ruolo, sono passata alle scuole pubbliche. Ha insegnato ai bambini di Ponticelli, zona ad alto tasso di camorra, dove a maggio per risolvere il problema dei rom hanno pensato bene di dare fuoco al loro campo. Ha insegnato a San Giuseppe Vesuviano ed a Ischia. «Quando si ha a che fare con classi di questo tipo, ci si fa un’esperienza che nessun punteggio potrà mai valutare».

    E adesso? «Potremmo fare ricorso, ma passerebbero anni prima di ottenere una sentenza. Qualcuno ci dice che esiste un progetto pubblico da 30 mila euro che permetterebbe a molti di lavorare, ma ho grossi dubbi che possa andare in porto. Per ora sto facendo dei tentativi nelle paritarie. Ma chi toglierebbe il posto a qualcuno per darlo a me?».

  2. patrizia dice

    Anche il CIDI (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti) critica duramente tutte le misure introdotte con il decreto del Ministro Gelmini:

    Cara scuola elementare…

    desta sconcerto e preoccupazione la disinvoltura con cui il Governo ha deciso di mettere mano al funzionamento della scuola elementare italiana, uno dei segmenti educativi più “amati” dalle famiglie e più accreditato anche dalle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento dei nostri ragazzi.
    Nessuna seria indagine è stata promossa in questi mesi sul funzionamento della nostra scuola primaria, su eventuali esigenze di ripensamento della sua organizzazione, su nuove modalità di formazione e preparazione dei maestri elementari.
    È bastata qualche battuta estiva sulle pagine dei giornali (citiamo per tutti l’esemplare intervista del Ministro Gelmini su “La Padania” del 25 agosto) per sollevare un improvvisato dibattito sulla serietà degli studi, sul ritorno dei voti e del 7 in condotta (anche per i bambini di 6 anni o 5, se in anticipo!), trovando così il modo di distrarre dai reali problemi della scuola nonché l’escamotage all’esigenza di ridurre drasticamente le risorse pubbliche dedicate alla scuola italiana.
    Questa, al di là dei giri di parole, è la “dura” sostanza del decreto legge 112/08 convertito in legge ordinaria n. 133/08.

    Un modello che ha funzionato per oltre vent’anni
    Com’è noto, da oltre vent’anni la scuola elementare vede la presenza in ogni classe (meglio, in un gruppo di 2 classi aggregate in un modulo) di un team di docenti (in genere composto da tre insegnanti: per l’area linguistica, quella matematica e quella storico-sociale) che duplicano i loro interventi nelle due classi loro assegnate. Una pluralità di docenti (simile a quella esistente in tutti gli altri livelli scolastici, compresa la scuola dell’infanzia), che lavora in modo efficace perché dedica almeno due ore settimanali del tempo di lavoro obbligatorio alla programmazione dell’attività didattica delle singole classi. Esiste anche la variante della scuola a tempo pieno, con due docenti contitolari per ogni classe (il modello, in crescita, riguarda circa il 25% delle classi in Italia, con vistose differenze territoriali). Vanno ricordati, per completezza, anche gli interventi, previsti però in tutti gli altri gradi scolastici, dei docenti di sostegno, dei docenti di lingue straniere, del docente di religione. Occorre ammettere che in qualche caso l’eccessiva frammentazione degli interventi ha limitato l’efficacia del modello di team teaching, che in via generale rappresenta un punto di forza della scuola italiana.
    Un conto però è riflettere su alcune modalità di organizzazione didattica e decidere di migliorarle, un conto è cancellare con un provvedimento amministrativo e senza alcuna pubblica discussione, oltre vent’anni di storia e di impegno innovativo della scuola elementare.
    Allora, perché tanto accanimento nei confronti della scuola primaria? Dove sta il vero problema? Com’è possibile che si decida di intervenire senza alcun approfondimento e conoscenza della realtà della scuola elementare? Ricordiamolo, oltre 2.580.000 allievi e 245.000 docenti, con una presenza capillare sul territorio, distribuita in oltre 16.000 scuole e 138.000 classi.

    Le sfide del futuro non si affrontano guardando al passato
    Chi propone il ripristino della figura del maestro “unico” guarda indietro. Ha molta nostalgia per il maestro/la maestra dal buon sapore antico, quello deamicisiano di fine Ottocento, capace con la sua autorevolezza (una prerogativa tutta maschile?) di essere un sicuro punto di riferimento per classi che già allora erano socialmente eterogenee e a cui la Nazione aveva affidato il compito di perseguire con energia valori di integrazione, solidarietà, emulazione positiva. Anche oggi abbiamo problemi assai simili, di uguaglianza di opportunità, di senso di appartenenza, di incontro di culture, ma in una situazione sociale profondamente mutata, per il ruolo della scuola, per la figura dei docenti, per l’atteggiamento delle famiglie e degli stessi ragazzi.
    È giusto guardare a una scuola rigorosa e seria capace di istruire ed educare, ma non è certo imponendo per decreto un modello impoverito e datato anni cinquanta che si affrontano le complesse e difficili sfide del futuro.

    Un grande dibattito accompagnò il superamento del ‘maestro unico’
    Si ha l’impressione che si voglia chiudere in fretta una parentesi, quella degli ultimi quaranta anni che, secondo molti Ministri di questo Governo, avrebbe ridotto la scuola allo sfascio. Anche qui c’è molto su cui ragionare: meglio studiare le ragioni del successo di certe scuole e di certi territori, piuttosto che gridare genericamente allo sfascio!
    La scuola elementare ha avuto profonde riforme negli anni ottanta, largamente condivise, frutto di una stagione di intensa partecipazione e passione pedagogica (già di per sé ragione di “successo educativo”), non certo di vacuo pedagogismo. Si decise di superare la figura del maestro unico e di avviarsi verso un team di docenti, con competenze meno generiche, capace di lavorare insieme agli altri colleghi e di tener conto delle esigenze dei singoli bambini, in grado di elaborare in modo più appropriato di un insegnante “tuttologo” contenuti e strategie educative nei vari ambiti del sapere.

    Nessuna verifica giustifica i provvedimenti restrittivi in atto
    Esiste certamente l’esigenza di compiere un bilancio di quanto sia avvenuto: quali i risultati, quali i limiti, quali le potenzialità. Anche se i dati delle ultime indagini ci confermano della bontà della scelta compiuta. Ma da quanto tempo la scuola chiede un credibile sistema di documentazione e valutazione che renda visibile il “valore aggiunto” prodotto dalla scuola e dagli insegnanti? Non bastano giudizi affrettati fatti “a lume di naso” per manomettere uno dei più solidi segmenti del nostro sistema scolastico. Tra le poche indagini comparative quella IEA-Pirls del 2005 testimonia una ottima tenuta dei livelli di apprendimento in lettura dei nostri allievi di quarta elementare, ben diversa da ciò che si rileva dopo. La scuola ha bisogno di azioni ponderate e condivise, non di soluzioni estemporanee e demagogiche. Il tutto per giustificare la manovra finanziaria!

    Il rischio di vanificare i caratteri più significativi della nostra scuola
    Già ora sono poche le risorse destinate alla scuola rispetto ai nostri partner europei. Discutiamo pure di come azzerare gli sprechi, di come utilizzare meglio le risorse per la scuola e, soprattutto, di come incrementarle, anziché diminuirle portando così la scuola e il Paese verso un inevitabile declino. La riduzione del numero degli insegnanti è diventato uno dei cardini (forse nemmeno ben soppesato nelle sue conseguenze disastrose) della politica scolastica dei prossimi anni. È fin troppo facile additare gli alti rapporti numerici insegnanti-allievi per la scuola elementare e quindi proporre radicali correttivi. Il problema del numero degli insegnanti richiede un’analisi non emotiva. Occorre saper vedere (basta leggere il Quaderno Bianco) la specificità della scuola italiana e dei suoi 8.000 Comuni, la generalizzazione del diritto all’istruzione (“La scuola è aperta a tutti” recita l’art. 34 della Costituzione), l’intervento per i disabili, l’accoglienza dei cittadini non italiani, il tempo disteso a supporto delle famiglie (e chiave di volta di una buona didattica). Questi aspetti non sono dettagli e non possono essere relegati ad aride tabelle allegate alle manovre finanziarie.
    Non siamo pregiudizialmente ostili a un ripensamento che faccia evolvere in positivo la nostra scuola, in una prospettiva educativa in continuità 3-16 anni, ove anche il biennio di istruzione obbligatoria (14-16 anni) faccia parte integrante della formazione di base di tutti i cittadini.

    Aprire un dibattito serio sul futuro della scuola elementare
    Ma sono indispensabili alcune condizioni minime per aprire con serietà un dibattito sul futuro della scuola elementare:

    · una grande consultazione con i genitori, l’opinione pubblica, il mondo della cultura sul valore, il significato, il modo di funzionare della scuola elementare (e della scuola dell’infanzia);
    · un monitoraggio pubblico e trasparente dell’evoluzione della scuola primaria a seguito della riforma del 1990, dei risultati conseguiti, degli aspetti eventualmente da migliorare (ricordiamo che alla fine degli anni novanta furono promosse indagini approfondite che portarono ad audizioni e orientamenti del Parlamento);
    · un confronto aperto con gli insegnanti elementari, per riflettere sui nuovi compiti educativi, sulle professionalità acquisite, sugli impegni di sviluppo professionale, sulle migliori condizioni organizzative di un buon “fare scuola”;
    · un trasparente processo di elaborazione dei piani di riorganizzazione del sistema scolastico impropriamente previsti dalla legge 133/08, che fa intravedere una mera riduzione dell’intervento (meno tempo scuola, meno sedi scolastiche, condizioni più gravose nelle classi) e mette in crisi lo stesso ruolo degli Enti locali;
    · il rispetto del carattere innovativo che da sempre contraddistingue la scuola elementare, delle motivazioni e sensibilità dei suoi insegnanti, del suo legame con la comunità di appartenenza, a partire dalla continuità di ricerca e sperimentazione sulle “Indicazioni per il curricolo” (2007) e dalle forme di valutazione formativa che la qualificano da oltre trent’anni (legge 517/77).

    Il nostro Paese, il nostro sistema scolastico, hanno bisogno di una scuola di base solida, autorevole, credibile. Non possiamo disperdere un patrimonio di professionalità, cultura, cura educativa, gettando nello sconforto migliaia di docenti che in tutti questi anni hanno quotidianamente tenuto alto il livello di qualità della nostra scuola elementare.
    Alle ragioni della scuola non si risponde a colpi di decreto!

    (1 Settembre 2008)
    da:http://www.cidi.it/index.php

  3. Redazione dice

    La Sir boccia il ministro Gelmini sul maestro unico alle elementari
    L’organo di informazione dei vescovi critica la proposta “nel merito e nel metodo”
    “Il lavoro d’equipe garantisce maggiore apprendimento per i bambini: perché cambiare?”

    ROMA – Bocciata, nel merito e nel metodo. Il Sir, il Servizio di informazione religiosa della Cei, critica il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e la sua proposta di reintrodurre il maestro unico alle elementari.
    Non è la prima volta che in questi giorni l’organo di informazione dei vescovi italiani si pronuncia sulla questione. Ma a spiegare la posizione contraria dell’organo dei vescovi, questa volta è una nota dell’esperto di scuola Alberto Campoleoni: “Il metodo seguito, prima del merito della questione, lascia perplessi. C’è bisogno di ritrovare intese e patti ampi, linee condivise, per valorizzare un bene prezioso e di tutti, indispensabile per il Paese”.
    Il maestro unico alle elementari, scrive Campoleoni, inverte la tendenza che si è affermata negli ultimi anni, secondo cui “in un contesto di molteplicità di saperi, la pluralità di maestre e il lavoro d’equipe possono garantire maggiore apprendimento per i bambini. La scuola italiana ha puntato in questa direzione, e proprio al livello elementare ha raccolto consensi e ottimi risultati – conclude Campaleoni – Ma allora perchè cambiare?”.
    (3 settembre 2008, La Repubblica)

  4. Daniela dice

    Sempre sulla scuola molto puntuale questa velina che vi propongo

    Scuola per il bambino unico
    di Maria Novella Oppo

    Le cose peggiori i governi da noi le fanno ad agosto. Come, per esempio, i decreti che stanno distruggendo la scuola, a partire dai livelli più bassi, che poi, a detta di tutti, in Italia sono i più alti. Interessante, perciò, il dibattito che si è svolto ieri pomeriggio su Sky Tg24, a cui la ministra Gelmini, per motivi suoi, non ha partecipato. Cosicché, essendo i presenti tutti interni al mondo della formazione, il giudizio sulla misura del governo è stato puntuale e negativo. A parte la ministra Meloni, che è intervenuta solo per telefono, per ricordare che, in tutta la sua carriera scolastica, è sempre stata abbonata al sette in condotta, pur senza essersi mai macchiata di bullismo (almeno prima di partecipare al governo Berlusconi). Gli altri partecipanti al dibattito hanno ricordato che di fatto il governo sta tagliando 8 miliardi di finanziamenti e 140.000 insegnanti. E tutto il resto (grembiulino e voto di condotta) è spot, come i soldati di La Russa. Perché, oltre al maestro unico, si vuole una scuola repressiva che sforni il bambino unico.
    L’Unità 4.9.08

  5. “MAESTRO UNICO, ADDIO TEMPO PIENO PER 6011 FAMIGLIE”
    Il commento dell’assessore all’Istruzione del Comune di Modena Adriana Querzè al decreto legge pubblicato dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.

    “A Modena, dall’anno scolastico 2009-2010, non sarà più possibile garantire il tempo pieno per oltre l’85% delle classi che oggi funziona con questa modalità. È la conseguenza del decreto legge pubblicato il primo settembre dal Ministero dell’Istruzione, in base al quale, dal prossimo anno scolastico, ogni classe della scuola primaria funzionerà con un maestro unico per 24 ore settimanali”. Lo afferma l’assessore all’Istruzione del Comune di Modena Adriana Querzé, commentando il recente decreto legge pubblicato dal Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.
    A Modena, l’85% delle classi funziona a tempo pieno, per 40 ore settimanali. Col ritorno al maestro unico le ore settimanali saranno 24, e i bambini usciranno da scuola alle 12,30 anziché alle 16,30.
    “Le conseguenze del ritorno al maestro unico”, prosegue l’assessore, “sono molto gravi, non solo dal punto di vista didattico ma anche per le famiglie modenesi. Già dal prossimo gennaio, al momento delle iscrizioni, i genitori si troveranno a iscrivere i propri figli in una scuola primaria che resterà aperta solo 24 ore. Come faranno le famiglie modenesi, dove 7 donne su 10 lavorano, a occuparsi dei figli a partire dalle 12,30?”.
    A Modena ci sono 8 circoli didattici, per un totale di 27 scuole, frequentate da 6889 alunni. Le classi sono in tutto 305, di cui 266, sono a tempo pieno. A 6011 bambini, pari all’87% del totale, è così garantita la possibilità di stare a scuola a tempo pieno, ogni pomeriggio fino alle 16.30. Le altre 39 classi funzionano invece con il cosiddetto “modulo”, che prevede almeno un rientro pomeridiano.
    L’assessore Querzè esprime preoccupazione anche per la qualità dell’insegnamento: “le ore destinate alle diverse discipline diminuiranno e la maestra che prima insegnava solo italiano dovrà insegnare anche matematica. I bambini in difficoltà non avranno più momenti di recupero individuale o in gruppi. Aumenteranno gli alunni per classe e gli insegnanti precari perderanno definitivamente ogni speranza di avere un incarico a tempo indeterminato”.
    Ogni classe a tempo pieno prevede due maestre, più eventuali altre insegnanti per le attività come l’inglese o la religione cattolica facoltativa. Le classi a modulo invece hanno diverse modalità organizzative, tra le quali prevale quella di 3 maestre che, suddividendosi le diverse aree di insegnamento, coprono 2 classi.
    “Il tempo pieno modenese, anche grazie all’impegno delle insegnanti delle nostre scuole, era riuscito a resistere agli attacchi della Moratti, ma questo è l’atto di morte, perché con un maestro solo non si potrà fare niente di più della scuola degli anni ’50. Questi cambiamenti”, conclude Adriana Querzè, “nonostante le dichiarazioni del Ministro Maria Stella Gelmini, sembrano dettati semplicemente dalla volontà di tagliare risorse. È come se il vero titolare del dicastero dell’Istruzione, oggi, fosse il Ministro del Tesoro”.

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