scuola | formazione

Scuola, On. Ghizzoni: “Audizioni sconfessano riforma Gelmini”

“Dalle audizioni emerge una pressoché unanime sconfessione della riforma Gelmini, a gran voce criticata nel metodo e nel merito: tante le preoccupazioni per il ritorno al maestro unico e alla scuola primaria a 24 ore”. Così la capogruppo del Pd nella Commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, commenta le audizioni delle associazioni di familiari, docenti, studenti e rappresentanti sindacali che si sono svolte oggi alla Camera.

“Tutte le associazioni sinora intervenute in commissione – rende noto Ghizzoni – hanno espresso la loro netta contrarietà per il metodo utilizzato dal ministro che non ha consentito un serio e approfondito confronto per rispondere a quelle che sono le vere esigenze educative dei nostri ragazzi e per sostenere il bene del Paese”.

“Anche nel merito – prosegue Ghizzoni – davanti alle molte critiche sono stati veramente isolati gli apprezzamenti per il ritorno al maestro unico e per la scuola primaria a 24 ore”.

“Non avevamo dubbi – afferma – e ne abbiamo avuto oggi la conferma che una riforma priva di un chiaro progetto educativo sarebbe stata giudicata negativamente dal mondo scolastico. Ci auguriamo adesso che il ministro tenga conto delle critiche che gli sono state mosse e non insista su una riforma che si sta dimostrando in totale dissintonia con le esigenze didattiche degli studenti e con le esigenze sociali delle famiglie”.

“Il Pd – conclude – non si risparmierà nella sua opposizione ad un provvedimento volto esclusivamente a fare cassa a discapito della scuola e del futuro dei nostri giovani”.

4 Commenti

  1. mussini andrea dice

    on ghizzoni
    mi scusi , nuovamente
    Lei che riesce ad essere aggiornata.
    le risulta , quanto scritto su SASSUOLO 2000
    da un sig MEDICI , che dice di aver estrapolato dal sito del Ministrero
    e se questo è confermato
    il DECRETO inizialmente , prevedeva la separazione del nascituro dalla madre clandestina ?

    la ringrazio, anticipatamente .
    saluti
    andrea mussini
    sassuolo
    COME SEMPRE BUFALE SPACCIATE PER VERITA’ PER DARE CONTRO AL GOVERNO BERLUSCONI.

    Il Viminale smentisce Gestri: “Allarme infondato, anche i figli di clandestini saranno registrati nell’anagrafe”

    Ogni bambino nato in Italia potrà essere registrato all’anagrafe. A dirlo è il ministero dell’Interno con una nota ufficiale diramata in serata. Arriva, quindi, a stretto giro di posta la risposta del governo all’allarme lanciato, tra gli altri, dal presidente della provincia di Prato Lamberto Gestri sul rischio di non riconoscimento per i figli dei clandestini.
    “Sono destituite di fondamento – si legge nella nota del Viminale – le notizie sull’eventualità che le nuove norme inserite nel pacchetto sicurezza impediscano ai genitori non in regola con il permesso di soggiorno di iscrivere all’anagrafe il figlio nato in Italia. Nessuna previsione in tal senso è contenuta nella legge appena pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Infatti, per gli atti di stato civile, tra cui rientra quello di nascita, non è richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno, trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del neonato, nell’interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto. Dichiarazioni che possono altresì essere rese anche dal medico, dall’ostetrica o da qualsiasi altra persona che abbia assistito al parto. Inoltre, in base al Testo unico sull’immigrazione, le straniere irregolari che hanno un figlio in Italia hanno titolo ad un permesso di soggiorno con validità fino a sei mesi dopo il parto, che può essere anche rilasciato al padre”.

    • Questo Governo diverrà famoso per sconfessare le norme che emana (vedi il recentissimo decreto correttivo dell’ultimo decreto anticirisi).
      A testimoniare che le preoccupazioni del Presidente della Provincia di prato sono più che fondate le allego in calce l’ordine del giorno della collega di partito on. Capano, accolto dal Governo in occasione dell’approvazione alla Camera del ddl sicurezza. In esso si evidenzia proprio la grave possibilità che i neonati figli di immigrati clandestini “non potranno essere riconosciuti”. Se non si fosse ravvisato questo pericolo, il Governo avrebbe respinto il nostro Ordine del Giorno,invece di accoglierlo. Le ricordo però che gli ordini del giorno rappresentano dei meri impegni per il Governo, ma non hanno valore di legge.

      Segnalo, inoltre, sempre sul tema, una intervista sul Sole 24 ore del 3 agosto del Magistrato Laura Laera, presidente dell’Associazione Magistrati per minorenni e famiglie dal titolo “madri clandestine in difficoltà il permesso non è automatico” che punta il dito proprio su questo tema e sul pericolo che le nascite non avvengano più in strutture sanitarie (ospedali e consultori er timore della denuncia) e che aumentino di conseguenza anche gli aborti clandestini.

      Come ho già avuto modo di dire, dall’8 agosto in poi si vedranno i danni che produrrà questa norma. una cosa è certa: non possiamo far riferimento solo al buonsenso delle persone o a ipotetiche lettere rassicuranti di sottosegretari. La legge non ammette ignoranza e i sottosegretari cambiano.
      Questo governo ha creato i presupposti per nuovi drammi, per nuove discriminazioni e per nuovi conflitti.

      Ordine del giorni presentato dall’on. Capano
      La Camera,
      premesso che:
      l’articolo 1, comma 22, lettera f), del disegno di legge in esame, modificando l’articolo 6 del testo unico sull’immigrazione, impedisce di compiere atti dello stato civile e di accedere ai servizi pubblici agli stranieri che non siano in possesso del titolo di soggiorno. La norma, che tra le sue conseguenze impedisce la registrazione della nascita, si configura come una misura che ostacola la protezione del minore e della maternità. Peraltro la possibilità della donna in gravidanza di ottenere un permesso per cure mediche per il tempo attestato dal certificato sanitario non riconosce espressamente il diritto al riconoscimento e si presta a dubbi interpretativi. In ogni caso, per poter ottenere il permesso, la madre dovrebbe autodenunziarsi al questore del reato di ingresso illegale nello Stato, introdotto dall’articolo 1, comma 16, del disegno di legge in esame. Inoltre, verrebbe poi privato del diritto al riconoscimento del figlio il padre naturale. Ciò nonostante la Corte Costituzionale, con sentenza n. 376 del 2000, abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 17, comma 2, lettera d), della legge 6 marzo 1998, n. 40 (Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), ora sostituito dall’articolo 19, comma 2, lettera d), del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (recante testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nella parte in cui non estende il divieto di espulsione al marito convivente della donna in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio;
      una simile norma comporta una palese violazione del dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo (articolo 31, secondo comma, Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (articolo 30, primo comma, Cost.);
      la stessa legge «Bossi-Fini» obbliga la Repubblica italiana a garantire allo straniero i diritti fondamentali della persona ed il rispetto delle Convenzioni internazionali;
      la norma è invece in contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre 1989 che riconosce a ogni minore, senza alcuna discriminazione (dunque indipendentemente dalla nazionalità e dalla regolarità del soggiorno del genitore), il diritto di essere «registrato immediatamente al momento della sua nascita», il diritto «ad un nome, ad acquisire una cittadinanza ed a crescere nella sua famiglia e a non essere allontanato da essa, a conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi», nonché il diritto «a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni famigliari»;
      il rischio di questa grave violazione dei diritti della persona e del minore è stata evidenziata durante le audizioni da molte associazioni e da documenti dell’associazione nazionale dei magistrati minorili e della famiglia, dall’associazione studi giuridici sull’immigrazione, da «Save the children» e da moltissime associazioni cattoliche come le Acli e la Comunità di S. Egidio, eccetera;
      la norma è altresì in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce il diritto a formare una famiglia come diritto inviolabile di ogni persona;
      tale norma non trova corrispondenza in nessuna politica di altri Paesi europei impegnati nella gestione dei flussi migratori, come ad esempio Germania, Francia, Inghilterra e Spagna;
      le conseguenze di tale modifica normativa potrebbero essere gravissime: i bambini non registrati alla nascita resterebbero senza identità, completamente invisibili; vi è inoltre il forte rischio che i bambini nati in ospedale non vengano dichiarati dai genitori privi di permesso di soggiorno e siano dichiarati in stato d’abbandono e così avviati alle procedure di adottabilità; per evitare questo rischio è probabile che molte donne in condizione irregolare decidano di non partorire in ospedale, con serissimi rischi per la salute della madre e del bambino, consegnando i bambini ed i loro genitori alla clandestinità, con conseguente rafforzamento delle organizzazione criminali,
      impegna il Governo
      ad attivarsi affinché la norma di cui all’articolo 1, comma 22, lettera f), sia interpretata nel senso indicato dal sottosegretario Mantovano il 28 aprile nel corso della seduta congiunta delle Commissioni I e II in sede referente, cioè che la «disposizione in esame ha unicamente lo scopo di evitare che gli stranieri privi del permesso di soggiorno possano ottenere licenze commerciali e atti similari, mentre tutte le altre ipotesi prospettate dall’opposizione sono al di fuori della norma.», a tal fine adottando circolari interpretative da diramare a tutti gli uffici di stato civile in cui si esonera dall’esibizione del permesso di soggiorno per tutti gli atti relativi all’iscrizione della nascita e per la dichiarazione di riconoscimento del figlio, in attuazione dei principi di cui agli articoli 2, 3, 30 e 31 della Costituzione.

  2. patrizia dice

    C’è un giornalista che in questi giorni sta facendo interviste molto interessanti a protagonisti del mondo della scuola, insegnanti, dirigenti scolastici, a coloro che a scuola ci sono tutti i giorni…..
    Allego gli ultimi due articoli di Jenner Meletti comparsi su Repubblica di domenica e di oggi, credo siano utili per capire….quello che la Gelmini testardamente continua a ignorare…

    Il liceo breve. Il ministro Gelmini pensa a come cambiarlo, i prof lo difendono.
    Jenner Meletti – La Repubblica
    MODENA – I bulli sono arrivati anche qui, nel liceo – mito. In una notte di maggio hanno incendiato arredi e computer dell´aula riservata agli studenti disabili. «Non abbiamo mai saputo da dove venissero, quei disgraziati. Non possiamo credere che fossero nostri studenti».
    Il liceo Ludovico Antonio Muratori, in cemento armato, sembra una fortezza: una delle 466 cittadelle chiamate liceo classico che ogni mattina aprono i loro portoni in Italia, assieme ai loro cugini, gli 864 licei scientifici.

    La bufera alla quale debbono resistere oggi non si chiama bullismo, ma ministro Mariastella Gelmini, che ogni giorno annuncia le riforme fatte con l´accetta.
    «La scuola è sempre pubblica, anche quella che non è gestita dallo Stato. Non tutti i ragazzi debbono necessariamente iscriversi al liceo classico o scientifico». Ci sono i manifesti dei sindacati, nell´atrio del liceo. I professori sono solidali con le maestre che si sono presentate in classe con il lutto al braccio. Hanno paura che riforme improvvisate annullino decenni di lavoro. «Stiamo valutando di ridurre le ore settimanali nelle superiori», ha ribadito il ministro. Dai licei potrebbe sparire un anno, il 20% del sapere trasmesso andrebbe al macero.

    Sui muri del Muratori non c´è nessuna scritta. «Solo tre anni fa ne è apparsa una: “Lasciate ogni speranza voi ch´entrate”». Durante la ricreazione i ragazzi parlano sottovoce. «Noi cerchiamo – dice la preside Rossella Bertoni – di insegnare anche la buona educazione. Qui ci sono 800 studenti e 80 professori. Se tutti urlassimo? Il classico forse resta un´isola felice: qui arrivano ragazze e ragazzi che hanno davvero voglia di studiare. Noi cerchiamo di dare loro quel bagaglio di interessi, di curiosità e di cultura che sarà utile per tutta la vita. Non è vero che al liceo si studiano cose vecchie e inutili come il greco e il latino: si impara ad usare il libero arbitrio, si accresce lo spirito critico. Ma tutto questo, in una società che vuole sempre qualcosa da spendere subito, non sempre è compreso. La scuola non è un supermercato».

    I licei classici sono ancora luogo di eccellenza? «Sì – dice subito Giorgio Rembado, presidente nazionale dell´associazione presidi – lo sono. E non lo diciamo noi addetti al lavori. Basta guardare i dati Ocse e Pisa, che mettono le nostre scuole superiori al di sotto della media europea ma per i licei fanno un´eccezione, rilevando una loro posizione superiore nella media nazionale». Entrare in un liceo è come viaggiare con la macchina del tempo. «Rosae, rosarum, rosis, rosas, rosae?». I «primini» imparano le declinazioni latine a memoria, così come i loro padri e i loro nonni. I muri non sono più quelli dei nonni, a lezione nell´antico collegio dei gesuiti, ma l´atmosfera sembra intatta. «Lo spirito critico – dice la preside – è ormai merce rara. Si conquista con un lavoro paziente, profondo. Si studia non solo per imparare a fare ma per se stessi, per mettere dentro una cultura ampia e profonda».

    Nel 1859, quando il collegio dei gesuiti divenne Regio Liceo L. A. Muratori, gli iscritti al ginnasio era 100 e gli alunni del liceo 120. Negli anni ?70 il numero complessivo è salito a 600. «Noi oggi abbiamo 800 allievi perché per tanti ragazzi, e per le loro famiglie, non c´è più l´angoscia di dovere arrivare presto al diploma per andare subito a lavorare. Le scelte si fanno sempre più tardi e il classico è la scuola che lascia aperte tutte le porte. Non rilasciando nessuna abilitazione professionale, la strada verso l´università è obbligata. Tanto vale prepararsi bene».

    La professoressa Roberta Cavazzuti (italiano e latino) è appena uscita da una lezione in una prima liceo. «Io penso – dice – che la cultura conquistata con impegno e fatica, ma anche con felicità, sia la prima difesa contro quelli che io chiamo i barbari specializzati. Sanno tutto su una realtà particolare ma non hanno una cultura degna di questo nome. Non ricordano un libro letto per passione». Raccontano, la preside e la professoressa, che in questa scuola che cambia un pilastro è rimasto: il rigore. «Lo chiediamo a noi insegnanti e lo chiediamo ai ragazzi. Non disperatevi per il primo quattro in greco ma sappiate che la sufficienza va conquistata con un solo mezzo: lo studio. Noi che siamo state allieve del Muratori prima che professoresse, all´esame di terza media sapevamo il “De bello gallico” quasi a memoria. Dal 1977 in poi il latino è scomparso del tutto dalle medie. Il rigore è necessario perché dobbiamo insegnare in cinque anni ciò che prima si imparava in otto, con “rosa rosae” in prima media».

    Il rigore, un tempo, voleva dire anche selezione pesante. «Quando ho cominciato io, nel 1965 – dice Roberta Cavazzuti – il ginnasio era un corso di sopravvivenza. Su 32 alunni, 11 bocciati al primo anno, 6 promossi e gli altri rimandati. Settantotto frasi di latino da tradurre da un giorno all´altro, le interrogazioni fatte con i bigliettini tirati a sorte come alla tombola e dovevi essere sempre preparato su ogni materia». L´anno scorso ci sono stati solo 34 bocciati. Per 120 «sospensione del giudizio» in attesa dei nuovi esami di riparazione. A settembre solo 4 sono stati bocciati. «Non siamo diventati troppo buoni e nemmeno troppo bravi. Oggi c´è un´autoselezione degli studenti che iniziano il liceo, più motivati rispetto ad altri, e c´è una scuola come la nostra che, nel corso dell´anno, ha offerto a chi era in difficoltà 1.000 ore di recupero, al pomeriggio, con gli stessi docenti del mattino».

    Anche nella scuola c´è chi però vuole cambiare. «I curricoli – dice Luigi Affronti, preside del liceo Vittorio Emanuele II di Palermo – risalgono al 1952. Bisogna sfoltire tante inutili sperimentazioni. E bisogna cambiare anche certe metodologie di insegnamento troppo tradizionali. L´età media degli insegnanti è elevata anche perché tanti arrivano al classico a fine carriera». In questi decenni, al Muratori, è stata formata comunque la classe dirigente. «Quando sono entrato io, prima ginnasio nel 1964 – racconta il sindaco Giorgio Pighi – noi ragazzi avevamo giacca e cravatta e le ragazze il grembiule nero.

    La ricetta era semplice: o studiavi o studiavi. Chiamarla scuola della classe dirigente è un eufemismo: quella era una scuola di classe. Ma già nei miei anni la crescita sociale si stava trasformando in crescita individuale. Gianluigi Melotti era figlio di un operaio Fiat ed è diventato un luminare della medicina. Tutti noi, dopo il liceo, abbiamo fatto l´università. Ci sono due o tre avvocati come me, otto insegnanti, quattro medici, due ingegneri e architetti? La selezione, nella mia classe, non è stata pesante: ci avevano già falcidiato alle medie».

    La sede antica del centro, con i due ingressi per maschi e femmine (che poi si trovavano nelle classi miste) è stata lasciata nel 1970. La storia del Muratori, scuola laica, è antica come quella del San Carlo, altro classico, «Liceo per Nobili». I «muratoriani» per decenni hanno preso in giro i colleghi: «Liceum San Carlorum / refugium asinorum».
    C´è una grande nostalgia, negli ex allievi diventati importanti. Ermanno Gorrieri, l´inventore del welfare italiano, ha ricordato – in un volume con la storia del liceo – che suo padre, coltivatore diretto, nei documenti di iscrizione del figlio fece scrivere «possidente». Contadino non andava bene, nella scuola della borghesia. Liliana Cavani, la regista, ricorda che, già entrando al scuola, «capivi di essere rispettato». C´è chi non ha potuto iscriversi, come Arrigo Levi, a causa delle leggi razziali del 1938. Guglielmo Zucconi accompagnava gli amici davanti al liceo poi entrava alle Magistrali, perché «a casa mia i sogni volavano bassi». Ci voleva un diploma che permettesse di portare uno stipendio a casa.

    I cinque anni presto potrebbero diventare quattro. «Non vedo perché – dice la preside modenese – si debba cambiare una scuola che funziona». Anche il presidente nazionale, Giorgio Rembado, ha seri dubbi. «Per ora ho letto solo battute sui giornali. Se la proposta diventasse concreta, farei notare che sarebbe difficile ridurre la durata del liceo e contemporaneamente tagliare il monte ore di insegnamento, il più alto d´Europa. Ci sarebbe una compressione eccessiva. E non si potrebbe chiedere a un liceo le competenze che esigiamo oggi».

    Il mio Maestro . Il mondo alla lavagna
    Repubblica — 14 settembre 2008 pagina 37 sezione: DOMENICALE

    RONCADELLE (BRESCIA) Il Maestro sembra grande e grosso, sulla piccola seggiola del minuscolo banco della classe B, prima elementare. “Ha visto come sono piccoli? Quest’ anno ricomincio da loro, dai bimbi della prima. E come sempre sono emozionato. Li prendi che ancora piangono e vogliono la mamma – l’ anno scorso una bimba piangeva perché aveva paura dei miei baffi – e li lasci che sono quasi ragazzini. Cinque anni assieme, ogni giorno. Per insegnare loro, come si diceva quando ho cominciato a fare il maestro, a “leggere, scrivere e far di conto”. Adesso tutto è cambiato, si lavora assieme ad altri colleghi che insegnano l’ inglese, l’ educazione alla convivenza, l’ insiemistica~ Ma l’ obiettivo resta sempre quello: fare crescere bene i bambini, perché poi possano camminare da soli e siano in grado di fare delle scelte”. (segue nelle pagine successive) con i contributi di Mauro Corona, Marco Lodoli, Margherita Oggero e Simona Vinci (SEGUE DALLA COPERTINA) «Ricominciare con una prima è sempre una nuova avventura. Per me sarà l’ ultima, visto che la pensione si avvicina. Ma spero di portare anche questi bimbi in quinta. Come sempre, non organizzerò feste di saluto: mi fanno stare troppo male. Cinque anni assieme, quando finiscono, ti portano via un pezzo di vita». Renato Facchetti, 57 anni, ricorda bene quella mattina del 10 settembre 1973. «Il mio primo giorno da maestro di ruolo, una quinta classe a Travagliato, paese di campagna. Capelli un po’ lunghi e jeans, perché ero un cattolico del dissenso con la Lettera a una professoressa di don Milani sempre nella cartella. Ma avevo anche la giacca, perché un maestro doveva presentarsi bene. Entro, parlo con gli alunni e dopo mezz’ ora arriva l’ attimo di panico. “E adesso cosa faccio?”. Avevo il diploma delle magistrali, stavo terminando la laurea in pedagogia (ho finito dopo un paio di anni) ma nessuno mi aveva insegnato a insegnare. Per fortuna avevo ricevuto buoni consigli da mia madre, maestra anche lei, come mio padre. “Bambini, ho detto, adesso facciamo un bel tema”. E così ho superato il panico e ho cominciato la mia carriera. L’ anno prima avevo fatto il doposcuola in un altro paese, a Navate. Una pluriclasse dalla prima alla quinta, li aiutavo a fare i compiti. Prendevo la corriera, 14.000 lire di abbonamento al mese e mi davano un compenso di 12.000 lire. Ma serviva a fare punti per il concorso a ruolo». Una famiglia di maestri, con una differenza. «Mio padre Severino, che ha 86 anni, era per tutti il Signor Maestro e viene chiamato ancora così. Mia madre Maria è la Signora Maestra. Io sono il maestro e basta, e tanti ragazzi da qualche anno mi chiamano solo per nome, Renato. Adesso che i presidi si chiamano dirigenti anche noi siamo chiamati professori. Io invece ci tengo, ad essere chiamato maestro. è un mestiere difficile, oggi anche ingrato, ma secondo me educare i bambini, vederli crescere e diventare curiosi, è la cosa più bella del mondo». I primi anni nei paesi di campagna, dove le autorità erano il sindaco, il maresciallo, il parroco, il farmacista~ «C’ era anche il maestro, fra queste autorità. Ma per noi insegnanti c’ era il prestigio, non il potere. Ti guardavano con rispetto perché trasmettevi il sapere. In fondo, nei primi anni, tutto era più semplice. Insegnavi l’ italiano e la matematica, la storia e la geografia. I figli dei contadini imparavano a leggere e scrivere, poi andavano a lavorare in campagna. Le cose hanno cominciato a cambiare nelle scuole dove la maggioranza dei bambini erano figli di operai che lavoravano alla Om della Fiat e o nelle acciaierie Sant’ Eustachio, Montini, Idra~ Per i loro figli volevano un futuro diverso, non in fonderia. Cercavano nella scuola il riscatto sociale. Alcuni di noi – più di trent’ anni fa giovani maestri – ci siamo messi a discutere e a confrontarci su come rispondere a questa richiesta. Prima di allora ognuno era “padrone” della propria classe, una volta fatto il giuramento davanti al direttore. Padrone anche di sbagliare. Mi sono trovato a fare una supplenza negli ultimi tre mesi di una classe quinta. Alla fine non ho fatto altro che sommare i voti, fare la media, e così quattro alunni risultavano insufficienti e bocciati. La direttrice mi ha chiamato e mi ha detto: “Lo sai che se non li mandi alle medie questi quattro vanno subito a lavorare?”. Ho riscritto i giudizi, non ho bocciato nessuno. Racconto questo perché oggi si rivuole il maestro unico. Io lo sono stato per più di vent’ anni. Ho fatto errori provocati dal trovarmi, io ragazzino, all’ improvviso padrone del destino degli altri. Sono cresciuto e sono soddisfatto dei miei anni di scuola. Se alla fine dell’ anno vedi che i tre o quattro bambini che avevano difficoltà sono alla pari degli altri, puoi dire di avere lavorato bene. Ma il maestro che lavora da solo oggi non è più in grado di insegnare a bambini che non sono più quelli di un tempo. Fra i venti alunni che entrano in prima – l’ ho scoperto nella riunione con i genitori – più della metà già usano il computer. Tre o quattro – li ho visti al primo incontro – già avevano il telefonino in mano. La società oggi vive troppo in fretta, i genitori vivono nell’ ansia e la trasmettono ai figli. “Allora, a Natale sapranno già leggere e scrivere?”. “Quando comincia l’ inglese?”. A questa complessità non puoi rispondere con il maestro unico. Ma anche l’ organizzazione attuale non va bene: per 60 bambini di prima, in tre classi, ci sono sette maestri, e si programma tutto: non si decide cosa fare quella mattina, ma in quella mezz’ ora e nella mezz’ ora che segue. I bambini non sono computer». Mille ricordi, in una vita da Maestro. «Ai maestri maschi non si dava la prima classe. Ci voleva la maestra-mamma. Io con i piccoli ho cominciato a Ronco di Gusseno, 12 bambini in tutto e li ho portati in quinta. Forse sono stati i miei anni più belli. Ho fatto fare un tema contro la caccia e il giorno dopo è arrivato il parroco (in paese c’ era più confidenza con il prete che con il maestro) che mi dice: “è meglio non affrontare certi temi”. I papà erano tutti cacciatori. Ho dato un tema sulla produzione della grappa e tutti hanno scritto: “Non sappiamo cosa sia, questa grappa”. Il solito parroco mi ha spiegato che in tutte le cascine c’ erano le distillerie nascoste. Ma poi ci siamo capiti. A fine anno ho ricevuto in regalo alcune bottiglie di grappa, di quella fatta in casa. E anche una cintura in similpelle, l’ unico regalo di una carriera. I tempi erano già cambiati. A mia madre avevano regalato una bicicletta, una collana preziosa~ Ma io quella cintura l’ ho sempre portata con orgoglio». Maestro da 35 anni, stipendio di 1700 euro al mese. «Ma solo perché ho gli assegni familiari per due figlie. L’ altra settimana è arrivato a casa mia Vincenzo, un mio ex alunno. Mi ha piastrellato un pezzo di bagno. Cinquanta euro di materiale, 700 di manodopera. Un giorno di lavoro. “Lo sai che io, per guadagnare tanto, ci metto due settimane?”. Gino che ripara le caldaie mi ha preso 120 euro per mezz’ ora di lavoro. Come insegnanti si vive vicino alla soglia di povertà. Da due anni dovrei cambiare la cucina e i soldi non ci sono. La casa a schiera me la sono comprata con un mutuo da 900.000 lire al mese quando lo stipendio era di un milione e tre. Per fortuna, fra maestri e professori, abbiamo reinventato il mutuo soccorso. I vestiti passano dalla figlia di uno alla figlia dell’ altro, la bici pure, l’ auto si compra usata~ Soprattutto da queste parti, se non hai soldi, non vali niente. I nuovi maestri prendono 1.100 euro al mese e qui a Roncadelle ne chiedono 600 per un bilocale. E come una ciliegina arrivano le accuse dei ministri che ci trattano come fannulloni al quadrato: perché siamo dipendenti pubblici e perché siamo insegnanti, tanto inutili che se ne possono lasciare a casa a decine di migliaia~». I lamenti si fermano presto. «Io mi chiedo: se non ci fosse la scuola, che ne sarebbe di questi bambini? Già il primo giorno di scuola insegniamo loro ad alzare la manina, prima di parlare. Solo così possono farsi ascoltare dagli altri. Nessuno ascolta i bambini di oggi. Già alle elementari – abbiamo fatto un’ inchiesta – stanno tre o quattro ore al giorno davanti alla tv e a cena si mettono l’ iPod all’ orecchio perché tanto i genitori che lavorano tutto il giorno hanno solo quella mezz’ ora per parlare dei fatti loro. Almeno in classe il bambino deve trovare la serenità e la possibilità di confrontarsi con gli altri. Ma tutto diventa più difficile. Abbiamo dovuto mettere cancelli e telecamere, perché alcune maestre sono state aggredite e picchiate da qualche genitore. La causa? Una nota sul diario. Il prestigio del maestro, per tanti genitori, è archeologia. Del resto – ragionano – uno pagato come il senegalese che lavora in acciaieria deve davvero valere poco. I cancelli servono anche a impedire i “furti” dei bambini, da parte di genitori separati che vogliono portare a casa il figlio affidato all’ altro coniuge. Ma in tutto questo marasma, io sono convinto di fare un lavoro utile. I ragazzi, dopo la quinta, passano l’ età della stupidera e nemmeno ti salutano. Ma poi, più grandi, vengono a trovarti per raccontare i loro problemi o i loro successi. Ti mettono in imbarazzo perché chiedono: “Si ricorda di me?”. E sono spilungoni di due metri. I professori delle medie, dicono, si possono dimenticare. Il maestro no. Le soddisfazioni non servono a comprare l’ auto nuova, ma fanno bene al cuore». Una figlia di 12 anni alle medie, l’ altra di 16 alle superiori. «Proprio la più grande, che mi ha sempre detto: “Papà, perché non hai fatto l’ idraulico, che saremmo ricchi”, si è iscritta al liceo psicopedagogico, le vecchie magistrali». Renato Facchetti dice a tutti che la figlia sbaglia e lui non è contento perché i maestri non hanno futuro. Ma basta guardarlo in faccia per capire che anche i maestri dicono le bugie. – Jenner Meletti

  3. Redazione dice

    A margine della scuola, una considerazione sull’informazione: l’agenzia Adnkronos ha diffuso oggi un Comunicato stampa dell’On. Ghizzono di 20 giorni fa.
    Il comunicato stampa è il seguente:

    Scuola: Ghizzoni, “Gelmini conservatrice, riporta l’Italia agli anni venti”
    Con decreto ridotte ore scolastiche, a rischio il tempo pieno, insegnamenti più generici

    “La scuola primaria, che rappresenta il fiore all’occhiello del nostro sistema educativo viene sacrificata sull’altare dei tagli di Tremonti”. Così Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella Commissione Cultura della Camera, commenta il contenuto del decreto legge pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale in cui – prosegue la deputata – “è scritto nero su bianco che parti significative di un intervento che dovrebbe essere strutturale e rispondente ad un preciso progetto educativo sono invece la tragica conseguenza dei tagli approvati dalla manovra d’estate e dalla scelta di considerare la scuola come luogo dove fare cassa “.

    “Mentre nelle scorse settimane si orientava l’attenzione pubblica su dibattiti un po’ stucchevoli e fuorvianti quali il grembiulino e il voto in condotta – prosegue Ghizzoni – il ministro Gelmini si accingeva a infliggere un duro colpo al nostro sistema educativo. Con l’articolo 4 del decreto legge 137 si riduce a 24 ore settimanale l’orario scolastico della scuola primaria, si mette in discussione il tempo pieno, nonostante sia un ottimo modello educativo che risponde alle esigenze delle famiglie di oggi, e si affida l’insegnamento ad un unico maestro. In questo modo si torna ad un modello didattico già superato con la riforma da tutti condivisa degli anni ottanta. Come si può pensare – si chiede la deputata – che per i ragazzi del XXI secolo si possa adoperare un modello educativo che ricorda quello della riforma Gentile degli anni venti? L’introduzione del maestro unico non risponde sicuramente alla complessità della nostra società dove gli stimoli educativi che arrivano dalle nuove tecnologie, dai nuovi media e dalla globalizzazione hanno modificato il grado di maturità ma anche gli interessi e le esigenze delle nuove generazioni. In questo contesto, appare veramente irragionevole tornare ad un modello di scuola incentrato su maestri che sanno di tutto un po’ e dove si insegna prevalentemente a leggere, scrivere e far di conto dimenticandosi quindi della necessità di offrire competenze più precise, meno generiche e di andare incontro alle esigenze dei singoli alunni.

    Il lato conservatore del Ministro – conclude Ghizzoni – sembra non tener conto del mondo che cambia e solo per rispondere a mere esigenze di cassa mette a repentaglio il futuro del Paese”.

I commenti sono chiusi.