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“Così muore la Giustizia”

Un’altra legge ad personam. Il Parlamento costretto ad avallare norme per tutelare le paure del premier in difficoltà. E con il blocco delle intercettazioni si elimina uno tra i principali strumenti di lotta contro il crimine. “Così muore la giustizia”. Questo è stata l’ultima critica dell’Associazione Nazionale dei magistrati rivolta al disegno di legge sulle intercettazioni che, dopo il voto definitivo alla Camera, diventa legge. Un’iniziativa affrettata e immotivata, per risolvere le paure personali di Berlusconi, di fatto elimina uno tra gli strumenti principali per la lotta alla criminalità.

Con l’approvazione della legge le intercettazioni potranno essere chieste solo in caso di “evidenti indizi di colpevolezza”, non potranno superare il limite dei 60 giorni e non potranno essere pubblicate fino alla conclusione delle indagini preliminari. Sarà previsto il carcere dai 6 mesi a un anno per i giornalisti e il “via la toga” per il magistrato che rilascerà pubblicamente dichiarazioni sui procedimenti. Infine, accanto alle intercettazioni telefoniche e ambientali, il nuovo provvedimento metterà al bando anche l’utilizzo di videocamere.

Il Governo, per voce del ministro Alfano, ha difeso il “suo” progetto perché garantirebbe l’incolumità di molte persone che, estranee alle indagini, potrebbero essere coinvolte in un caso giudiziario per “colpa” della pubblicazione delle intercettazioni. In realtà è un affermazione sbagliata sia nel merito, sia nei fatti concreti. Anche se venisse considerato valido lo spirito con cui si bloccano le intercettazioni – la salvaguardia di innocenti -, la legge si spinge ben oltre superando quei limiti di ragionevolezza. Infatti le intercettazioni sarebbero fermate dal momento del reato fino al processo: praticamente per un anno almeno.

È perplesso anche Gaetano Pecorella, ex legale di Berlusconi e presidente della Commissione giustizia dal 2001 al 2006. In un intervista rilasciata al quotidiano La Stampa ha dichiarato: “volendo rispondere con una battuta si potrebbe dire che è difficile ammazzare un uomo morto”.

“La misura è colma” si legge nella lettera-appello presentata dal Pd insieme a Idv e Udc al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Le forze dell’opposizione si interrogano con fortissima preoccupazione sulla compatibilità di questo continuo ricorso alla fiducia con i principi costituzionali”.

Lanfranco Tenaglia, responsabile Giustizia del Pd, chede al “ministro Maroni di non fare il gioco delle tre carte. Hanno equiparato le video riprese alle intercettazioni, quindi per usarle servono gli stessi presupposti per usare le intercettazioni. Lui stesso e i deputati della lega in commissione giustizia avevano protestato per questo contribuito ad approvare all’unanimità un emendamento che limitava l’equiparazione alle sole videoriprese captative di conversazioni. Emendamento che poi non è stato volutamente inserito nel maxi emendamento. A questa maggioranza e a questo governo della sicurezza dei cittadini non importa un fico secco, è uno sporco imbroglio.

“L’on. Cota – ha continuato Tenaglia – o non ha capito o gli hanno spiegato male. Lui e il suo gruppo si accingono a votare la fiducia su un testo che equipara le video riprese alle intercettazioni telefoniche e quindi le rende inutilizzabili se non autorizzate preventivamente dal giudice. A questo punto, con questa norma, i sindaci della Lega, che hanno giustamente installato telecamere per prevenire i reati, possono tranquillamente trasferire le telecamere nei propri uffici perché saranno inutili e successivamente vedersi a casa le video cassette degli eventuali reati ripresi da quelle telecamere”.

“Dopo il voto di fiducia sulla legge che impedisce le intercettazioni, tutti gli italiani potranno finalmente capire che Pdl e Lega non hanno intenzione di disturbare il potere mafioso”. Lo ha dichiarato Laura Garavimi, capogruppo dei Democratici in commissione Antimafia. “Con le nuove norme si salva solo la facciata delle intercettazioni, ammesse ancora se una persona è indagata per mafia, ma nella sostanza si impedisce di mantenere efficace questo importante strumento impedendo di attivarle per tutti i reati considerati spia di interessi mafiosi (usura, spaccio, sfruttamento della prostituzione, estorsione, rapina, ricettazione, reati ambientali, incendi dolosi, reati economici) se non in presenza di evidenti indizi di colpevolezza. Insomma, non si potrà più scoprire se uno di questi reati è stato fatto da una cosca mafiosa. Sulla necessità di modificare questo punto, oggetto di allarme anche del Procuratore Antimafia, Piero Grasso, si era detto d’accordo il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ora accetta in silenzio ed obbediente le decisioni della maggioranza.”

“Il ddl intercettazione acceca i cosiddetti ‘occhi elettronici’ e mette a serio rischio la sicurezza dei cittadini perché limita in modo sconsiderato la possibilità di usare le intercettazioni nel corso delle indagini”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti ha commentato l’equiparazione delle riprese visive e audio visive alle intercettazioni telefoniche contenute nel ddl Alfano. “Lo scontro politico ‘Ghedini-Maroni’ ha prodotto un mostro giuridico che non tiene conto neanche delle perplessità del procuratore Antimafia, Pietro Grasso che avevano portato il comitato dei nove a votare la scorsa settimana una modifica per superare i problemi derivanti dalla equiparazione delle intercettazioni alle mere riprese visive. Nella redazione del maxi emendamento il governo non ne ha però tenuto conto per cui tutto ciò che sarà video ripreso senza l’autorizzazione preventiva – ha spiegato Ferranti – sarà inutilizzabile ai fini processuali. E così grazie al Governo anche in presenza di un filmato che riprende una rapina o uno stupro quella prova non potrà essere usata nei confronti dei malfattori. Siamo all’assurdo! Inoltre, dall’equiparazione delle videoriprese alle intercettazioni anche la polizia non potrà più predisporre un apparato di ripresa se non in presenza di ‘evidenti indizi di colpevolezza’ e di un’autorizzazione del Tribunale. Ovvero con molto ritardo rispetto al momento in cui si compie un reato. Insomma – ha concluso – con questo provvedimento il governo spunta le armi dello Stato nella lotta alla criminalità e vanifica lo sforzo degli amministratori locali e delle forze di polizia per sorvegliare i propri territori e per prevenire e reprimere i reati”.

Per Pina Picierno “non la crisi, non il problema dei precari o della sicurezza ancora una volta
l’interesse privato del presidente del Consiglio è l’unica vera emergenza di questo Governo. Ancora una volta si cerca confondere le acque facendo passare l’utile personale del presidente del Consiglio per l’interesse dei cittadini. Questa fiducia prosegue il progetto che punta a garantire la totale immunità del presidente del consiglio rispetto alla legge, nell’ottica del “legibus solutus” consona alle monarchie assolute piuttosto che ai sistemi democratici a cui appartiene il nostro paese. Un cammino iniziato con l’approvazione del lodo Alfano e del quale di cui non si vede ancora la fine.

“La scelta di porre la fiducia sul ddl sulle intercettazioni è l’ennesimo incosciente tentativo della maggioranza di difendere il premier a discapito del sistema giustizia”. Lo ha affermato Tonino Russo, vice segretario regionale del Pd siciliano e deputato nazionale. “Parlare di tutela della privacy dei cittadini è davvero un colpo basso: in questo modo si protegge solamente la criminalità organizzata. Mi stupisce – ha aggiunto Russo – che esponenti siciliani della maggioranza e del governo non capiscano che questa manovra è un favore alla mafia. Tutti questi pseudo paladini dell’antimafia facciano un esame di coscienza e pensino a quanti magistrati, uomini delle forze dell’ordine e cittadini hanno sacrificato la propria vita contro la mafia e per uno Stato che, adesso, li sta abbandonando”.

www.partitodemocratico.it, 12 giugno 2009

4 Commenti

  1. La redazione dice

    “Il cittadino mortificato”, di Stefano Rodotà

    Un Parlamento mortificato, ridotto una volta di più a luogo di silenziosa ratifica della volontà del Governo. Una magistratura resa impotente di fronte a fenomeni gravi di illegalità. Un sistema della comunicazione espropriato della sua funzione di “ombudsman diffuso”, della possibilità di riferire fatti di indubbia rilevanza pubblica.

    Una società civile resa opaca e silenziosa dal divieto di assicurarle informazioni essenziali. Questo è il cambiamento del sistema istituzionale e sociale che ci consegna la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche.
    Siamo di fronte ad una nuova manifestazione di una linea ben nota, ad una accelerazione della irresistibile volontà di liberarsi proprio di quei contrappesi, di quegli strumenti di garanzia che, in un sistema democratico, possono impedire la degenerazione del potere, il suo esercizio incontrollato, la creazione di sacche di impunità. Per realizzare questo risultato si è insistito molto sulla necessità di tutelare la privacy delle persone, troppe volte violata. Ma questo argomento, in sé legittimo, è stato trasformato in pretesto per una disciplina punitiva, che con la tutela della privacy non ha niente a che vedere. Negli anni passati, infatti, proposte di legge presentate dalle più diverse parti politiche avevano individuato i soli punti sui quali era necessario intervenire: divieto di pubblicare brani di intercettazioni ancora coperti dal segreto, irrilevanti per le indagini, riferiti a persone diverse dagli indagati. Obiettivi che possono essere raggiunti senza restringere, o addirittura cancellare, le possibilità investigative da parte della magistratura e senza negare il diritto costituzionale all´informazione che, ricordiamolo, non è privilegio del giornalista, ma elemento storicamente essenziale per il passaggio da suddito a cittadino.
    Perché, allora, un mutamento così radicale dei contenuti della legge e la fretta nell´approvarla, ricorrendo al voto di fiducia? Una ragione, la più immediata, riguardava il rischio che, pure in una maggioranza che si proclama ad ogni passo compatta, si manifestassero quei dissensi e quelle proposte di emendamento già affiorati nelle dichiarazioni di alcuni parlamentari. Il voto di fiducia non solo accorcia i tempi, ma soprattutto obbliga al silenzio. Una finalità di normalizzazione, dunque, una conferma ulteriore della considerazione del Parlamento come puro intralcio da rimuovere con qualsiasi mezzo, ignorando l´imperativo democratico che, soprattutto per le leggi incidenti su diritti fondamentali delle persone, imporrebbe la discussione più libera e aperta.
    Ma la fretta, questa volta, ha una ragione più profonda. Proprio in occasione delle ultime elezioni si è visto che i mezzi d´informazione possono contribuire a modificare l´agenda politica, che la voce dei cittadini informati può sopraffare una comunicazione addomesticata. Una situazione che deve essere apparsa intollerabile, che non deve consolidarsi. Ecco, allora, che si prende al volo l´occasione offerta dalla tutela della privacy per piegare la legge ad un´altra finalità, per interrompere fin dall´origine il circuito informativo. Per questo era necessario ridurre le informazioni che la magistratura può raccogliere. Per questo erano necessarie nuove barriere, per impedire che le informazioni potessero poi giungere ai cittadini, se non dopo essere state sterilizzate dal passare del tempo. All´intento originario di punire magistratura e stampa si è aggiunta questa ulteriore urgenza. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.
    Di questa strategia, tanto rozza quanto efficace, si possono subito misurare le conseguenze. È stato ricordato che i risultati appena raggiunti dalla Procura di Venezia nella lotta al traffico degli immigrati, proprio un tema sul quale insiste fino a un pericoloso parossismo repressivo l´attuale maggioranza, sono il frutto di intercettazioni durate due anni. Con le nuove norme questo non sarebbe stato possibile. Queste, infatti, prevedono che le intercettazioni possano durare due mesi al massimo, ed è assai dubbio che nel caso veneziano potessero addirittura cominciare, viste le condizioni restrittive alle quali sono ormai subordinate. Le preoccupazioni espresse da magistrati e poliziotti, dunque, hanno un ben solido fondamento, e la contraddizione tra proclamazioni e strumenti dimostra quale sia il vero intento delle nuove norme.
    Da molti anni, peraltro, disprezzo per la legalità e ostilità per l´informazione vanno di pari passo, e la restrizione delle possibilità investigative esigeva altrettante limitazioni della libertà d´informazione. Il punto rivelatore è rappresentato dal divieto di rendere pubbliche anche le intercettazioni non più coperte dal segreto. E il meccanismo delle sanzioni è particolarmente grave, soprattutto perché, accanto a intimidatorie sanzioni penali per i giornalisti, introduce una “censura economica” più pesante di qualsiasi altro meccanismo di controllo. Poiché si prevede che gli editori possano essere obbligati a pagare forti multe, è ovvio che pretenderanno di minimizzare questo rischio, interferendo nel libero lavoro d´informazione. Così, “Il Padrone in redazione” non sarà più solo il titolo di un bel libro di Giorgio Bocca, ma il destino promesso al sistema italiano della comunicazione.
    Peraltro, proprio perché non più coperte dal segreto, le intercettazioni saranno nelle mani di molti, a cominciare dalle schiere di avvocati e loro collaboratori che accompagnano ogni indagine di qualche peso. Così, il divieto di renderle pubbliche creerà un grumo oscuro, disponibile per manovre oblique, manipolazioni, persino ricatti (che cosa sarebbe accaduto con la segretezza coatta delle indagini sui “furbetti del quartierino” e dintorni?). Corretto corso della giustizia e diritti delle persone (privacy inclusa) saranno assai più a rischio di oggi, in assenza di quei benefici contrappesi democratici che si chiamo trasparenza e controllo diffuso.
    Il Presidente del Consiglio si accinge a partire per gli Stati Uniti. Chi sa se qualcuno dei suoi collaboratori, preparando i necessari dossier, penserà di inserirvi la citazione di quel che scrisse un grande giudice costituzionale americano, Louis Brandeis: “La luce del sole è il miglior disinfettante”.

    La Repubblica, 12 giugno 2009

  2. La redazione dice

    Il magistrato Maria Cordova: «Abbiamo arrestato ottanta pedofili Ora sarà impossibile»
    Intervista di Lavinia Di Gianvito

    ROMA — Duecento bambini violentati, scambiati, costretti a partecipare a festini a luci rosse. Ottanta arresti e altrettante condanne, fino a vent’anni di carcere.
    L’inchiesta «Fiori nel fango» è quella che Maria Cordova ricorda per prima quando si tocca il tema delle microspie. Perché di una cosa l’ex procuratore aggiunto è certa: «Senza le intercettazioni, quei risultati non li avremmo mai ottenuti».

    Quanto tempo sono durati gli «ascolti»?
    «Almeno sei mesi. A poco a poco è emersa una catena, con pedofili che venivano a Roma anche da altre regioni».

    I 60 giorni previsti adesso non sarebbero bastati?
    «Assolutamente no, perché le conversazioni telefoniche non sono mai chiare. Ci possono essere quattro, cinque intercettazioni che non sono univoche.

    Poi, a un certo punto, arriva quella che dà un senso anche alle precedenti».
    Com’è cominciata l’inchiesta «Fiori nel fango»?
    «Con dei controlli nei campi nomadi: la polizia aveva notato dei bambini che venivano portati via in macchina di sera.
    Poi si è scoperto che maneggiavano un po’ di soldi e che dai loro cellulari risultavano parecchie telefonate ad adulti. Erano tutti maschi sui dieci anni».

    Non c’è mai stato il rischio di violare la privacy?
    «No, abbiamo controllato solo le persone che apparivano collegate alle nostre ipotesi di reato, pedofilia e induzione alla prostituzione minorile» .

    Questo è successo in quell’inchiesta. E in generale?
    «È sempre così».

    Pensa che ora si dovrà tornare a metodi investigativi più «tradizionali»?
    «E quali? Sono in magistratura dal ’67 e le intercettazioni ci sono sempre state. Per di più allora venivano disposte dal pm, senza l’autorizzazione di un giudice».

    Oggi però sembra che siano cresciute a dismisura.
    «Vent’anni fa c’era la pedofilia? Era così diffusa la corruzione? Molti reati esistevano, ma erano sommersi.
    Cosa si contesta ai magistrati, di essere troppo efficienti?».

    Il Corriere della Sera, 11 giugno 2009

  3. La redazione dice

    La Camera approva il ddl intercettazioni. Ed è bagarre. Idv: «Proteggete i ladri»

    La Camera dice sì al ddl sulle intercettazioni, dopo che il governo ha ottenuto la fiducia. I sì sono stati 318, 224 i no, un solo astenuto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. E si riaccendono le polemiche, magistrati e giornalisti in testa. Il presidente Napolitano, interpellati sull’argomento, ha chiesto tempo: «Mi riservo di esaminare il testo approvato dalla Camera, di seguire il successivo iter parlamentare e poi di prendere le decisioni che mi competono».

    VOTO A SCRUTINIO SEGRETO – La votazione finale si è tenuta a scrutinio segreto: lo ha indicato il presidente della Camera Gianfranco Fini, spiegando che la richiesta è stata avanzata dal gruppo del Pd. Silvio Berlusconi è stato presente a tutta la seduta, accanto al ministro della Giustizia Angelino Alfano. «Ora chiederemo una rapida lettura da parte del Senato – ha assicurato il Guardasigilli -. Crediamo di aver prodotto un testo che dopo un anno di lavoro ha raggiunto un punto di equilibrio ragguardevole tra la tutela della privacy e delle indagini, l’articolo 15 e l’articolo 21 della Costituzione».

    CARTELLI DELL’IDV: «VERGOGNA» – Dopo la lettura dei risultati del voto, in Aula è scoppiata la bagarre. Dai banchi dell’Italia dei Valori tuona la protesta e i deputati mostrano cartelli come «Libertà di informazione cancellata», «Vergogna», «Oggi è morta la libertà di informazione uccisa dall’arroganza del potere», «Pdl: protegge i delinquenti e ladri». Immediato l’intervento dei commessi, mentre il presidente Fini dichiarava sospesa la seduta. Dai banchi del centrodestra si è levato un coro: «Buffoni, buffoni!». Già prima un «testa vuota» era volato dai banchi della Lega, durante l’intervento del capogruppo Idv Massimo Donadi, che anche oggi ha usato parole di fuoco per bocciare il disegno di legge. «Gli insulti della Lega sono lo strumento per mascherare l’assoluta mancanza di argomenti nel giustificare il voto favorevole a un provvedimento criminogeno come la legge sulle intercettazioni – ha replicato Silvana Mura, deputata dell’Idv -. La Lega sa bene che sta tradendo i suoi elettori e rendendo lettera morta i provvedimenti sulla sicurezza di Maroni». Per il Carroccio parla il presidente dei deputati Roberto Cota: «La legge andava fatta perché ci sono abusi e sprechi da tanto tempo. Questo testo assicura l’uso delle intercettazioni come strumento di indagine, non pone alcun limite di utilizzo per i reati più gravi e garantisce i cittadini contro violazioni indebite della loro vita priva».

    «VENTI VOTI DALL’OPPOSIZIONE» – Il ministro Alfano si è detto soddisfatto per l’esito del voto. «Abbiamo preso 20 in più dei nostri. Il voto segreto ci ha premiato, visto che nel computo dei voti a favore ci sono 20 voti in più rispetto a quelli della maggioranza. Significa che circa il 20% dell’opposizione condivide le nostre tesi». E il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: «La Camera ha confermato la scelta del governo sulle intercettazioni anche con il concorso di un settore dell’opposizione. Questo allargamento della maggioranza è avvenuto perché anche in settori dell’opposizione c’era coscienza dell’insostenibilità di una situazione marcata da molte irregolarità e c’è stata anche una reazione di rigetto alla subalternità del Pd alla linea truculenta e forcaiola dell’Idv». Dai tabulati risulta che all’opposizione sono mancati 17 voti. Se tutti i deputati avessero votato compatti secondo le indicazioni dei gruppi e contando l’astensione del deputato delle Minoranze Karl Zeller, il provvedimento sarebbe dovuto passare con 301 sì e 242 no, a fronte degli effettivi 318 sì e 224 no.

    PD: IMPOSSIBILE ANTITERRORISMO – Ma il Pd attacca. «Il ddl toglie alla magistratura uno dei più efficaci strumenti di indagine – dice la deputata Olga D’Antona -. Se questa legge fosse stata già in vigore gli arresti, avvenuti tra la scorsa notte e questa mattina nell’ambito dell’azione antiterrorismo, non sarebbero stati possibili. Mi auguro che al Senato ci possa essere un ripensamento». Dal mondo dell’informazione arriva un nuovo appello, dopo quello lanciato alla vigilia del voto alla Camera: «La Fieg e la Fnsi si uniscono ancora per rinnovare al Parlamento, ora in particolare al Senato, e a tutte le forze politiche l’appello a scongiurare l’introduzione nel nostro ordinamento di limitazioni ingiustificate al diritto di cronaca e di sanzioni sproporzionate a carico di giornalisti ed editori. Le previsioni del ddl approvato con ricorso al voto di fiducia violano il fondamentale diritto della libertà d’informazione».

    Il Corriere della Sera, 11 giugno 2009

  4. La Redazione dice

    Ecco la lettera presentata a Giorgio Napolitano dal Pd, Idv e Udc

    Signor Presidente,
    in qualità di rappresentanti dei deputati dell’opposizione, ci rivolgiamo a Lei quale supremo garante della nostra Costituzione.
    Intendiamo esprimerLe con forza il profondo disagio che sentiamo di fronte all’apposizione da parte del Governo della quindicesima fiducia, in questo ramo del Parlamento, in poco più di un anno di legislatura.
    Il grave abuso di uno strumento che la Costituzione e la legge n.400 del 1988 circondano di particolari garanzie e che deve considerarsi per sua natura di carattere straordinario, non sfugge a chi segue il quotidiano evolversi dei lavori parlamentari.
    La trasformazione di un istituto eccezionale nei rapporti Governo-Parlamento in un ordinario strumento di disciplina dei lavori parlamentari compromette pericolosamente l’equilibrio che la Costituzione disegna tra Governo e maggioranza e tra maggioranza e opposizione.
    E’ in corso un processo di azzeramento del diritto di emendamento parlamentare, anche quando esercitato in forme contenute, di vanificazione delle norme regolamentari che prevedono il voto segreto sui temi costituzionalmente più delicati, di pratica pericolosamente estensiva dei maxiemendamenti che trasformano intere leggi in provvedimenti da votare acriticamente in blocco. Altre ancora sono le preoccupazioni se questo modo di “appropriazione” governativa dei pochi disegni di legge parlamentari, si somma ad un uso della decretazione di urgenza del tutto nuovo non tanto nella quantità, quanto nella qualità della normazione prodotta.
    Poco più di due settimane orsono è stata posta per ben tre volte la questione di fiducia su un disegno di legge in materia di sicurezza ove risultavano disciplinati delicati profili attinenti ai diritti fondamentali, a questioni controverse in materia costituzionale, all’attuazione di norme comunitarie.
    Oggi la fiducia viene posta sul disegno di legge in materia di intercettazioni. Il disegno di legge viene liquidato da un maxiemendamento del Governo dopo un normale confronto parlamentare e di fronte ad un numero assolutamente fisiologico di emendamenti per l’Aula e con tempi rigorosamente contingentati. Il dubbio legittimo è che il Governo usi impropriamente l’istituto della fiducia come strumento di controllo della propria “amplissima” maggioranza!
    La materia ancora una volta è molto delicata. Il legislatore è chiamato ad un bilanciamento difficile tra le diverse esigenze costituzionali della giustizia e della persecuzione dei reati, della riservatezza dei cittadini e della fondamentale libertà di informazione. La proposta del governo manca clamorosamente questo obiettivo. A nostro parere, la norma che limita le intercettazioni all’esistenza di “evidenti indizi di colpevolezza” pregiudica il ricorso a questo strumento di indagine, con evidente pregiudizio delle indispensabili azioni di contrasto della criminalità da parte delle forze di polizia e della magistratura. Così pure il ruolo della libera stampa è compromesso nella perpetuazione dei diversi divieti di pubblicazione oltre il termine di durata del segreto investigativo e dalle sanzioni gravi per editori e giornalisti. Alcune norme modificano la legge sulla stampa e la recentissima legge (unanimemente approvata) sui servizi segreti, rendendo meno trasparente le necessarie attività di controllo.
    Le forze di opposizione si interrogano con fortissima preoccupazione sulla compatibilità di questo continuo ricorso alla fiducia con i principi costituzionali.
    Confidiamo, Signor Presidente, nel Suo intervento, nelle forme che riterrà opportune, per restituire pienezza di contenuti democratici al dibattito parlamentare sulle leggi.

    Antonello Soro
    Michele Vietti
    Massimo Donadi

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