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"Diffamazione, meglio nulla che questa legge", di Stefano Rodotà

Come sempre le leggi ad personam portano a un pessimo risultato. Per “salvare il soldato Sallusti” dal carcere si istituisce un clima di intimidazione che limita il diritto all’informazione e la libertà d’espressione. Meglio fermarsi e non fare nulla, allora, perché si è imboccata una strada sbagliata». Secondo il professor Stefano Rodotà, ex Garante della Privacy, la legge sulla diffamazione all’esame del Parlamento è profondamente sbagliata, anche nei tentativi di compromesso. Professore, lei cosa pensa del testo di legge che si sta discutendo al Senato? «È stata imboccata una strada assolutamente sbagliata, è inevitabile quando si fanno le leggi ad personam. Ora, io sono d’accordo che in casi come questo il carcere vada eliminato, però vorrei fare una disgressione: non possiamo affiancare una giustizia di classe a una legislazione di classe».
In che senso?
«Se rischia di andare in galera Sallusti si mobilita il Parlamento, ma se ogni giorno c’è una legislazione pessima che manda in galera il piccolo spacciatore e l’immigrato, nessuno se ne preoccupa o pone all’ordine del giorno un intervento. Invece nessuno muove un dito. Da decenni ci trasciniamo la revisione del Codice Rocco, ma anche dell’uso sconsiderato del carcere, anche in una legislazione più recente, per quanto riguarda droga e immigrazione».
Sono state bocciate le modifiche al testo sulle quali era stata trovata un’intesa. Con il voto segreto si rischia quindi di approvare una legge censoria? «Sinceramente anche il compromesso notturno non mi era piaciuto per niente. Io ho detto subito che era una legge “vendetta”, più che una legge bavaglio. Stanno usando lo strumento di questa legge per regolare i loro conti contro i giornalisti. Una ritorsione che discredita le istituzioni. Nella “legge bavaglio” sulle intercettazioni, della cui definizione mi prendo la paternità, il bavaglio era esplicito, si diceva: queste cose non potete pubblicarle. Questa è peggio, è la minaccia della rovina economica. La censura di mercato non è una novità: tu sei libero, ma corri un tale rischio economico che ti asterrai dal tenere una serie di comportamenti».
C’è chi ha propostao di eliminare solo la parte che prevede il carcere.
«Al Senato il punto è: se noi leviamo il carcere dobbiamo mettere in piedi un meccanismo di riequilibri a favore delle vittime. Ma senza toccare il diritto all’informazione. Per me la diffamazione non è un reato di opinione, è discreditare le persone, come nel caso specifico, con la pubblicazione di una notizia falsa. Nessuna indulgenza, se elimini il carcere devi mantenere sanzioni adeguate alla gravità del comporamento avvenuto. Ma tutto ciò si sta convertendo, anche nel compromesso notturno, in una limitazione grave alla libertà del pensiero.
Quali sono i punti peggiori?
«Imporre multe così alte, unite alla sospensione della professione, all’incidere sul finanziamento pubblico alla stampa, ecco, tutto ciò non è solo rivolto a impedire che si tengano comportamenti diffamatori, ma crea un enorme rischio del disincentivo all’inchiesta».
Un’autocensura?
«Sì, un’autocensura nata non dalla compiacenza verso il potente, ma dalla paura che le conseguenze di un’attività giornalistica diventino insostenibili economicamente. Perché le sanzioni devono esserci, ma proporzionate. Il diritto alla libertà del pensiero non è solo del singolo giornalista, ma è il diritto d’informazione dei cittadini, reprimere questo porta a un’informazione meno completa. E c’è un abuso della querela come intimidazione: querelo per qualunque cosa e chiedo risarcimenti milionari, senza dover pagare nulla nel caso perda la causa».
Cosa pensa di come verrebbe regolato l’obbligo di rettifica?
«È sbagliato. È formulato in modo che questa rettifica deve essere pubblicata
con una certa evidenza e non accompagnata da un commento del giornale, anche nel caso di un fatto vero, non si può dire nulla. Cosa succede? Che si dà diritto all’autorappresentazione di chi si ritiene diffamato: io sono quello che dico di essere, non quello che risulta dai miei comportamenti, in conflitto con la realtà dei fatti. Eppure sono state suggerite delle altre strade».
Quali?
«Quella di accelerare al massimo i processi, perché di fronte alla gravità indubbia della diffamazione per la vita di una persona si ha diritto sì a una rettifica, ma con un filtro, l’accertamento da parte del giudice. Così sì che è una riparazione, perché è vero quel che accade: la notizia data in pagina uno e la rettifica nascosta a pagina 40.
Anche per il web sanzioni censorie, si richiede ai siti la rettifica immediata. «Sul web c’è un’ignoranza, una non conoscenza di come funziona la Rete. Su Wikipedia hanno pubblicato un banner in cui avvertono che se passasse questa norma Wikipidia in Italia sparirebbe, perché ognuno potrebbe cancellare non ciò che è falso, ma ciò che non è a lui gradito. Insomma, è un approccio dilettantistico, non si è guardato neanche il “diritto all’oblio” sostenuto da Viviane Reding».
Quali soluzioni propone?
«Be’, io capisco i giornalisti che dicono: se l’eliminazione del carcere dalla legge fa diventare la nostra professione impossibile, allora meglio lasciare tutto come sta. La strada giusta sarebbe eliminare il carcere, accelerare i processi per ripristinare l’onorabilità del diffamato, avere pagati i danni stabiliti ma anche una rettifica adeguata, la situazione potrebbe migliorare. Tutte le altre strade scelte creano limiti alla libertà d’espressione».
Il Pd sta puntando a uno stop, al rinvio del testo in commissione.
«Sarebbe meglio, perché quando si mettono le mani sui diritti in maniera inappropriata, allora è meglio non toccare nulla».
da repubblica.it