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Arriva la bufera: le anticipazioni sul piano Gelmini

Tra pochi giorni sarà finalmente reso pubblico il piano attuattivo dei tagli previsti dalla manovra d’estate. Il Paese potrà finalmente sapere come e dove saranno tagliati gli 87.000 docenti e i 43.000 ATA. Nero su bianco leggeremo quanti insegnanti in meno avrà la scuola materna e quella primaria, quante ore in meno di scuola frequenteranno i giovani, quante ore di lingua inglese in meno, quanti ragazzi in più per classe, quante materie in meno verranno impartire, quanta custodia in meno… e via discorrendo. Spero facciano riflettere tutti le cifre anticipate da Reggio e commentate da Panini (a loro il piano è già stato anticipato, a noi di opposizione no, ma si sa che per il Governo noi siamo un’inezia), che trovate su Repubblica.it
Ma pare a me – presa evidentemente da una ideologica smania vetero-comunista e sessantottina – o siamo in tanti a credere che ci troviamo di fronte al più pesante attacco alla scuola pubblica italiana, in particolare a quella che funziona meglio, la scuola primaria?

In queste settimane la Gelmini ha raccontato solo frottole: ha detto, ad esempio, che il modulo é stato inventato per aumentare i posti di lavoro per gli insegnanti (da un ministro mi aspetto che si informi, prima di parlare), dimenticando il lungo processo di elaborazione della legge Mattarella; ha dichiarato che il tempo pieno aumenterà del 50% sapendo che non vi saranno né le risorse né gli organici disponibili (in commento vi allego un articolo della Boscaino che la sbugiarda); ha sostenuto, amplificato dalle trombe di una stampa che ha rinunciato a fare informazione, che i dati OCSE sull’istruzione indicano l’Italia come un paese che spende troppo e male. Niente di più falso: la nostra spesa è in media con gli altri Paesi OCSE, ma è bassa nei segmenti di istruzione dove abbiamo le maggiori criticità, cioè la scuola secondaria e l’istruzione universitaria. Ecco cosa dicono in realtà gli indicatori OCSE: “mantenere o incrementare gli attuali livelli di spesa per l’istruzione e migliorarne l’efficacia”; in tutti i Paese OCSE “negli ultimi dieci anni si è assistito ad un aumento delle risorse disponibili per studente nella scuola primaria e secondaria” (quindi la Gelmini perché fa credere che l’aumento del 33% della spesa per l’istruzione sia irresponsabile, quando la media OCSE è del 30%: per una volta che siamo in linea con gli altri ci scandalizziamo?). Ancora: “Gestire la crescita e lo sviluppo dei sistemi scolastici in modo da migliorare l’accesso, la qualità e rendere più efficaci i finanziamenti è una sfida difficile cui i governi dovranno rispondere. La società del sapere ha bisogno di cittadini innovativi, dotati di competenze e in possesso di alte qualifiche e la crescente partecipazione all’istruzione indica che i giovani e le famiglie ne sono già consapevoli”. Mi chiedo se questa consapevolezza ce l’abbiamo Berlusconi, Gelmini e Tremonti. Infine “… è necessario creare sistemi finanziari sostenibili per rispondere alla crescita del numero di studenti. Fare diversamente significherebbe polarizzare la società della conoscenza tra persone che possono permettersi di proseguire gli studi e persone che non possono”. Che siano tutti comunisti gli esperti dell’OCSE?
Manuela Ghizzoni

8 Commenti

  1. patrizia dice

    Oggi inizia l’anno scolastico per tanti ragazzi.
    Non è un inizio all’insegna del buon umore, anzi. Venerdì la Gelmini dovrebbe scoprire le carte e temo che sarà davvero una bufera.
    Non c’è niente da ridere, ma ieri sera leggendo il pezzo di Michele Serra sull’Espresso ho capito cosa si intende per “satira preventiva”.
    Sembra tutto assurdo, potrebbe essere vero:

    “Crocchia e bacchetta maestra perfetta” di Michele Serra
    “Nella scuola di domani un efficace sistema di bocciature a raffica che decimerà le scolaresche e il personale aumenterà a dismisura. Per risparmiare gli alunni si porteranno banco e sedia da casa”

    “Si va delineando anche nei dettagli la riforma della scuola. Le ristrettezze dell’economia pubblica e i nuovi indirizzi pedagogici del ministro Gelmini vanno nella stessa direzione: oltre alla maestra unica, che seguirà gli studenti fino alla laurea, verranno introdotti in ogni istituto anche l’aula unica e l’alunno unico, attraverso un efficace sistema di bocciature a raffica che decimerà le scolaresche e aumenterà a dismisura la forza lavoro disponibile. Ma vediamo punto per punto i capitoli fondamentali della riforma.

    Maestra unica Per rendere più chiaro e credibile il ritorno alla pedagogia tradizionale, la maestra unica dovrà avere la crocchia ed essere preferibilmente bassa e grassa con il vestito a fiorellini, come le care vecchie maestre di una volta. Anche ove la maestra unica dovesse essere di sesso maschile, il vestito a fiorellini e la crocchia sono obbligatori. Insegnerà tutte le materie con l’ausilio dello strumento educativo che tanto ha dato alle generazioni passate, la bacchetta. Con la quale indicare alla lavagna la corretta grafia di ‘taccuino’ e ‘soqquadro’ e colpire con energia l’alunno somaro. Il cappello da somaro, per adeguarsi ai mutamenti sociali, sarà di Hugo Boss, che ha vinto il concorso tra gli stilisti presentando un modello con le orecchie forate per ospitare le cuffiette stereo e gli orecchini.

    Grembiule Il grembiule sarà a vita bassa, da indossare rimboccato sul culo e con le mutande firmate ben visibili, perché sia chiaro che il ritorno ai sani costumi di una volta non deve penalizzare l’economia nazionale. Azzurro per i maschietti, nero per le femminucce, dovrà essere indossato fino al giorno della tesi, con il fiocco bene annodato e il cestino della merenda sempre a portata di mano. Anche le università dovranno dotarsi di un’altalena in cortile per la ricreazione.

    Pedagogia Finalmente si torna ai metodi tradizionali. La bella calligrafia sarà la materia più importante, il pennino e il calamaio torneranno a fare bella mostra di sé sui banchi, le macchie di inchiostro che terrorizzarono generazioni di italiani torneranno a terrorizzare le nuove leve. Durante le simulazioni al ministero, alcuni alunni hanno usato il pennino per tatuarsi, altri hanno bevuto l’inchiostro, altri ancora sono morti dissanguati nel tentativo di pulire il pennino dall’involto di morchia e carta fradicia che lo avvolgeva dopo pochi secondi. Già nel 1924, un gruppo di traumatologi e di psicologi aveva chiesto la messa al bando del pennino, equiparato a una piccola alabarda e usato con destrezza solo dai figli delle guardie svizzere. Ma il ministro Gelmini sostiene che l’esperienza del pennino fortifica, ed è risoluta ad adottarlo insieme al sussidiario con le poesie di Angiolo Silvio Novaro.

    Didattica Tra le letture per le scuole elementari, tornano le amate figure sociali di una volta. Tra i titoli, ‘Il solerte mugnaio’, ‘La lavandaia canterina’, ‘Arriva l’arrotino!’ e ‘Il campanaro del mio paesello’, tutti ristampati. Di nuova fattura ‘Il precario felice’, ‘Il pilota licenziato’, ‘La velina rispettosa’ e ‘Impariamo a fare le aste su Internet’.

    Materiale scolastico Dovrà essere sempre in ordine. Quest’anno, a causa della stretta economica, oltre a riga, righello, squadra, gomma, temperamatite, quaderni, libri, diario, gli alunni dovranno portarsi da casa anche il banco e la sedia.

    Disciplina Torna la figura del capoclasse, che secondo i canoni già collaudati sarà uno stronzetto o una stronzetta, dall’aria saputella, incaricato di segnare alla lavagna i fannulloni. I bimbi poveri potranno essere nuovamente assistiti dal Patronato Scolastico, con le stesse modalità già note nei felici anni Cinquanta e Sessanta: i bambini ricchi daranno alla maestra qualche monetina da destinare ai compagni più sfortunati. La maestra cercherà di scappare con il gruzzolo per comperarsi finalmente qualcosa da mangiare e, se possibile, un nuovo vestito a fiorellini.”

  2. Daniela dice

    Ancora su tempo pieno, orari, maestri, propongo una riflessione di ieri da Repubblica ma che ci porta a una ulteriore considerazione: ancora una volta questa decisione di tagli, cadrà, in massima parte, sulle spalle delle donne, è inevitabile. In un paese dove la natalità è la più bassa in Europa, dove la cultura della divisione dei carichi di cura è pressochè inesistente, dove non ci sono politiche a favore delle donne che lavorano o che cercano lavoro, quando, a pari livello o mansione, una donna guadagna il 25% in meno di un uomo, che volete che sia addossarle anche il fardello di doversi inventare come e dove i figli trascorreranno le ore pomeridiane? Si perchè il problema sarà pure pedagogico ma non solo: le donne devono poter contare su un servizio continuativo e sicuro che si occupa dei figli per poter lavorare con tranquillità e senza sensi di colpa. L’alternativa sarà il part-time dove sarà possibile con diminuzione di stipendio e sempre maggiore povertà per chi è già povero. E le donne sole? vogliamo pensare anche a quelle tante famiglie mononucleari, cioè composte da un unico genitore. No, non ci si vuole pensare e come solito chi ci governa lo fa con un occhio chiuso e l’altro socchiuso e se preferite con il paraocchi.

    Gelmini: Troppo tempo sui banchi l’orario scolastico va ridotto.
    ROMA – Tempi duri per i più piccoli. E per i loro genitori. Il piano dei tagli alla scuola del ministro Gelmini è pronto. Verrà presentato il 16 settembre ai sindacati della scuola. Tempi duri per chi frequenta le scuole materne ed elementari. Per quella dell’infanzia l’orario verrà ridotto a 24 ore a settimana con una sola maestra.

    Oggi le maestre sono due e assicurano 40 ore a settimana. In sostanza, tutti a casa a mezzogiorno e mezzo. Però con le maestre di ruolo in esubero potrà essere esteso il servizio. Stessa musica per le elementari con qualche variazione sullo spartito. Il principio base è: maestro unico e 24 ore a settimana. Ma se le famiglie lo richiedono alla scuola l’orario potrà essere prolungato a 27 o 30 ore, a condizione però che l’organico lo consenta. Peccato che il numero degli insegnanti venga stabilito sull’orario base, cioè 24 ore.

    Nello “Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione di concerto con il Ministero dell’Economia” c’è di tutto: considerazioni pedagogiche, tabelle, numeri, proiezioni. Il ministro Gelmini insiste: il maestro unico rafforza il rapporto educativo tra docente e alunno e tra maestro e famiglia. “Nell’arco tra i 6 ed i 10 anni si avverte il bisogno di una figura unica di riferimento – si legge nel piano – con cui l’alunno possa avere un rapporto continuo e diretto”. C’è però qualcosa che non va: nel decreto approvato dal governo, il maestro unico è previsto solo nelle prime tre classi delle elementari.

    “Ci sono molte cose che non si comprendono – commenta il segretario nazionale della Cgil Enrico Panini – nelle tabelle si parla di 10 mila tagli per i maestri, ma si tratta solo del primo anno, nell’arco dei 5 anni diventeranno 50 mila. Poi non è mai citato il tempo pieno. Anche per medie e superiori vengono tagliate le ore, ma quali materie subiranno un ridimensionamento? La Gelmini ce lo faccia sapere”.

    Cosa succederà alle scuole medie inferiori? Solo nel prossimo anno scolastico, con la riduzione dell’orario settimanale da 32 a 29 ore, secondo il ministero 10.300 insegnanti dovranno fare i bagagli. E che fine farà il potenziamento dell’insegnamento di italiano, matematica e lingua inglese?

    A dire il vero, sul tempo prolungato alle medie inferiori qualche problema esiste. Ci sono scuole che fanno un orario di 36 ore a settimana pur non disponendo di servizi e strutture in grado di assicurare le attività alternative nel pomeriggio. Alle superiori, comunque, la mazzata colpirà soprattutto gli istituti tecnici e professionali. Quattro ore in meno a settimana, compresi i laboratori.

    Troppe ore di lezione rispetto altri paesi europei, come afferma il ministro? “Fandonie. Esempio di incompetenza o malafede – commenta il professor Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia sperimentale a Roma Tre e consulente dell’Ocse – si gioca sul numero di ore di lezione all’anno, mentre negli altri paesi è l’orario scolastico complessivo a valere: cioè le ore pomeridiane di laboratorio di matematica e scienze che da noi non esistono”.
    di Mario Reggio La Repubblica 14.09.08

  3. Ric Pre dice

    Così magari qui a Roma torniamo sotto il Papa. A questo punto sarebbe già un passo in avanti..

  4. E l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria? Io non ho intenzione di “arrendermi” facilmente. E comunque non mi preoccuperei di individuare improbabili federazioni: tanto c’è la devoluzione nostrana… Che amarezza!

  5. Ric Pre dice

    Ormai l’unica è chiamare gli inglesi e chiedergli di associarci al Regno Unito. Purtroppo non siamo in grado di governarci da soli.

  6. Redazione dice

    Come dice Annamaria “mai nessuno che coinvolga i docenti”: ecco in questo articolo le voci dei “Maestri”

    Sapete cosa stanno distruggendo? Una scuola che insegna a pensare»
    di Eduardo Di Blasi L’Unità 14.09.08

    Vincenzo D’Elia, che ancora oggi insegna all’Ada Negri, ottantasettesimo circolo di Roma, prese il primo stipendio da insegnante di scuola elementare nel 1969, quasi quarant’anni fa: «Erano 111.345 lire», ricorda. E aggiunge: «Non lo dimentico perchè quando sono andato all’ufficio postale non sapevo se piangere o ridere. Mio padre barbiere e mia mamma sarta, chi mai aveva visto tutti questi soldi assieme? Potevo anche andare all’università alla quale mi ero iscritto ma che non ero sicuro di potermi permettere». Nel 1969, ricorda ancora, «la benzina normale costava 130 lire, mentre la super 150-155. Avevo la Seicento di mia sorella. Non c’era ancora stata la crisi petrolifera del ’73». E la scuola italiana, si direbbe continuando questa cronologia, stava per essere investita della più grande serie di riforme che mai avesse visto. Riforme che ne avrebbero cambiato la forma.
    Caterina Tripodi ha iniziato quasi dieci anni più tardi. Dal 1995 insegna in uno dei plessi dell’istituto comprensivo di via dell’Archeologia a Tor Bella Monaca, terra di frontiera nella periferia romana. «Ho fatto esperienza di tutti i tempi scuola – si presenta – Attività integrative, poi tempo normale, modulo e ora sto al tempo pieno. Ho sperimentato tutto ciò che c’era di sperimentabile nella scuola». Caterina e Vincenzo sono preoccupati di come una legge per il contenimento dei costi, spacciata per una riforma della scuola, possa mettere in pericolo il futuro dei bambini italiani, e le conquiste di trent’anni di sacrifici da parte di persone come loro. Per comprendere cosa c’entrino le loro singole vite con la trasformazione della scuola pubblica, ascoltiamo Vincenzo: «Il modello che stiamo cercando di difendere è stato costruito in anni di sacrifici, di impegno, di grande disponibilità personale. In anni in cui gli insegnanti si rimboccavano le maniche e non si parlava nemmeno di fondo di incentivazione. Non c’era nelle scuole. Negli anni ’70-’80 tutto questo è nato con il volontariato. Quello che oggi abbiamo, è frutto del sacrificio di persone che hanno voluto una scuola diversa». Ricorda: «Quando ho iniziato a insegnare sentivo l’esigenza di conoscere perchè sapevo di non sapere niente. Nessuno mi aveva insegnato a insegnare. E allora, spesso e volentieri, andavo nelle altre classi perchè volevo capire. Molti colleghi mi guardavano strano, come a dire: “Chi è questo marziano che si permette di venire a vedere la lezione?”».
    Seguendo il filo dei loro discorsi ci viene davanti una scuola che ha preceduto le leggi. Già prima del ’71, quando lo Stato intervenne (legge 820) ad assicurare alle classi l’insegnamento aggiuntivo pomeridiano, in quelle che un tempo erano le attività «parascolastiche» (il famoso «maestro di serie B», stipendiato dal Comune, che riuniva i bimbi di chi, lavorando, non poteva andare a riprenderli da scuola all’ora di pranzo), il volontariato aveva creato una sorta di «modulo» ante litteram, con i maestri titolari che dialogavano con quelli del pomeriggio costruendo percorsi formativi. Stessa cosa accadde con il superamento delle classi differenziali (legge 517 del 1977), cancellate con legge sull’onda di un cambiamento della didattica che permetteva di insegnare «a tutti».
    Caterina: «I bimbi portatori di handicap sono un arricchimento della classe. È un bene per il ragazzo ma anche per la classe che lo accoglie. Si instaurano relazioni importanti».
    Vincenzo: «Soprattutto si impara a capire che la società è multiculturale e va accettata e sostenuta nelle differenze…».
    l’Unità: «Anche i genitori dei bambini sono preoccupati…».
    Caterina: «Sono stata contattata ancora prima che iniziasse la scuola da alcuni genitori allarmatissimi perchè hanno sentito le interviste in televisione sull’insegnante unico e non hanno creduto al fatto che rimarrà il tempo pieno. Perché si sono documentati, hanno visto i tagli, e hanno capito che alcuni tempi scuola andranno a morire. Così chiedono dopo tutti questi tagli come si faccia a garantirlo. Potrebbe essere “garantito” il doposcuola non il tempo pieno».
    l’Unità: «Che differenza c’è?»
    Caterina: «Nel doposcuola c’è un insegnate che fa fare i compiti. I genitori però chiedono che il tempo pieno sia tempo pieno, sia scuola, con approfondimenti, progetti. I genitori di Tor Bella Monaca hanno sempre avuto voglia di migliorare la qualità della scuola. Si sono battuti quattro anni fa per il tempo pieno: hanno occupato la scuola. I genitori ci tengono alla cultura, alla conoscenza. Non vogliono tenerli lì buoni…».
    l’Unità: «Come sono rispetto a prima gli alunni?».
    Vincenzo: «I bambini non sono più i Pierini buoni di una volta, sono dei diavoletti… Non hanno più la capacità di soffermarsi sulle cose. Imparano mille cose ma non riescono a soffermarsi su niente. Hanno dei flash, e la nostra difficoltà è, ad esempio, quella di allungare i tempi di apprendimento, fare in modo che un bambino apprenda per più tempo senza fermarsi all’intuizione immediata, senza che rimanga in superficie. Sono stimolati da migliaia di informazioni diverse, più stimolanti di quello che può essere la parola del maestro unico che per quanto possa essere creativo non riuscirà mai a competere con questo. Oppure impone le regole come dice il ministro. Ma questo non si può fare. I bambini iniziano a dare i calci, a correre, e vengono fuori tutte quelle caratterialità che noi abbiamo cercato di superare con la fine delle classi differenziali e con il riconoscimento che la caratterialità è una modalità del carattere e che si supera in un contesto interattivo in cui il caratteriale non si senta un diverso».
    l’Unità: «Le scuole sono anche un presidio sociale in alcuni luoghi…».
    Caterina: «Da noi è così. L’anno scorso nel periodo di Natale è stata danneggiata la scuola media e sono venuti tutti insieme genitori e bambini. Abbiamo avuto scene di genitori e bambini che piangevano assieme. E la domenica successiva tutte le famiglie sono scese in piazza a manifestare».
    l’Unità: «Non c’è nessun insegnante “pigro” o “fannullone”…».
    Caterina: «I pigri esistono dovunque, ma credo che nella nostra scuola non è possibile ce ne siano. Perchè è una scuola dove o ci si rimbocca le maniche dal primo giorno o non ci si rimane».
    l’Unità: «Adesso anche le vostre classi sono cambiate. Nei quartieri dove insegnate la percentuale di immigrati è molto alta».
    Vincenzo: «È stato graduale. Gli stranieri fanno molto più richiesta di tempo pieno. Perchè le famiglie sanno che la scuola può dare ai figli quello che loro non possono dare, perchè per una famiglia dove non si parla italiano la scuola rappresenta un canale importante».
    l’Unità: «Contrari al maestro unico anche se lo siete stati…».
    Caterina: «Sarebbe anche peggio di prima. Quando ero insegnante unica dovevo insegnare italiano, matematica, storia, geografia e scienze. Adesso, nell’arco delle ventiquattro ore settimanali, è da inserire religione, informatica, inglese. Finisce che vado a insegnare meno italiano e matematica di quando ero insegnante unica».
    Vincenzo: «Dopo tanti anni di sacrificio non si può buttare tutto. Soprattutto si mette in crisi un modello: quello che la scuola insegni a pensare. A creare dei cittadini consapevoli che sappiano programmare il proprio futuro al di là del bene immediato. Con l’insegnante unico si tornerà all’insegnamento frontale, uguale per tutti, che non tenga dentro i tempi di apprendimento di chi non ci arriva la prima volta. E questo con grande danno delle categorie culturalmente più svantaggiate. E poichè oggi non si può dire che culturalmente svantaggiato sia il povero, possiamo pensare che quelli più trascurati sul piano sociale e familiare saranno quelli che saranno anche deprivati della possibilità di apprendimento».
    l’Unità: «Il governo afferma che i tagli al personale faranno aumentare i vostri stipendi…».
    Vincenzo: «Io non voglio un aumento di stipendio. A me non me ne frega niente di aumentare lo stipendio. Il nostro livello stipendiale non è granchè, ma quello che prendevamo prima era veramente una miseria rispetto al costo della vita».
    Caterina: «Non baratterei una cosa del genere per la fine della scuola primaria dove i maestri lavorano in team e gli alunni possono crescere a contatto con persone diverse, arricchedosi».

  7. Annamaria dice

    Mai che si coinvolgano i docenti, che si sentano le loro voci, le loro esperienze, i loro reali bisogni…

    Caratteristica dei governi berlusconiani è quello di elaborare “in splendida solitudine” teorie scolastiche o complicatissime (ricordate le linee guida della brichetto-moratti con i bambini che avevano l’orario personalizzato e avrebbero dovuto girare nell’edificio scolastico come in un luna park?), o tanto semplificate da perdere ogni valenza sociale ed educativa.

    La Scuola, come ogni Politico sa, è il Progetto del Paese Futuro.
    Il progetto di berlusconi and Co. evidentemente comprende un futuro di consumatori poco critici e imbottiti di messaggi sempre più facili.
    Per diventare famoso la partecipazione ad un reality e per diventare ministro un calendario su Max.

    Non è questo il quadro che desidero e per questo sento che è necessario ridare forza ai veri Valori, ricordando che anche oggi è vero quello che spingeva Don Milani al proprio tenace lavoro: chi conosce 200 parole verrà sempre fregato da chi ne conosce 2.000.
    E’ necessario quindi rispolverare lo “spirito” del Tempo Pieno: quello che, ottemperando ad un bisogno sociale, ha costruito una mentalità docente e genitoriale partecipativa; ha distrutto la vergogna delle classi differenziali (ma la bertolini le ha mai viste?); ha promosso la laboriatoralità come metodologia di apprendimento; ha avuto il ruolo di sperimentare (i fallimenti in itinere erano di default) nuove didattiche, svolgendo il ruolo di volano.

    Tremo al pensiero di una scuola di 24 ore con un Maestro Unico alle prese con le odierne classi: numerose, con alunni sempre più “complessi” e bisognosi di individualizzazione, con una genitorialità sempre più spesso arrogante o assente, con una Società ormai abituata a delegare alla scuola quello che non sa risolvere in altro modo.

    Saranno “altre” agenzie a “fagocitare” quello che i tagli gelminiani impediranno e saranno le classi economicamente e culturalmente più deboli, come sempre, a farne le spese.

    Questo governo confonde autorità con autorevolezza, nozione con educazione, informazione con formazione, Progetto Educativo con progetto economico.
    Aspetto quindi con ansia di leggere il testo, ma temo che sia fatto di nulla e che porti al nulla, mascherandosi da “riforma”.

    Mi siedo sulla riva del fiume e aspetto.
    Da domani spero che la Scuola, quella in cui ho sempre creduto ed in cui ancora credo, si muova.

  8. “Paradosso Gelmini: tempo pieno, casse vuote”, di Marina Boscaino
    Il ministro promette che il tempo pieno non verrà ridotto. Sarebbe una bella notizia se non fosse per un dubbio: alla luce dei tagli annunciati quali saranno i fondi?
    Il ministro Gelmini, intervistata qualche giorno fa a «Radio Anch’Io», ha tirato fuori una buona notizia: «il ritorno del maestro unico non compromette la tenuta del tempo pieno che, anzi, verrà esteso a più classi». Ma non è tutto oro ciò che luccica: tra logiche di risparmio (la conferma del taglio di 87mila posti di lavoro e il ritorno al maestro unico) e clamorose miopie culturali a sfondo demagogico («perché mai il contribuente deve pagare 3 insegnanti per una scuola primaria che funziona benissimo anche con uno solo») è legittimo chiedersi quali fondi saranno destinati all’investimento sul tempo pieno. E quale investimento culturale sarà fatto sulle 40 ore. Alla prima domanda risponde Enrico Panini: «la promessa è negata dal testo del decreto approvato in Consiglio dei ministri, che prevede l’introduzione del maestro unico in prima, seconda e terza elementare senza deroga alcuna, in contraddizione con la legge del 2006 che ripristinava il tempo pieno; in secondo luogo, se le parole del decreto hanno un senso, l’unica possibilità è che, qualora ce ne fossero le condizioni, si arrivi ad un allungamento orario, incrocio tra badantato e tempo scuola». Un modello molto simile, dunque, a quello della Moratti.
    L’altra questione, quella dell’investimento culturale, è certamente più complessa. L’ossessione antisessantottina, alla quale questo governo sta dando corpo con un passatismo esasperante e anacronistico, cavalcando gli istinti più banali di una società incapace di affrontare la complessità – e dunque alla ricerca di rassicurazioni immediate e di facile realizzazione e consumo – minaccia di investire luoghi, spazi e acquisizioni che non sono esclusivamente il frutto dell’odiata cultura di sinistra, che pure ebbe l’indiscusso merito di elaborarne principi e modalità; ma soprattutto sono modelli ancora validi e risposte plausibili (per quanto perfettibili) a domande sociali e culturali di cui la scuola è per definizione il crocevia e il punto da cui partire. Il tempo pieno non va difeso solo come conquista di gloriosi anni di lotta e di partecipazione; di interesse per la cosa pubblica; di consapevolezza della funzione portante che l’educazione e la conoscenza, ma anche la socialità e lo stile di vita, hanno nell’emancipazione degli individui. Il tempo pieno va difeso perché – oggi soprattutto – una scuola consapevole, luogo di cura, di relazione, di accoglienza può rappresentare la risposta più inclusiva ed equa alle contraddizioni del reale. Può non solo rendere compiuta la cittadinanza dei figli dei migranti e della marginalità sociale; ma anche ribadire e rinforzare quella di tutti i bambini e le bambine che avranno avuto la fortuna di incappare in uno strano luogo in cui si facciano parti uguali tra coloro che una società sfacciata e impudica sempre più considera diversi. Può configurare un modello di società che non abbiamo il diritto – per noi e per i nostri figli – di considerare tramontato. Può fare tutte queste cose sorprendenti e utili attraverso un modello di integrazione didattica, di laborialità, di pluralità dei punti di vista e delle prospettive, di collegialità vissuta come confronto attivo; attraverso un progetto strettamente culturale che per molti anni ha avuto una straordinaria forza di impatto dando risposte cognitive, educative – e quindi anch’esse culturali – a bisogni sociali. L’impresa è difficile: la ostacolano il calo di motivazione degli insegnanti, il calo di tensione civile dei cittadini, il calo di fiducia in idee e temi che hanno caratterizzato una storia che la liquidità dell’oggi ci fa sembrare lontana anni luce. Ma che era solo ieri. È curioso che Gelmini e colleghi abbiano deciso scientemente di penalizzare con maggiore violenza la scuola elementare, l’ordine più efficace del sistema scolastico italiano; quello la cui esperienza didattica viene considerata esemplare da molti punti di vista. È curioso ma non casuale.
    Da queste e da molte altre ragioni è motivato lo scetticismo sulla veridicità delle promesse di Gelmini: grembiule, maestro unico, tagli, provvedimenti antibullismo di facile impatto mediatico ma di probabile inefficacia, cinque in condotta, mal si coniugano con l’ampio respiro che ha dato vita ad una delle esperienze più significative della scuola italiana.
    L’Unità, 13.9.2008

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