cose che scrivo, interventi

L’intervento di Umberto Veronesi al Senato per il no al Ddl su idratazione e alimentazione artificiali

Signor Presidente, cari colleghi, in questi mesi, come è mia abitudine, ho molto ascoltato. Ma oggi mi sento moralmente in dovere di prendere la parola. Vi parlo per ciò che sono io, per quello che rappresento per i cittadini: un medico, un uomo di scienza che, per più di cinquant’anni, è stato vicino ai malati di cancro (che ha aiutato a guarire e a vivere a lungo, molto a lungo), ma vicino anche alla sofferenza, al dolore, alla morte.

Per questo da molti anni ho lanciato il movimento per il testamento biologico e, su questo argomento, ho scritto quattro libri (non uno, ma quattro libri), per un totale di 2.000 pagine. Perché il tema è complesso, è difficile, è delicato. Per questo sono sconvolto oggi.

Sono sconvolto dalla singolare, direi assurda, procedura cui stiamo assistendo. Una legge dello Stato, che riguarda la libertà individuale (Applausi dai Gruppi PD e IdV), verrebbe sbrigativamente approvata sull’onda delle emozioni sollevate da un caso mediatico. Perché questo è il caso di Eluana: un caso mediatico, perché non ha nulla di diverso, dal punto di vista scientifico e umano, da altre centinaia di casi di coma vegetativo permanente nel nostro Paese, di cui nessuno si occupa. Dietro a una legge emanata per Eluana non ci sarebbe, dunque, né logica, né razionalità, ma essenzialmente un’onda emotiva, che per sua natura è passeggera e, soprattutto, è una cattiva consigliera.

Non c’è dubbio che il caso di Eluana sia stato accompagnato da una pessima informazione. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Ma questo non è un alibi per evitare di affrontare lucidamente il problema. Si tratta di un problema di civiltà, che riguarda l’invasione della tecnologia medica nella vita umana. Mi trovo d’accordo con il filosofo cattolico, cattolicissimo, Giovanni Reale, quando vede nel caso di Eluana ‑ sono sue parole ‑ un abuso da parte di una civiltà tecnologica che vuole sostituirsi alla natura. Quando avverte che si è perduta la saggezza della giusta misura e la Chiesa e il Governo sono vittime di questo paradigma dominante, che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura e, infine, quando cita Papa Wojtyla, che, rispondendo ai medici che gli offrivano di continuare a curarlo, disse: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».

Vedete, mantenere insieme un complesso di organi e cellule in una vita artificiale è un atto contro natura: tecnologicamente oggi la medicina è in grado di mantenere in stato vegetativo un corpo senza attività cerebrali quasi all’infinito, ma il fatto che lo si possa fare tecnicamente non significa che lo si debba fare eticamente.

Penso sia una mostruosità, e come me la pensano migliaia e migliaia di cittadini, terrorizzati dalla prevaricazione violenta della medicina tecnologica nella propria vita. Lo dico da uomo di scienza: la tecnologia non ha limiti in sé, e se noi, la società e le sue istituzioni non ci impegniamo a tracciare questi limiti rispetto alla vita dell’uomo, chi mai lo potrà fare?

Conosco bene la normativa italiana sul diritto di cura, perché ogni giorno la applico e la vivo insieme ai miei medici e ai miei malati: la nostra legge garantisce la possibilità di rifiutare ogni trattamento, anche di semplice sostegno, come le trasfusioni di sangue e la nutrizione artificiale; abolire questo diritto sarebbe un atto molto grave, che minaccia alle radici il principio di libertà individuale, base irrinunciabile delle democrazie moderne.

Voglio pertanto fare un appello alla ragione e alla coscienza di tutti noi e di tutti voi, in quanto membri del Senato, vale a dire di questa Camera alta, di questa istituzione a cui la gente guarda come un punto fermo nella confusione dei momenti di crisi: il nostro ruolo è di analizzare le situazioni più difficili con lucidità e saggezza e dare pareri obiettivi e lungimiranti. Ecco, credo sia nostro dovere, come senatori, guardare più in là dell’oggi e anche del domani e pensare anche alle conseguenze future delle nostre decisioni.

Vi chiedo, dunque, di fermarvi, di riflettere, di meditare e di non votare una legge in palese contrasto con i diritti garantiti dalla Costituzione e, soprattutto, una legge in conflitto con se stessa. Il movimento sul testamento biologico, infatti, è nato solo ed esclusivamente – lo sottolineo – per garantire ai cittadini di poter rifiutare quella condizione assurda ed inumana di una vita artificiale, che può protrarsi per decenni, priva di coscienza e di attività cerebrale.

Bene, al contrario, questo provvedimento imporrebbe a tutti, per legge, proprio questa fine terribile e innaturale.

(Vivi, prolungati applausi dai Gruppi PD e IdV. Molte congratulazioni).

4 Commenti

  1. redazione dice

    Ospitiamo il post di un caro amico, Marco Cattaneo, direttore dei mensili Le Scienze e Mente e Cervello

    RIPOSO, SOLDATO SACCONI.
    A quanto riferiscono i quotidiani in rete, alle 20.38, ventotto minuti dopo la scomparsa di Eluana Englaro, il ministro del welfare ha dichiarato: “Comprendo le scelte del padre di Eluana Englaro anche se non abbiamo condiviso lo scopo”. E, riporto da Repubblica (non siamo cronisti, noi, perciò riferiamo…), ha espresso l’auspicio “che l’Aula voglia procedere secondo il calendario affinché questo sacrificio non sia stato inutile del tutto e indichi la strada per il provvedimento.”

    Il testo portato in aula dal Governo è il seguente:

    “DISEGNO DI LEGGE Atto Senato 1369
    Art. 1.
    1. In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi.”

    Ora, signor Ministro, anziché accelerare i tempi di una legge che non risolve nulla – come essa stessa decreta nelle premesse, dato che è fatta “in attesa” – si prenda una vacanza, una pausa di riflessione dai temi della bioetica. Magari nel frattempo ricordandosi di mandare schizofrenicamente i NAS tre volte al giorno in tutte le cliniche private e negli ospedali pubblici, dove – lo sa – ogni giorno avvengono infrazioni. Se non dovesse avere gli indirizzi, chieda, chieda pure ai giornalisti della stampa medica. Qualche piccolo orrore l’abbiamo pur visto, in questi anni.
    E magari, prima di legiferare con troppa fretta, prima di stendere poche righe senza riflettere, insieme all’autorevole consesso dei ministri della Repubblica, legga qualche libro. Di medicina, sì, ma anche di filosofia. Di etica. Insegnano molto, a cominciare dal rispetto.

    Perché sa, ministro Sacconi, nel testo che vorrebbe ancora far approvare – anche se un emendamento di un parlamentare di maggioranza lo vorrebbe valido soltanto per 180 giorni, e allora a che pro? – c’è una frase sospetta: “l’alimentazione e l’idratazione in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi”. Quasi tutto, insomma, a parte la tremolante premessa.

    Sa, signor ministro, non molto più tardi di un anno fa, nelle ultime dolorose settimane della sua esistenza, mio padre, malato terminale di cancro al pancreas con metastasi al fegato aveva una pancia così gonfia che un giorno sì e un giorno no i sanitari intervenivano con la paracentesi per eliminare i liquidi organici che andavano accumulandosi nell’addome.

    Nei suoi ultimi giorni – uomo di un metro e ottanta ridotto a un sacco di pelle e ossa di nemmeno cinquanta chili – non aveva più la forza di alzarsi da solo dal letto. Io gli facevo visita, lo sollevavo, lo imboccavo perché portare un braccio alla bocca era una fatica troppo dura.

    Il giorno prima di spegnersi, signor ministro Sacconi, mio padre non ha più voluto nemmeno l’omogeneizzato. Sì, signor ministro, l’omogeneizzato. Perché era ormai il solo alimento che riusciva a farsi strada in quel che restava del suo stomaco. Ma gli faceva troppo male, la pancia, per pensare di aggiungere altro peso, altra sofferenza. Ha allontatato la bocca dal cucchiaio con un gesto di disgusto, e mi ha chiesto di fargli la barba. Come suo padre aveva fatto con lui trent’anni prima.

    E io? Io ho deposto il vasetto, signor ministro, consapevole che mio padre non si sarebbe alimentato. Ho preparato la crema (ridicolo no? Forse era l’ultimo a farsi la barba con il tubetto e il pennello) mescolandola pazientemente con l’acqua e ho cambiato la lametta al rasoio. Poi, in pochi interminabili minuti, ho fatto la cosa più difficile di tutta la mia vita.

    Ecco, vede, ministro Sacconi? Ho sospeso l’alimentazione a un soggetto non in grado di provvedere a se stesso, e senza nemmeno il conforto di un parere medico. Ancora non ha approvato la sua legge e ha già il primo reo confesso. Ma adesso si dia pace, signor ministro. E ci pensi, se è il caso di negare a un individuo la libertà di rifiutare l’alimentazione, quello che per una persona sana è il più ordinario dei gesti ma per un malato terminale può diventare un’atroce tortura.

    Io mi costituisco, signor ministro. Ma lei si sieda, respiri profondamente, ripensi alla sua battaglia. Riposo, soldato Sacconi.

    http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

  2. Redazione dice

    La morte e la politica di Ezio Mauro

    Il nuovo Calvario su cui è salita Eluana Englaro e dove è morta ieri sera, è questa fine tutta politica, usata, strumentalizzata, quasi annullata nella riduzione a puro simbolo e pretesto feroce di una battaglia di potere che è appena incominciata e nell’usurpazione del suo nome segnerà la nostra epoca.

    Il vero sgomento è nel dover parlare di queste cose, davanti alla morte di Eluana. Bisognerebbe soltanto tacere, riflettere su quell’avventura umana, sulla tragedia di una ragazza diventata donna adulta nella perenne incoscienza del suo letto d’ospedale, su quelle vecchie fotografie piene di vita e di bellezza rovesciate nella costrizione immobile di un’esistenza minima, inconsapevole. Voleva vivere, quel corpo che respirava? O se avesse potuto esprimersi, avrebbe ripetuto la vecchia idea di volersene andare, come aveva detto da ragazza Eluana a suo padre, molti anni fa, quando poteva parlare e pensare?

    È la domanda che si fa ognuno di noi, quando è accanto ad un malato che non può più guarire, in un ospedale o in una clinica. È un’angoscia fatta di carezze e interrogativi, dopo che le speranze si sono tutte dissolte. Di giuramenti eroici – fino alla fine, pur di poterti ancora vedere, toccare, pur di immaginare che senti almeno il tepore del sole, che stringi una mano, e non importa se nei riflessi automatici dell’incoscienza. Ma è un’angoscia fatta anche di domande sul futuro, che si scacciano ma tornano: fino a quando? E come, attraverso quale percorso di sofferenza, di degenerazione, di smarrimento di sé? E alla fine, perché? C’è una vita da conservare, o in queste condizioni è un simulacro di vita, un’ostinazione, una costrizione? È per lei o è per noi che la teniamo viva?

    Quegli atti inconsapevoli che in certe giornate rasserenano, e sono tutto – il respiro, naturalmente, un tremito di ciglia – altre volte sembrano una condanna meccanica, soprattutto inutile. Perché la vita è un bene in sé, ma deve pur servire a qualcosa, avere un senso.

    Questo è stato per 17 anni il dramma di un padre. Accanto al letto della sua Eluana, lui è vivo, vede, ama, soffre, s’interroga, si dispera e ragiona. Diciassette anni sono lunghissimi, la speranza fa in tempo ad andarsene senza illusioni, c’è il realismo dei medici, l’evidenza quotidiana. Una figlia che ogni giorno si allontana dall’immagine della vita mentre resiste, ogni giorno è presente nel suo bisogno di assistenza ma non sente più l’amore, lo sconforto, la presenza. Nulla. È lontana e tuttavia respira, mentre il padre la guarda. Lui ricorda quel che la figlia voleva, quel che avrebbe voluto. Non so che cosa pensi, come arrivi alla decisione, se gli faccia paura l’idea di un futuro in cui lui potrebbe non esserci più, con la madre gravemente malata. Se ha ceduto, facendo la sua scelta, o se invece ha dovuto farsi forza. So che in quel padre, in questi 17 anni, si somma il massimo del dolore e dell’amore per Eluana. Questo non significa automaticamente che tutto ciò che lui decide sia giusto. Ma significa che lui ha un diritto, il diritto di raccogliere la volontà di un tempo di Eluana e di confrontarla con la sua volontà, com’è venuta maturando accanto a quel letto d’ospedale, in un percorso che lui solo conosce, e che nasce dal rapporto più intimo e più autentico di un uomo con sua figlia, nei momenti supremi.

    Il padre potrebbe risolvere il problema nell’ombra, come fanno molti e come vogliono i Pilati italiani, pur di non vedere e di non sentire. Potrebbe cioè chiudere l’esistenza di Eluana nel moderno, silenzioso, neutro “rapporto” tra medico e familiare del paziente terminale. Bastano poche parole, poi un giorno uno sguardo d’intesa, un cenno del capo, e tutto finisce senza clamore. Ma quello del padre, in questo caso, non è “un problema”. È la sua stessa esistenza, congiunta con quella di sua figlia, che non sanno come procedere e come sciogliersi. È una cosa infinitamente più grande di lui, che tutto lo pervade e lo domina, altro che “problema”, altro che “rapporto” tra un medico e una famiglia, altro che scelte silenziose e sbrigative, purché nulla sia detto davvero, niente chiamato col suo nome. Ciò che molti dicono tragedia, in questi casi, quel padre la vive davvero, al punto da urlarla. Vuole che gli altri sappiano. Vuole che gli dicano se quel che fa è giusto o sbagliato. Lui ha deciso di chiedere allo Stato di lasciar andare Eluana. Chiede che lo Stato risponda, dunque si faccia carico, non se ne lavi le mani. Solo così, portata in pubblico, la tragedia di quella figlia servirà a qualcosa, a qualcuno, e quei 17 anni acquisteranno un senso per tutti, quasi un insegnamento. Non so se sia giusto o sbagliato. A me sembra un gesto d’amore, supremo, che nasce dal profondo di una desolazione e di un abbandono, perché l’una e l’altro non siano del tutto inutili, visto che già sono purtroppo inevitabili.

    C’è qualcosa di più. Quel gesto verso lo Stato – violento: dimmi cosa devo fare, dimmi come posso fare, dimmi qualcosa, io sono solo ma resto cittadino e ho il diritto d’interpellarti – è un gesto che nasce dall’interno di una famiglia. Strano che nessuno lo abbia detto. Quel padre fa la spola tra una moglie malata gravissima e una figlia incosciente da un numero d’anni che non si possono nemmeno contare. Nessuno ha nemmeno il diritto, da fuori, di immaginare il suo tormento, il filo dei pensieri, la disperazione che deve tenere a bada mentre guida, mentre telefona, quando prova a dormire. Tra moglie e figlia, giorno dopo giorno, lui tiene insieme la sua famiglia. Ciò che resta, certo. Ma anche: ciò che è. Esiste forse una famiglia italiana, in questo 2009, più “famiglia” di questa? Lui parla con le sue due donne, ogni tanto con parole inutili, più spesso nella mente. Provano a ragionare insieme, è finzione, certo, ma è la cosa più vicina alla realtà, è l’unica possibile perché la famiglia esista non solo a livello fisico, delle due presenze malate in clinica con l’uomo lì accanto, ma anche a livello spirituale, come comunione possibile: anni insieme, gioie, speranze, amore, abbracci, progetti, un modo di pensare, di sentire, un modo di essere comune. La decisione che il padre prende, la prende in nome della sua famiglia. Non per sé, per tutti. Fa spavento pensare a questo, e poi pensare al futuro, ma è l’unica verità possibile. L’unica cosa autentica.

    Quella famiglia, a un certo punto, dice che l’esistenza di Eluana, così com’è ridotta, deve finire. Nessuno può sapere se nella sensibilità acutissima della sua solitudine tra le due donne il padre ha deciso così perché lo ritiene un ultimo gesto d’attenzione, una cura estrema e finale per quella figlia; oppure perché non ce la fa più. Se lui non ce la fa più, è la famiglia che si ferma, che non può andare oltre. Loro sono insieme: ancor più negli ultimi diciassette anni. L’unico modo per non prendere su di sé tutto il peso di questa decisione, per il padre è quello di decidere in pubblico. Come se questo Paese fosse in grado – ben al riparo dalla tragedia, naturalmente – non solo di compatire, come sa fare benissimo, soprattutto in televisione. Ma per una volta, di condividere.

    Il padre si aspettava la discussione, la polemica, gli attacchi e anche gli insulti. Aveva scritto una lettera a “Repubblica”, l’altro giorno, che poi ha voluto rinviare ancora. Chiedeva di attaccarlo liberamente, purché si accettasse di discutere davvero la grande questione del cosiddetto caso Englaro. Domandava soltanto di risparmiare la morbosità degli sguardi e delle curiosità sugli ultimi istanti di Eluana. Negli ospedali, diceva, nelle corsie, a un certo punto si tira una tenda per riparare il momento finale di chi sta morendo.

    Quel che il padre non poteva prevedere, era l’altra morbosità, più feroce: quella della politica, della destra italiana. Prima l’inverosimile conferenza stampa di Berlusconi, che usava più di metà del tempo per attaccare il Capo dello Stato in nome della potestà suprema e incondizionata del governo, e quando parlava di Eluana – dopo aver detto di non volersi assumere la responsabilità della sua morte – arrivava a pronunciare frasi offensive: il “figlio” che la ragazza potrebbe avere, il “gravame” a cui il padre vorrebbe rinunciare. Poi l’attacco alla Costituzione, come se una tragedia fosse fondatrice del diritto. Infine, ieri, alla notizia della morte di Eluana, il peggio, qualcosa a cui non volevamo credere. Berlusconi che punta dritto sul presidente Napolitano come responsabile diretto della tragedia (“l’azione del governo per salvare una vita è stata resa impossibile”), un gesto di violenza politica senza precedenti in democrazia, nel linguaggio tipico dei regimi contro i dissenzienti, quando si mescola politica e criminalità. Subito seguito dall’amplificazione di personaggi minori e terribili, come Quagliarello che parla di “assassinio”, Gasparri che minaccia dicendo quanto pesino “le firme messe e non messe”. Borghezio che chiama in causa i “dottor morte” colpevoli di “omicidio di Stato”, anche da “altissime cariche istituzionali”.

    È miserabile sfruttare una morte per trarne un vantaggio politico. È vergognoso trascinare il Capo dello Stato sul terreno della vita e della morte per aver esercitato i suoi doveri di custode della Costituzione. È umiliante assistere a questo degrado della politica. È preoccupante scoprire qual è la vera anima della destra italiana, feroce e crudele nella cupidigia di potere assoluto, incurante di ogni senso dello Stato, aliena rispetto alle istituzioni e allo spirito repubblicano, con l’eccezione ogni giorno più forte e più netta del presidente della Camera Fini.

    Con la strumentalizzazione di una tragedia nazionale e familiare, e con gli echi cupi di chi tenta di trasformare la morte in politica, è iniziata ieri sera la fase più pericolosa della nostra storia recente per le sorti della Repubblica.
    Repubblica 10.02.09

  3. Andrea dice

    Vi segnalo l’ultimo pezzo dell’articolo di Adriano Sofri su Repubblica di oggi. Parole che lasciano un segno

    ……Certi uomini politici – cioè certi politici, prima degli uomini che dimenticano di essere – fanno molti conti. Vedrete: anche ora che il corpo di Eluana non è più perquisibile dai Nas, mostreranno di voler procedere per la loro strada. Legislatori tutti d’un pezzo, pronti a decretare la mia, la vostra, l’impossibilità di ciascuno di rifiutare per sé la nutrizione artificiale, una volta che ci trovassimo privati senza ritorno della nostra coscienza. Pazzia. Silvio Berlusconi ha voluto dire che lui, nella condizione di Beppino Englaro, non potrebbe mai “staccare la spina”. Sia risparmiata la prova a lui e a noi. Tuttavia la prova è stata imposta a tanti, e qualunque sia la loro scelta, compresa quella di non rassegnarsi mai al commiato, dev’essere rispettata, amata e sostenuta. Ma provi Berlusconi a immaginare un’altra eventualità: che tocchi a lui di uscire da una rianimazione in una condizione vegetativa irreversibile. Vorrebbe o no poter decidere, finché il senno e la fortuna siano dalla sua, come debba chiudersi la sua esistenza, o preferisce lasciarne il peso ai suoi figli, per giunta votando ad horas l’obbligo a nutrirlo artificialmente senza fine? Questo era già il punto, ora lo è ancora più nitidamente. Mettete via i cartelli opposti che intimano: “Giù le mani da Eluana”.

    Salutiamola, Eluana, con l’amore che si sapeva riservare alle ragazze perite, tenerelle, pria che l’erbe inaridisse il verno. Quanto a noi, scriviamo ciascuno sul proprio cartello: “Giù le mani da me, per favore”.

    Se volete leggere tutto l’articolo lo trovate qui
    http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/71264/Quella_ragazza_che_amavamo

  4. La redazione dice

    Segnaliamo l’articolo di Stefano Folli apparso oggi sul Sole 24 Ore

    “Unire il Paese, non spaccarlo”

    Ora dovrebbe essere il momento del silenzio, della sobrietà, della misura. Ciò che è mancato in questi giorni concitati e un po’ assurdi in cui l’asse dell’equilibrio politico e morale su cui si regge da decenni la Repubblica è saltato.

    Giorni in cui si sono corsi troppi rischi, come sempre quando si pretende di spaccare l’Italia non sulle scelte politiche, ma sui valori etici di fondo: addirittura tra i fautori della vita e i sostenitori della morte, tra chi ha il monopolio dei valori e chi invece è schiavo dei disvalori. Come se decenni di pace religiosa e di civile convivenza tra laici e cattolici fossero all’improvviso dimenticati.

    La morte fisica di Eluana Englaro dovrebbe riunire il Paese, non aggravare le divisioni. L’emozione che in queste ore attraversa le coscienze di tutti dovrebbe servire a sanare la lacerazione che si è prodotta sull’onda di passioni fino a ieri comprensibili, ma che domani sarebbero pericolose se si trasformassero in voglia di vendetta e di ritorsione. Gridare in Parlamento che «Eluana è stata assassinata» può essere giustificato con la tensione di un momento doloroso; sarebbe imperdonabile se tradisse la volontà di alzare il livello dello scontro politico e magari istituzionale.

    In un’intervista alla “Stampa” di domenica il senatore a vita Giulio Andreotti, un cattolico che conosce come nessuno il complesso rapporto fra religione e politica e che ha attraversato tutta la storia d’Italia dal ’46 a oggi, affermava: «È stato un errore fare della vicenda Englaro un caso politico». E un altro errore è «richiamarsi alla Chiesa in modo strumentale». Andreotti ha ritrovato in questa intervista la sua radice degasperiana e ha messo al primo posto la fedeltà alle istituzioni. Per meglio dire, ha sottolineato che l’equilibrio dei poteri costituzionali non consente strappi e forzature in nome di una guerra di religione che non ha motivo di essere dichiarata, visto che non esistono, nella tragedia di Eluana, norme o dogmi della Chiesa tali da imporre ai credenti un comportamento obbligato.

    Come dire che da questa ferita si guarisce con saggezza e buon senso, non con atteggiamenti irresponsabili. Certo, il mondo ecclesiastico esprime il suo punto di vista con chiarezza e con tutta la forza necessaria: ha il pieno diritto di farlo. Ma qui si tratta di un altro piano, quello politico-istituzionale. E il bene comune suggerisce di non abbandonare il solco della comprensione reciproca, che è poi la via tradizionale lungo cui si è sviluppata la dialettica civile per decenni e si sono allargati gli spazi di libertà per tutti. Sotto questo aspetto bisogna accogliere con la massima attenzione l’invito del portavoce vaticano che ieri sera invitava tutti a «una riflessione pacata». È il modo migliore per rendere omaggio alla memoria di Eluana e su questo laici e cattolici non possono non ritrovarsi uniti.

    È chiaro che una particolare e decisiva responsabilità spetta al presidente del Consiglio. Negli ultimi giorni Berlusconi ha seguito la sua coscienza e ha giocato la sua partita politica, in una miscela che è difficile decifrare. Oggi anche lui, soprattutto lui, ha il dovere di riunire il Paese. E di evitare che le parole fuori luogo pronunciate ieri sera da qualche luogotenente della maggioranza finiscano per innescare il secondo tempo del conflitto istituzionale con il Quirinale. Non è di questo che il Paese ha bisogno in un momento di disagio economico e precarietà sociale. Il caso Englaro ha provocato disorientamento e inquietudine nell’opinione pubblica. Gli italiani sono stati posti all’improvviso e con brutalità inconsueta di fronte ai grandi dilemmi della vita e della morte. Ora si tratta di voltare pagina senza rinnegare nulla di quello che è stato, cercando di fornire risposte pratiche e quindi politiche agli interrogativi che la vicenda ha suscitato. Se Berlusconi sarà capace di farlo, meglio per il governo e per l’Italia.

    Dividiamoci pure tra chi vuole difendere la Costituzione e chi vuole rinnovarla. Tanto più che i due fronti sono piuttosto mobili e le posizioni tutt’altro che cristallizzate. Ma attenzione a percorrere la strada della delegittimazione costituzionale o dello svuotamento del Parlamento. O a mettere in crisi un organo di garanzia come la Presidenza della Repubblica senza nemmeno sapere con cosa sostituirlo.
    Fino a poche settimane fa la politica era del tutto indifferente al dramma di Eluana e della sua famiglia. Poi c’è stata questa fiammata in cui si sono mischiati slanci sinceri e irrefrenabili speculazioni, commozione e cinismo. Da oggi si dovrebbe metter mano alla legge sul testamento biologico, o sulla fine della vita, come preferiscono dire i cattolici. Per anni il Parlamento ha disatteso questa responsabilità. Oggi la memoria di Eluana consiglia, anzi impone di procedere con la dovuta lena lungo tale sentiero. Va bene allora la leggina che le Camere stavano approvando in gran fretta prima che giungesse la triste notizia da Udine. Ma soprattutto si affornti il problema più generale che riguarda il “come morire”. È un compito irrinunciabile per un Parlamento che voglia rivendicare la sua dignità.

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